lunedì 3 febbraio 2020

"Quanto blu": "So much blue" di Percival Everett



I took the canvas into the private shed and locked myself in, put on my mask and heavy gloves, filled a spray bottle with caustic soda, and attacked the work. The chemical foamed ever so slightly but mostly ran down the surface and fell onto the tarp below. I stood back to see how well I had ruined the work and was surprised and disappointed to watch the painting become actually more interesting. Truth be told, my feelings were just a bit injured by the fact that I had made the work better by trying to destroy it. The colors, which had always been too close to primary for me, became richer for their distress, blended more interestingly. More disappointing was that my plan for automated destruction had to be abandoned. I still had no way to control the life—rather, death—of the painting

Ho finito So much blue (uscito qualche giorno fa in italiano per la Nave di Teseo, con il titolo Quanto blu) e già mi manca. Da morire. Anche se ancora ci sto rimuginando su. Anche se devo capire in che modo la storia/le storie del pittore Kevin Pace mi abbiano toccato. Perché mi ha toccato. Mi ha toccato tantissimo.

Il fatto è che l’arte, qualsiasi forma d’arte, può essere usata sia per fuggire sia per dire l’indicibile, sia per nascondersi sia per rivelare i propri lati più oscuri. L’arte, qualsiasi forma d’arte, non ha perché, non ha spiegazioni, e l’idea dell’espressione artistica come espressione di sé, se prima risultava solo superficiale e ridicola, adesso, dopo questo libro, è una roba di una vuotezza che sbigottisce e di un’arroganza capace di far cadere le braccia.

Plato would have me believe that my painting was an imitation of something. In fact my perceptions of the concrete things were tenebrous representations of some ideal. So I, the painter, was imitating an imitation, making a simulacrum of a simulacrum. Fuck Plato, I thought, the painting in front of me was not an imitation, not a representation, but the concrete ideal. My perception of it might well have been a representation, but the painting, well, it was the painting.

Perché Kevin, attraverso l’arte, fugge, indaga, si indaga, viene a compromessi con chi lo circonda e con la sua vita, e poi azzarda, si scopre e si rivela, ma non si esprime mai. Come quella di Everett, la tavolozza di Pace nasconde un’ombra, adorna un vuoto, puntella delle macerie, scuote la polvere, rassetta le stanze interiori del protagonista e ce le rende visitabili, ma non comprensibili. come sempre, la voce di Everett è ironica, asciutta. mai imperativa, attenta alle circostanze e alle reazioni ad esse, attenta alla vita, sgomenta ed esultante nel confrontarsi, senza mai imporsi, con le altezze e gli abissi di quest’ultima.

Perché l’arte può essere rifugio, surrogato, dipendenza, ma anche mezzo di salvezza, nella sua capacità di svelare tutto senza dire niente. Può essere nascondiglio, scusante, alibi per le proprie mancanze, e l’astrazione può essere più realista del re per la sua capacità di rivelare la verità aldilà delle circostanze che l’hanno creata, esattamente come la riflessione romanzesca.

Blue was not mine. And by extension green was not mine. In fact, in Japanese and Korean, blue and green have the same name. As blue as the sky is, the color came late to humans. The reds, browns, and ochers that I used so much were the colors of the cave dwellers, but they had no blue on their walls. I sometimes hated blue. I could not stand to see the Prussian blue in the waves of Hokusai. For that reason, for my disdain of the color, I knew it was important, that my dislike of it was a function of fear and that fear, like all fear, was a function of lack of ken. I looked at the shadows in the room, shadows full of blues. Cobalt, cerulean, ultramarine, emerald green, Guillet green. Van Gogh wrote to his brother Theo about the intensity of cobalt. He was crazy, you see.

Mentre leggevo, mentre mi immergevo in questo protagonista così distante e così simile a noi tutti, riflettevo su ciò che di più onesto spinge a creare, sulle differenze tra invenzione artistica e menzogna e propaganda, e su quanto l’azione di indagare e l’amore (che poi, a mio parere, l’amore non è altro che un’indagine benevola e costante) siano il miglior viatico e lo strumento più efficace per creare nel vero e più puro senso del termine, e per restituire quel senso di verità e vita che fa grandi le opere artistiche (e, va da sè,  letterarie, musicali, architettoniche).

Perché non è l’abilità o l’arguzia letteraria a rendere un’opera grande, ma la quantità di vita che scorre in essa. E in epoche di narrazioni pervasive, globali, sociali, la storia di un uomo che affronta i suoi abissi e i rende nella loro universalità, che ha il coraggio di rendersi talmente vulnerabile da mostrare il suo terrore, la sua freddezza e il suo dolore, è una roba che fa benissimo, e aiuta a vivere con una forza, una consapevolezza e una tenerezza che mai come adesso sono necessarie per dare senso a noi e ai nostri tempi.

“So much blue,” she said. “So much blue.”
“Now you know everything.”
“So much blue.”

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