giovedì 20 febbraio 2020

Cambio casa :-)

Siamo cresciuti, e qui cominciavamo a stare un po' stretti; ergo abbiamo cambiato casa, comprandone una tutta nostra: e adesso i trovate qui:



Ci vediamo :-)

martedì 11 febbraio 2020

Gotham in my life (perché non c'è solo quel "Joker")

Joaquin Phoenix ha vinto l’Oscar, e nell’arco di due giorni già tre persone mi ha detto Ma guarda che Joker è un bel film e lui è bravissimo, devi assolutamente andare a vederlo, ha vinto anche l’Oscar, e allora io penso ancora di più che a vedere Joker non ci vado neanche con una pistola puntata alla testa, perché la storia di una persona instabile mentalmente che,  per colpa della società brutta e cattiva, diventa un omicida/simbolo della ribellione alla società brutta e cattiva non suscita in me il minimo interesse, a meno che il precipizio nella follia non abbia implicazioni filosofico-esistenziali (parlerò prossimamente di Colpo di Spugna).

Oltre a questo mi viene decantata (ma questo anche prima dei premi a Phoenix - che, sia chiaro, rimane un attore di categoria superiore) la verosimiglianza dell’ambientazione gothamita, che, capperi, è diventata una metropoli come tante!, con i problemi e gli intrighi di tutte le metropoli! e niente supereroi! E allora io sorrido internamente, e rifletto sul fatto che se avessi il potere di creare un film o una serie sull’universo batmaniano io andrei bella diritta su due storie che (credo) ci siamo filati in tre e che sono meravigliose, ovvero, in ordine rigoroso di preferenza, Gotham underground di Tieri e Calafiore e Joker di Azzarello e Bermejo.
 Joker racconta la storia del ritorno di Joker in libertà dopo essere stato rinchiuso ad Arkham, e di come il nostro risalga la china dopo aver perduto la leadership nel mondo criminale gothamita. Il tutto viene filtrato dallo sguardo di un povero sfigato, Johnny Frost, che crede di aver fatto il colpaccio nella carriera della malavita diventando il braccio destro del pagliaccio e che si ritrova, man mano che la storia procede, una più sicura e salutare professione di apprendista cameriere in un fast food.
Il taglio della vicenda è iperrealista, Batman è una presenza che aleggia e che si palesa solo alla fine, Gotham è un ambiente quasi alla Mann o da gangster movie classico (o forse postmoderno), i disegni di Bermejo sono SPETTACOLARI, i comprimari (praticamente buona parte dei villains batmaniani) sono caratterizzati velocemente ma con efficacia. L’unico difetto che mi sento di riconoscere all’opera è che non so quanto potrebbe piacere a chi non mastica con una certa confidenza l’universo di Gotham (per quanto si possa avere una confidenza con l’universo di Gotham, tra cicli e spin-off e reboots che molto spesso si contraddicono l’uno con l’altro - ma secondo me è proprio questo il bello dell'universo gothamita), perché tante volte si ha l’impressione di leggere una rielaborazione personale di un immaginario e non un’opera a sé stante, sebbene Joker sia fuori da qualsiasi continuity.
Da parte mia, adoro questa graphic novel proprio per la sua capacità di tradurre i suoi protagonisti in una controparte più “reale” senza tradirli nelle loro caratteristiche e nella loro essenza, e per aver (finalmente) infilato un po’ di erotismo nel generalmente castissimo (e represso) universo batmaniano. E sebbene il tenere fuori il pipistrello per quasi tutta l’opera sia un po’ una furbata, questa non rovina il piacere della lettura.
Gotham underground, invece, è un puro orgasmo con una trama complessissima (nove volumi) fatta più di tutto di mazzette, corruzione, affari sporchi, guerra (sotterranea, ovviamente) fra gang, alleanze, tregue e tradimenti. Bruce Wayne non è solo Batman, c’è tutta la Batfamiglia e Gordon e cazzi e mazzi, e la cosa ganzissima è che si lavora sui toni di grigio come poche volte mi è capitato di leggere in un fumetto. Si respira un’aria di sottobosco criminale stranamente borghese (anche se non mancano le efferatezze), i disegni di Calafiore sono molto più “puliti” (anche se con molto meno appeal) di quelli di Bermejo, il clima è più leggero, tutti i personaggi sono ritratti con una certa umanità, tra conti personali e affari commerciali di cui non si sa quale sia la vera direzione o il vero scopo.
In quanto fiera paladina del compromesso etico, Gotham underground è la mia storia batmaniana preferita in assoluto, proprio perché, come ho detto, ritrae dei personaggi che se la devono sfangare in un dato ambiente, un ambiente pericoloso e ostile, e che lo sanno benissimo, e che, per quanto se ne vogliano allontanare, o combattere, devono per forza farci i conti, e venirne a patti, scegliendo il male minore in un mondo che sarebbe bellissimo, se non fosse impossibile, dividere con sicurezza in buoni e cattivi, ma che proprio non si può, e ci si deve accontentare a non fare troppi danni.
Cose che, da parte mia, sono molto più vicine al mondo nel quale ci tocca vivere, aldilà di ogni semplicistica visione pseudo-politica.
E intanto mi preparo psicologicamente a tutte le persone che verranno a dirmi che devo vedere Joker, che probabilmente mi trasformeranno in un’omicida/simbolo della ribellione contro la società brutta e cattiva che mi ripete che devo vedere Joker :-)

giovedì 6 febbraio 2020

Il mio film preferito con Kirk Douglas: "Uomini e cobra" di Joseph Leo Mankiewicz


È morto Kirk Douglas, e c’è questo film che non è perfetto (riconosco che l’incedere è troppo frammentario), ma che io adoro. Il titolo originale è There was a crooked man, ed è uno di quei film nichilisti pessimisti e cupi, cinici oltre ogni di re nei confronti della natura umana, ma che sono anchi così spavaldi, con dei personaggi bastardi così simpatici e buoni così cretini (ma che forse tanto cretini non sono) che non puoi che volergli bene.

Il fatto è che guardi questa commedia nera travestita da western innestata in film carcerario e già capisci che Mankiewicz doveva averne viste di ogni, personalmente e professionalmente, perché il clima è isterico, arrabbiato, amarissimo e orgogliosamente svalvolato e sa tanto di vita vera, di sfottò, di sghignazzata acida, di aspettative costantemente frustrate, di ideali con cui ci si può nettare le natiche con allegria, di corruzione inevitabile e forse necessaria.


E in tutto ciò si ride come dei matti, e si adora la faccia da schiaffi, gli occhialetti da intellettuale e la lingua velenosa del magnifico (e divertitissimo, e doppiato Gigi Proietti) Kirk, e poi c’è la coppia di criminali gay, e il tipo che, nel percorso di rieducazione del nuovo direttore del carcere, dipinge angeli con le tette abnormi, e c’è la gag dello strip che fa piegare in due, tutto in questo clima contestatore e scanzonato che rende tutto vivo e vivido, mentre i tutori della legge e dell’ordine sembrano solo dei poveri illusi, che l’unica cosa che si può dire è: ad avercene, di roba del genere, oggidì, dove tutto è problematico e calibrato e serio, serio, serio da morire e da morirne.

Che poi, alla fine, Kirk Douglas è stato un attore di un’energia esplosiva e trascinante per tutta la sua carriera, e secondo me a fare la carogna aveva una marcia in più (questo film, L’asso nella manica su tutti, ma anche Le catene della colpa o Il grande campione), perché cambiano i toni e contesti e tutto, ma mi dava sempre l’impressione di divertirsi come un matto.
Quindi eccomi qui, nel mio minuscolo, a celebrare un attore attraverso un film tra i più strani, che è stato un flop al botteghino, e che le rare volte che lo danno in tv io sono lì.

lunedì 3 febbraio 2020

"Quanto blu": "So much blue" di Percival Everett



I took the canvas into the private shed and locked myself in, put on my mask and heavy gloves, filled a spray bottle with caustic soda, and attacked the work. The chemical foamed ever so slightly but mostly ran down the surface and fell onto the tarp below. I stood back to see how well I had ruined the work and was surprised and disappointed to watch the painting become actually more interesting. Truth be told, my feelings were just a bit injured by the fact that I had made the work better by trying to destroy it. The colors, which had always been too close to primary for me, became richer for their distress, blended more interestingly. More disappointing was that my plan for automated destruction had to be abandoned. I still had no way to control the life—rather, death—of the painting

Ho finito So much blue (uscito qualche giorno fa in italiano per la Nave di Teseo, con il titolo Quanto blu) e già mi manca. Da morire. Anche se ancora ci sto rimuginando su. Anche se devo capire in che modo la storia/le storie del pittore Kevin Pace mi abbiano toccato. Perché mi ha toccato. Mi ha toccato tantissimo.

Il fatto è che l’arte, qualsiasi forma d’arte, può essere usata sia per fuggire sia per dire l’indicibile, sia per nascondersi sia per rivelare i propri lati più oscuri. L’arte, qualsiasi forma d’arte, non ha perché, non ha spiegazioni, e l’idea dell’espressione artistica come espressione di sé, se prima risultava solo superficiale e ridicola, adesso, dopo questo libro, è una roba di una vuotezza che sbigottisce e di un’arroganza capace di far cadere le braccia.

Plato would have me believe that my painting was an imitation of something. In fact my perceptions of the concrete things were tenebrous representations of some ideal. So I, the painter, was imitating an imitation, making a simulacrum of a simulacrum. Fuck Plato, I thought, the painting in front of me was not an imitation, not a representation, but the concrete ideal. My perception of it might well have been a representation, but the painting, well, it was the painting.

Perché Kevin, attraverso l’arte, fugge, indaga, si indaga, viene a compromessi con chi lo circonda e con la sua vita, e poi azzarda, si scopre e si rivela, ma non si esprime mai. Come quella di Everett, la tavolozza di Pace nasconde un’ombra, adorna un vuoto, puntella delle macerie, scuote la polvere, rassetta le stanze interiori del protagonista e ce le rende visitabili, ma non comprensibili. come sempre, la voce di Everett è ironica, asciutta. mai imperativa, attenta alle circostanze e alle reazioni ad esse, attenta alla vita, sgomenta ed esultante nel confrontarsi, senza mai imporsi, con le altezze e gli abissi di quest’ultima.

Perché l’arte può essere rifugio, surrogato, dipendenza, ma anche mezzo di salvezza, nella sua capacità di svelare tutto senza dire niente. Può essere nascondiglio, scusante, alibi per le proprie mancanze, e l’astrazione può essere più realista del re per la sua capacità di rivelare la verità aldilà delle circostanze che l’hanno creata, esattamente come la riflessione romanzesca.

Blue was not mine. And by extension green was not mine. In fact, in Japanese and Korean, blue and green have the same name. As blue as the sky is, the color came late to humans. The reds, browns, and ochers that I used so much were the colors of the cave dwellers, but they had no blue on their walls. I sometimes hated blue. I could not stand to see the Prussian blue in the waves of Hokusai. For that reason, for my disdain of the color, I knew it was important, that my dislike of it was a function of fear and that fear, like all fear, was a function of lack of ken. I looked at the shadows in the room, shadows full of blues. Cobalt, cerulean, ultramarine, emerald green, Guillet green. Van Gogh wrote to his brother Theo about the intensity of cobalt. He was crazy, you see.

Mentre leggevo, mentre mi immergevo in questo protagonista così distante e così simile a noi tutti, riflettevo su ciò che di più onesto spinge a creare, sulle differenze tra invenzione artistica e menzogna e propaganda, e su quanto l’azione di indagare e l’amore (che poi, a mio parere, l’amore non è altro che un’indagine benevola e costante) siano il miglior viatico e lo strumento più efficace per creare nel vero e più puro senso del termine, e per restituire quel senso di verità e vita che fa grandi le opere artistiche (e, va da sè,  letterarie, musicali, architettoniche).

Perché non è l’abilità o l’arguzia letteraria a rendere un’opera grande, ma la quantità di vita che scorre in essa. E in epoche di narrazioni pervasive, globali, sociali, la storia di un uomo che affronta i suoi abissi e i rende nella loro universalità, che ha il coraggio di rendersi talmente vulnerabile da mostrare il suo terrore, la sua freddezza e il suo dolore, è una roba che fa benissimo, e aiuta a vivere con una forza, una consapevolezza e una tenerezza che mai come adesso sono necessarie per dare senso a noi e ai nostri tempi.

“So much blue,” she said. “So much blue.”
“Now you know everything.”
“So much blue.”

sabato 1 febbraio 2020

Momenti di scioglievolezza norvegese

Oggi ho un’intensa voglia di cioccolata. Sono golosa, che posso farci? Non solo di dolci, per la verità, ma la cioccolata è sempre una tentazione fortissima. La voglia mi coglie improvvisa mentre sto lavorando, e il pensiero va al blocco di cioccolata fondente che ho nel cassetto, e che morderei volentieri; ma poi in effetti penso che non ho un coltello adatto, che non riuscirei a tagliarla in modo adeguato, che neanche posso addentarla (si tratta di un blocco piuttosto grosso) e quindi desisto.
Ma, naturalmente, cosa succede quando non puoi fare una cosa? Il pensiero della cioccolata continua a ronzarmi in testa, e per associazione di idee mi viene in mente quella che mi comprava mia nonna quando ero piccola. All’epoca esistevano delle tavolette più o meno quadrate di una nota marca (non so se quel formato si trova ancora) declinate in diverse varianti: fondente, al latte, alle nocciole e al miele (ecco, questa sono sicura che non l’ho più vista in giro). Mia nonna me ne comprava sempre una piccola scorta per la Befana, insieme a dei pezzi sfusi di vari colori: oltre al classico marrone c’era quella rosa, alle rose appunto, e verde, al pistacchio.
Più tardi, per un certo periodo mi piacquero parecchio le tavolette di cioccolato ripieno. Niente liquore, per carità, ma tavolette suddivise in quadratini bombati ripieni di una mousse alla fragole o di uno sciroppo dolce alla ciliegia che mi mandava in brodo di giuggiole. Oggi preferisco di gran lunga il cacao poco lavorato, ma da ragazzina questo abbinamento lezioso di sapori e consistenze mi deliziava. Mettevo in bocca un quadratino ed ecco che, appena iniziava a sciogliersi l’involucro esterno, scoprivo un piccolo cosmo completamente diverso. Era come assaggiare un tesoro nascosto, come una sorpresa sempre nuova. Come una perla dentro un’ostrica. Come le Danze Norvegesi di Grieg, deliziosamente tripartite: un involucro grintoso di theobroma croccante che lascia spazio ad una parte centrale morbida e meditativa. 
Sono sicura che oggi quel tipo di cioccolata non avrebbe lo stesso sapore, non sarebbe altrettanto buona, quindi credo che dopo tutto mangerò un pezzo della mia classica fondente, più ragionevole e sensata. Però, ascoltando Grieg!




Alessandra Ghilardi