giovedì 30 gennaio 2020

Una storia atroce e grottesca: "Vita breve di un giovane gentiluomo" di Jean Teulé


 Giunti al penitenziario dell’isola di Nou, i condannati ai lavori forzati per il caso Hautefaye furono soprannominati dai detenuti: “Assaggia grasso”, “Ben cotto”, “Al punto giusto”, “La grigliata” ecc.

La prima cosa che ho fatto quando ho finito di leggere Breve vita di un giovane gentiluomo di Jean Teulé (sì, sempre lui, il folle amore del mio 2019, anno in cui ho letto questo libro, che si sta confermando nel 2020) è stata di andare a cercare in giro i fatti narrati dall’autore, ed è una cosa che mi ha raggelato il sangue, perché io quelle cento paginette edite da Neri Pozza le ho lette praticamente in apnea, in una nottata, tornando spessissimo a rivedere, a ricercare, l’origine di quel delirio, che ho dovuto digerire per due o tre mesi prima di riuscire a scriverne.

Premetto che Breve vita di un giovane gentiluomo è un libro che richiede un certo stomaco, nel senso che la storia di quest’uomo benvoluto da tutti e vicesindaco del suo paese che una mattina, in seguito a un banalissimo equivoco, viene picchiato, torturato, bruciato vivo e mangiato dai suoi compaesani lascia allibiti a dir poco. Annichiliti dall’orrore, ecco, forse è il termine più adatto, perché questa malvagità collettiva e deresponsabilizzata, quest’odio viscerale riversato su un poveraccio che aveva fatto solo del bene al prossimo è un qualcosa che ci fa sentire terrificati e ci ricorda che ciò che ci separa dalla stupidità malvagia è un qualcosa di molto più sottile di quello che possiamo immaginare.

Alcuni brandelli di carne incenerita salgono impalpabili nell’azzurro di quel cielo cantore che lo reclama a sé. Finalmente cessa il tormento di quell’estasi che peggiore fine non avrebbe potuto avere. Le sue ceneri si levano finalmente in pace sopra quel mondo imbecille, sopra  gli abissi sordi di quella gente colpevole di un crimine che li ha travolti. ma, oh, adesso sì che quella carne cuoce sul suo sugo! È una triste fine. Molti ora si chiedono: «Ma chi era?» Hanno massacrato un uomo per tutto il pomeriggio senza neanche preoccuparsi di chi fosse.

Ancora una volta Teulé parla della storia per parlare di noi, dei nostri istinti più bassi e del fatto che cose incredibili possono diventare credibilissime, che possiamo fare cose atroci per poi dichiarare, nudi davanti a noi stessi, che non sappiamo come ciò sia potuto succedere, e che il potere, davanti alla follia di molti, delle vittime se ne lava le mani, spingendo addirittura i carnefici ad azioni ancor più efferate (il titolo originale dell’opera suona Mangiatelo, se volete).

Il fatto è che i linciaggi ci sono ancora, le torture anche, i capri espiatori di quell’odio che ci portiamo dentro senza neanche saperlo sono sempre disponibili, e addirittura letteralmente pasteggiamo del dileggio altrui nell’indifferenza completa delle istituzioni; e per me l’opera di Teulé diventa un monito a vigilare costantemente su me stessa, perché difficilmente lo farà qualcuno al posto mio, di sapermi difendere, perché il potere appoggerà sempre il più forte, e di ricordarmi che la legge ha i suoi limiti e che la giustizia è e sarà sempre monca e inadeguata, perché noi siamo imprevedibili.
E quel che rimane allora è la Storia e le storie che si raccontano su di essa, e osservare come alla fine non siamo poi così cambiati, e ricordare di cosa siamo intimamente capaci.

E, di nuovo, vigilare, vigilare, vigilare.


(l'uomo della foto è Alain deMoneys, protagonista-vittima della vicenda raccontata da Teulé; qui, se conoscete il francese o vi affidate al traduttore di Google, potete leggere la voce che Wikipedia ha dedicato alla vicenda)

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