sabato 4 gennaio 2020

Medea. "L'amore per nessuno" di Fabrizio Patriarca


Ed ecco Riccardo, teso in ogni muscolo ma apaticamente padrone di sé, di fronte alle deprimenti strettoie dell’epilogo. Gli eventi di oggi infettano il domani sintetizzando molecole di delusione. Le storie - se ci consolano - sono atti di carità, pressappoco. Altre storie non consolano nessuno.

Mi ricordo, quando uscì Tokyo transit, che lo stile dell’autore Fabrizio Patriarca fu stralodato e incensato urbi et orbi per la sua eleganza, per la sua raffinatezza, per la sua complessità. Io, che lessi il romanzo abbastanza in preda al terrore perché era la mia seconda presentazione (che però contavo come prima, perché la volta precedente avevo presentato una persona che già conoscevo), non mi sono poi così squagliata per il modo di scrivere di Patriarca, perché lo trovavo soltanto coerente con quello che raccontava (che era una roba stranissima, che talvolta non capivi dove volesse andare a parare, ma se tenevi botta era un qualcosa di profondamente epidermico e appagante), e scindere le due cose non mi piaceva.

Ne L’amore per nessuno ho trovato questo legame ancora più stretto, perché la storia di Riccardo Sala, uno sceneggiatore illuminato dall’idea di una serie televisiva su Medea che abbia per protagonista Annamaria Franzoni, è talmente vorticosa, e al contempo immobile, che invoca di essere trattata con uno stile denso ma sfilacciato che non si limita a raccontare, ma si incastona alla perfezione alla materia narrata, ovvero quella dell’incontro tra una sofferenza comune quanto insopportabile che cerca collocazione e spiegazione, un personaggio saltato agli onori della cronaca e del trash e un mito che tutto dovrebbe racchiudere e riassumere tutto questo, e magari spiegarlo.

Era un venerdì pomeriggio affilato da rovelli contusionali e dalla solerte lima nichilista, Riccardo si massaggiò la mano dolorante mentre fissava lo schermo dell’iMac: contenuti dalle pareti dello studio, i suoi pensieri alati vorticavano com e foglie simboliche in un film di Zemeckis. Li abbatté uno dopo l’altro con occhiate di bieco realismo. Un giorno avrebbe dovuto calcolare seriamente l’apporto della pigrizia a tutta quella storia, per ora lasciò che il cervello staccasse lentamente una funzione dopo l’altra. Dieci minuti prima aveva rovesciato una bustina di Oki sotto la lingua: temeva la frattura del metacarpo, temeva l’agguato collaterale di setticemia e cancrena, però si stava chiedendo se più tardi sarebbe riuscito ad allenarsi come se niente fosse.

Il mondo raccontato da Patriarca è un mondo vagamente fassbinderiano, un mondo fatto di terrore della vulnerabilità e di costruzione di corazze; un mondo i cui oggetti, le cui componenti sono inseribili nelle categorie della cultura alta e del pop, ma queste stesse categorie si inseriscono l’una nell’altra, privando il tutto di qualsiasi appiglio per potersi orientare, perché il privato diventa un universale che però deve in qualche modo essere addomesticato per essere digerito da un pubblico, e l’angoscia, il male di vivere, non può che manifestarsi nel sarcasmo e in indifferenze coltivate con costanza e pazienza, e tutto per difendersi dall’amore, dal desiderio d’amore, dall’inadeguatezza nel darlo e nel riceverlo per tutta una serie di validissimi e plausibilissimi motivi; e tutto questo si muove in spazi ridottissimi e al contempo siderali.

E allora niente, perché anche questo romanzo è una roba stranissima, che chiaramente non ho compreso a pieno, e che forse non comprenderò a pieno mai, ma che mi è piaciuta un sacco.

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