giovedì 2 gennaio 2020

Il discorso di fine anno


Mi rendo conto che parlare delle parole di un uomo politico equivale a parlare di politica, ma il discorso di fine anno del presidente Mattarella è stato talmente spettacolare che non sto nella pelle. Solo ieri l’ho ascoltato per tre volte, e oggi, appena sveglia, prima di alzarmi dal letto, l’ho riletto due volte, perché, ribadisco, questo discorso è una delle cose più galvanizzanti e intelligenti pronunciate da un politico, con tutto che Mattarella è già di suo un uomo galvanizzante e intelligente, provvisto di un carisma pacato e discreto, fermo, perfetto garante della nostra Costituzione e persona di uno spessore indiscutibile.

Vi è una diffusa domanda di Italia. Abbiamo problemi da non sottovalutare. Il lavoro che manca per tanti, anzitutto. Forti diseguaglianze. Alcune gravi crisi aziendali. L’esigenza di rilanciare il nostro sistema produttivo. Ma abbiamo ampie possibilità per affrontare e risolvere questi problemi. E per svolgere inoltre un ruolo incisivo nella nostra Europa e nella intera comunità internazionale.

Questo discorso si piazza direttamente tra le letture più belle e appaganti di questo appena iniziato 2020 (il 31 non ho avuto la possibilità di ascoltarlo): smettiamo di lagnarci, cominciamo a comportarci da persone decenti e magari diamo prova di quella spettacolarità e indipendenza di pensiero e di azione di cui siamo capaci. Siamo italiani, abbiamo un patrimonio di genio alle spalle, e allora piantiamola di comportarci da vittime, smettiamola di sentirci attaccati; se esiste anche una sola virgola geniale e attiva nel nostro DNA (ed esiste) tiriamola fuori, cerchiamo il buono, creiamo il buono, creiamo il magnifico, prendiamoci la responsabilità di costruire un nuovo modo di pensare, di immaginarlo e di lavorarci. Lo abbiamo fatto per secoli, ce l’abbiamo nel sangue, lo possiamo fare, lo sappiamo fare, alcuni di noi, molti di più di quello che pensiamo, lo stanno facendo, e allora prendiamo ispirazione da loro, e al diavolo il resto.

Una associazione di disabili mi ha donato per Natale una sedia. Molto semplice ma che conserverò con cura perché reca questa scritta: «Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi». Esprime appieno il vero senso della convivenza. Due mesi fa vicino Alessandria, tre Vigili del Fuoco sono rimasti vittime dell’esplosione di una cascina, provocata per truffare l’assicurazione. Nel ricordare – per loro e per tutte le vittime del dovere – che il dolore dei familiari, dei colleghi, di tutto il Paese non può estinguersi, vorrei sottolineare che quell’evento sembra offrire degli italiani due diverse immagini che si confrontano: l’una nobile, l’altra che non voglio neppure definire. Ma l’Italia vera è una sola: è quella dell’altruismo e del dovere. L’altra non appartiene alla nostra storia e al sentimento profondo della nostra gente.

Riscopriamo chi siamo, facciamoci stimolare dalle eccellenze, riconosciamole come parte di noi, osserviamo il mondo e facciamo qualcosa di buono, qualunque cosa di buono, perché tutti sappiamo che fare del bene è l’unico modo di smetterla di sentirsi spaventati, minacciati, impauriti, e trasformiamo le nostre vite in capolavori. Prendiamoci la responsabilità dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri, delle nostre vite e del modo di costruirle. Apriamoci alle possibilità e focalizziamoci sul bello. Progettiamo, miglioriamo, realizziamo, ringraziamo per ogni occasione che abbiamo di gioire e di crescere. 
E, soprattutto, amiamo, amiamo senza riserve e senza paura, amiamo finché nel nostro cuore non ci sarà spazio per altro.

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