mercoledì 22 gennaio 2020

Amo Panos Cosmatos - Parte Seconda: "Beyond the Black Rainbow"





Il secondo film di Panos Cosmatos (che poi sarebbe il primo) è bello quanto Mandy, e altrettanto lento, e altrettanto strascicatissimo nei dialoghi, con una protagonista femminile, Elena, che potrebbe essere una versione più giovane di Mandy e un protagonista maschile, Barry Nyle, interpretato da un Michael Rogers mastodontico, che è la meraviglia delle meraviglie. Anche qui l’opera è strettamente sensoriale, visiva e ipnotica, la trama è esilissima (Elena, una ragazza con dei notevoli poteri psichici, è rinchiusa in una sorta di clinica-centro di ricerca-prigione ed è seguita dal guru/psichiatra della suddetta clinica. Poco dopo la metà, lo splatter-simbolista trionfa), tutto si gioca su ritmi, luci, sui vuoti, sulle assenze e le ellissi.


Beyond the Black Rainbow è una di quelle opere lisergico-maeditative che a me piacciono molto, soprattutto quando non hanno pretese di guida spirituale o senso della vita ma s’innestano in un genere spalancandone le vibrazioni immaginifiche e sensoriali, e devo dire che se il film (o, meglio, i primi tre quarti del film) fosse durato di più l’avrei trovato pretenzioso e insostenibile. Per fortuna uno dei pregi principali di Cosmatos è che sa quando fermarsi, e in questo caso lo fa letteralmente sul ciglio del precipizio; e anche qui, come in Mandy, non si tratta di un giochino o di un vezzo, ma di una propria poetica, di un modo peculiare e personalissimo di vedere la narrazione, i personaggi e le immagini.

Che poi, come ho scritto tra parentesi, il film è pienamente cosmatosiano per tre quarti, mentre il finale ha un’andatura e un’estetica molto più tradizionale e riconoscibile, più gestibile a livello di aspettative, di ritmo, di riconoscibilità; che poi questa variazione coincida con la spoliazione di Nyle e la fuga di Elena dalla clinica suona molto apertura verso l’esterno da parte non solo di un personaggio, ma anche di un regista che, fino a quel momento, ci ha condotti in un immaginario strano, inquietante e misterioso senza farci particolari concessioni e senza darci spiegazioni (e in questo Cosmatos, a mio parere, in Mandy si è evoluto, perché i vari movimenti della storia sono molto più coerenti e lineari, senza svolte e virate improvvise), innestandoci in una realtà enigmatica e ambigua, di difficile inquadramento ma di incredibile spessore immaginifico, rilanciato con uno dei finali più belli e spalancati di sempre (come quello di Mandy, d’altronde), una roba che ancora mi risuona dentro.

E allora non resta che aspettare il prossimo film.

Nessun commento: