lunedì 13 gennaio 2020

Amo Panos Cosmatos - Parte prima: "Mandy"



Mi sono noleggiata Mandy perché il trailer era fighissimo, Nicholas Cage sembrava aver ritrovato un po’ di vita e soprattutto perché Andrea Riseborough è di una bellezza sconvolgente. Ho visto il film doppiato e non, e consiglio vivamente di vederlo in lingua originale, sebbene i dialoghi decisamente non siano il punto di forza del film.
Il fatto è che Mandy è un’esperienza visiva e sonora che va goduta al buio, possibilmente attraverso uno schermo gigante e con una buona sospensione dell’incredulità proprio per quei discorsi recitati in tono declamatorio e intensissimo anche se un personaggio chiede all’altro di passargli la carta igienica; e tuttavia, una volta che si entra nel film, l’esagitazione sopra le righe di tutti. accompagnata dalla trama più esile e basica che si possa immaginare (1983 - Mandy e Red vivono isolati nel bosco, il capo di una banda di fricchettoni fuori di testa s’invaghisce di lei e la rapisce, lei muore malissimo, Red si vendica e fa una strage) e raccontata con una lentezza esasperante diventa uno degli elementi di forza di una pellicola dalla quale si fatica a staccare gli occhi.

Parlare di eleganza visiva è riduttivo, perché a mio parere Mandy è una vera e propria apocalisse dell’immaginario: la fisicità che irrompe sulla quiete e la trasforma in massacro con un ambaradan che, paradossalmente, rende tutto rarefatto e stranamente sospeso. 
La cosa ganza è che, sebbene si riconosca in Mandy moltissimo cinema, il film non si riduce mai a un giochino, non è mai meta, ma anzi, riconosce in quel meta un qualcosa di estremamente concreto di cui sono fatte le nostre menti e le nostre fantasie. I momenti in cui Red decide di vendicarsi e si prepara alla sua vendetta, per esempio, sono strani da morire: il tutto si gioca in un’atmosfera avulsa da ogni coordinata tangibile, un misto tra un'abbrutimento, una crescita e il passaggio tra due mondi (e non è detto che alla fine non sia così), che si avvertono assurdamente come reali, spessi, mentre il percorso verso di essi è nebuloso, astratto, indefinito.

Ed è allora che a me è venuta in mente la fine del mondo, una fine che già si avvertiva in Beyond the black Rainbow, quando il protagonista si spoglia dei suoi “accessori” normalizzanti ed esplode per quello che è (e ne parlerò in un altro momento) e che qui sembra quasi un invito ad armarci di motoseghe e fucili e prepararci ad abbracciare quell’incredibile che noi tendiamo ad avvertire come lontano, ma che invece abbiamo dentro. Dobbiamo ricordarci, dice Cosmatos, che la pace dello spirito, la stabilità emozionale, il senso di sicurezza, è transitorio nel migliore dei casi e completamente illusorio nel peggiore, che dobbiamo abbracciare, accogliere e proteggere il male che abbiamo dentro perché, per dirla con un detto zen, è meglio essere un guerriero in tempo di pace che un giardiniere in tempo di guerra, tanto più che nei giardini, e in noi, c’è molto più di quanto potremmo mai fantasticare.


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