giovedì 30 gennaio 2020

Una storia atroce e grottesca: "Vita breve di un giovane gentiluomo" di Jean Teulé


 Giunti al penitenziario dell’isola di Nou, i condannati ai lavori forzati per il caso Hautefaye furono soprannominati dai detenuti: “Assaggia grasso”, “Ben cotto”, “Al punto giusto”, “La grigliata” ecc.

La prima cosa che ho fatto quando ho finito di leggere Breve vita di un giovane gentiluomo di Jean Teulé (sì, sempre lui, il folle amore del mio 2019, anno in cui ho letto questo libro, che si sta confermando nel 2020) è stata di andare a cercare in giro i fatti narrati dall’autore, ed è una cosa che mi ha raggelato il sangue, perché io quelle cento paginette edite da Neri Pozza le ho lette praticamente in apnea, in una nottata, tornando spessissimo a rivedere, a ricercare, l’origine di quel delirio, che ho dovuto digerire per due o tre mesi prima di riuscire a scriverne.

Premetto che Breve vita di un giovane gentiluomo è un libro che richiede un certo stomaco, nel senso che la storia di quest’uomo benvoluto da tutti e vicesindaco del suo paese che una mattina, in seguito a un banalissimo equivoco, viene picchiato, torturato, bruciato vivo e mangiato dai suoi compaesani lascia allibiti a dir poco. Annichiliti dall’orrore, ecco, forse è il termine più adatto, perché questa malvagità collettiva e deresponsabilizzata, quest’odio viscerale riversato su un poveraccio che aveva fatto solo del bene al prossimo è un qualcosa che ci fa sentire terrificati e ci ricorda che ciò che ci separa dalla stupidità malvagia è un qualcosa di molto più sottile di quello che possiamo immaginare.

Alcuni brandelli di carne incenerita salgono impalpabili nell’azzurro di quel cielo cantore che lo reclama a sé. Finalmente cessa il tormento di quell’estasi che peggiore fine non avrebbe potuto avere. Le sue ceneri si levano finalmente in pace sopra quel mondo imbecille, sopra  gli abissi sordi di quella gente colpevole di un crimine che li ha travolti. ma, oh, adesso sì che quella carne cuoce sul suo sugo! È una triste fine. Molti ora si chiedono: «Ma chi era?» Hanno massacrato un uomo per tutto il pomeriggio senza neanche preoccuparsi di chi fosse.

Ancora una volta Teulé parla della storia per parlare di noi, dei nostri istinti più bassi e del fatto che cose incredibili possono diventare credibilissime, che possiamo fare cose atroci per poi dichiarare, nudi davanti a noi stessi, che non sappiamo come ciò sia potuto succedere, e che il potere, davanti alla follia di molti, delle vittime se ne lava le mani, spingendo addirittura i carnefici ad azioni ancor più efferate (il titolo originale dell’opera suona Mangiatelo, se volete).

Il fatto è che i linciaggi ci sono ancora, le torture anche, i capri espiatori di quell’odio che ci portiamo dentro senza neanche saperlo sono sempre disponibili, e addirittura letteralmente pasteggiamo del dileggio altrui nell’indifferenza completa delle istituzioni; e per me l’opera di Teulé diventa un monito a vigilare costantemente su me stessa, perché difficilmente lo farà qualcuno al posto mio, di sapermi difendere, perché il potere appoggerà sempre il più forte, e di ricordarmi che la legge ha i suoi limiti e che la giustizia è e sarà sempre monca e inadeguata, perché noi siamo imprevedibili.
E quel che rimane allora è la Storia e le storie che si raccontano su di essa, e osservare come alla fine non siamo poi così cambiati, e ricordare di cosa siamo intimamente capaci.

E, di nuovo, vigilare, vigilare, vigilare.


(l'uomo della foto è Alain deMoneys, protagonista-vittima della vicenda raccontata da Teulé; qui, se conoscete il francese o vi affidate al traduttore di Google, potete leggere la voce che Wikipedia ha dedicato alla vicenda)

lunedì 27 gennaio 2020

Autotrascendenza di un cuore pensante (una riflessione personale sulla Memoria e la sua giornata)

All'uomo nel Lager si può prendere tutto, eccetto una cosa sola: l’ultima libertà umana di affrontare spiritualmente, in un modo o nell’altro, la situazione imposta.
(Viktor Frankl)

Ascoltarsi dentro. Non lasciarsi più guidare da quello che si avvicina da fuori, ma da quello che s'innalza dentro.
(Hetty Hillesum)

La cosa veramente meravigliosa di Viktor Frankl ed Etty Hillesum, quella che più di tutte li rende degli esempi universali, è l’essere riusciti a trascendere il proprio dolore personale, affrontandolo in modo tale da lasciare ai posteri una testimonianza fortissima e salvifica su come affrontare le difficoltà che la vita ci presenta davanti.
Da parte mia, io non sarò mai abbastanza grata a Frankl (nello specifico, Uno psicologo nei lager) per avermi aiutato a tenere botta in una circostanza non facile, esattamente come adesso ringrazio il cielo di essere incappata in Etty Hillesum che mi sta insegnando tantissime cose sullo scrivere e il riflettere e il vivere.

Proprio oggi sono incappata in una definizione della Giornata della memoria, di questa giornata, come Giornata degli ebrei, con tanto di polemiche sul fatto che nella Storia ci sono state stragi ben più sanguinose e devastanti che non vengono ricordate con altrettanta attenzione e commozione; ecco, io penso che chi la pensa così rischi di perdere l’occasione di imparare dalle testimonianze che la Storia e le sue vittime ci hanno messo a disposizione e di vivere con più consapevolezza, presenza e gratitudine. 

Mia profonda convinzione è che la Storia debba essere trascesa per trarre un qualche imsegnamento che sia avulso dalle circostanze (leggere Guerra e pace per imparare un po’ come si fa), per capire che il dolore di ognuno è il dolore di tutti, e che bisogna fare di tutto perché tale dolore non sia più del necessario. Perché se il dolore passato non ci aiuta ad allargare i nostri orizzonti, e a tralasciare le piccolezze della vita allora questo dolore non è servito a nulla. E a mio parere la Giornata della memoria serve a questo, a prescindere dalle circostanze.

Quanto più l'uomo sentirà la propria vita come compito, tanto più essa apparirà significativa.
(Viktor Frankl)

Fiorire e dar frutto in qualunque terreno si sia piantati - non potrebbe essere questa l’idea?
(Etty Hillesum)


Il fatto che sia Frankl che Hillesum siano riusciti a lasciarci parole potenti e sagge nonostante abbiano attraversato l’inferno (Hillesum è morta ad Auschwitz, Frankl è sopravvissuto a quattro campi di concentramento) è per me una chiamata all’assunzione di responsabilità della mia vita irresistibile. Che poi alla fine la Memoria non è altro che questo questo: capire, assumersi il carico di quello che si è capito, riempire d’amore e vita quello che si è capito, capire di più, capire meglio.
E poi vivere ogni giorno e senza paura quello che si è capito.

venerdì 24 gennaio 2020

Mai più il risciacquo e il secchio…….

Mi fa sempre sorridere come spesso si tenda a identificare dei brani di musica classica famosi con delle occasioni (“ma non era il pezzo suonato quando andammo al compleanno di Tizio?”) o con delle pubblicità (ve la ricordate l’Habanera della Carmen, meglio nota come “Aiax, igiene sì fatica no”?). Perché, mentre a volte si fa fatica a distinguere un brano da un altro, è decisamente più semplice associare le melodie a uno slogan oppure a un evento preciso, che si identifica con quelle note.
Ad esempio, io ho scoperto in età adulta che la marcia nuziale normalmente usata ai matrimoni italiani è sia il Coro Nuziale dal Preludio all’Atto III del Lohengrin di Wagner (anche noto come “marcia nuziale in entrata, quella più solenne”), che la Marcia Nuziale dal Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn (meglio conosciuta come la “marcia nuziale di uscita, più allegra”). E non c’è storia, se dovessi assistere a una rappresentazione del Lohengrin, cosa che reputo peraltro piuttosto poco probabile anche perché non amo particolarmente Wagner, quella melodia per me sarebbe sempre la marcia nuziale dei matrimoni italiani, e stessa cosa vale per la marcia di Mendelssohn.





Per Capodanno sono stata al concerto beneaugurale offerto alla cittadinanza dal nostro Comune, e quando l’orchestra ha iniziato a suonare il valzer Voci di Primavera, sapevo bene che si trattava di un valzer famoso di Strauss, ma nella mia mente visualizzavo delle forme di parmigiano che danzavano felici (e in effetti qualcuno nel pubblico ha esclamato “Parmareggio!”).



Un’altra melodia che associo ad un contesto specifico è quella di Offenbach, tratta dall’Ouverture dell’Orfeo all’Inferno. Cliccate sul link e ascoltate il brano: all’incirca al minuto 8:00 vi scorderete di Orfeo, di Euridice e dell’Inferno e sarete trasportati al ben più allegro Moulin Rouge a guardare il Can Can, magari con Toulouse-Lautrec che disegna uno dei suoi manifesti, bevendo un bicchiere di assenzio. Se volete maggiori informazioni sull’assenzio, potete chiedere all’esperto epicureo di vini e liquori Cristian Borghini.



Ma in assoluto, il brano di cui neanche mi viene in mente il titolo, perché è indissolubilmente legato ad una pubblicità di qualche anno fa, è la Danza delle spade di Khachaturian. Altro che danza, altro che spade! Questa è la musica di “chicchiricchichi pulisce più di Chanteclair”, e sfido chiunque a pensarla diversamente!



Alessandra Ghilardi

mercoledì 22 gennaio 2020

Amo Panos Cosmatos - Parte Seconda: "Beyond the Black Rainbow"





Il secondo film di Panos Cosmatos (che poi sarebbe il primo) è bello quanto Mandy, e altrettanto lento, e altrettanto strascicatissimo nei dialoghi, con una protagonista femminile, Elena, che potrebbe essere una versione più giovane di Mandy e un protagonista maschile, Barry Nyle, interpretato da un Michael Rogers mastodontico, che è la meraviglia delle meraviglie. Anche qui l’opera è strettamente sensoriale, visiva e ipnotica, la trama è esilissima (Elena, una ragazza con dei notevoli poteri psichici, è rinchiusa in una sorta di clinica-centro di ricerca-prigione ed è seguita dal guru/psichiatra della suddetta clinica. Poco dopo la metà, lo splatter-simbolista trionfa), tutto si gioca su ritmi, luci, sui vuoti, sulle assenze e le ellissi.


Beyond the Black Rainbow è una di quelle opere lisergico-maeditative che a me piacciono molto, soprattutto quando non hanno pretese di guida spirituale o senso della vita ma s’innestano in un genere spalancandone le vibrazioni immaginifiche e sensoriali, e devo dire che se il film (o, meglio, i primi tre quarti del film) fosse durato di più l’avrei trovato pretenzioso e insostenibile. Per fortuna uno dei pregi principali di Cosmatos è che sa quando fermarsi, e in questo caso lo fa letteralmente sul ciglio del precipizio; e anche qui, come in Mandy, non si tratta di un giochino o di un vezzo, ma di una propria poetica, di un modo peculiare e personalissimo di vedere la narrazione, i personaggi e le immagini.

Che poi, come ho scritto tra parentesi, il film è pienamente cosmatosiano per tre quarti, mentre il finale ha un’andatura e un’estetica molto più tradizionale e riconoscibile, più gestibile a livello di aspettative, di ritmo, di riconoscibilità; che poi questa variazione coincida con la spoliazione di Nyle e la fuga di Elena dalla clinica suona molto apertura verso l’esterno da parte non solo di un personaggio, ma anche di un regista che, fino a quel momento, ci ha condotti in un immaginario strano, inquietante e misterioso senza farci particolari concessioni e senza darci spiegazioni (e in questo Cosmatos, a mio parere, in Mandy si è evoluto, perché i vari movimenti della storia sono molto più coerenti e lineari, senza svolte e virate improvvise), innestandoci in una realtà enigmatica e ambigua, di difficile inquadramento ma di incredibile spessore immaginifico, rilanciato con uno dei finali più belli e spalancati di sempre (come quello di Mandy, d’altronde), una roba che ancora mi risuona dentro.

E allora non resta che aspettare il prossimo film.

lunedì 20 gennaio 2020

Raccontare cose che non si sono viste

 

Ci penso da tutto il giorno, da quando ho letto che oggi è il centenario della nascita di Federico Fellini, penso a me che non l’ho mai amato più di tanto, ma che mi viene da dre, a ogni fanatico del realismo magico che dice che in Italia non c’è niente di simile: “E Fellini?” , e ci penso, che Amarcord l’avrò visto almeno quattro volte (e adesso sono alla quinta), 8e1/2 almeno otto, Lo Sceicco Bianco fino alla nausea, I vitelloni idem, La Dolce Vita due, e poi il dottor Antonio (bevete più latte!) e Giulietta degli Spiriti, ma il film che più scatena la mia immaginazione è un film che io non ho visto e che ho paura e voglia di vedere, ovvero il Casanova.

Che poi a me i trombadòr neanche stanno troppo simpatici, e Casanova meno di tutti perché sempre a rincorrere un ideale che noi donne con la ciccia saremo sempre incomplete, allora parlami della tua mamma, casanova, che ti ha fatto la tua mamma che ci ami e ci odi tutte?, e questa cosa che la donna finale di Casanova è una bambola meccanica mi intrippa da morire.

Che io, fellinianamente, mi metto a fantasticare un incontro tra Bertrand Morane, che le donne le amava tutte, fino a letteralmente morirne, nella loro specifica donnità (un amante quasi aristotelico) e il suddetto Casanova che invece cercava, platonicamente, una donna ideale senza mai confrontarsi con il mondo, con il tangibile, senza mai uscire dall’utero dell’arte amatoria, in una Venezia che mi ha sempre saputo di liquido amniotico.

E allora sì, non ho particolare feeling con Fellini, ma mi smuove l’immaginazione, m’ispira pensieri e mi fa fantasticare, e ragionare su un film che non ho visto, e a farlo mio, e quasi quasi in questi giorni vedo di recuperarlo e me lo guardo.


mercoledì 15 gennaio 2020

Bel barocco: "Nella perfida terra di Dio" di Omar Di Monopoli



Uno dei motivi per cui ho letto Nella perfida terra di Dio è che Omar Di Monopoli mi è stato presentato da molte persone come il Faulkner italiano, e William Faulkner è uno scrittore che io amo molto: lo trovo evocatvo e dirompente. Un paio di estati fa in piena stagione lavorativa ho letto L'urlo e il furore, e nonostante la sua complessità e la mia stanchezza l'ho letto ogni sera con grande piacere, anche solo cinque pagine, ma non potevo farne a meno preché mi ipnotizzava e mi apriva il cuore.

La bimba sulle prime non aveva voluto saperne di restare da sola con quel vecchio barbogio, attore consumato, l'aveva incantata coi suoi facimoli convincendola a farsi accompagnare ogni venerdì alla baracca, dove lei passava un po' del suo tempo a lasciarsi inoculare oscuri fluidi energetici tra una sessione di preghiera e uno spuntino frugale nel cortile.
Quel giorno il vecchio le aveva fatto indossare una camicia da notte di arricciolato color ciliegia troppo grande per lei e ora, appiattato su un pietrone nelle adiacenze del suo cubicolo, credendosi al riparo dalla vista, le stava palpando con bramosia lupigna le forme appena sbozzate, mentre le gighe dei primi pipistrelli laceravano l'intensità del cielo cianico sulla spianata.
Antonia, paralizzata sulla seggiola, il piccolo Michele a poppare con impegno dal suo capezzolo, in un singolo obnubilato istante si rispecchiò in quella fanciulla rivedendo se stessa alla sua età, oltraggiata nel candore del suo letto dove il padre veniva a visitarla nottetempo, le sue lunghe mani nocchierute che la perlustravano agognanti sotto le coperte e lei che lo lasciava fare rosolando in una colpa acrida, indefinibile, pericolosamente prossima alla lusinga. […]
Fu in quel preciso istante che decise di porre fine al regno del profeta.


Lo stile di Omar Di Monopoli è elegante, barocco e intenso.
Ora, io sono restio a usare il termine barocco perché è spesso ricondotto a qualcosa di ridondante e retorico, in questo caso associo l'aggettivo barocco a una struttura narrativa e della frase potente, densa, carica dal punto di vista emotivo. È uno stile che mi ha incantato: sono rimasto stregato dal contrasto tra tale linguaggio e la vicenda popolare e l'uso di frasi in dialetto, soprattutto nei dialoghi; e poi c'è il bar di paese  che si trasforma in saloon, la zona del tarantino che si trasfigura in una terra mitica, i personaggi che conducono una vita estrema; questo romanzo ha tante di quelle cose dentro che per parlarne in maniera esauriente dovrei rilleggerlo tutto da capo. Basti dire che, come è successo con l'opera di Faulkner, Nella perfida terra di Dio di Omar Di Monopoli ha stimolato la mia immaginazione e mi ha suscitato lo stesso piacere.
E quindi, viva la lingua ricca e complessa, il racconto forte, la polvere, le terre aride, l'odio, l'amore e la buona letteratura.

Cristian Borghini

lunedì 13 gennaio 2020

Amo Panos Cosmatos - Parte prima: "Mandy"



Mi sono noleggiata Mandy perché il trailer era fighissimo, Nicholas Cage sembrava aver ritrovato un po’ di vita e soprattutto perché Andrea Riseborough è di una bellezza sconvolgente. Ho visto il film doppiato e non, e consiglio vivamente di vederlo in lingua originale, sebbene i dialoghi decisamente non siano il punto di forza del film.
Il fatto è che Mandy è un’esperienza visiva e sonora che va goduta al buio, possibilmente attraverso uno schermo gigante e con una buona sospensione dell’incredulità proprio per quei discorsi recitati in tono declamatorio e intensissimo anche se un personaggio chiede all’altro di passargli la carta igienica; e tuttavia, una volta che si entra nel film, l’esagitazione sopra le righe di tutti. accompagnata dalla trama più esile e basica che si possa immaginare (1983 - Mandy e Red vivono isolati nel bosco, il capo di una banda di fricchettoni fuori di testa s’invaghisce di lei e la rapisce, lei muore malissimo, Red si vendica e fa una strage) e raccontata con una lentezza esasperante diventa uno degli elementi di forza di una pellicola dalla quale si fatica a staccare gli occhi.

Parlare di eleganza visiva è riduttivo, perché a mio parere Mandy è una vera e propria apocalisse dell’immaginario: la fisicità che irrompe sulla quiete e la trasforma in massacro con un ambaradan che, paradossalmente, rende tutto rarefatto e stranamente sospeso. 
La cosa ganza è che, sebbene si riconosca in Mandy moltissimo cinema, il film non si riduce mai a un giochino, non è mai meta, ma anzi, riconosce in quel meta un qualcosa di estremamente concreto di cui sono fatte le nostre menti e le nostre fantasie. I momenti in cui Red decide di vendicarsi e si prepara alla sua vendetta, per esempio, sono strani da morire: il tutto si gioca in un’atmosfera avulsa da ogni coordinata tangibile, un misto tra un'abbrutimento, una crescita e il passaggio tra due mondi (e non è detto che alla fine non sia così), che si avvertono assurdamente come reali, spessi, mentre il percorso verso di essi è nebuloso, astratto, indefinito.

Ed è allora che a me è venuta in mente la fine del mondo, una fine che già si avvertiva in Beyond the black Rainbow, quando il protagonista si spoglia dei suoi “accessori” normalizzanti ed esplode per quello che è (e ne parlerò in un altro momento) e che qui sembra quasi un invito ad armarci di motoseghe e fucili e prepararci ad abbracciare quell’incredibile che noi tendiamo ad avvertire come lontano, ma che invece abbiamo dentro. Dobbiamo ricordarci, dice Cosmatos, che la pace dello spirito, la stabilità emozionale, il senso di sicurezza, è transitorio nel migliore dei casi e completamente illusorio nel peggiore, che dobbiamo abbracciare, accogliere e proteggere il male che abbiamo dentro perché, per dirla con un detto zen, è meglio essere un guerriero in tempo di pace che un giardiniere in tempo di guerra, tanto più che nei giardini, e in noi, c’è molto più di quanto potremmo mai fantasticare.


martedì 7 gennaio 2020

Riposto l’abete, ripòsto Strauss

L’atmosfera natalizia, si sa, termina con l’Epifania. Ma soprattutto termina con l’atto di riporre le decorazioni natalizie, in attesa di essere appese di nuovo il prossimo anno.
Quello di preparare l’albero ai primi di dicembre e poi disfarlo per la Befana, mettendolo quasi “a dormire” in vista del Natale successivo, è un rito preciso che ha sempre scandito i miei inverni, da quando ero bambina. Al mio vecchio abete in plastica, che ormai ha perso innumerevoli pigne ed è decisamente spelacchiato, ho sostituito un albero nuovo in stile scandinavo, più moderno e minimal, ma il rituale non è cambiato. Stessi gesti di quando ero piccola, stessa fiducia nell’anno appena iniziato.
Di solito, nei giorni immediatamente successivi al rientro a scuola, con l’atmosfera tornata quella di sempre, lungi dall’essere triste per la fine delle vacanze, mi sentivo invece piena di energia e pronta ad accogliere tutto quello che di bello sarebbe potuto capitare. Oggi, questa sensazione accompagna ancora i miei inizi d’anno, così come i miei inizi di settimana: il lunedì per me è sempre un giorno felice e carico di aspettative, poco importa che magari vengano disattese dall’andamento del resto della settimana. Il lunedì io sono sempre di ottimo umore. Quindi, siccome oggi è martedì, ed è pure la fine del periodo natalizio, e di conseguenza l’inizio del ritorno alla “normalità”, io mi sento inevitabilmente di ottimo umore. Cosa porterà quest’anno? Quali frizzanti novità, quali sfide professionali, quali incontri con persone interessanti? Quante cose da imparare, libri da leggere, meraviglie da scoprire?
Augurando a tutti gli Epicurei un buon rientro e una buona ripresa di qualunque cosa facciano di solito, riposto il mio bellissimo albero di Natale, ripòsto un brano di Strauss, come già avevo fatto per Capodanno. Possa la quotidianità di tutti noi avere il sapore frizzante della Trisch-Trasch Polka




Alessandra Ghilardi

sabato 4 gennaio 2020

Medea. "L'amore per nessuno" di Fabrizio Patriarca


Ed ecco Riccardo, teso in ogni muscolo ma apaticamente padrone di sé, di fronte alle deprimenti strettoie dell’epilogo. Gli eventi di oggi infettano il domani sintetizzando molecole di delusione. Le storie - se ci consolano - sono atti di carità, pressappoco. Altre storie non consolano nessuno.

Mi ricordo, quando uscì Tokyo transit, che lo stile dell’autore Fabrizio Patriarca fu stralodato e incensato urbi et orbi per la sua eleganza, per la sua raffinatezza, per la sua complessità. Io, che lessi il romanzo abbastanza in preda al terrore perché era la mia seconda presentazione (che però contavo come prima, perché la volta precedente avevo presentato una persona che già conoscevo), non mi sono poi così squagliata per il modo di scrivere di Patriarca, perché lo trovavo soltanto coerente con quello che raccontava (che era una roba stranissima, che talvolta non capivi dove volesse andare a parare, ma se tenevi botta era un qualcosa di profondamente epidermico e appagante), e scindere le due cose non mi piaceva.

Ne L’amore per nessuno ho trovato questo legame ancora più stretto, perché la storia di Riccardo Sala, uno sceneggiatore illuminato dall’idea di una serie televisiva su Medea che abbia per protagonista Annamaria Franzoni, è talmente vorticosa, e al contempo immobile, che invoca di essere trattata con uno stile denso ma sfilacciato che non si limita a raccontare, ma si incastona alla perfezione alla materia narrata, ovvero quella dell’incontro tra una sofferenza comune quanto insopportabile che cerca collocazione e spiegazione, un personaggio saltato agli onori della cronaca e del trash e un mito che tutto dovrebbe racchiudere e riassumere tutto questo, e magari spiegarlo.

Era un venerdì pomeriggio affilato da rovelli contusionali e dalla solerte lima nichilista, Riccardo si massaggiò la mano dolorante mentre fissava lo schermo dell’iMac: contenuti dalle pareti dello studio, i suoi pensieri alati vorticavano com e foglie simboliche in un film di Zemeckis. Li abbatté uno dopo l’altro con occhiate di bieco realismo. Un giorno avrebbe dovuto calcolare seriamente l’apporto della pigrizia a tutta quella storia, per ora lasciò che il cervello staccasse lentamente una funzione dopo l’altra. Dieci minuti prima aveva rovesciato una bustina di Oki sotto la lingua: temeva la frattura del metacarpo, temeva l’agguato collaterale di setticemia e cancrena, però si stava chiedendo se più tardi sarebbe riuscito ad allenarsi come se niente fosse.

Il mondo raccontato da Patriarca è un mondo vagamente fassbinderiano, un mondo fatto di terrore della vulnerabilità e di costruzione di corazze; un mondo i cui oggetti, le cui componenti sono inseribili nelle categorie della cultura alta e del pop, ma queste stesse categorie si inseriscono l’una nell’altra, privando il tutto di qualsiasi appiglio per potersi orientare, perché il privato diventa un universale che però deve in qualche modo essere addomesticato per essere digerito da un pubblico, e l’angoscia, il male di vivere, non può che manifestarsi nel sarcasmo e in indifferenze coltivate con costanza e pazienza, e tutto per difendersi dall’amore, dal desiderio d’amore, dall’inadeguatezza nel darlo e nel riceverlo per tutta una serie di validissimi e plausibilissimi motivi; e tutto questo si muove in spazi ridottissimi e al contempo siderali.

E allora niente, perché anche questo romanzo è una roba stranissima, che chiaramente non ho compreso a pieno, e che forse non comprenderò a pieno mai, ma che mi è piaciuta un sacco.

giovedì 2 gennaio 2020

Il discorso di fine anno


Mi rendo conto che parlare delle parole di un uomo politico equivale a parlare di politica, ma il discorso di fine anno del presidente Mattarella è stato talmente spettacolare che non sto nella pelle. Solo ieri l’ho ascoltato per tre volte, e oggi, appena sveglia, prima di alzarmi dal letto, l’ho riletto due volte, perché, ribadisco, questo discorso è una delle cose più galvanizzanti e intelligenti pronunciate da un politico, con tutto che Mattarella è già di suo un uomo galvanizzante e intelligente, provvisto di un carisma pacato e discreto, fermo, perfetto garante della nostra Costituzione e persona di uno spessore indiscutibile.

Vi è una diffusa domanda di Italia. Abbiamo problemi da non sottovalutare. Il lavoro che manca per tanti, anzitutto. Forti diseguaglianze. Alcune gravi crisi aziendali. L’esigenza di rilanciare il nostro sistema produttivo. Ma abbiamo ampie possibilità per affrontare e risolvere questi problemi. E per svolgere inoltre un ruolo incisivo nella nostra Europa e nella intera comunità internazionale.

Questo discorso si piazza direttamente tra le letture più belle e appaganti di questo appena iniziato 2020 (il 31 non ho avuto la possibilità di ascoltarlo): smettiamo di lagnarci, cominciamo a comportarci da persone decenti e magari diamo prova di quella spettacolarità e indipendenza di pensiero e di azione di cui siamo capaci. Siamo italiani, abbiamo un patrimonio di genio alle spalle, e allora piantiamola di comportarci da vittime, smettiamola di sentirci attaccati; se esiste anche una sola virgola geniale e attiva nel nostro DNA (ed esiste) tiriamola fuori, cerchiamo il buono, creiamo il buono, creiamo il magnifico, prendiamoci la responsabilità di costruire un nuovo modo di pensare, di immaginarlo e di lavorarci. Lo abbiamo fatto per secoli, ce l’abbiamo nel sangue, lo possiamo fare, lo sappiamo fare, alcuni di noi, molti di più di quello che pensiamo, lo stanno facendo, e allora prendiamo ispirazione da loro, e al diavolo il resto.

Una associazione di disabili mi ha donato per Natale una sedia. Molto semplice ma che conserverò con cura perché reca questa scritta: «Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi». Esprime appieno il vero senso della convivenza. Due mesi fa vicino Alessandria, tre Vigili del Fuoco sono rimasti vittime dell’esplosione di una cascina, provocata per truffare l’assicurazione. Nel ricordare – per loro e per tutte le vittime del dovere – che il dolore dei familiari, dei colleghi, di tutto il Paese non può estinguersi, vorrei sottolineare che quell’evento sembra offrire degli italiani due diverse immagini che si confrontano: l’una nobile, l’altra che non voglio neppure definire. Ma l’Italia vera è una sola: è quella dell’altruismo e del dovere. L’altra non appartiene alla nostra storia e al sentimento profondo della nostra gente.

Riscopriamo chi siamo, facciamoci stimolare dalle eccellenze, riconosciamole come parte di noi, osserviamo il mondo e facciamo qualcosa di buono, qualunque cosa di buono, perché tutti sappiamo che fare del bene è l’unico modo di smetterla di sentirsi spaventati, minacciati, impauriti, e trasformiamo le nostre vite in capolavori. Prendiamoci la responsabilità dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri, delle nostre vite e del modo di costruirle. Apriamoci alle possibilità e focalizziamoci sul bello. Progettiamo, miglioriamo, realizziamo, ringraziamo per ogni occasione che abbiamo di gioire e di crescere. 
E, soprattutto, amiamo, amiamo senza riserve e senza paura, amiamo finché nel nostro cuore non ci sarà spazio per altro.