lunedì 16 dicembre 2019

Il mistero: "La gabbia di vetro" di Colin Wilson


Mi trovo a scrivere un commento su La gabbia di vetro qualche mese dopo averlo letto, e quello che più mi balugina nella testa è il nome del protagonista: Demon Reade, vero e proprio traino e appiglio amotivo di tutta la vicenda, e in più personaggio di una figaggine maestosa (sì, quest’anno mi sono imbattuta in una serie di fighi letterari notevoli).

Innanzitutto ho trovato una vaghissima ma insistente e stuzzicante somiglianza tra il letterato/detective a causa delle circostanze dello strano giallo di Colin Wilson e l’anomala (o forse squisitamente normale) spia maughamiana Ashenden: entrambi si occupano in maniera professionale di letteratura, entrambi si devono muovere in un ambiente straniero più o meno ostile, entrambi vi si destreggiano con un misto di goffaggine ed eccentrica efficacia, entrambi sono guidati più che da una curiosità verso la natura umana che dal desiderio di risolvere il caso/concludere la missione; soprattutto, entrambi hanno un’elasticità mentale e una libertà etica che li rendono assolutamente adorabili.

Il fatto è che Reade, studioso dell’opera di William Blake chiamato come consulente per illuminare dei casi di omicidio accomunati dalla presenza di versi del poeta scritti sul luogo del delitto, si interessa al caso più per capire come sia possibile essere un brutale assassino e un amante di Blake che per mettere fine ai crimini; e per tutto il romanzo il nostro di muove con un distacco e con uno sprezzo del pericolo al limite dell’autolesionismo solo per risolvere un enigma intellettuale.

C’è quest’aura di stranezza, nel romanzo di Wilson, che cattura più della vicenda stessa, di per sé abbastanza lineare; respiriamo un’atmosfera che si dipana tra feste, alcoolici, campagne sperdute in mezzo al nulla, una Swingin’ London aperta a qualunque cosa (la disponibilità dell’ambiente londinese ad accogliere e quasi coccolare un tipo come Reade è una delle cose che più mi ha stupito dell’intero romanzo), amici che mostrano ombre da orco e assassini sensibilissimi; e tutto compone un ambiente più da favola cupa che di giallo vero e proprio. Reade passa in tutto ciò sia come corpo estraneo sia come un pensiero che, piano piano, finisce per assimilare e comprendere in sé tutto ciò che incontra: sembra quasi che il percorso del nostro verso la soluzione dell’enigma (il suo enigma personale e quello che muove la trama) non sia altro che un movimento verso il rafforzamento di una coerente, per quanto densa di misteri, visione del mondo; anzi, ho avuto l’impressione che fosse il concetto di mistero, il concetto di contraddizione, che dovesse essere inglobato nello stile di vita inizialmente ascetico (per quanto immaginifico) di Reade, che torna a casa intatto, per certi versi ancora più uguale a sé stesso di prima.

E noialtri che abbiamo letto concludiamo il romanzo straniti e tuttavia pacificati, perché non tutto ha una spiegazione esaustiva, meno cose ancora hanno una spiegazione logica, e certe cose, probabilmente, non le capiremo mai, e altre resteranno solo sospetti e solo ombre; e con queste ombre può darsi che dovremo conviverci senza trovare a capirle, ma solo imparando a goderle.

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