martedì 31 dicembre 2019

Anno Nuovo, Marcia Vecchia?

È notizia di questi giorni che il nuovo direttore dei Wiener Philarmoniker ha deciso di modificare l’ormai celebre finale del Concerto di Capodanno. Quest’anno, la Marcia di Radetzky verrà eseguita nella sua forma originaria, cioè quella effettivamente composta da Johann Strauss padre, e non nella versione che tutti conosciamo, frutto di un arrangiamento di Leopold Weninger, un compositore iscritto al partito nazionalsocialista tedesco. Arrangiamento talmente famoso, quello di Weninger, che i più secondo me ignorano che la melodia trascinante e festosa cui siamo abituati sia una variazione rispetto allo spartito originale. Io ad esempio, che ascolto musica da sempre ma non sono certo un’esperta, non lo sapevo. 
Una volta letta la notizia quindi, sono andata ad ascoltare le due versioni, quella originale e quella “incriminata”, e ho scoperto che in effetti i due brani sono abbastanza diversi. Il brano scritto da Strauss padre è più misurato, decisamente meno roboante ed è preceduto da una breve marcetta suonata da un tamburo. Nella sua versione rielaborata, la Marcia diventa molto più briosa e si è soliti accompagnarla con un (fastidiosissimo) battimani del pubblico. 




Al di là delle considerazioni puramente soggettive legate al gusto personale (meglio la Marcia originale, meglio la seconda versione?) quello che fa riflettere è la questione sollevata nel merito dalla presa di posizione che porta ad escludere una tradizione ormai consolidata – quella della Marcia briosa e roboante, accompagnata dal pubblico – a favore dello spartito originale. La stessa operazione era già stata compiuta in occasione del Concerto di Capodanno del 2001, ma all’epoca si era probabilmente trattato di una scelta di tipo filologico; in questo caso, invece, è stato messo subito in chiaro che si tratta di una scelta di tipo politico che privilegia una versione del brano “finalmente libera dalle ombre brume del passato”, per usare le parole del primo violino dell’orchestra viennese, Daniel Froschauer. 
I rigurgiti filonazisti che innervano attualmente il panorama socio-politico europeo rendono la decisione dei Wiener se non altro comprensibile. Ciò che mi ha colpito però, è l’interrogativo che tale decisione solleva: l’opera artistica, di qualunque genere essa sia, deve essere considerata esattamente per quello che è, e cioè un’opera d’arte, a prescindere dai suoi eventuali legami con la politica, o essa deve invece essere considerata in un’ottica più ampia? La nostra valutazione di un libro, di un quadro o una composizione musicale deve avere riguardo alle caratteristiche dell’opera in sé o deve invece necessariamente tenere conto anche delle idee professate dall’autore o, come in questo caso, da un suo successivo arrangiatore (che, si badi bene, potrebbero non essere più attuali nel momento in cui il fruitore gode dell’opera stessa)? Dopo tutto leggiamo i libri di Alice nel Paese delle Meraviglie, e li proponiamo ai bambini come libri adatti per l’infanzia, senza soffermarci a pensare che Lewis Carroll era probabilmente un pedofilo, e apprezziamo i film di Polanski che è stato accusato di crimini sessuali, senza che il nostro giudizio sulle sue pellicole ne venga influenzato. 
Personalmente, credo che entrambi i punti di vista siano condivisibili, per motivi diversi, e che spetti alla sensibilità di ognuno di noi trovare una personale risposta alle domande sollevate sopra. Spero però che, pur consapevoli della portata di ciò che leggiamo ascoltiamo o ammiriamo, riusciamo a non perdere il gusto per l’arte in sé, e la capacità di apprezzare la buona musica proprio in quanto musica di qualità. 
L’augurio quindi che rivolgo, anche a nome di tutti gli Epicurei, è che nel 2020 riusciamo a farci prendere per mano dall’arte in tutte le sue forme, cogliendo la bellezza che esiste intorno a noi e godendone appieno come in una danza…e con l’Invito alla Danza di Weber vi diamo appuntamento nel nuovo anno!


Alessandra Ghilardi

domenica 29 dicembre 2019

Lo spirito del dopo-Natale

 

Mi rendo conto che è brutto da dire, ma da quando i miei contatti con la mia famiglia sono in qualche modo diventati meno obbligati (a causa di lutti e di tutta una serie di ragioni che non sto qui a dire) il Natale per me è forse diventato il momento più gioioso dell’anno: le mie cene festive e prefestive me le godo tutte, penso ai regali con molta rilassatezza, leggo con molto più gusto, ascolto musica, lavoro con più tranquillità, mi concentro su ciò che sto facendo con entusiasmo e un senso di pace incredibile.

Ma è la settimana che va da santo Stefano al 31 Diicembre (non so se comprendere anche il 1 Gennaio) che per me è il più meraviglioso: ha un senso di ovattato, un po’ come il periodo che va da ferragosto al primo di settembre, perché c’è un qualcosa che indica una fine e un inizio. Che poi, se ci si pensa, è sempre così, ogni settimana, ogni giorno, ogni periodo della giornata, ogni ora, ogni minuto; e io credo che la forza del periodo tra Natale e Capodanno sia tutta lì, nel rimarcare un movimento che è il movimento della vita, isolarlo e renderlo rito personale e collettivo, un momento che richiama i classici semi piantati nella terra, che muoiono per poi sbocciare e crescere sotto forme nuove e, si spera, costruttive.

E alla fine il bello del mio Natale libero da ogni obbligo sociale consiste nel rintanarmi con i miei cari, godere il cibo del momento di cibo e digerirlo, magari facendo due passi (che anche questo ha un significato simbolico) per poi strutturare un po’ i semi che ho già piantato a settembre per poi ripartire con (speriamo) la stessa focalizzazione e la stessa concentrazione che manifesto in questi giorni e nei giorni a venire.
Perché come mi dicevano le suore quando ero piccola, Natale è tutto l’anno, anche se per me lo è, forse, in maniera diversa da come lo intendevano loro.

domenica 22 dicembre 2019

Che qualcuno traduca e pubblichi questo libro: "Charly9" di Jean Teulé

 

Leggere un libro nella sua lingua madre è un’azione che, in qualche modo, aumenta l’intimità tra autore e lettore: alla fine, anche il traduttore più sensibile capace e discreto è pur sempre un intermediario, ed è abbastanza impossibile che questo non ci metta del suo; se poi il libro che abbiamo deciso di leggere è in una lingua che non conosciamo, oltre all’intimità si crea una sensazione di meraviglia, perché è attraverso quel libro che scopriamo non solo una lingua, ma anche un modo di costruire la frase, e quindi di comunicare, e quindi di ragionare.

Ciò che mi è rimasto di Charly9 è un senso si perplessità, incredulità e spaesamento che lascia interdetto anche chi legge. Ora, non so quanto questa sensazione si debba al fatto che ho letto questo romanzo nella sua lingua originale, a me, ribadisco, totalmente sconosciuta, ma francamente ne dubito, perché questa corte strana e stranita, retta da una Caterina De’Medici padrona della corte e schiava dell’occulto, da un Carlo IX in balia di sua madre e delle proprie turbe, circondata da freaks di ogni tipo, è raccontata da Teulé con una partecipazione così ironica e una precisione tale che il senso del vero e la percezione del reale ne risultano alterate; e questa impressione perdura anche quando si indagano le fonti, le fonti, storiche e insieme romanzesche, che hanno guidato l’autore.

Ma la cosa veramente notevole di questo romanzo storico, che al contempo è una favola nera, è il sangue e la morte che impregnano ogni pagina, e ogni vita, e ogni atto dei protagonisti; sangue di cui si sente l’odore, soprattutto nelle spaventose pagine non scritte riservate al massacro di San Bartolomeo, sangue che nausea, sangue che imbratta racconto e storia; e tuttavia questo sangue è raccontato con una tale leggerezza da rasentare la mostruosità, se non fosse che il sangue è componente vitale della Storia stessa, e che ogni massacro, per quanto esecrabile, spaventoso e crudele, non può che uscire attutito dai movimenti dei secoli, perché ne fa parte, perché è così che funziona.

E allora l’unica speranza, per questo re macchiato di cadaveri e che a sua volta suda sangue fino a morirne, non è tanto la morte quanto l’oblio, la dimenticanza di sé, dimenticanza che, paradossalmente, si concretizza in attività fortemente fisiche, come la caccia e il sesso, entrambi consumati in barba ai voleri del palazzo, quello stesso palazzo che lo ha costretto al massacro, quel palazzo che lo ha messo su un trono del quale non ha il minimo controllo, un trono fatto di dissimulazioni e complotti, dove non c’è nulla di vero se non il sangue versato; ed è quindi straniante e al contempo logico che il romanzo cominci con la grottesca organizzazione di una strage e si concluda con un’ altrettanto terrificante e ridicola autopsia, durante la quale medici compiacenti negano e alterano la verità del corpo, per tacer del catalogo di decessi risucchiati dal tempo che compone l’epilogo del romanzo.

A differenza di quanto accade ne Il marchese di Montespan, qui non ci sono eroi, non ci sono vere decisioni, non ci sono alternative a un potere prepotente e tossico; c'è solo morte, e di nuovo sangue, che non può essere lavato, e speranza di essere dimenticati.
E viene il sospetto che ogni racconto non sia altro che il reinfilare un metaforico coltello in una reale piaga, piaga che non sarà mai abbastanza asciutta, che non può essere guarita, ma che fa talmente parte di noi che alla fine ci si abitua, ci si è abituati, ci si abituerà.

mercoledì 18 dicembre 2019

Strade che si separano su Facebook

 

Ieri ho smesso di seguire due persone che avevo conosciuto qualche anno fa (sempre e solo on line) perché ho trovato i loro ultimi post, da un paio di settimane a questa parte, enormemente irritanti. Ne scrivo perché ho ripensato ai miei rapporti interpersonali online, e alle dinamiche comportamentali in rete.

Io vivo l’online esattamente come vivo l’offline, ovvero vediamo chi mi trovo davanti e vediamo che capita. Se la frequentazione mi piace la approfondisco, altrimenti mi distacco; difficilmente mi vado a impelagare in discussioni, se avverto un tono troppo aggressivo nella mia bacheca avviso, e se la cosa si ripete banno, e quando banno è per sempre. Non sono una che si entusiasma per le amicizie, ma mi piace frequentare persone che mi piacciono, cerco di non espormi troppo, e la maggior parte dei miei rapporti umani sono basati sulla progettualità, nel senso che tendo a frequentare persone con cui ho un fine in comune, che sia di crescita, di benessere, di piacere nel senso più ampio del termine. Cerco di frequentare persone che mi fanno stare bene, evito i contatti con persone che mi appesantiscono l’anima.

Ecco, è successo che il senso di progettualità, di comunanza, con queste due persone si è concluso; e la cosa che mi ha lasciata un po’ così, di questa situazione, è che, se scorro la mia home, è strapieno di post che mi fanno alzare gli occhi al cielo, di quelli che mi verrebbe da commentare “ma masturbati, piuttosto”, oppure “smetti di masturbarti”, oppure “ma tiratela meno” e “piantala di piangerti addosso”; e i post irritanti delle persone che ho smesso di seguire avevano anche del contenuto, dell’eleganza, erano sempre loro, esattamente come io sono sempre io, ma qualcosa era cambiato, probabilmente, ripeto, l’idea di progettualità: mi è sembrato, molto banalmente, che le mie parole non avessero più niente in comune con le loro, mentre prima sì.

Allora ho pensato al fatto che i rapporti offline hanno quel periodo di decantazione che precede la rottura, che questa sia drastica o segua un percorso più indolore: ci si continua a frequentare, poi piano piano nuove conoscenze sostituiscono quelle vecchie e le strade si separano. Può darsi anche che ci si continui a frequentare ma in maniera superficiale, quasi per inerzia, senza avere più molto da dirsi e poi magari chissà, magari il rapporto si rinfocola o si spegne del tutto. Online questa dinamica non c’è, gli scambi sono, per certi versi, molto più intensi ma molto meno impegnativi dal punto di vista emotivo. Da parte mia, almeno, i rapporti che coltivo e conservo con più cura sono quelli che sono riuscita a concretizzare anche di persona, proprio, perché, com’è ovvio, una persona è molto più rotonda e sfaccettata di uno stato, o di una serie di stati, che possono stuzzicare l’immaginazione ma poco altro.

Più che altro mi fa strano che i rapporti online siano più soggetti a decisioni il più delle volte unilaterali che a processi o percorsi, e, sebbene questo non mi dispiaccia, mi chiedo quanto faccia bene alla mia adorata complessità. E comunque staremo a vedere, e in ogni modo sarà interessante.

lunedì 16 dicembre 2019

Il mistero: "La gabbia di vetro" di Colin Wilson


Mi trovo a scrivere un commento su La gabbia di vetro qualche mese dopo averlo letto, e quello che più mi balugina nella testa è il nome del protagonista: Demon Reade, vero e proprio traino e appiglio amotivo di tutta la vicenda, e in più personaggio di una figaggine maestosa (sì, quest’anno mi sono imbattuta in una serie di fighi letterari notevoli).

Innanzitutto ho trovato una vaghissima ma insistente e stuzzicante somiglianza tra il letterato/detective a causa delle circostanze dello strano giallo di Colin Wilson e l’anomala (o forse squisitamente normale) spia maughamiana Ashenden: entrambi si occupano in maniera professionale di letteratura, entrambi si devono muovere in un ambiente straniero più o meno ostile, entrambi vi si destreggiano con un misto di goffaggine ed eccentrica efficacia, entrambi sono guidati più che da una curiosità verso la natura umana che dal desiderio di risolvere il caso/concludere la missione; soprattutto, entrambi hanno un’elasticità mentale e una libertà etica che li rendono assolutamente adorabili.

Il fatto è che Reade, studioso dell’opera di William Blake chiamato come consulente per illuminare dei casi di omicidio accomunati dalla presenza di versi del poeta scritti sul luogo del delitto, si interessa al caso più per capire come sia possibile essere un brutale assassino e un amante di Blake che per mettere fine ai crimini; e per tutto il romanzo il nostro di muove con un distacco e con uno sprezzo del pericolo al limite dell’autolesionismo solo per risolvere un enigma intellettuale.

C’è quest’aura di stranezza, nel romanzo di Wilson, che cattura più della vicenda stessa, di per sé abbastanza lineare; respiriamo un’atmosfera che si dipana tra feste, alcoolici, campagne sperdute in mezzo al nulla, una Swingin’ London aperta a qualunque cosa (la disponibilità dell’ambiente londinese ad accogliere e quasi coccolare un tipo come Reade è una delle cose che più mi ha stupito dell’intero romanzo), amici che mostrano ombre da orco e assassini sensibilissimi; e tutto compone un ambiente più da favola cupa che di giallo vero e proprio. Reade passa in tutto ciò sia come corpo estraneo sia come un pensiero che, piano piano, finisce per assimilare e comprendere in sé tutto ciò che incontra: sembra quasi che il percorso del nostro verso la soluzione dell’enigma (il suo enigma personale e quello che muove la trama) non sia altro che un movimento verso il rafforzamento di una coerente, per quanto densa di misteri, visione del mondo; anzi, ho avuto l’impressione che fosse il concetto di mistero, il concetto di contraddizione, che dovesse essere inglobato nello stile di vita inizialmente ascetico (per quanto immaginifico) di Reade, che torna a casa intatto, per certi versi ancora più uguale a sé stesso di prima.

E noialtri che abbiamo letto concludiamo il romanzo straniti e tuttavia pacificati, perché non tutto ha una spiegazione esaustiva, meno cose ancora hanno una spiegazione logica, e certe cose, probabilmente, non le capiremo mai, e altre resteranno solo sospetti e solo ombre; e con queste ombre può darsi che dovremo conviverci senza trovare a capirle, ma solo imparando a goderle.

venerdì 13 dicembre 2019

I libri di cui mi vergogno (un coming out)


Io benedico i libri in formato digitale perché rendono infinitamente più facile leggere i libri in lingua straniera, anche lingue che non si conoscono. Basta cliccare su parola o frase e salta fuori qualcosa che nella migliore delle ipotesi è la traduzione, nella peggiore un qualcosa su cui si può lavorare per ottenere una frase di senso compiuto (per esperienza diretta, se la lingua è sconosciuta ma con assonanze all’italiano preferisco andare parola per parola e solo poi ricostruire la frase; una volta ho tradotto in automatico una frase intera ed è saltata fuori una roba degna dei dadaisti). Tuttavia, c’è un altro motivo che mi spinge ad amare l’editoria digitale: posso comprare liberamente quei libri che mi vergogno ad acquistare in libreria.

Ora, io lo so che i miei librai di fiducia non commenterebbero mai in maniera ironica o perplessa quei libri in aperta e totale contraddizione con la mia (già abbastanza particolare) immagine sociale, ma il fatto è che, come insegna l’uomo del sottosuolo dostoevskiano, certe perversioni richiedono di essere coltivate nel più assoluto segreto; e allora via di acquisti in ebook, che lasciano poche tracce e che si possono leggere in assoluta solitudine o addirittura al buio, mentre neanche dieci anni fa ero costretta a farmi fare il pacchetto e spacciare il libro scelto per un regalo.

I libri di cui mi vergogno sono generalmente saggi, molto spesso di una frivolezza imbarazzante, che talvolta rileggo due o tre volte. Ho iniziato a recuperarli anche in lingua straniera, e inoltre lurko (ovvero seguo senza mai palesarmi) diversi gruppi di discussione che parlano di ciò che mi interessa, talvolta prendendo addirittura appunti e segnando titoli che poi vado a cercare abbastanza nell’immediato. E tutto questo comporta una doppia vita bibliofila che assomiglia, ovviamente con le dovute proporzioni, più a Cercando Mr Goodbar che a Batman, ma bisogna anche dire che leggere di nascosto, come facevo quando andavo ai campi estivi dei preti, è una pratica che conserva ancora il suo fascino.

E niente, adesso prendo il cellulare e ricomincio a coltivare con cura le mie più perverse inclinazioni :-)

lunedì 9 dicembre 2019

Je suis Louis-Henri de Pardaillan, marchese di Montespan



Il fatto è che poi, alla fine, l’adulterio, ovvero il fatto che Françoise, detta Athénaïs, avesse passato praticamente tutta la vita come favorita del re Sole, non è neanche così importante, perché quello che davvero spacca della figura del Marchese di Montespan, e che lo rende una di quelle icone da troppo tempo trascurate dalla storia/cultura/costume, è una straordinaria cognizione (anche per i nostri tempi) delle angherie del potere, del rispetto di sé e, non ultimo, del fatto che vivere in un mondo di servi non è facile se si è liberi e indipendenti dentro.


Il fatto è che Louis-Henri (il suddetto marchese, appellato più volte dall’autore stesso come il becco e il cornuto) ha una sensazione del tutto istintiva della sua posizione di marito tradito e sostanzialmente abbandonato e delle conseguenze non solo private, ma addirittura politiche che essa comporta; ma tale sensazione raggiunge la consapevolezza piena solo a sprazzi, e, come se non bastasse, tale sporadica presa di coscienza non solo è osteggiata da un mondo composto quasi totalmente da servi che subiscono i voleri/ i soprusi del loro sovrano quasi con gioia, ansiosi di avere il suo sguardo rivolto verso di loro, e la cui cosa attiva nella loro vita è rendere questo sguardo il più favorevole possibile.

Il fatto è che Louis-Henri è l’anima illuminista e rivoluzionaria che pianta il suo seme più di un secolo prima della Rivoluzione, e lo è nella maniera più onesta, coraggiosa, libera e radicale possibile. Lui rende il suo personale oltraggiosamente pubblico, ed è bellissimo leggere come questa sua viscerale e pulitissima presa di posizione si riflette anche verso chi questa posizione non la comprende ma che ha bisogno della sua compiacenza e della sua ipocrisia per mantenere il suo stato e i suoi privilegi. E allora ecco che il re più potente della storia più e più volte si piega a fare profferte al marchese, primo perché minacce e ritorsioni non fanno che affilare il senso di indipendenza della vittima e, davanti agli sguardi più pronti e predisposti, rafforzarne la statura etica, secondo perché il privato diventa per forza di cose oggetto di pubblica discussione (e anche di sporadica condanna) quando i capricci di un sovrano distruggono vite e famiglie.

Il fatto è che se la vita di Louis-Henri è segnata dalla sua decisione di non accettare che sua moglie sia la favorita del re, non è che la favorita Françoise-Athénaïs se la passi molto meglio: costantemente piegata alle voglie di un uomo volubile e sempre sull’orlo della noia, piegata a pratiche sessuali degradanti, additata come la puttana del re, cosa che lei prende dapprincipio con umorismo e poi sempre con maggiore dolore, soprattutto quando il sovrano volge gli occhi verso una mercanzia più giovane e consona alle sue voglie, passa di umiliazione in umiliazione, fino ad arrivare alla partecipazione a messe sataniche, alla preparazione di pozioni, all’esecuzione di riti simil voodoo per mantenere su di sé l’attrazione del re.

Il fatto è che Jean Teulé ha scritto un romanzo (e anche altri che ho letto e sui quali tornerò) di una freschezza etica inebriante (basti pensare al me-too, al drammatico caso Cucchi, a tutte quelle vicende che sembrano prevedere una giustizia diversa per chi ha mezzi e posizione e a chi questo stato di cose lo giustifica o lo vede naturale), che non può lasciare indifferenti, e che fa bene, e che conferma due cose che sappiamo già, anche se il mondo cerca quotidianamente di farcele dimenticare: la prima è che se  l’indipendenza ha un prezzo alto, la servitù è ancora più esosa, checché ne dicano cronache e narrazioni, troppo spesso servili e bugiarde; la seconda è che la letteratura quella vera, quella buona, ricerca sempre la verità e la complessità, e si nutre e nutre di esse, alla faccia di chi confonde invenzione romanzesca e menzogna.

sabato 7 dicembre 2019

70 anni di Tom Waits


E che vuoi fare, due giorni, due persone strafighe che desidero celebrare con tutta l’anima, e oggi tocca a Tom Waits, che credevo essere un attore e invece è una delle voci, uno dei corpi, una delle menti che più mi ha aiutato a sentirmi a mio agio con me stessa nei periodi dell’inadeguatezza dai venticinque anni in su (prima avevo i Radiohead, che assieme a kafka mi ha insegnato che essere infelici non vuol dire essere sbagliati). Come molti, io il Tom me lo sono sentito vicino e me lo sono sentito intimo, esattamente come è successo con quegli scrittori che mi hanno aiutato a costruire una visione del mondo e un’immagine ricca della vita e della morte.


Più che il Tom Waits dei raindogs quello che sento vicino è un artista indulgente ed eccentrico, che mi ha aiutato e mi aiuta a fregarmene di un sacco di cose, a liberarmi dai sensi di colpa e di tutti i modelli di vita derivanti dall’esterno, a ribadire la ricerca del proprio modo di essere e a prendermi la responsabilità della mia serenità, a cercare voci alleate e non nemiche, a non prendermi troppo sul serio. Perché quella voce fatta dalle profondità della Terra e tanto tanto tanto fumo, è per me un’eco ruvida e calorosa del cuore, una tazza di caffè caldo corretto al rum, una coperta ruvida e i suoi testi sono un camino acceso e crepitante, un qualcosa di caldo confortevole e che va tutto bene.


Chocolate Jesus, A Murder in the red burn, Heartattack and wine, Come on up to the house, Bad as me, Shake it  e poi le sue interpretazioni in Daunbailò, in Dracula, ne La leggenda del re pescatore rendono il Tom un modo di essere, un modo di sentirsi, un modo di prendere una pausa dalla perfezione e dall’efficienza per ricaricare le proprie batterie esistenziali e ricalibrare il nostro radar empatico, prima di tutto verso noi stessi, e solo dopo, quando si è pronti, verso il prossimo.
E queste cose per cui essere infinitamente grati a una persona.

Che poi per me Tom Waits è stato anche un cupido, perché è stato il primo argomento di conversazione, dodici anni e rotti fa, tra me e il mio compagno.
E a maggior ragione è giusto festeggiare una persona che fa cose belle che portano ad altre cose altrettanto belle, e forse anche di più.


venerdì 6 dicembre 2019

Un magnifico corpo recitante è scomparso 25 anni fa



E che gli vuoi dire: La classe operaia va in paradiso è uno di quei film meravigliosi, modernissimi, eterni, disturbanti, terrificanti, che ho visto una volta e non voglio vedere mai più, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto invece l’ho visto fino a consumarlo (quasi), Todo Modo è un film semplicemente troppo, talmente troppo da perdercisi dentro; e poi ha detto no a Coppola per Il padrino a Bertolucci per Novecento, ai Taviani per Padre padrone.
Ma più di tutto, più di tutto tutto, ecco, io Gian Maria Volonté lo amo quando fa il cattivo, o il quasi-cattivo nei film di genere (Per qualche dollaro in più, L’armata Brancaleone, Per un pugno di dollari), perché io penso che in quei ruoli sprigioni una fisicità incredibile, con quello sguardo severo e corrucciato che s’illumina di una luce crudele e furba, e più di tutti Teofilatto, oh mio dio Teofilatto, e "Cedete lo passo - Cedete lo passo tu - Sono Teofilatto dei Leonzi, ti vedo e ti piango". Che poi in tutti i suoi film Volonté è attore mortalmente fisicissimo, quasi insostenibile, ma diamine, quando fa il cattivo!

Il fatto è che Gian Maria Volonté recita come io vorrei scrivere, roba da “ti sfido a staccare gli occhi da me, stronzo”, perché lui, con quella faccia, con quella voce, con quello sguardo è come una mano gigante che ti tiene la testa ferma, e al massimo tu puoi sgranare gli occhi e annuire, ma piano, con discrezione, per non disturbare e non distrarti.
Perché il carisma di Volonté non è il carisma del divo, o dell’attore impegnato o che, ma è quello di un’energia potentissima e integra e perfettamente coerente, nelle sue sottrazioni, nei suoi istrionismi, come se lui fosse un amplificatore caricato alla grandissima, che amplifica e illumina tutto quello che gli sta intorno, e vi si inserisce alla perfezione, come nel suo elemento naturale; e questo splendore si comunica, annulla ogni distanza, e anzi sfida chi lo osserva a muoversi con la stessa naturalissima padronanza, con la sua umile autorevolezza, come rotta e timoniere di tutto ciò che lo circonda.

E allora Gian Maria Volonté potrà pure essere il grande attore dimenticato, ma chi se ne frega, perché tanto è stato, è e sarà un grandissimo tra i grandissimi.

martedì 3 dicembre 2019

Sylacauga, Alabama (un microracconto di Francesca Maggi)

La cittadina di Sylacauga in Alabama, fino a quel fatidico febbraio del '54 era sempre stato un posto tranquillo, sonnecchioso, ripettabile, la tipica cittadina di quella provincia americana bianca e borghese. Ann Hoges sonnecchiava distesa sul suo divano, in una posa che sua madre avrebbe definito "indecorosa": la borsa dall'acqua calda sulla pancia, la gambe leggermente aperte per accogliere la cagnolina Bess. Sul basso tavolino una bottiglia di gin semivuota, le aspirine e un romanzo rosa. Il marito era via da tre giorni e per questo eveva deciso di rimanere ancora un po' così senza vestirsi né truccarsi. Tutto, fuori e dentro di lei era immobile. Improvvisamente ci fu un bagliore nel cielo, che lei naturalmente non vide. Ciò che sentì fu un formidabile fracasso, e le assi del soffitto le caddero addosso. Sentì un dolore lancinante al fianco destro e vide accanto a sé una pietra incandescente. Era la prima volta che un meteorite colpiva un essere umano. Quella che ne segui' fu una delle più appassionanti e più tristi vicende legali che Sylacagua abbia mai conosciuto. Potrei scriverne un romanzo. 
Vostro T.C.

lunedì 2 dicembre 2019

Il cinismo di Tru(e)man (un microracconto di Massimo Guelfi)

Nel distretto 60215 nella contea di Billund c’è una caserma di mattoncini rossi che sovrasta il resto della città. Fu costruita dopo il grande incendio che colpì metà dei territori della contea circa dieci anni prima. Il governo locale decise che mai più in futuro si sarebbero fatti trovare impreparati di fronte ad un evento così devastante e stabilì che la messa in sicurezza del territorio avrebbe portato ad un massiccio reclutamento di pompieri e alla costruzione della più grande caserma di tutti i territori occidentali. Al primo piano di quell’edificio Trueman sfogliava il giornale in completa solitudine mentre i colleghi, gli altri numerosi colleghi della centrale operativa, erano indaffarati nelle più disparate attività che consentivano loro il raggiungimento del desiderato approdo della fine del turno. Trueman, un uomo uguale a tanti altri, stessa espressione stampata, stessi rigidi movimenti, cercava nelle pagine di quel quotidiano le risposte al destino che avrebbe investito lui e molti dei suoi colleghi di li a poco. Da qualche mese infatti erano partite le lettere di licenziamento in altri distretti e la prospettiva di una contrazione dell’organico era oramai diventata l’ineludibile destino a cui molti si stavano preparando. Dopo i tragici eventi di dieci anni prima infatti nessun incendio si era mai più verificato e la compagnia non era più in grado di sostenere le ingenti perdite per l’eccessiva esposizione salariale degli ultimi bilanci.L’imminente apertura della crisi della società, ritardava ancora una volta la realizzazione del suo desiderio, un viaggio lungo le frastagliate coste per l’osservazione del distacco dei ghiacciai.La sua situazione finanziaria non gli consentiva di affrontare con leggerezza i proibitivi costi della compagnia navale che organizzava le escursioni ed aveva sempre rimandato il proposito che continuava comunque ad abitare i suoi desideri. La sua prudenza era il frutto del lavoro educativo ben riuscito dei suoi genitori che seppur di umili origini gli avevano trasferito un bagaglio di valori che lo faceva essere apprezzato e rispettato dai suoi colleghi. Ai genitori di Trueman piacevano i giochi di parole e scelsero proprio quel nome per attribuirgli, già a livello anagrafico, gli anticorpi necessari per affrontare l’ingresso in quella società che stava oramai rivelando se stessa per quello che era. Un insieme stratificato di inganni e finzioni che affioravano agli occhi di tutti come muffa sul quel muro che una volta era invece ricoperto dalla rassicurante pittura dell’unica possibile verità.La stessa verità che Trueman si illudeva di cercare in quel giornale che inconsapevolmente rappresentava fuga e ritorno dal grande inganno di quella costruzione monotona e ripetitiva.Proprio a metà dell’interminabile ed ozioso turno avverte la pesantezza delle palpebre che precede di poco la caduta in avanti della testa e la repentina frenata imposta dal collo che lo riporta momentaneamente in un labile stato di veglia prima della definitiva capitolazione. Cede! La testa scivola lentamente sul giornale che gli fa da esile cuscino ad attutire appena le irregolari asperità della consolle del centro operativo. Adesso entra nella fase metastabile della confusione tra rumori esterni reali e quelli della trama del sogno che cercano di entrare prepotentemente in scena dall’interno. E’ in quel preciso istante che i suoi timpani vengono investiti dal fischio della sirena della caserma, al suo interno, il rumore viene assorbito e convertito dal sogno in quello della nave da crociera che avverte tutti del suo ingresso nel porto. Quella sirena che aveva emesso il suo suono soltanto nelle sporadiche esercitazioni, adesso spande il suo suono come a liberarsi definitivamente della prigionia forzata. Il rumore continua insistentemente la sua propagazione monotonale fino a raggiungere le oscillazioni armoniche che si fanno pulsanti all’interno del meato uditivo dei presenti. Dentro Trueman invece la nave non rallenta e prosegue la sua corsa anche oltre la banchina che si sgretola al suo passaggio come se il cemento armato si fosse fatto improvvisamente cracker. E’ la frattura della realtà, il richiamo del paradosso che lancia il suo contro allarme al subcosciente che lo desta da quella veloce ma profonda perdita di coscienza. Si riaprono gli occhi che restituiscono ancora una realtà opacizzata dalla velatura che si stacca dalla palpebra su tutta la superficie della cornea e vede pulsare la luce rossa da sotto il giornale. E’ un risveglio repentino che lo porta ad alzarsi di scatto dalla sua postazione e notare la frenesia dei colleghi che si lanciano velocemente verso i mezzi di soccorso. Un nuovo incendio finalmente! E’ questo il pensiero che investe Trueman e mentre si alza, svolgendo per la prima volta tutte le operazioni a cui si era esercitato negli anni precedenti, un sorriso carico di gioia gli affiora ai lati della bocca e con il cuore carico di nuova speranza si getta nella buca che lo conduce al piano sottostante verso il nuovo destino, un nuovo futuro a cui si sente di poter finalmente appartenere.