sabato 30 novembre 2019

Immagini, Suoni, Parole


Qualche giorno fa sono incappata in questo, e aldilà delle varie cose che devo ancora indagare/approfondire (tipo il fascismo della Silicon Valley o il Dark Enlightment), mi sono venuti una serie di pensieri casuali, e siccome Narcos mi piace ma non ci muoio dietro (come tutte le serie TV, tranne Inside n°9), ne sacrifico volentieri un paio di puntate per buttare giù due appunti altrettanto casuali in modo da farmi un’idea sulla questione.

[per chi non ha voglia di leggersi il pezzo o non legge l’inglese: una musicista di nome Grimes dichiara che presto la musica live diventerà roba vecchia e superata; altri musicisti, tra cui spiccano Zola Jesus e Devon Welsh, dicono che una dichiarazione del genere è cinica e alquanto spocchiosa, dovuta a una posizione di privilegio, e che loro faranno di tutto perché la musica dal vivo non muoia]

1) Mi torna in mente una volta in cui, all’interno di un cineforum, l’ospite Peter Greenaway dichiarava che le sale cinematografiche presto sarebbero morte, e che un evento come quello, che, ribadisco, celebrava lui, la sua arte e la sua carriera, non avrebbe avuto più senso di esistere, perché tanto avremo guardato i film e robe del genere sui telefoni cellulari. Lì per lì mi è partito un embolo, ma poi mi sono detta chissene: con i maxischermi che ci sono ora le visioni si possono fare anche a casa propria, sul divano e con il plaid e un pubblico selezionato, con coca e pizza e ciò che più piace agli spettatori, e il rito comune non perde senso e anche si arricchisce. Potrebbe esserci il problema della SIAE, ma a questo punto la cosa acquisterebbe anche un fascino al sapor di resistenza, e quindi se spariscono le sale poco male (tranne che per gli esercenti, ovviamente).

2) Tempo fa si parlava anche di libri scritti da macchine che hanno vinto premi letterari e cose così, e anche in quel caso la cosa aveva suscitato da un lato panico/scandalo, dall’altro gioiose teorizzazioni sulla scomparsa della figura dell’autore, sull’inutilità delle presentazioni e cose così. Io trovai la questione abbastanza irrilevante: io mi diverto a presentare libri, presentazioni che si risolvono in chiacchierate spero divertenti e stimolanti per chi vi partecipa, ovvero autore e pubblico, e se uno non ama le presentazioni semplicemente non ci va (io, ad esempio, che odio la calca, evito sempre le presentazioni “prestigiose”, festival ed eventi vari. dico sempre che andrò al prossimo, ma so già che sarà difficile che io ci vada). Voglio dire, se l’autore diventa preponderante rispetto all’opera (e a volte accade, e a mio parere non è mai una bella cosa) è responsabilità di chi gira intorno all’oggetto-libro, che forse sbaglia nel porre il prodotto che vuole vendere. Perché diciamocelo, alla fine l’importante è muovere copie, e non bisogna mai dimenticarsene.

3) Davanti all’idea di libri scritti da un algoritmo, di musica prodotta da un computer o d film creati da un’intelligenza artificiale, io rimango molto boh, perché gli autori/artisti che piacciono a me (e che il più delle volte, ripeto ovunque, non piacciono a nessun altro) sono molto imperfetti; per contro, molte serie TV, esattamente come un certo tipo di film esaltati dalla critica e dal pubblico (penso al modello Pixar) non mi soddisfano mai del tutto: mi sembrano eccessivamente calibrati sul gusto di chi guarda, e non per cercare un dialogo, ma per compiacerne occhio e sinapsi e proporre una visione delle cose calibrata e nel complesso conciliante. Ho sempre la sensazione di aver chiuso un contratto con un venditore abile e capace e onesto, un contratto soddisfacente, ma che sempre di un contratto si tratta. Da un’opera d’arte o d’intrattenimento seria io voglio qualcosa in più. Ben vengano gli algoritmi talentuosi, insomma, e vediamo cosa ne esce fuori. Tanto qualcuno che produrrà cose per indagare il mondo in maniera onesta e coraggiosa ci sarà sempre, e così come sono riuscita fino a ora a trovare cose di cui godere, riuscirò a farlo anche in futuro.

4) La difesa dell’umanità dell’artista/performer mi sembra eccessivamente sentimentale, esattamente come eccessivamente cerebrale mi sembra la profetizzazione della sua scomparsa. Mi danno da pensare più questi squilibri che l’argomento del pezzo in sé. C’è troppa forza reattiva, mentre lo spirito attivo latita. Tanto più che, ora come ora, e, a mio parere, sempre più in futuro, il fruitore di un prodotto culturale è a sua volta creatore di un prodotto altro, che deriva o si distanzia dal primo. Che poi la cultura è sempre stata così, solo che adesso è più palese.

5) Di provocazione in provocazione si rischia sempre di rimanere alla superficie del movimento vitale, un movimento che diventerà sempre più complesso. Mi piace pensare che l’arte/la cultura/i prodotti culturali avranno sempre più spazi e sempre più importanza per la sopravvivenza dell’essere umano e per la sua capacità di vivere una vita stimolante e piena di senso. A un’esperienza di piacere monetizzata e monetizzabile dovranno per forza opporsi movimenti minuscoli di “godimento di rottura”, movimenti che potrebbero mandare in vacca un intero sistema. E la cosa mi entusiasma da morire.

(laChiara)

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