lunedì 25 novembre 2019

Iconoclastia portami via ( ovvero "Parasite" e "Mademoiselle", due film splendidi)

Mademoiselle di Park Chan-wook abbandona la vendetta e si lancia sull’amore; in Parasite, Bong Joon-ho continua il suo percorso sulla lotta di classe; il primo contiene tutti gli stilemi e i topoi della narrazione gotica di stampo vittoriano (mogli suicide, zii inquietanti, tradimenti, intrighi, luoghi misteriosi e vietati), il secondo spazia almeno tra tre generi (commedia, thriller, drammatico, con una devastante e goduriosa puntata sull’apocalittico); entrambi sono film strabordanti, eccessivi e sardonici, su entrambi viene da dire ad avercene, entrambi hanno un approccio ironico e satirico, entrambi sono di una bellezza annichilente.

E da un lato potrei dire che quanto detto sopra basta e avanza per decidere di comprare entrambi i film e guardarli fino a vomitare, per introiettarne strutture, e scansioni dei tempi, e soprattutto spirito, e dinamismo, e ghigni e sorrisi (questi ultimi solo in Mademoiselle, naturalmente); ma poi ci sono i corpi, perché entrambi questi film si giocano e si risolvono e si sconvolgono nella carne, nel sesso, nel sangue, nella posizione di un corpo rispetto all’altro, nelle nudità (e di conseguenza nel vestire), nel contatto fisico (e, di conseguenza, nella mancanza/nel rifiuto di esso), nella mutilazione, nella luce e nell’ombra.

Il fatto è che Park Chan-wook e Bong Joon-ho hanno reso le loro idee e la situazione presente (anche quando temporalmente traslata come in Mademoiselle) in una forma talmente tangibile da essere fastidiosa, e però anche ariosa e liberatoria, come quando qualcuno urla che c’è un cavolo di elefante elefante in salotto. Perché alla fine Parasite e Mademoiselle sono i film più spietatamente politici che ci siano in circolazione, e hanno una freschezza, un’eleganza e un tale disprezzo per le buone maniere da suscitare non solo una reazione in chi li guarda, ma anche di dargli una nuova angolazione per vedere il mondo, e di fornirgli una spinta emotiva per riconoscere e magari reagire a certi fenomeni.

L’eterna caverna platonica di Parasite, con il buio che confonde e la luce che non rivela e anzi falsa la percezione, e l’amore come mezzo anarchico e dirompente di liberazione da giochi fatti da altri e nei quali siamo coinvolti in maniera falsata, superficiale e convenzionale, sono chiavi di lettura della società e della vita, grimaldelli che bucano lo schermo e si presentano allo spettatore senza filtri, senza rispetto e senza pudore, vivi, senza dare lezioni, ma inondando chi guarda e spingendolo verso la stessa libertà, o la stessa grottesca consapevolezza.

Il problema, almeno per me, è che poi, per ritrovare lo stesso approccio, tocca andare a cercare col proverbiale lanternino, ma alla fine non importa, ed eterna gloria al lanternino.

(laChiara)

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