sabato 30 novembre 2019

Immagini, Suoni, Parole


Qualche giorno fa sono incappata in questo, e aldilà delle varie cose che devo ancora indagare/approfondire (tipo il fascismo della Silicon Valley o il Dark Enlightment), mi sono venuti una serie di pensieri casuali, e siccome Narcos mi piace ma non ci muoio dietro (come tutte le serie TV, tranne Inside n°9), ne sacrifico volentieri un paio di puntate per buttare giù due appunti altrettanto casuali in modo da farmi un’idea sulla questione.

[per chi non ha voglia di leggersi il pezzo o non legge l’inglese: una musicista di nome Grimes dichiara che presto la musica live diventerà roba vecchia e superata; altri musicisti, tra cui spiccano Zola Jesus e Devon Welsh, dicono che una dichiarazione del genere è cinica e alquanto spocchiosa, dovuta a una posizione di privilegio, e che loro faranno di tutto perché la musica dal vivo non muoia]

1) Mi torna in mente una volta in cui, all’interno di un cineforum, l’ospite Peter Greenaway dichiarava che le sale cinematografiche presto sarebbero morte, e che un evento come quello, che, ribadisco, celebrava lui, la sua arte e la sua carriera, non avrebbe avuto più senso di esistere, perché tanto avremo guardato i film e robe del genere sui telefoni cellulari. Lì per lì mi è partito un embolo, ma poi mi sono detta chissene: con i maxischermi che ci sono ora le visioni si possono fare anche a casa propria, sul divano e con il plaid e un pubblico selezionato, con coca e pizza e ciò che più piace agli spettatori, e il rito comune non perde senso e anche si arricchisce. Potrebbe esserci il problema della SIAE, ma a questo punto la cosa acquisterebbe anche un fascino al sapor di resistenza, e quindi se spariscono le sale poco male (tranne che per gli esercenti, ovviamente).

2) Tempo fa si parlava anche di libri scritti da macchine che hanno vinto premi letterari e cose così, e anche in quel caso la cosa aveva suscitato da un lato panico/scandalo, dall’altro gioiose teorizzazioni sulla scomparsa della figura dell’autore, sull’inutilità delle presentazioni e cose così. Io trovai la questione abbastanza irrilevante: io mi diverto a presentare libri, presentazioni che si risolvono in chiacchierate spero divertenti e stimolanti per chi vi partecipa, ovvero autore e pubblico, e se uno non ama le presentazioni semplicemente non ci va (io, ad esempio, che odio la calca, evito sempre le presentazioni “prestigiose”, festival ed eventi vari. dico sempre che andrò al prossimo, ma so già che sarà difficile che io ci vada). Voglio dire, se l’autore diventa preponderante rispetto all’opera (e a volte accade, e a mio parere non è mai una bella cosa) è responsabilità di chi gira intorno all’oggetto-libro, che forse sbaglia nel porre il prodotto che vuole vendere. Perché diciamocelo, alla fine l’importante è muovere copie, e non bisogna mai dimenticarsene.

3) Davanti all’idea di libri scritti da un algoritmo, di musica prodotta da un computer o d film creati da un’intelligenza artificiale, io rimango molto boh, perché gli autori/artisti che piacciono a me (e che il più delle volte, ripeto ovunque, non piacciono a nessun altro) sono molto imperfetti; per contro, molte serie TV, esattamente come un certo tipo di film esaltati dalla critica e dal pubblico (penso al modello Pixar) non mi soddisfano mai del tutto: mi sembrano eccessivamente calibrati sul gusto di chi guarda, e non per cercare un dialogo, ma per compiacerne occhio e sinapsi e proporre una visione delle cose calibrata e nel complesso conciliante. Ho sempre la sensazione di aver chiuso un contratto con un venditore abile e capace e onesto, un contratto soddisfacente, ma che sempre di un contratto si tratta. Da un’opera d’arte o d’intrattenimento seria io voglio qualcosa in più. Ben vengano gli algoritmi talentuosi, insomma, e vediamo cosa ne esce fuori. Tanto qualcuno che produrrà cose per indagare il mondo in maniera onesta e coraggiosa ci sarà sempre, e così come sono riuscita fino a ora a trovare cose di cui godere, riuscirò a farlo anche in futuro.

4) La difesa dell’umanità dell’artista/performer mi sembra eccessivamente sentimentale, esattamente come eccessivamente cerebrale mi sembra la profetizzazione della sua scomparsa. Mi danno da pensare più questi squilibri che l’argomento del pezzo in sé. C’è troppa forza reattiva, mentre lo spirito attivo latita. Tanto più che, ora come ora, e, a mio parere, sempre più in futuro, il fruitore di un prodotto culturale è a sua volta creatore di un prodotto altro, che deriva o si distanzia dal primo. Che poi la cultura è sempre stata così, solo che adesso è più palese.

5) Di provocazione in provocazione si rischia sempre di rimanere alla superficie del movimento vitale, un movimento che diventerà sempre più complesso. Mi piace pensare che l’arte/la cultura/i prodotti culturali avranno sempre più spazi e sempre più importanza per la sopravvivenza dell’essere umano e per la sua capacità di vivere una vita stimolante e piena di senso. A un’esperienza di piacere monetizzata e monetizzabile dovranno per forza opporsi movimenti minuscoli di “godimento di rottura”, movimenti che potrebbero mandare in vacca un intero sistema. E la cosa mi entusiasma da morire.

(laChiara)

giovedì 28 novembre 2019

Due appunti mentali (ovvero fatti miei)

Credo che sia capitato a tutti di fare degli errori che poi hanno cambiato la nostra vita in meglio; tuttavia, pensare a quegli errori ci mette terribilmente in imbarazzo. uno dei miei sbagli benedetti è un errore d’interpretazione del quadro che accompagna il post, che è la Vocazione di san Matteo di Caravaggio. Fortunatamente non ho mai avuto l’opportunità di parlare del quadro e di conseguenza nessuno sa della mia lettura sbomballata, e non mi metterò a farlo adesso, e men che meno mi metterò a parlare del mio errore, tuttavia le conseguenze sono state importanti.
E l’imparare cose che mi hanno migliorato la vita da un errore mi fa sentire tranquilla e leggera.

La vita ci chiama a prescindere da tutto, e noi dobbiamo rispondere.
La Grazia è una cosa difficile da capire e comprendere, ma siamo costantemente toccati da essa.
Davanti alle vocazioni non possiamo fare nulla.
Non possiamo continuare la nostra vita quando la verità ci chiama, e ci illumina. Possiamo solo fare finta, e farlo pure male.
L’illuminazione è un pizzicore che non ci molla.
Le cose vengono da dentro, la manifestazione esterna è solo una conseguenza.
Dobbiamo essere grati, grati, grati, a prescindere da quel che accade, perché c’è una luce, ed è una luce a prescindere da noi.


lunedì 25 novembre 2019

Iconoclastia portami via ( ovvero "Parasite" e "Mademoiselle", due film splendidi)

Mademoiselle di Park Chan-wook abbandona la vendetta e si lancia sull’amore; in Parasite, Bong Joon-ho continua il suo percorso sulla lotta di classe; il primo contiene tutti gli stilemi e i topoi della narrazione gotica di stampo vittoriano (mogli suicide, zii inquietanti, tradimenti, intrighi, luoghi misteriosi e vietati), il secondo spazia almeno tra tre generi (commedia, thriller, drammatico, con una devastante e goduriosa puntata sull’apocalittico); entrambi sono film strabordanti, eccessivi e sardonici, su entrambi viene da dire ad avercene, entrambi hanno un approccio ironico e satirico, entrambi sono di una bellezza annichilente.

E da un lato potrei dire che quanto detto sopra basta e avanza per decidere di comprare entrambi i film e guardarli fino a vomitare, per introiettarne strutture, e scansioni dei tempi, e soprattutto spirito, e dinamismo, e ghigni e sorrisi (questi ultimi solo in Mademoiselle, naturalmente); ma poi ci sono i corpi, perché entrambi questi film si giocano e si risolvono e si sconvolgono nella carne, nel sesso, nel sangue, nella posizione di un corpo rispetto all’altro, nelle nudità (e di conseguenza nel vestire), nel contatto fisico (e, di conseguenza, nella mancanza/nel rifiuto di esso), nella mutilazione, nella luce e nell’ombra.

Il fatto è che Park Chan-wook e Bong Joon-ho hanno reso le loro idee e la situazione presente (anche quando temporalmente traslata come in Mademoiselle) in una forma talmente tangibile da essere fastidiosa, e però anche ariosa e liberatoria, come quando qualcuno urla che c’è un cavolo di elefante elefante in salotto. Perché alla fine Parasite e Mademoiselle sono i film più spietatamente politici che ci siano in circolazione, e hanno una freschezza, un’eleganza e un tale disprezzo per le buone maniere da suscitare non solo una reazione in chi li guarda, ma anche di dargli una nuova angolazione per vedere il mondo, e di fornirgli una spinta emotiva per riconoscere e magari reagire a certi fenomeni.

L’eterna caverna platonica di Parasite, con il buio che confonde e la luce che non rivela e anzi falsa la percezione, e l’amore come mezzo anarchico e dirompente di liberazione da giochi fatti da altri e nei quali siamo coinvolti in maniera falsata, superficiale e convenzionale, sono chiavi di lettura della società e della vita, grimaldelli che bucano lo schermo e si presentano allo spettatore senza filtri, senza rispetto e senza pudore, vivi, senza dare lezioni, ma inondando chi guarda e spingendolo verso la stessa libertà, o la stessa grottesca consapevolezza.

Il problema, almeno per me, è che poi, per ritrovare lo stesso approccio, tocca andare a cercare col proverbiale lanternino, ma alla fine non importa, ed eterna gloria al lanternino.

(laChiara)

giovedì 21 novembre 2019

Filosofare

 
Oggi è stata la giornata mondiale della filosofia, e io non l’ho mai amata, e adesso vorrei ristudiarla con un po’ di metodo.
Al liceo partii con aspettative mirabolanti e decisamente eccessive (anche se nei primi anni del ginnasio avrei dovuto intuire l’andazzo - ma, come diceva il buon Voltaire, a più di vent’anni essere ingenui è una colpa, ma io all’epoca di anni ne avevo quindici, ergo ok) che poi si sono scontrate con una noia universale con l’eccezione di Eraclito che ancora mi solletica e tormenta, Epicuro che mi ha alleggerito l’anima da morire, il breve accenno a Max Stirner che divenne il mio lume e poco altro.

Coloro che mi hanno fatto sentire parte di un percorso verso la saggezza sono sempre i soliti: Dostoevskij, Kafka, Sapienza, Kubrick, Chabrol, Beauvoir, Maugham, e poi Miyamoto Musashi, Yamamoto Tsunetomo (questi due in selezioni/traduzioni abbastanza raccapriccianti, come ho scoperto in seguito), Ikkyū Sōjun, o personaggi come Chance Giardiniere. Credo che molto dipenda dal fatto che nessuno di loro mi abbia mai dato l’impressione di volermi insegnare a pensare, cosa che percepivo nella filosofia che mi veniva spiegata a scuola.

Riflettendoci, il mio approccio alla lettura prima e alla cultura poi è sempre stato in qualche modo contro: leggevo perché non ero soddisfatta, approfondivo perché quello che vivevo non mi piaceva e lo trovavo soffocante, adesso semplicemente perché la realtà che ci viene raccontata è ridotta e non mi basta, perché amo la complessità e le sfide. Si tratta in poche parole di allargare le mie visioni di sopravvivenza, e cercare un compromesso di vita in un sistema al quale non mi voglio (e non mi volevo) adattare.

Allora oggi ho pensato un po’ al mio rapporto con la Saggezza, alla mia amicizia con essa (perché filosofia, come sanno tutti, vuole dire esattamente questo), al concetto stesso di saggezza, che per me è una sorta di accettazione creativa della situazione in cui si vive unita a un godere delle proprie facoltà, che poi per me è la felicità, e quindi eccomi qui a rimettermi in marcia sperando di esplorare nuove vie per vivere una vita saggia e felice, e ad augurarla a tutto il mondo, e sempre tenendo in mente che bisogna Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’ aria aperta e in movimento – che non sono una festa anche per i muscoli. Tutti i pregiudizi vengono dagli intestini. Il sedere di pietra – l’ho già detto una volta – è il vero peccato contro lo spirito santo, a mio parere la cosa più bella che Nietzsche abbia mai detto.
Ecce homo, ecce filosofo.


(laChiara)

mercoledì 20 novembre 2019

Barnaby, un affetto a scadenza


Non è che il nuovo ispettore Barnaby non mi piaccia, piuttosto non mi piacciono i suoi casi. Alla fine il personaggio di John Barnaby non è neanche antipatico, tutt’altro, anche se moglie e soprattutto cane gli rubano la scena, ma secondo me la serie ha preso una sfumatura vagamente profiling che per me è un peccato.
Ho cominciato di seguire L’ispettore Barnaby da qualche mese, anche se era da parecchio tempo che, in maniera distratta, ci stavo più o meno dietro: la voce di Romano Malaspina, il doppiatore principale di Tom Barnaby, è conciliante, piacevole e rassicurante da ascoltare, quasi a prescindere da quello che dice, ed è da lì che io ho cominciato a seguire la serie. Il passaggio da Tom a John Barnaby è quindi stato per me abbastanza indolore, dato che non mi sono affezionata tanto al personaggio quanto ai ritmi lentissimi, a questi inglesi nei paesini che ogni giorno c’è una festa caratteristica, al pub dove si beve, ai comitati di villaggio/strada/casa/stanza, a quei piccoli intrighi che portano ad almeno due morti (il massimo a cui sono arrivata è cinque).

La logica della maggior parte degli assassini su cui indaga Tom Barnaby è molto semplice:

1) sono coperto di debiti/una persona a cui tengo è coperta di debiti/un mio oscuro segreto sta per essere rivelato/ho bisogno di droga;
2) la vittima numero 1 mi potrebbe aiutare ma non lo fa/ la vittima numero 1 potrebbe mettermi nei guai
3) elimino la vittima numero 1
4) la vittima numero 2 passava casualmente davanti casa nel momento preciso in cui ammazzavo la vittima numero 1 e mi ha visto commettere il crimine/ potrebbe avermi visto commettere il crimine
5) ammazzo la vittima numero 2
6) la vittima numero 2 ha un amico/ un’amica/ un marito o fidanzato – una moglie o fidanzata che nutre dei sospetti, la vittima numero 3
7) uccido la vittima numero 3
8) la vittima numero tre è in affari/ in combutta con la vittima numero 4, e questa mi potrebbe danneggiare
9) faccio fuori la vittima numero 4
10) via di questo passo (non è da escludere che io, nella mia foga omicida, mi confonda e sbagli persona, e uccida uno che non c’entra niente con tutto l’ambaradan)  fino a che Barnaby, che ha iniziato a indagare sulla vittima numero 1, non mi arresta.

Oltre a questo processo che già di per sé è squisitissimo, la serie è resa ancora più interessante sia dai rapporti tra i cittadini e da tutte quelle microstorie che deviano dalla trama principale ma che le danno sapore, sia dal fatto che molto spesso sono la moglie di Tom, Joyce (personaggio di una figaggine suprema), o la figlia attrice Cully che, del tutto casualmente, tipo andando a comprare il latte, incappano in quella diceria che illuminerà il caso del marito portandolo alla soluzione.

Con l’arrivo di John Barnaby, che va a sostituire il cugino Tom al suo pensionamento, le cose cambiano. Intanto, John ha una moglie che lavora, una bimba piccola, un cane, una laurea in psicologia e un metodo d’indagine un filo più aggressivo; oltre a questo, i casi su cui si trova a indagare sono in qualche modo più morbosi, connotati da traumi da parte degli assassini, in un approccio che vorrebbe essere più da serial killer che da assassino-per-contingenza, il che dà un senso di già visto che spiace un po’; il contorno al caso diventa meno caratteristico e caratterizzato, ci sono poche sottotrame, insomma, a mio parere (e non solo mio) qualcosa è andato perso.

Che poi io, a differenza di molti, non accuso John dello smollamento della serie, anzi, ribadisco che trovo il protagonista piuttosto simpatico (ma mai quanto il suo cane); quello che io lamento è piuttosto una perdita di carattere, un modo di porsi un po’ prono davanti a un certo immaginario ormai consolidato di certe serie dal taglio investigativo, e un vago (e sempre stramaledetto) prendersi sul serio che negli episodi con Tom non ho ravvisato.
Insomma, più che il protagonista, quello che è cambiato è il clima, l’atteggiamento, ma tanto io anche di episodi ne ho visti complessivamente pochi, pertanto per un bel po’ posso stare serena.
 

martedì 12 novembre 2019

Piccolo pensiero errante senza titolo

L’opera è una cosa seria, invece il balletto è leggero. L’opera è pesante, il balletto è lieve e lezioso. Che tradotto fuori dalla metafora musicale, vuol dire che tutto è inquadrabile in schemi precisi    - oppure no. 
Da piccola ero veramente convinta che le linee di demarcazione fossero nette, che la realtà potesse catalogarsi e dividersi in compartimenti stagni. Una cosa è buona, un’altra no. Una da lodare, una da giudicare con severità. 
Per fortuna, con il passare del tempo, anche le mie categorie mentali si sono fatte più elastiche, i confini più sfumati, lo sguardo più comprensivo. Le realtà possono convivere, non si è mai del tutto bianchi o neri, completamente buoni o cattivi, e a volte proprio le compresenze sono ciò che ci rende forti, e infinitamente più complessi e affascinanti.
Non che voglia esprimere chissà quale verità, ma mi piace pensare a quanto sarebbe bello se imparassimo ad accettare le sfaccettature che ci caratterizzano, valorizzandole anziché condannarle. 
Intanto, io mi ascolto una bellissima musica da balletto, frizzante e vivace, che in barba alle categorie si incastra alla perfezione in una splendida opera lirica. 


Alessandra Ghilardi

lunedì 11 novembre 2019

Dostoevskij198




Hemingway si domandava come un uomo che scrivesse così spaventosamente male potesse trasmettere passioni così profonde. Io, che non amo Hemingway, mi sono risposta che Dostoevskij è grande perché non rifiuta niente dell’anima umana, perché non idealizza, non nobilita, non giustifica, ma ha una fede incrollabile nella bellezza, riconoscendone, e vivendone, tutte le sue storture.

Il fatto è che al diavolo la scrittura, al diavolo l’eleganza e di nuovo al diavolo la scrittura, perché la parola è solo indagine sulla vita, invito alla profondità senza l’aridità della mera contemplazione, al diavolo la bellezza se questa comporta quel distacco che nasce dal senso di superiorità. Dostoevskij è grande perché riesce a trasmettere quella visione totale e al contempo dettagliata di gni movimento vitale, di ogni eccesso e ogni ridicolaggine; e poi ci insegna che è tutto collegato e che tutto si piega di fronte a quella sofferenza che tutti prima o poi ci troviamo ad affrontare, quella sofferenza che ci mette in ginocchio, quella davanti alla quale non ci sentiamo pronti e che ci prostra e ci mette davanti a noi stessi, davanti alla quale bruciamo nella nostra nudità e inadeguatezza, e nella quale troviamo quella grandezza che allarga i nostri orizzonti e che, di conseguenza, ci insegna ad amare, che è la cosa più importante del mondo.

C’è questa consapevolezza esaltante e dolorosissima di doversi trascendere, nelle storie del nostro, del dover riconoscere le cose per quelle che sono e al contempo non accontentarsi di queste, coltivando e cercando quella bellezza che salverà il mondo, quello stato di grazia che è dentro di noi ma al quale è così difficile accedere, sul quale bisogna lavorare e che al contempo è un dono; ed è un consapevolezza essenziale, di quelle capaci di cambiare la vita anche solo incappandoci per caso.
È una cosa umana, e divina, come lo scrivere con tutti sé stessi, che siamo fortunati ad avere e che, almeno da parte mia, è impossibile non amare.
E per quanto la vita di Dostoevskij possa essere stata imperfetta, io sono grata per questo centonovantottenne che mi ha dato tanto e dal quale ho preso tutto.

laChiara


martedì 5 novembre 2019

Agognata scrittura, adorata lettura




Tempo fa Emma Coats, story artist che ha lavorato con Pixar, ha condiviso ventidue regole utili a scrivere una bella storia (o una storia di successo, non ho ben capito). Premettendo che io non sono una grande amante delle storie Pixar, che certe volte trovo un tantino manipolatorie, vorrei comunque soffermarmi su una regola che mi ha fatto venir voglia di abbracciare l’autrice e che condivido fin dentro le viscere:

Concentrati su quello che ti interessa in quanto spettatore, non su quello che ti piace come autore. Sono due cose diverse.

Questa regola mi eccita e mi terrorizza, soprattutto in sedi come questa, o come le piattaforme social, in cui è facile cadere nella trappola narcisista del credere che sia importante condividere il proprio pensiero e dire la propria su un argomento. Il fatto è che certe volte mi piacerebbe coprire nome e titolo di un libro, raccontare la trama al suo autore/autrice senza dirgli nulla e chiedergli se lui/lei quel libro lo comprerebbe.
Lo stesso dubbio mi perseguita su queste pagine virtuali, sulle quali, ribadisco, è molto semplice cadere nella trappola del parere/post/commento ammaestrante, anche se rivolto a pochissimi intimi che già mi conoscono e che magari, fortunatamente per loro e per me, mi si filano il giusto.

Tempo fa scrivevo recensioni perché non mi piacevano quelle che leggevo, perché mi sembrava parlassero dell’oggetto recensito in un modo freddo, eccessivamente analitico o eccessivamente umorale, e poche cose mi annoiano di più dei sentimenti e della letteratura. Scrivevo quello che avrei voluto leggere nel modo in cui avrei voluto leggerlo, ma anche in quel modo stava diventando maniera, c’erano persone a cui quello che scrivevo piaceva e la cosa mi metteva a disagio, ancora non ho capito perché. Il fatto è che quando mi dicevano che avevo un ottimo stile mi sentivo nervosa, dato che scrivere in maniera decente è un po’ il minimo sindacale per chiunque si esprima attraverso la scrittura, su qualunque piattaforma e in qualunque forma.

Poi ho ripreso a scrivere qualche racconto e poi recensioni e pezzi sui fatti miei un po’ come questo qui sul blog, che alla fine è uno spazio condiviso di persone che vogliono metterci cose che per loro sono importanti o belle o interessanti, ma l’idea di guardarmi dentro l’ombelico mi spaventa moltissimo, così come m’inquieta l’idea di guardare sempre fuori, perché mi sembrano entrambe un modo di fuggire. Certe volte mi sembra che scrivere, e scrivere qualunque cosa, fosse anche un diario (che comunque scrivo) sia una trappola dalla \quale sarebbe saggio uscire, ma poi mi viene in mente che a me piacerebbe davvero diventare brava, coltivare l’arte della scrittura esatta ed essenziale per se stessa.

E allora quella regola pixariana, che mi stimola e tormenta insieme, diventa una sorta di indicatore, una forma marziale che uscirà sempre sporca alla prova dei fatti, ma che, se ripetuta e ripetuta, diventerà sempre più fluida e affascinante a vedersi: come in cielo così in terra, nel piccolo come nel grande, nella testa come sulla carta o sullo schermo, senza prendersi troppo sul serio, ma neanche troppo poco.


laChiara

venerdì 1 novembre 2019

Inktober, giorno extra, tema claudicante


L’idea era di quella di chiudere il cerchio, di rinsaldare l’anello, di riprendere il tema iniziale, quello del primo giorno, per chiudere e riaprire un ciclo; e io pensavo che di cicli ne sto chiudendo ed aprendo parecchi, attraverso nuovi incontri, nuove decisioni e nuove , soprattutto, nuove letture, che poi in realtà sono vecchie.

Quello che mi mette in difficoltà è che qui non c’è niente da chiudere, anzi, un qualcosa che si spera di allargare, per includere nuovi mondi, nuove idee, nuove voci, nuovi scambi, soprattutto nuovi scambi. Allora rimugino, perché l’idea di riproporre questo tema, il tema dell’anello, mi piace, e tuttavia questo Ottobre, che è stato densissimo, ricchissimo, lunghissimo e vorace, è stata un’esplosione di voglia di giocare con le parole e le immagine e i pensieri che ancora mi devo riprendere; anche perché io credo che sia sempre meglio rilanciare, sperando di coinvolgere sempre più persone e sempre più diverse.

Perché le persone sono sempre al centro e al perimetro del cerchio, e l’unica cosa che rimane di un discorso scritto almeno tre volte e che non è mai stato soddisfacente, e che adesso lo è men che mai, perché sconclusionato, e confuso, e scentrato come poche cose al mondo.
E quindi concludo con l’unica cosa da dire:

GRAZIE A TUTTI, DI TUTTO CUORE.

Inktober 2019 – Giorno 31: Maturo

Veronica Galletta

Maturo è il tempo di ottobre, in questo ultimo giorno, maturo questo ink, in quest’ultimo post. Stanotte è la notte di Halloween, la festa preferita di mio figlio, che spero che in quel senso maturo non diventi mai, che gli piaccia sempre il travestimento e abbracci sempre la paura, senza paura.

Massimo Guelfi


Chiara Lecito

Da bambino era serio e posato, sempre obbediente, la gioia di ogni genitore e di ogni insegnante.
Crebbe tranquillo e posato, molto conscio dei suoi doveri e del suo posto nel mondo; poi, all’improvviso, ma forse non inaspettatamente, sbroccò. Niente di violento, solo mollò tutto e tutti e si mise a vivere un po’ come veniva.
Sono sempre stato molto maturo, diceva, e quindi adesso sono marcito.

Francesca Maggi



A volte rifletto sul concetto di "esame di maturità" trovando questo termine pretenzioso e alquanto ottimista.
Si da per scontato che l'adolescenza con i suoi drammi e i suoi picchi ormonali sia ormai alle spalle e che a 18-19 anni si sia ormai pronti per una vita adulta e responsabile. La maturità è stata per me un rito di passaggio, ma forse al contrario: sono sempre stata una bimba serissima e assennata, invecchiando invece mi ritrovo più spensierata e ingenua.
Il mio esame fu un vero e proprio disastro e rischiai seriamente di venire bocciata, dopo un discreto percorso scolastico mi ritrovai in quei mesi primaverili stanca e apatica e allo stesso tempo ero come un vulcano che stesse per eruttare. La prova orale fu incredibilmente identica a quella del protagonista del film "Ovosodo": parlai di tutto fuorché degli argomenti prefissati. In perticolar modo si parlò a lungo del mio tema, e di come in otto colonne fitte fitte ero riuscita in realtà ad andare fuori tema non più svariati modi.
Quel giorno segnò comunque il passaggio fra un prima e un dopo, gli argini erano stati infranti. Era l'inizio di una nuova era.
(Forse)