sabato 5 ottobre 2019

Inktober 2019 - Giorno 5: Costruire

Melania Ceccarelli

Avevo questo fidanzato che amava pescare con cui andai in Corsica, un anno, in ottobre. Non era molto che stavamo insieme ma entrambi avevamo già una certa età: non conveniva aspettare troppo. La Corsica era stata una scoperta entusiasmante per me, somigliava alla Sardegna ma senza i villaggi turistici e come venti o trenta anni indietro. Quello era un viaggio di prova, di tenuta. Eccetto per la sera che mi aveva portato a gelare sulla spiaggia, le cose erano andate piuttosto bene.  Sul traghetto, al ritorno avevo iniziato a pensare che potevamo anche costruire un nostro castello di carte non troppo traballante, qualcosa insomma che potesse resistere, almeno qualche anno. Sul ponte, il mio fidanzato mi dava sguardi di sbieco, dalla sdraio accanto alla mia quando pensava che stessi dormendo. Poi si faceva una sigaretta, la fumava in fretta e tornava a darmi occhiate. Andò avanti così per tutta la traversata, mentre io pensavo al castello di carte.

Veronica Galletta

Com’è quella cosa che si dice, che nella vita un uomo deve costruire una casa, fare un figlio e piantare un albero. Un uomo, si badi bene. E una donna? Una donna non si sa. Io comunque il figlio l’ho fatto, e a piantare un albero neanche ci penso. No grazie. Non fa per me. Le piante preferisco guardarle. Non ho la pazienza, e poi la terra mi dà fastidio sulle mani. Mi prudono.
Ricapitoliamo, quindi. Figlio sì, albero no. La casa, resta la casa. Per un uomo, è chiaro. E per una donna? Non lo so, comunque io case non ne ho mai costruite. Però ho costruito un ponte. Può andare bene lo stesso? E no, non è una metafora. Un ponte ponte intendo. Non lunghissimo eh, non dovete immaginarvi chissà quali campate, o quanti stralli o che travi. Un ponte piccolo, giusto due campate, una sola pila al centro e due spalle ai lati. Lo so, siete ancora in dubbio che sia una metafora. Va bene, per alimentarvi allora vi dico che non l’ho costruito da sola. E c’è voluto tempo anche. È venuto su, giorno dopo giorno, con la nebbia, il gelo, la grandine o il caldo afoso. Perché un ponte è un’opera collettiva, una cosa di tutti, e quando lo finisci ne sei orgoglioso. Eppure nessuna metafora. Esiste un mondo, là fuori, al di là delle nostre metafore. Per non parlare delle similitudini. E del ponte sei orgoglioso proprio, che tu sia operaio capocantiere ingegnere direttore dei lavori o collaudatore. È un ponte. Lo hai fatto tu. Non mi credete eh? Allora fate così. Andate, andate nelle campagne del basso Piemonte, passate da un fiume all’altro. Osservate bene i ponti, mentre vi avvicinate, o passandoci sopra. Uno, solo uno l’ho fatto io. Come lo riconoscete? È facile. È il più bello di tutti.

Chiara Lecito

Ti è toccata da casa al mare, quella che zio Luigi ci è vissuto per gli ultimi anni della sua vita; hai pensato di venderla, ma alla fine anche no, perché dato che sei sull’orlo della separazione (anche se lui ancora non lo sa, o forse lo sa ma non te lo dice, esattamente come stai facendo tu) pensi che non è una cattiva idea tenerla per te. Già da fuori capisci che buona parte della casa va ristrutturata, il resto bisogna farlo da zero. Il che, al momento, ti sembra bellissimo, anche se sai che sarà tremendo, e sfiancante, e confuso, ma avere una base su cui costruire è già una gran cosa. E sai che è saggio godersi la felicità che si ha a disposizione, senza reclamare altro.

Elda Mattesini


Costruire una sinfonia di voci contro i confini.



Foto mia.

Biennale arte 2019 Venezia
Installazione sonora  di Shilpa Gupta

L’autore ha costruito una sinfonia di voci registrate che declamano o intonano i versi di cento poeti  incarcerati a causa della loro produzione o delle loro posizioni politiche.

Dafne Munro

Io costruisco tu costruisci egli costruisce. 
Ben detto, perbacco, tu hai studiato! 
Adesso, se non vi dispiace, lo ripetiamo tutti insieme, come un ritornello o una filastrocca, diamogli un ritmo: 
Noi costruiamo,
Voi costruite,
Essi costruiscono.
I bambini risero tutti pazzamente.
E continuarono a squarciagola a gridare la coniugazione del verbo costruire, indiavolati e contenti, divertiti, mentre la maestra dirigeva i suoi alunni seduti ai banchi un po’ di fianco. A intervalli, quando lanciava il segnale di stop, si zittivano tutti e poi al nuovo segno, alzate le mani, riprendevano con voce sicura nell’estasi della certezza di essere tutti egualmente bravi, in  
coro, senza rumore di sedie, solo un’unica voce di gioia. 
La maestra, ogni giorno, costruiva un’orchestra, edificava un sapere di carattere divino. 
E altissima risuonava la sua commozione, fino al cielo, dove gli dei le volevano bene.

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