lunedì 28 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 28: Corsa/Cavalcata

Veronica Galletta

La pentola oscilla avanti e indietro, si muove sul bordo della stufa fino al limite, forma un angolo ottuso e l’acqua dentro sempre piatta sempre quieta aspetta. Bolle, ma non ha bisogno di bollire. È irrequieta, ma non ha urgenza di cadere. La bambina sta sotto, attorno nessun rumore, solo il fastidio il pizzicore del maglione sul collo bianco, il vestito verde giacca pantaloni della cugina lontana uno dei tanti pacchi della zia ricca il vestito che si strapperà sulle sue braccia alzate che si porterà via fette di pelle come mortadella il vestito che sua madre butterà insieme a quello per il Carnevale del giorno dopo il Carnevale che non ci sarà mai insieme alla Pasqua all’estate e alla festa dei morti, per la bambina quell’anno. Solo Natale tornerà. Da Natale a Natale per la bambina quell’anno, ma ancora no, ancora per un istante una frazione un battito c’è tutto, vestito verde Carnevale Pasqua e bagni al mare, fino a quando la pentola si deciderà e cadrà su di lei, il liquido non più superficie piatta come la terra di tanti anni fa, ma stramazzo, pioggia che la trapassa e la incolla ai vestiti a quella giornata all’assenza della mamma che adesso si fa bruciante. Letteralmente.
La bambina davanti la guarda, il braccio destro ancora teso nella propulsione della spinta. Sta accucciata sulle gambe non ha colore addosso né espressione negli occhi. La bambina davanti a lei la guarda, senza mai staccare gli occhi o dire niente, anche adesso che la cascata le ha cotto le carni come un prosciutto, e zia Margherita esce dalla cucina, corre verso di lei le strappa i vestiti e la pelle. Si muove frenetica, come assorta, zia Margherita, come se nella vita non avesse fatto altro che spogliare bambine ustionate per avvolgerle in teli bianchi e freddi, mentre la bambina resta là, di fronte a lei, in silenzio.
Chi è la bambina? Perché zia Margherita non le dice niente? Perché la lascia sola a casa, mentre corre all’ospedale, il fagotto bianco con me dentro in braccio, giù dalle scale, fuori al freddo di febbraio, sui sedili lisci in simil pelle di una 500?
Chi è la bambina? Quanti anni ha? Qual è il suo nome? Si chiama Daniela, come la bambina che ha sempre creduto di ricordare?

Massimo Guelfi

Nella definizione di un vocabolo esiste uno spazio sufficientemente esteso atto a coprire una vastità di ambiti fra cui si ritiene opportuna la sua applicazione. Il suo uso può essere ortodosso, popolare, arcaico, metaforico, allegorico. Allo scrittore resta così l’arbitrio di sfociare nel sinonimia o di avventurarsi negli sconfinati campi della soggettiva collocazione nel giusto contesto. C’è chi cede alla moda, chi si rifugia nel sicuro costrutto della frase fatta o chi preferisce l’esplorazione nel mare aperto dell’uso libero del solo suono. 

La mia natura, dominata dalla pigrizia, mi ha sempre portato a sposare la filosofia del leone che oziosamente attende la sua preda. Preferisco il sonnolente e sicuro riparo da tutte le avversità in cui la frenesia della vita moderna cerca invece di trascinarmi. So che ci sono, ma lascio le gazzelle al loro pascolo sul fondo della radura.

Un tempo era jogging oggi è running. Non so quando e se effettivamente c’è stata la sostituzione tra i due termini e se sono intercambiabili o se possono semanticamente ed onomatopeicamente giustificare la differenza tra corsa e cavalcata.

Mi piace però pensare di osservare questa disquisizione da quella piccola finestrella che la mia palpebra appesantita mi lascia intravedere..nella lontananza, fuori fuoco, le gazzelle continuano ad inseguirsi correndo e cavalcando...

Chiara Lecito

E giù e vai e vai e giù e vai, che cerca di farlo con discrezione, lo capisco, ma comunque lo sento, e allora il nuovo vicino ogni settimana mi porta una mezza teglia di torta o di sformato, e dice che sta imparando e che mi usa come cavia. Ogni tanto sbircio nel corridoio, e ogni fine settimana escono da casa sua donne e uomini sempre diversi, e sento il letto che struscia e non sbatte mai, e i gemiti sempre soffocati, e giù e giù e cloppete cloppete cloppete, non so se mi spiego. 
E lui è carino, l’aria gentile e simpatica, e all’ennesima torta, all’ennesimo sformato (di scuse?, di ringraziamento per non lamentarmi con l’amministratore?), mi fa E se ti invitassi direttamente a cena? E io accetto, giusto per vedere com’è fatta la sua camera da letto, con la curiosità che si ha quando si visita un luogo di culto in una regione straniera.

Francesca Maggi


Fuori faceva ancora buio, e molto freddo; sua madre gli portò una tazza di latte appena munto, ancora tiepido. Sebastian rimase ancora qualche attimo sotto le coperte poi si alzò, si lavò il viso nel catino e si vestì.
Fuori Stella lo aspettava e lo guardava quegli occhi dolci, le diede una carezza sul muso, dalle narici sbuffava nuvole di vapore. Sistemò i libri e il pranzo nella borsa laterale, salì in groppa e partirono mentre mentre cominciava ad albeggiare dietro le montagne in lontananza.
San Carlos de Bariloche distava trenta chilometri da casa sua e ogni mattina il viaggio verso la scuola si trasformava in una vera e propria avventura. A volte nevicava, pioveva o c'erano terribili raffiche di vento che riempivano la sua bocca e i suoi occhi di sabbia ma Sebastian era mosso da un bisogno troppo forte, la speranza di una vita migliore.
Sentiva che doveva farlo per sua madre, che ogni mattina si alzava alle quattro per mungere le vacche, e per le mani rotte di suo padre, che fino a sera cavava patate da una terra dura e matrigna.


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