domenica 27 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 27: Cappotto

Elmo Figumassi

Questa storia non finisce bene. Il fatalismo ha una sua ristretta validità se applicato ad un arco temporale che mantenga costanti tutti i parametri; l’umore, gli affetti, l’invecchiamento cellulare. Se estrapolato all’infinito perde completamente di significato, tutto è fine, tutto è morte; l’intuizione diviene evidenza e il futuro si fa presente. Questa storia non finisce bene, qui ed ora, nel presente appunto.

La vicina fine del secolo ha indotto nella società occidentale un senso di inquietudine. Una società completamente assoggettata al vincolo tecnologico e, nell’illusurio controllo di quest’ultimo, si trova avvolta da un irrazionale misticismo nel sentiero che conduce verso questo passaggio. La Compagnia Assicurativa Nazionale ha appena commissionato la realizzazione della macchina del piccolo futuro. Da quando é stata nazionalizzata, l’orientamento é quello di eliminare tutti gli incidenti regolati dal caso, potendo prevedere gli accadimenti dei successivi cinque minuti si stimano una riduzione degli incidenti del 90% e un susseguente risparmio per la spesa pubblica del 250%. Non finisce bene questa storia, la macchina del piccolo futuro non è ancora pronta.


“L’avevamo scelto insieme ai saldi dell’anno prima, facendo rapidamente il conto se nell’inverno successivo ti sarebbe potuto andar bene considerando il tuo tasso di crescita. Il cappotto blu era in quella vetrina, un doppio petto con un bavero molto pronunciato e bottoni a sfera di metallo, non era ancora la tua taglia ma era troppo carino e troppo scontato per lasciarselo scappare. Lo tengo nell’armadio di camera mia. Mi hanno suggerito che sarebbe stato opportuno disfarmi di tutti i tuoi oggetti ma ne ho bisogno. Ho imparato a memoria la sua forma e ogni singola cucitura. C’é ancora nella tasca destra la miniatura di leone con cui giocavi allora, esattamente dove lo tenevi tu quella mattina quando la macchina ti ha travolto. Al verde, ciecamente rispettoso delle regole, sei scattato lungo le strisce pedonali per raggiungere la mamma che era passata col giallo nel turno precedente. Ho cercato di fermarti, ho allungato il braccio quando mi sono accorto con la coda dell’occhio che quella macchina non si sarebbe fermata. Sono riuscito soltanto ad afferrare la manica del cappotto che ti ho sfilato via senza impedirti di proseguire nella tua traiettoria. Lo tengo tra le mani e rivedo tutta la scena. Lo tengo tra le mani e non posso farne a meno."

Veronica Galletta

Dell’inverno mi piace il cappotto. Di cappotti ne ho molti, e ogni tanto apro l’armadio e me li rimiro, ne carezzo le maniche, tocco i bottoni. Ogni cappotto ha una sua storia.
Il cappotto verde con il pellicciotto nero in alto è una mattina d’inverno a Lucca, in giro per il festival della fotografia, Ettore piccolo nel passeggino seppellito di coperte. È pesante il cappotto verde, ma quel giorno non bastava. Lucca in compenso era bellissima, altera e ghiacciata come solo lei sa essere.
Il cappotto nero di lana bouclé, che solo a guardarlo ne sfili delle parti, è la signora che me lo ha venduto. Un negozio di usato d’alta classe, a Parma, scendevano da Milano per comprare da lei. Chissà se esiste ancora. Il cappotto comunque è un po’ un vorrei ma non posso. È bello, ma non mi sta benissimo. Forse come la città dove l’ho preso.
Il cappotto blu è una sera di dicembre a Livorno, un negozio storico che svende tutto, anche questi modelli anni sessanta. Il cappotto è pesante, marziale. Siamo appena arrivati in città, e la osserviamo ancora con molte speranze. Le speranze sono andate, il cappotto invece rimane. Anche se ha perso qualche bottone.
Il cappotto giallo è la prima volta che l’ho messo, caldo e avvolgente. Quasi una giacca tre quarti, più che un cappotto. È un regalo di compleanno, è l’unico nuovo. Non è adatto ai questi tempi di antropocene, e infatti non lo metto mai.
Il cappotto rosa a disegni è tutte le volte che ho sollevato la testa, che sono caduta e mi sono rialzata, che ho chiuso l’armadio dicendo non lo metto più e che l’ho riaperto tirandolo fuori, e rimettendomelo, ancora.

Ma l’ultimo, un po’ come il bacio che non ho dato, resta il cappotto rosso. Quello che non posso più carezzare, perché l’ho buttato. Di lui mi rimane solo la storia del suo acquisto e qualche foto, e va bene così.

Chiara Lecito

E allora vorresti fare un elogio funebre, perché ti rendi conto, con sommo dolore, che, grazie all’andazzo del clima, il cappotto è un indumento che finirai con il mettere sì e no tre giorni l’anno. Ne hai tre, uno che hai messo spessissimo, uno che hai messo poco, uno che non hai mai messo. E quando vedi in una vetrina un cappotto che ti piace, senti l’ago del rimpianto che si rinnova, incandescente come questo ottobre, e quindi terribile.

Francesca Maggi


Qui a Siena c'è questa espressione: "fare il cappotto" e vuol dire che la tua contrada nello stesso anno vince il Palio del 2 luglio e quello dell'Assunta; è un evento rarissimo, che ha quasi del miracoloso e che infligge alle altre contrade un'umiliazione clamorosa. 
Ci sono persone che, per così dire,  riescono a "fare il cappotto" anche nella vita, uno di questi è mio cugino Alfredo: stimato professionista, bello, simpatico, sportivo, trombatore e, manco a dirlo, pure fantino. La nostra infatti è una storica famiglia di fantini della Giraffa: mio nonno era fantino, così mio padre e mio zio Guido. Tutti si aspettavano che io seguissi le stesse orme, ma se devo dire la verità a me il Palio fa proprio schifo! Odio il fanatismo e non sopporto che un nobile animale possa ferirsi, così solo per il puro divertimento, lo trovo uno spettacolo disgustoso e nel complesso una vera pagliacciata. Per questo in famiglia sono considerato una specie di reietto, ma non ce la faccio proprio a comprendere quest'amore smisurato e incommensurabile dei miei cittadini per il Palio.
Ma forse sono io che sono sbagliato, forse sono troppo razionale, ma tutta questa magia non ce la vedo proprio.

Rinaldo Picciotto (Buio)

(Animale 7)
 Appena nati, alle prime luci dell’alba, corrono. Lo fanno immediatamente. E il loro è un movimento frenetico apparentemente privo di senso.
Riescono a cibarsi catturando briciole che risucchiano insieme a detriti scarsamente commestibili.
Piccoli e veloci,  a volte è difficile  scorgerli mentre passano. Quando si fermano, è giusto per guardarsi intorno -  e riprendere a correre con le loro piccole zampe aderenti al suolo che paiono sfiorare il terreno.
Il loro terrore è il buio.
Infatti pare che non si fermino mai: apposta per non dover osservare la propria ombra,  è una cosa più forte di loro. Il buio significa la morte certa e restano quindi alla perenne ricerca di luce.
Evitano accuratamente ogni zona ombreggiata,  dove sarebbe loro difficile sopportare l’assenza di luce piena. Passano l’intera giornata correndo e sfrecciando sulla sabbia,  apparentemente per evitare quelle creature che si ciberebbero volentieri di loro. Ma in effetti fuggono la propria ombra.
Arriva un momento della giornata in cui la continua  ricerca di cibo diventa totalmente secondaria alla propria sopravvivenza al buio. Perché si rendono progressivamente conto dello spostarsi del sole su quelle terre sempre calde -  e la frenesia si impadronisce sempre maggiormente dei loro corpi.
Gli spostamenti si fanno più veloci,  ma anche più disordinati; privi di una meta definita che non sia quella si sfuggire l’ombra.
A mano a mano che il tramonto progredisce e che l’oscurità si allunga,  la ragione si ottenebra,  lasciando che sia il panico a dominarli.
La loro corsa si fa sempre più vana,  mentre la mente annega nella disperazione: la consapevolezza del tramonto imminente fa sì che il cuore batta sempre più all’impazzata.
Mai nessuno sopravvive al buio.
Col calare della sera,  la loro vita si conclude. Il cuore non tollera lo spavento oltre che lo sforzo,  e si schianta.
Riescono a svilupparsi, a crescere, riprodursi e nutrirsi solo nell’arco di una giornata. Come scende il buio,  il terrore si impadronisce della loro mente facendoli soccombere.
L’indomani il piccolo corpo viene travolto dai nuovi nati che non hanno consapevolezza di chi li precedeva,  terrorizzati come sono dalla prospettiva che la luce possa scomparire,  angosciati dalla propria ombra che li segue con disperante fedeltà.

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