martedì 22 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 22: Fantasma

Veronica Galletta

L’uomo è senza un braccio. L’ho già notato nella sala delle colazioni, mentre si aggirava attorno al tavolo delle torte, la camicia chiara a maniche corte vuota da un lato. Adesso è qui, nella piccola piscina termale dell’albergo. Si muove impacciato attorno al bordo di piastrelle, l’accappatoio su una spalla. Indugia, lo lascia scivolare piano sul lettino, scoprendo una schiena curva, la muscolatura flaccida, la carnagione grigia di chi prende poco sole e forse troppe medicine. Non bastano le tante stelle di certi alberghi a proteggerci, penso. La nudità rende tutti uguali. Si volta, scende con cautela in acqua. A destra ha un moncherino alto, poco sotto la spalla, ma non è quello che mi colpisce. È come muove l’altro, quello in cui che c’è tutto, gomito avambraccio polso mano dita. Ha un movimento scomposto, come fosse un pennuto molesto poggiato sulla spalla, la mano e le dita la cresta di un pappagallo, del quale deve controllare il movimento. Come se la vera essenza del suo corpo terrestre fosse senza braccia. Chiudo gli occhi, per visualizzarlo meglio. Li riapro. Sì, deve essere proprio così.

Massimo Guelfi

Mi trovo alla caffetteria d’angolo tra rue rêve e rue réalité per la consueta colazione tardiva. Nell’attesa mi diletto a leggere le notizie con la speranza di trovare qualcosa di singolare che non sia già stato ampiamente superato dalle vicende della notte. Quella mattina che sfuma inesorabilmente verso l’ora del pranzo degli altri, come mi viene brutalmente ricordato dagli odori provenienti dalla cucina, è una mattina come tante altre. In in prima pagina il resoconto delle vittime del nuovo assedio, nel ritaglio basso l’editoriale sullo sforamento del rapporto deficit-pil, uno sguardo alla rubrica sportiva, insomma niente da cerchiare in giallo che significa sviluppare con calma e niente da evidenziare in verde che invece significa tesoro nascosto.

L’ispirazione è un recipiente che necessita del giusto tempo per riempirsi, il ritmo imposto dall’editore me lo aveva completamente prosciugato. Il mio taccuino era pericolosamente bianco da diversi giorni, più di quelli che ancora mi separavano dalla imminente prossima scadenza. Aspetto con terrore lo squillo del telefono e la paura non fa altro che alimentare il senso di impotenza rendendo sempre più aride le poche righe che faticosamente mi sforzo di scrivere. Ho bisogno di staccare, di ricaricarmi, ho bisogno di uno scrittore fantasma che per un po’ faccia il lavoro al posto mio senza che l’editore lo venga sapere. Ho bisogno di un bel pezzo di qualcuno che inesorabilmente, senza remore, macini parole una di seguito all’altra. Ho la soluzione, non so se accetterà, ci conosciamo appena...si chiama Elmo...

Chiara Lecito

Nonna aveva tre case, e in due c’erano degli spettri e in una un fantasma. Quella che andai a ripulire io era quella con il fantasma. Per chiarire: la differenza tra fantasma e spettro è che lo spettro è più ambiguo, più indefinito, potrebbe essere anche una persona mai conosciuta che quindi ha potere su ogni cosa, mentre invece il fantasma ha una fisionomia più precisa, ti conosce e tu conosci lui, e ha potere su di te solo nel momento in cui tu glielo permetti. Ovviamente, il fantasma in questione era quello del Nonno.
Quando entrai, lui mi disse: Dov’è tua nonna?
Nonna è morta due settimane fa.
Ma dov'è?
Non risposi.
Il Nonno non era troppo acuto neanche da vivo.

Francesca Maggi


Inspirò, a metà del respiro si distese e morì. Se la era immaginata diversa la morte, più leggera, si era illuso di poter lasciare il suo corpo malato e disgustoso, credeva di poter dimenticare la pochezza della sua vita coniugale, il fardello dell'onerosa carica di magistrato.
Paradossalmente si sentiva ancora più pesante, come se grosse, arrugginite catene gli stringessero mani e polsi, avvertì la sensazione che qualcosa di irrisolto gli avvelenasse ancora il cuore. Capi' allora che come fantasma era destinato a vagare nella casa di Praskov'ja Fedorovna, come in una terra di mezzo fra i morti e coloro che sono morti in vita.

Elda Mattesini



I Baustelle è un gruppo toscano, senese, di alternative rok  nato nel 1996.
L’album Fantasma è stato pubblicato nel 2013.
Si compone di 19 tracce: 13 canzoni e sei brani musicali.
Il tema dell’album è il tempo e l’idea che i Baustelle hanno di esso: il passato che appare nel presente, e il futuro anche questo fantasma in quanto incerto. Altri temi sono le nostre paure interiori, l’amore, l’assenza, la morte.
Sul piano musicale vi sono riferimenti alla musica classica e barocca e a colonne sonore di film.
La band si è  avvalsa della collaborazione di un'orchestra sinfonica di 60 elementi, la Film Harmony Orchestra di Breslavia (Polonia). 

Dafne Munro

Rosetta è morta per un colpo al cuore. Però c’era sangue dappertutto perché ha sbattuto la fronte nello spigolo della sua toeletta. Quando Lidia è venuta a casa per riportare la tragica notizia, l’ha raccontata a modo suo, insinuando il dubbio e il pettegolezzo e perfino l’ipotesi che fosse stata assassinata perché suo marito, il barone, si era innamorato di un’altra e l’aveva fatta fuori. Del resto il barone era rimasto vedovo già altre due volte e questa terza volta era davvero il colmo delle coincidenze.

Rosetta, quando veniva a casa, si portava dietro una borsa piena di trucchi con le matite per gli occhi di tutti i colori. A casa nostra non c’era posto per quello che madre sentenziava come lo spreco dell’esser donna, cioè mascherarsi il viso. Per questo motivo veneravo quella donna femminile bionda e truccata dalla testa ai piedi.

Madre ci disse mettetevi a letto, noi andiamo, faremo tardi. Salendo su per le scale grigie e mezze al buio perché c’era sempre qualche lampadina fulminata che nessuno sostituiva, sentii con chiarezza il fantasma di Rosetta che mi chiamava, mi implorava, mi diceva che era stata assassinata.

Terrorizzata ritornai giù, tramortii i miei fratelli che cominciarono a piangere e a tremare dalla paura, quindi decisi di chiamare la nonna. Le raccontai che c’era il fantasma di Rosetta a casa e che noi quattro non volevamo rimanere da soli manco morti. Così fu spedito in via Nereo un cugino scemo di diciotto anni.
Arrivò e sulle prime cerò di incoraggiarci, mi diede della superstiziosa, mi spiegò con convinzione che i fantasmi non esistono e che mi ero semplicemente impressionata e inventata tutto.
Così ci sfidò a risalire su per le scale, noi davanti, lui dietro al piccolo corteo, ma a ogni gradino risentivo il lamento triste e il soffio straziato di Rosetta fino a quando lanciai un urlo acuto e straziante, insostenibile, lo stesso che aveva lanciato Rosetta quando era stata assassinata. Il cugino scemo tremò di paura, lo contagiai, lo irritai, si spaventò a morte, perché io insistevo: non la sentite anche voi la sua voce? Come fate a non sentire! Il fantasma di Rosetta ci sta chiedendo aiuto e giustizia! Alla fine, pallido e dubbioso, concordò che in effetti potevamo aspettare tutti in salotto il ritorno di madre e padre.

Rinaldo Picciotto

Dopo la scomparsa di mio padre,  avevo conservato soltanto il suo vecchio orologio placcato oro dal quadrante avorio macchiato e il cinturino in pelle con ancora il segno della misura del suo polso. Lo tenevo sul comodino caricandolo ogni sera.
Quella sera avevo tralasciato di farlo, dimenticandomene, mettendomi a letto prima delle dieci. La notte fu piuttosto agitata, con un sonno tormentato e sudato. Finché non sentii una forte presenza in camera. Aprii gli occhi di scatto, come se non stessi nemmeno dormendo e vidi immediatamente la sua sagoma sul bordo del letto, in fondo. Il mio cuore batteva pesantemente, pompando sangue che pulsava in testa e i timpani facevano rimbalzarne i tonfi come martellate sul cemento. Rimasi immobile fissandolo nel buio: solo la sagoma si stagliava nella penombra e non riuscivo a vederne il viso. Ma sapevo che era lui. Feci per parlare ma non uscì un suono dalla bocca e sentivo la gola stringersi come in una morsa dolorosa. Riuscii ad avere la lucidità di pensare che fosse venuto a prendermi perché stavo avendo una crisi cardiaca e lui era lì in avanguardia. Il tempo che si era fermato riprese a scorrere con estrema lentezza; provai a muovermi ma ero greve come il cemento che continuava a frantumarsi nelle orecchie a causa del cuore che batteva ritmico, opprimente e doloroso permettendomi appena di respirare.
Mentre boccheggiavo inutilmente cercando di visualizzarlo meglio,  sentii la sua voce, inconfondibile. Parlava come se fosse la conversazione più ovvia del mondo: non capivo cosa stesse dicendo ma capivo che parlava a me in una lingua sconosciuta che pure comprendevo. Cercavo di metterlo a fuoco mentre svaniva progressivamente, le sue parole si allontanavano come se stesse discorrendo voltato da un’altra parte. Scomparve lasciandomi esausto e incapace di muovermi. Non era stato un evento minaccioso e neppure inquietante ma di una intensità totale e assoluta.
Riuscii finalmente a guardare l’ora segnata dalla sveglia: le tre e trentatre. Afferrai meccanicamente il suo orologio posato lì accanto e le lancette indicavano le sette e dieci, l’ora in cui era deceduto dopo una breve malattia. Le lancette dei secondi camminavano regolarmente e il meccanismo era al massimo della carica pur non avendolo io toccato prima di coricarmi.
Mi lasciai andare sul cuscino mentre la voce continuava a ronzarmi in testa provenendo da un lontano altrove. Mi riaddormentai di un sonno anomalo e innaturale e al risveglio notai che il suo orologio non era al solito posto ma sulla credenza. Segnava l’ora giusta e con un gesto privo di qualsiasi forza lo rimisi al suo posto cercando di entrare in quella nuova giornata.

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