lunedì 21 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 21: Tesoro

Veronica Galletta 

In seconda media facemmo la pesca di Natale. C’erano in premio varie cose, che non ricordo. A me toccò un profumo, solo questo ricordo. E non avevo nessun interesse a portare a casa un profumo, anche questo ricordo. Per questo protestai, e ottenni di fare uno scambio. Restituii il profumo e ottenni in cambio un libro. Era Il signore degli anelli. So che questo scambio può fare sorridere, considerato che ero in seconda media, in piena adolescenza e preadolescenza, ma io ero pur sempre la bambina con le buste della Despar. Così me ne tornai a casa tutta soddisfatta, e mi chiusi in camera a leggere. Ne uscii abbastanza presto. Il libro non mi piaceva, e lo abbandonai su uno scaffale. Rammento solo una mappa con complicatissimi toponimi, e una lunga descrizione. Rimase là, per anni. Non so quanti, ma sicuramente tanti, visto gli anni che passano fra me e mio fratello. Perché fu proprio lui a prenderlo in mano, tanti anni dopo, a leggerlo e a rimanerne così colpito da diventare un vero cultore di Tolkien, tanto da avere tutti i suoi libri, fino a inventare un linguaggio segreto mutuato sul linguaggio del libro. E allora, se ci ripenso, sono veramente orgogliosa che questo incontro casuale sia avvenuto per merito mio e di una pesca sbagliata delle medie. È anche merito mio, se mio fratello ha trovato in questo libro il suo tesoro. Anzi, il suo tessoro.

Massimo Guelfi

..Cari miei mercenari della vittoria facile, cari miei migratori da una squadra all'altra. A farsi prendere la mano, la metafora ci porterebbe lontano. Come in un St. Patrick's Day posticipato, il campo di battaglia è colorato di verde e le munizioni sono palloni da depositare, bianchi come uova, nel giaciglio della porta avversaria, a scandire, nel ciclo vitale di ogni individuo, il passaggio da una domenica all'altra. A sentirmi parlare con i toni battaglieri di questi giorni verrebbe quasi da chiedersi a quale tipo di metamorfosi sono stato sottoposto, io, da sempre convintamente pacifista. Si sa, il trasformismo talvolta è una necessità e anche se certe teorie evoluzionistiche alla moda del momento lo vorrebbero oscurare davanti all’evidenza, il tesoro dell’epigenetica ce lo portiamo tutti dentro ed è li pronto per essere afferrato. Ma metamorfosi è inganno per gli occhi, cosi come la metafora è inganno per la mente e quindi il vostro allenatore vi invita senza ulteriori indugi a disporvi sul terreno di gioco per raccogliere quello che ci spetta..
                    
Estratto da: “I discorsi prima delle partite” di Elmo Figumassi (2008, collezione privata)

Chiara Lecito

C'era questa barista che chiamava tutti Tesoro e che non stava zitta un attimo, e io la odiavo.
Lavorava al bar vicino alla mia vecchia azienda, dove io, prima di entrare a lavorare, facevo colazione.
“Il solito, Tesoro?” prese a chiedermi dopo un paio di mesi, e, oltre a questo, mi ficcava davanti una sfoglia alla ricotta e un latte macchiato, senza aspettare neanche la risposta, e poi riprendeva a parlare con un altro o un'altra Tesoro dei fatti suoi. 
La colazione diventava indigesta. La sfoglia era ripiena della sua vocetta acuta, il latte trasbordava della sua espansività, la sua espansività strabordava oltre il bancone, e invadeva il territorio dei clienti, di noi clienti, che eravamo privati del basilare diritto alla discrezione. Del diritto di prepararsi psicologicamente ad affrontare una giornata che sarebbe stata di merda, di godersi in solitaria quell'attimo di pace prima di entrare in trincea.
Ed era alla trincea che pensavo una mattina, quando le dissi che “No, oggi vorrei un cappuccino”.
Ai confini, alle mura e ai sacri fossati personali.

Francesca Maggi

La zia Amelia era sempre stata un bel donnone e in realtà non era neanche una vera zia, ma una qualche cugina della mamma. Era solita venire da noi il pomeriggio dopo pranzo, lei e mia madre si chiudevano in cucina, bevevano caffè, parlavano fitto, ridevano forte. Io le spiavo e spesso mi intrufolavo, se non altro per arraffare qualche dolcetto, e sempre, prima che riuscissi a gattaiolare via, Amelia riusciva ad acciuffarmi e mi stringeva forte a sé. "Ohhh...vieni qui teeesooroo...lo sai che sei il mio tesoro?". Io rimanevo impietrito, instupidito, sopraffatto, con la faccia tuffata fra i suoi enormi seni, stordito da un forte odore di cipria, borotalco e sudore. Mi staccavo da quell'abbraccio sentendomi ubriaco e umidiccio, con le guance sbavate di rossetto.
Più crescevo, più la sua presenza in casa nostra mi portava turbamenti sconosciuti, disgusto e desiderio; per questo avevo smesso di avvicinarmi e di parlarle.
Adesso Amelia giace nella stanza in penombra. È stato più che doloroso accompagnare la mamma per quello che temo sarà l'ultimo saluto.
Sembra una bambina impaurita, sotto il lenzuolo giace il ricordo del suo corpo formoso. Mi avvicino e prendo la sua mano. Lei socchiude gli occhi, mi riconosce. "Lo sai vero, che sei sempre stato il mio tesoro?".

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