sabato 19 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 19: Fionda (+ un disadattato)

Veronica Galletta

Come con la fionda. Dice proprio così.
Mi scuoto per un attimo dal torpore, quella forma di tanatosi vigile che metto in atto quando è necessario. Come durante una riunione genitori insegnanti, come adesso. Gli incontri con gli insegnanti sono un campionario di umanità varia, del quale, lo ammetto, ho in genere orrore. Ogni volta che mi è capitato di andare, raramente, mi è sempre risuonato dentro quello che una volta mi disse il pediatra. Ero preoccupata per le occhiaie di mio figlio, il bambino era piccolo, aveva poco più di un anno. Dottore, gli dissi. Ma perché questo bambino ha sempre le occhiaie. Lui mi guardò fisso, con il suo modo indisponente che gli permette di essere l’unico pediatra che ha sempre posto in città, e mi disse. A volte per capire i bambini basta guardare i genitori. Me la presi abbastanza quella volta, anche se adesso se ci ripenso mi viene da ridere. A volte per capire i bambini basta guardare i genitori. Sono sicura che lo pensano spesso le maestre, anzi mi sa che è proprio un loro mantra, mi dico mentre in classe va in scena il solito spettacolo di recriminazioni sottili, discorsi generici e accuse velate.
Tanatosi unica via, mi ripeto mentre tutto si svolge secondo gli schemi più classici della narrazione. Una fase di introduzione, l’incidente scatenante, il punto di non ritorno, la risoluzione del problema e lo scioglimento finale. Leggo troppi manuali di narratologia, mi dico, guardando l’orologio. Manca poco, in fondo. Poi, d’improvviso, l’illuminazione.
Anche la mattina, vi preghiamo di accompagnarli con calma, dice la maestra. E non di tirarli dentro con la fionda.
Mi piace quest’immagine, mi dico. Con la fionda. È brava la maestra, la narrazione per oggetti è molto efficace. Lo dice anche il manuale di narratologia, mi dico ancora. Ma intanto rimugino. Questa riunione riguarda anche me. Non solo loro, le altre. Le mamme cattive, solo io quella buona, giusta, equilibrata. Riguarda anche me. Anche io lo lancio fuori di casa con la fionda. E no, non lo voglio fare più.

Massimo Guelfi

La premeditazione del colpo è un processo di accurata costruzione. C’è la scelta del sasso: deve essere rotondeggiante ma non troppo appiattito, non troppo piccolo e neanche eccessivamente pesante. Non deve mostrare spigoli per fendere l’aria senza ruotare su se stesso ed avere una superficie liscia per non rimanere intrappolato nell’attrito dinamico. C’è la distanza della postazione: il barattolo di latta va posizionato sul muretto per poi retrocedere di un numero adeguato di passi in modo che il colpo non diventi troppo difficile. Si attende che cali il vento, si impugna il manico, si deposita il sasso all’interno della toppa, si caricano le bande leastiche, mettiamo a fuoco l’immagine del barattolo all’interno della forca e..c’è ancora un piccolo instante prima di lanciare un colpo così ben costruito, lo spazio per un ripensamento. Non è pentimento, è solo il timore dell’insuccesso, una insignificante imperfezione e dal trionfo si precipita al fallimento: rilasci lentamente la tensione del braccio, riprendi il sasso e mentre lo infili nella tasca ti allontani voltando le spalle al barattolo sul muretto.

Chiara Lecito

La fionda è uno strumento del cazzo. 
La catapulta dà molta più soddisfazione. 
Ancora meglio sarebbe una bella mazza chiodata, ma effettivamente fa anche un po’ schifo, più che altro per gli schizzi di sangue – ossa – cervello.
L’ideale, la perfezione, sarebbe un lanciafiamme da pochette. Lo tiri fuori e Vooooooom, ecco l’inferno, e poi lo rimetti a posto.
E niente, era tutta strana, ma c’è da ammettere che aveva un gusto scenografico notevole.

Francesca Maggi

Eccoci.
Adesso dovrei recuperare tutto il mio coraggio, o la mia incoscienza.
Copiare la dinamica della fionda: due passi indietro trattenendo il respiro, azzerare per un attimo il battito del mio cuore, sospendere il giudizio, forse anche chiudere gli occhi.
E poi uno, due, tre...fare tre passi avanti veloce e risoluta e, senza una spiegazione e senza una logica raggiungere la tua bocca, cogliendoti di sorpresa.
Ecco, e' il momento giusto.
Uno, due, tre...

Rinaldo Picciotto (il disadattato)

Piove, gocce sottili che si susseguono senza sosta. I piedi nell’acqua e i calzini ormai zuppi con la mano dalle nocche bianche rattrappita sulla maniglia della cartella informe. Lo sguardo nel vuoto e inespressivo, come in attesa di qualcosa.

Il primo giorno di scuola tutti sfoggiano le scarpe nuove, lo zaino colorato e raccontano l’estate appena trascorsa. Gli ombrelli si toccano e si spingono senza troppa attenzione mentre poco distante delle  auto troppo voluminose fanno scendere frotte di ragazzi che respirano le esalazioni grigiastre dei tubi di scarico incuranti di bagnarsi i pantaloni con gli schizzi. E’ stata una estate piuttosto calda e pare strano aspettare l’apertura dei portoni sotto questa pioggia. L’aria è comunque umida e fastidiosa e le gocce scivolano nei colletti creando una sensazione di disagio che difficilmente si avverte nell’adolescenza.

La ragazzina lentigginosa gli chiede se sia nuovo. Lui l’aveva già notata ma evitava di guardarla. In realtà lui aveva già osservato tutti e sapeva già di chi avrebbe potuto fidarsi e di chi no. E aveva già stabilito alcune simpatie in base ai colori delle giacche o delle pettinature. Non amava farsi notare, faceva sempre in modo da non apparire. Se avesse potuto si sarebbe trasformato in un oggetto inanimato che nessuno vede. Ma sapeva annusare le persone.
La ragazzina non aspetta il tempo di una risposta e ritorna nel gruppetto dei coetanei vocianti. Lui continua a fissare le proprie scarpe allagate, la mente rivolta ad un solo oggetto. Non è mai stato comunicativo, non ha mai amato frequentare i compagni di scuola. Non ha mai avuto amici degni di quella definizione. Amava stare nei campi con il suo cane, il suo unico amico. Era cresciuto con quella bestia e si capivano con uno sguardo. Amava quel genere di rapporto muto e pieno di intese, privo di secondi fini. Si capivano e basta. Solo con una occhiata.

Sapeva che molte cose sarebbero cambiate ma non sapeva cosa lo aspettava. Era consapevole soltanto di non essere nel posto giusto, nel momento giusto. Il suo unico amico, l’unico confidente, era morto quella notte mentre lui lo vegliava. Sapeva di essere inesorabilmente solo. Non  poteva immaginare un dopo.


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