venerdì 18 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 18: Disadattato

Veronica Galletta

Alle medie mi portavo dietro i libri in una busta della Despar. Era, la Despar, il supermercato che avevamo proprio sotto casa, gestito da un signore che si divertiva a prendermi in giro. Era successo infatti che una volta, io voltata di spalle verso lo scaffale, quest’uomo era arrivato e mi aveva apostrofato da dietro: Ehi, tu, bambino, e io mi ero voltata inviperita. Non sono un maschio! avevo risposto, e così da quel giorno era diventato un gioco. Incontrarmi, far finta di prendermi per bambino. Non aveva tutti i torti, a dirla tutta. Mia madre optava per la praticità, in quegli anni, e praticità faceva rima con capelli cortissimi e tute da ginnastica.
Questa apparente digressione permette quindi di inquadrare meglio la me bambina di prima media, con i capelli corti come un bambino, la tuta e i libri dentro una busta della Despar, mentre cammino sul tragitto da casa a scuola. Non sempre la stessa, eh… la cambiavo di frequente. Per quanto più resistenti delle attuali buste riciclabili, erano pur sempre forse inadatte a trasportare libri e quaderni da scuola a casa e ritorno.
Ogni giorno, tutti i giorni.
Non ricordo quanto durò questa mia forma di protesta. Perché sì, era una forma di protesta. Ero in prima media, e volevo lo zaino, come tutti gli altri, mentre mia madre si ostinava a mandarmi con la cartella con cui avevo fatto tutte le elementari. È di Munari, questa era la sua giustificazione a questo atto di crudeltà verso una bambina presto ragazzina che voleva solo una cosa. Essere uguale agli altri. Per questo protestavo, con la mia busta della spesa carica di libri, in un interessante paradosso, se
lo guardo da qui, di chi per essere uguale finisce per essere ancora più diverso. Lo zaino infine arrivò, un informe zaino della Lotto non così diverso dalle mie buste. Avrei imparato, ma questo solo con il tempo, che essere disadattato è una forma della mente, e che l’unica maniera per fronteggiarla non è combatterla, ma, altresì, assecondarla.

Massimo Guelfi

Erano ormai passati più di dieci anni dalla scoperta del primo Homo Nubendi e la comunità scientifica non aveva ancora elaborato una teoria definitiva per spiegare il motivo della sua estinzione. Homo Tecnologicus e Homo Inutilis si collocavano sulla stessa linea evolutiva di Homo Sapiens ma il genoma di H. Nubendi non lasciava adito a nessun dubbio: era una specie autonoma. La datazione dei radioisotopi faceva risalire l’epoca della sua diffusione nello stesso arco temporale degli H. Sapiens e sicuramente avrà diviso con quest’ultimo anche l’areale. La teoria più accreditata ritiene che fu proprio nel momento del passaggio H. Sapiens-H. Tecnologicus che si instaurò lo scontro che portò alla definitiva sottomissione degli H. Nubendi. La diffusione della tecnologia digitale fu talmente rapida e pervasiva che il solo H. Tecnologicus riuscì ad adattarsi alle nuove condizioni conducendo l’antagonista a soccombere fino alla definitiva estinzione.

Chiara Lecito

A sentire Facebook, Tolstoj diceva in soldoni che non bisogna cambiare il mondo ma cambiare sé stessi. Lui aveva già provato a cambiare il mondo e l’unica cosa che gli era derivata era una bellissima ulcera. Allora aveva provato a lavorare su sé stesso, ed era arrivato a una depressione talmente profonda da non essere riuscito ad alzarsi dal letto per quasi un anno.
E poi, finalmente, aveva deciso di rivolgersi all’avvocato.

Francesca Maggi


In realtà il racconto lo avevo scritto, ma mi ha messo in reale difficoltà.
Chi sta fuori dal sistema viene detto disadattato, alcuni nel sistema ci sguazzano, ne traggono profitto e diletto. Altri, forse la maggioranza, devono modificare la propria forma per poter far parte dell'ingranaggio. In tal modo sopravvivono.
Lascerò che siano le parole del film a parlare per me.

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