giovedì 17 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 17: Ornamento.

Veronica Galletta

-Mamma
-Eh
-Cosa è l’urna?
Mi volto, lo guardo. Sta seduto al tavolo di cucina, il libro aperto davanti. Da qualche tempo è partito con la lettura. I libri di fantasmi sono i suoi preferiti.
-È una piccola scatola dove si mettono le persone quando sono morte.
Si alza e mi si mette vicino. Lo guardo di sottecchi, mentre continuo a pulire la verdura; mi fissa, serio. Mi mordo il labbro. Non dovrei parlare così della morte, lo so.
-E come fanno a starci dentro?
-Le bruciano prima...
-Le bruciano?
Non dovrei parlare così della morte, eppure trovo sempre il modo peggiore. Deve essere una specie di dono, il mio.
-Sì ma non si fanno male perché…
-Perché sono già morte, dice tornando al suo libro.
-Sì, sono già morte.
La morte. È un’ossessione la morte per lui da quando era piccolo. Forse è così per tutti i bambini. Il dottore dice che c’entra la mia malattia. Mi ha visto troppo a letto, e vive in allarme. Eppure io credo sia qualcosa di più. Qualcosa che percepisce nell’aria. Zao, sono tuo fratello morto, mi diceva quando era piccino e veniva a infilarsi nel letto la mattina. E io un fratello morto ce l’ho davvero, anche se lui non lo sa… Forse qualcosa in questa casa. Eppure mi sono informata, in questa casa non è morto mai nessuno. Scolo la scarola, la ficco nella pentola che è già suo fuoco. Mi asciugo le mani, mi avvicino a lui. Della morte bisogna parlare.
-Perché mi hai chiesto della parola urna? gli dico.
-C’è scritto qua, risponde, e mi passa il libro.
Comincio a ridere. –Orna, c’è scritto orna. Ornamentale, dico, e mi copro la bocca con una mano. Mi guarda sospettoso. Ornamentale amore, è quando… ma niente, non riesco a smettere.
Urnamentale. Certo, anche urna-mentale ha il suo fascino. Una sorta di tomba per il cervello. La mia vita a volte. Ma non oggi.

Massimo Guelfi

L’incomprensione genera le quattro fasi successive: la rabbia, la frustrazione, la rassegnazione e l’isolamento. Poi si possono verificare apatia, aggressività e autodistruzione. Tueur si era fermato alla quarta fase perché amava il suo lavoro, lo faceva con quella professionalità che rendeva il giusto tributo all’impegno che aveva messo nel raggiungimento della sua posizione. Quando fai quel tipo di professione, devi sempre dare il massimo ed esercitarti affinché il tuo fisico risponda prontamente alle esigenze che ti vengono richieste. Lui mai, si era sottratto a questo inscalfibile senso del dovere, anche quando, prima dell’isolamento cercava ancora di farsi accettare all’interno della piccola comunità di Epaules. Risaliva a quel periodo il piccolo ciondolo con cui aveva decorato il suo inseparabile strumento di lavoro. Tueur era un killer, il tentativo di umanizzare il suo fucile non fu compreso,  da allora aspettava sempre la fine delle oscillazioni indotte dalla retrospinta del colpo, prima di afferrare l’amuleto e capire che il suo lavoro si era concluso.

Chiara Lecito

Pensa: alla fine scegliere la base non è stato difficile. Non è stato il parto che credevo. Anzi, è stato tutto molto fluido.
Guarda il fumo della sigaretta che esce dalla finestra. È un luogo comune, ma è vero, rilassa.
Pensa: quelle cose però che servono ma non sono necessarie, ecco, quello è stato già più complicato.
Si alza in piedi e si stiracchia.
Pensa: adesso mi sto dannando.
Pensa: forse meglio niente. Nessuna cazzata, massima concentrazione.
Fa un gran respiro. L’aria è fredda, e bella, e felice.
Decide.

Francesca Maggi


Se dovessi paragonare me stessa ad una pianta sarebbe certamente un cactus, e chi mi conosce questo lo sa bene, forse perché in prima persona ha avuto a che fare con le mie spine.
I cactus apartengono alla grande famiglie delle succulente, ed anche questa parola mi si addice parecchio, c'è qualcosa in me di nutriente, caldo e umido.
Ogni tanto, in maniera del tutto imprevedibile il cactus produce un unico fiore, sbalorditivo ornamento, una sorta di piccolo miracolo.
Non so cosa sia, forse quell'attimo di genio, quello slancio improvviso, quell'occasone non persa.
Solo pochi sono riusciti a cogliere la magia di quel fiore, senza coglierlo.

Elda Mattesini



 ALFONS MARIA MUCHAS (1860/1939)

Importante esponente dell’Art Nouveau, fu pittore e scultore, fotografo
Disegnò manifesti, scenografie, costumi  anche per l’attrice Sarah Bernhardt.
Disegnò manifesti per varie industrie tra cui  Nestlé e Moet & Chandon.



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