mercoledì 30 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 30: Prendere/Afferrare

Veronica Galletta


Aspetta. Guarda fuori dalla finestra, e aspetta. Nella città in cui vive il cielo si muove in fretta, cambia, si insegue da un colore all’altro, da una forma all’altra. Lui sta alla finestra, e aspetta. Non ha una sola finestra a cui aspettare, no, la sua vita non è così immobile. Ce ne sono almeno due. Forse tre. Dalla finestra del suo ufficio si vede il mare. Lei di solito guarda dalla scrivania, sbircia fra un lavoro e l’altro, nell’attesa che il cielo e il mare diventino del colore che le piace. Ma non succede mai. Le nuvole scorrono dietro al faro grande, spingendosi può anche intravedere i traghetti che escono fra le due dighe, alla mattina presto. Ma lei la mattina presto in ufficio non va mai. La donna aspetta. Aspetta guardando fuori dalla finestra della camera. Dal letto si vede un bel pezzo di cielo, cambia e si muove, tagliato a fette dalla lama dell’aggetto di gronda del palazzo di fronte, trafitto dalle antenne che vibrano nel vento. Quando piove la sua attesa si fa quieta. La donna si alza dal letto e apre la finestra, per guardare la pioggia in faccia, per contare le gocce una a una, come se non dovessero finire mai. Poi si rimette giù. Aspetta sdraiata, e pensa. Ma l’attesa più bella è sempre in salone. La finestra dà sul cortile ampio e sghembo, colmo di superfetazioni e ambiguità edilizie. La donna le ama tutte, disperatamente. Ama le urla dei fabbri al pianterreno; la lotta giornaliera fra i gatti e i gabbiani; la televisione sempre accesa dell’uomo lontano, all’ultimo piano. Da quella finestra, in piedi, aspetta senza aspettare. Tutto accade, tutto si muove. Il cielo cambia, si tinge, la sfida con i suoi colori così difficili da fermare, da descrivere. La donna lo sa, e ci rinuncia. Solo, se lo gode appieno, se ne riempie gli occhi e le orecchie e la bocca, fino a tracimare. Poi si chiude nello studio, al buio completo, e con le parole che le girano in testa smette di aspettare.

Massimo Guelfi 

Cari miei epicurei di penna,
l'autunno sta per entrare nel vivo, la baraonda degli ombrelloni aperti fuori stagione è ormai alle spalle, all’uscita di questo inedito tunnel fatto con gli inchiostri di questo ottobre, ci troviamo in pieno periodo di cachi, mandarini e zucche. E’ la mia stagione preferita, nell’arancio che degrada al marrone la decadenza delle foglie è bilanciata dalla dolcezza dei suoi frutti. Sappiamo che tutto è regolato dalla diminuzione della luce con la susseguente inibizione della via biosintetica che conduce alla produzione dei verdi cloroplasti ma tutto questo appartiene ad un altra dimensione. A noi invece interessa quella onirica, quella da sognare..eventualmente, quasi inafferrabile, semmai, vissuta dalla parte dove il pudore di non chiedere a chi ha già dato non è più neanche una forma effimera di rimorso e dove il coltello chissà se ha ancora un manico, per sperare un giorno di non tagliarsi più. Ma siamo noi che abbiamo sbagliato la rincorsa o il sogno è un asticella dispettosa che si alza sopra di noi? Io un sospetto ce l'avrei ma, correttamente, mi rifugio in questo equidistante relativismo interpretativo basato almeno su tre postulati:
1. ottobre è alla fine..
2. ..mi prendo i suoi frutti..
3. ..e continuo a sognare..

Chiara Lecito

La storia più antica del mondo. O, almeno una delle più antiche.
- Dai, al volo!
- Ma vaffanculo, va’

Francesca Maggi



Il cuore sa cose che la mente non comprende. Di ciò che comprende la mente al cuore non importa niente.
Anna guardava nel palmo della sua mano sinistra il film dei suoi turbamenti ed essi non erano affatto spiacevoli.
Era già successo: le avevano dato un dito e lei si era preso un braccio, e poi tutto il resto. Era successo di nuovo, e poi ancora e ancora.
Successivamente aveva passato vent'anni a tessere le maglie della sua corazza, la quale serviva molto più a proteggere gli altri che se stessa. Ed eccolo lì, inaspettato di nuovo un bel ditino, pronto per essere afferrato. Le venne in mente la scena della barchetta di carta di It; perché le persone sono così stupide? E ingnoranti. Non sanno che avvicinandosi troppo al suo cuore, incandescente come il nucleo del Sole, sarebbero stati inceneriti all'istante. Di loro resterebbe solo quell'espressione sorpresa, e forse anche un po' ebete.

martedì 29 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 29: Ferito

Veronica Galletta

Nella leggenda della mia famiglia entrano a pieno diritto anche i rami laterali. Zio Rodolfo era infatti solo il fratello di mio nonno Marcello, uno dei fratelli, ma le leggende degli altri non le ricordo bene. In ogni caso zio Rodolfo era quello che gravitava maggiormente attorno alla famiglia. Aveva avuto una vita solitaria e girovaga. Aveva vissuto diversi anni a Genova, insieme a una sua sorella che ora che ci penso mi mandò anche una volta a trovare, portandole una guantiera di paste. Era mia zia pure lei, ora che ci rifletto, cioè sorella di mio nonno Marcello, eppure non ne ricordo neanche il nome, solo che abitava sopra Principe. In fondo è proprio vero che ti è parente solo chi ti sta d’attorno veramente.
In ogni caso, a un certo punto Rodolfo tornò in Sicilia e si sposò, già grande. Sua moglie si chiamava Maria, non ebbero figli data l’età, forse lei ne aveva uno da un precedente matrimonio, forse vedova, non lo so. Per un periodo vivevano in una minuscola casetta alla periferia estrema della città, una casetta singola, a un piano, con intorno un giardino di sterpaglie, unica sopravvissuta in mezzo all’intensa espansione edilizia di quegli anni di bolla. Avevano anche un cane, che si chiamava Blecchi, proprio così, Blecchi, ed era bianco e nero.
Maria era una brava donna, ma molto rigida, e Rodolfo sempre una testa matta, anarchico, insofferente. Non deve essere facile sposarsi in tarda età, di certo non lo fu per loro. Fatto sta che litigavano spesso, con certi attriti che a volte coinvolgevano anche chi gli stava intorno. Una volta per dire dovevano spostare i mobili in casa, per rimettere ordine, e mio padre ci mandò mio fratello, per aiutarli. E insomma dopo diverse ore mio fratello tornò esaurito, perché aveva passato tutto il tempo con un cantarano sulle spalle, che Rodolfo diceva di spostarlo di due passi a destra e Maria lo muoveva di quattro a sinistra, e di nuovo Rodolfo ancora a destra, fino a quando il poverino non glielo aveva lasciato in mezzo alla stanza e se n’era tornato a casa. In tutto questo litigare Rodolfo aveva un’unica salvezza: il trigemino. Soffriva infatti di dolore al trigemino, che lo prendeva a volte così forte che chiamava l’ambulanza e lo portavano all’ospedale, e per lui questa cosa era una vera felicità, perché così se ne stava due o tre giorni a letto, con le infermiere attorno a cui scrivere poesie. E soprattutto, senza Maria.
Ma insomma successe quella volta che Maria volle andare ad ogni costo con lui, e salì anche lei sull’ambulanza, solo che l’ambulanza frenò di botto, e lei fu sballottata e si ruppe il braccio. Così li ricoverarono insieme, anche se in padiglioni diversi, e anche con tutto il gesso Maria lo andava a trovare, a occuparsi di lui, e quella fu l’unica volta che Rodolfo maledisse veramente il trigemino, con tutto il dolore che gli provocava.

Massimo Guelfi

L’epoca della post-verità è una necessità dell’anima, un principio di Archimede applicato alla ferita che mi ha inflitto la tua partenza per Denver. L’unità di misura del dolore scorre su una scala soggettiva che si è portati a percorrere nella direzione crescente e se l’oblio non è un sentiero plausibile non resta che la deformazione della mia percezione della realtà.

A primavera i giardini di Boston sono bellissimi, sono sdraiato sotto un albero a guardare il cielo attraverso i rami in fiore. Ad un certo punto iniziano ad animarsi con lenti movimenti come a stirarsi da un torpore che li ha tenuti bloccati per un inverno o forse più. Si piegano in modo innaturale e penetrano la terra intorno fino a sollevarmi come le braccia possenti di un padre che raccoglie il figlio dalla culla. Con gentilezza mi avvolgono tutto il corpo fino a proiettarmi in alto nel cielo, vedo le persone del parco che si fanno formiche, le case tessere di un mosaico regolare e tutta la città una tavolozza di colori indistinti. Vedo gli aerei decollare, ne afferro uno e disegno un otto con la scia, sono occhiali magici con cui guardo dentro il finestrino fino a cercare il posto 11B dove dovresti esser tu ma non ci sei...

Chiara Lecito

Oltre al disgusto del sangue l’osservare una ferita mi ha sempre fatto l’effetto di fare un qualcosa di impudico, irriguardoso, addirittura sacrilego. E allora cerco di ricucirle presto e bene. È per questo che ho fatto carriera al pronto soccorso, ma quando lo racconto non ci crede nessuno.

Francesca Maggi


L'anno scorso ho visitato la bellissima retrospettiva su Marina Abramovic a Palazzo Strozzi a Firenze.  "Visitare" non è proprio la parola giusta, sabbe più giusto dire "partecipare", in quanto, grazie a bravissimi attori era possibile fare esperienza diretta della maggior parte delle performance.
L'arte dell'Abramovic è immateriale, esiste nel momento in cui nasce, ci sono dei video e la possibilità di replica.
In una di queste performance che si intitola "Thomas lips" la Abramovic intraprende una serie di azioni che spingono i suoi limiti fisici all'estremo: ad un certo punto dello spettacolo con una lametta si incide una stella a cinque punte sul ventre, un atto simbolico fortissimo e poi continua sullo stesso registro dando vita ad una serie di azioni autolesionistiche sempre più violente. Di fronte a cio è impossibile rimanere indifferenti, o si ama o si odia.
Il titolo della mostra di Firenze era "The cleaner" e si riferisce al ruolo che l'artista si impone, cioè ripulire la mente di certi dogmi stagnanti nel mondo dell'arte come quello che dice che l'arte deve essere "bella" o che l'arte è quella cosa prodotta dall' "artista".
Ciò che amo della Abramovic è il suo mettere il pubblico in primo piano, spingerlo al di là della mera osservazione dell'opera: non si è più spettatori, si ama e si soffre, si è protagonisti. Le sue ferite sono le ferite di tutti.

Rinaldo Picciotto

Avevamo appuntamento alle undici e trenta, al solito café in cui ci si incontrava di tanto in tanto. Dovevamo discutere dei programmi dell’anno a venire e prendere delle decisioni importanti.

Ero uscito di casa in anticipo perché avevo deciso di fare una passeggiata. La giornata era tiepida, come tutte le precedenti, iniziavano a cadere le prime foglie ingiallite e si sentiva il profumo delle piante del parco dove giocavano alcuni bambini. Tagliavo sempre da quella parte per poter godere di quegli alberi immensi e generosi in ombra d’estate che adesso non sapevano ancora se germogliare per il caldo anomalo oppure spogliarsi esorcizzando un inverno che tardava ad affacciarsi.

Alcuni bambini gridavano rincorrendosi intorno alle panchine su cui sedevano due o tre mamme, qualcuna impegnata a dondolare un passeggino mentre chiacchierava. Su una panca poco distante una donna trafficava dentro la sua carrozzina coperta come a cercare di raddrizzare un bambino scivolato nel sonno. La superai senza osservarla ulteriormente notando solo il suo cappotto piuttosto pesante per la stagione. Ma avevo molti altri pensieri per la mente correlati al mio appuntamento.

Il locale era piuttosto affollato, come al solito, ma un tavolo in fondo era ancora libero e mi sistemai in attesa osservando il via vai di clienti e camerieri affascinante come il passaggio delle barche sotto i ponti della città.

Lo vidi arrivare con il solito sorriso raggiante di chi ha fatto una scoperta e non vede l’ora di condividerla. Appoggiò appena le mani sulla sedia libera dicendo che voleva passare un attimo in bagno prima di ordinare e voltandosi si trovò faccia a faccia con una donna piuttosto goffa e con grossi occhiali neri che le nascondevano il viso. Entrambi bofonchiarono qualcosa e lui riuscì a scansarla dirigendosi nella saletta attigua dove sapeva trovarsi il bagno. La donna fu richiamata in maniera piuttosto brusca da un cameriere che le indicò la stessa saletta laterale dove era sparito l’amico perché lei era troppo ingombrante in quella zona del locale con il passeggino e così riconobbi la mamma del parco. Questa si mosse dietro il varco e scomparve alla mia vista.

Non posso giurarlo. Non posso avere certezze. Con il senno del poi forse posso dire che la vidi dirigersi verso l’uscita con fare troppo brusco ma non ne sono certo. Ero distratto, stavo pensando a come affrontare i nostri programmi, dovevamo evitare di commettere errori. Quindi non so assolutamente se sia andata così. Ricordo però distintamente il grande, profondo, irreale silenzio che seguì l’esplosione. Un rumore assordante, forse anche un lampo di luce ma non ne sono certo. Fu un colpo talmente violento che fui scaraventato giù dalla sedia e picchiai violentemente contro il muro mentre frammenti di pietre, mattoni e legno mi colpivano ovunque. Sul viso, le mani, il corpo, le gambe. Capii distintamente che il muro divisorio mi era crollato addosso, di questo ne sono certo. Non credo aver perso conoscenza ma sicuramente il silenzio mi colpì profondamente. Qualcuno ha detto che era dovuto alla sordità temporanea seguita al rumore deflagrante e distruttivo.

Quando mi sollevarono realizzai di non sentire le gambe rimaste intrappolate sotto un voluminoso frammento di muro e non mi accorsi neppure del sangue che gocciolava intorno agli occhi giù dai profondi tagli sul cranio. Non avevo male: ero solo stupito, attonito. Pare sia un effetto abbastanza tipico in questi casi. Non ero neppure troppo preoccupato: osservavo in silenzio quanto stava accadendo intorno a me, come al rallentatore. Persone che scavalcavano i detriti, altri che strisciavano, qualcuno che gridava ma questi non li sentivo. Capivo solo che stavano gridando. C’era un grande silenzio e poi ad un tratto oscurità. Mi svegliai in ambulanza, qualcuno aveva la sua mano posata sul mio torace come per confortarmi. Cercai di dire qualcosa ma sentii solo un intenso gusto di sangue in bocca; solo l’indomani avrei saputo aver subito diverse fratture, la rottura di alcuni denti e una quantità innumerevole di tagli sul corpo dovuti a schegge, vetri e quant’altro potesse volare nell’esplosione.

Mi dissero che ero stato fortunato, uno dei pochi sopravvissuti. Perché non si salvò quasi nessuno, nemmeno il mio amico. Ma ricordo benissimo il movimento veloce della donna che si allontanava dal locale e ricordo distintamente adesso che non aveva il passeggino con sé. Questo lo ricordo perfettamente.

lunedì 28 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 28: Corsa/Cavalcata

Veronica Galletta

La pentola oscilla avanti e indietro, si muove sul bordo della stufa fino al limite, forma un angolo ottuso e l’acqua dentro sempre piatta sempre quieta aspetta. Bolle, ma non ha bisogno di bollire. È irrequieta, ma non ha urgenza di cadere. La bambina sta sotto, attorno nessun rumore, solo il fastidio il pizzicore del maglione sul collo bianco, il vestito verde giacca pantaloni della cugina lontana uno dei tanti pacchi della zia ricca il vestito che si strapperà sulle sue braccia alzate che si porterà via fette di pelle come mortadella il vestito che sua madre butterà insieme a quello per il Carnevale del giorno dopo il Carnevale che non ci sarà mai insieme alla Pasqua all’estate e alla festa dei morti, per la bambina quell’anno. Solo Natale tornerà. Da Natale a Natale per la bambina quell’anno, ma ancora no, ancora per un istante una frazione un battito c’è tutto, vestito verde Carnevale Pasqua e bagni al mare, fino a quando la pentola si deciderà e cadrà su di lei, il liquido non più superficie piatta come la terra di tanti anni fa, ma stramazzo, pioggia che la trapassa e la incolla ai vestiti a quella giornata all’assenza della mamma che adesso si fa bruciante. Letteralmente.
La bambina davanti la guarda, il braccio destro ancora teso nella propulsione della spinta. Sta accucciata sulle gambe non ha colore addosso né espressione negli occhi. La bambina davanti a lei la guarda, senza mai staccare gli occhi o dire niente, anche adesso che la cascata le ha cotto le carni come un prosciutto, e zia Margherita esce dalla cucina, corre verso di lei le strappa i vestiti e la pelle. Si muove frenetica, come assorta, zia Margherita, come se nella vita non avesse fatto altro che spogliare bambine ustionate per avvolgerle in teli bianchi e freddi, mentre la bambina resta là, di fronte a lei, in silenzio.
Chi è la bambina? Perché zia Margherita non le dice niente? Perché la lascia sola a casa, mentre corre all’ospedale, il fagotto bianco con me dentro in braccio, giù dalle scale, fuori al freddo di febbraio, sui sedili lisci in simil pelle di una 500?
Chi è la bambina? Quanti anni ha? Qual è il suo nome? Si chiama Daniela, come la bambina che ha sempre creduto di ricordare?

Massimo Guelfi

Nella definizione di un vocabolo esiste uno spazio sufficientemente esteso atto a coprire una vastità di ambiti fra cui si ritiene opportuna la sua applicazione. Il suo uso può essere ortodosso, popolare, arcaico, metaforico, allegorico. Allo scrittore resta così l’arbitrio di sfociare nel sinonimia o di avventurarsi negli sconfinati campi della soggettiva collocazione nel giusto contesto. C’è chi cede alla moda, chi si rifugia nel sicuro costrutto della frase fatta o chi preferisce l’esplorazione nel mare aperto dell’uso libero del solo suono. 

La mia natura, dominata dalla pigrizia, mi ha sempre portato a sposare la filosofia del leone che oziosamente attende la sua preda. Preferisco il sonnolente e sicuro riparo da tutte le avversità in cui la frenesia della vita moderna cerca invece di trascinarmi. So che ci sono, ma lascio le gazzelle al loro pascolo sul fondo della radura.

Un tempo era jogging oggi è running. Non so quando e se effettivamente c’è stata la sostituzione tra i due termini e se sono intercambiabili o se possono semanticamente ed onomatopeicamente giustificare la differenza tra corsa e cavalcata.

Mi piace però pensare di osservare questa disquisizione da quella piccola finestrella che la mia palpebra appesantita mi lascia intravedere..nella lontananza, fuori fuoco, le gazzelle continuano ad inseguirsi correndo e cavalcando...

Chiara Lecito

E giù e vai e vai e giù e vai, che cerca di farlo con discrezione, lo capisco, ma comunque lo sento, e allora il nuovo vicino ogni settimana mi porta una mezza teglia di torta o di sformato, e dice che sta imparando e che mi usa come cavia. Ogni tanto sbircio nel corridoio, e ogni fine settimana escono da casa sua donne e uomini sempre diversi, e sento il letto che struscia e non sbatte mai, e i gemiti sempre soffocati, e giù e giù e cloppete cloppete cloppete, non so se mi spiego. 
E lui è carino, l’aria gentile e simpatica, e all’ennesima torta, all’ennesimo sformato (di scuse?, di ringraziamento per non lamentarmi con l’amministratore?), mi fa E se ti invitassi direttamente a cena? E io accetto, giusto per vedere com’è fatta la sua camera da letto, con la curiosità che si ha quando si visita un luogo di culto in una regione straniera.

Francesca Maggi


Fuori faceva ancora buio, e molto freddo; sua madre gli portò una tazza di latte appena munto, ancora tiepido. Sebastian rimase ancora qualche attimo sotto le coperte poi si alzò, si lavò il viso nel catino e si vestì.
Fuori Stella lo aspettava e lo guardava quegli occhi dolci, le diede una carezza sul muso, dalle narici sbuffava nuvole di vapore. Sistemò i libri e il pranzo nella borsa laterale, salì in groppa e partirono mentre mentre cominciava ad albeggiare dietro le montagne in lontananza.
San Carlos de Bariloche distava trenta chilometri da casa sua e ogni mattina il viaggio verso la scuola si trasformava in una vera e propria avventura. A volte nevicava, pioveva o c'erano terribili raffiche di vento che riempivano la sua bocca e i suoi occhi di sabbia ma Sebastian era mosso da un bisogno troppo forte, la speranza di una vita migliore.
Sentiva che doveva farlo per sua madre, che ogni mattina si alzava alle quattro per mungere le vacche, e per le mani rotte di suo padre, che fino a sera cavava patate da una terra dura e matrigna.


domenica 27 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 27: Cappotto

Elmo Figumassi

Questa storia non finisce bene. Il fatalismo ha una sua ristretta validità se applicato ad un arco temporale che mantenga costanti tutti i parametri; l’umore, gli affetti, l’invecchiamento cellulare. Se estrapolato all’infinito perde completamente di significato, tutto è fine, tutto è morte; l’intuizione diviene evidenza e il futuro si fa presente. Questa storia non finisce bene, qui ed ora, nel presente appunto.

La vicina fine del secolo ha indotto nella società occidentale un senso di inquietudine. Una società completamente assoggettata al vincolo tecnologico e, nell’illusurio controllo di quest’ultimo, si trova avvolta da un irrazionale misticismo nel sentiero che conduce verso questo passaggio. La Compagnia Assicurativa Nazionale ha appena commissionato la realizzazione della macchina del piccolo futuro. Da quando é stata nazionalizzata, l’orientamento é quello di eliminare tutti gli incidenti regolati dal caso, potendo prevedere gli accadimenti dei successivi cinque minuti si stimano una riduzione degli incidenti del 90% e un susseguente risparmio per la spesa pubblica del 250%. Non finisce bene questa storia, la macchina del piccolo futuro non è ancora pronta.


“L’avevamo scelto insieme ai saldi dell’anno prima, facendo rapidamente il conto se nell’inverno successivo ti sarebbe potuto andar bene considerando il tuo tasso di crescita. Il cappotto blu era in quella vetrina, un doppio petto con un bavero molto pronunciato e bottoni a sfera di metallo, non era ancora la tua taglia ma era troppo carino e troppo scontato per lasciarselo scappare. Lo tengo nell’armadio di camera mia. Mi hanno suggerito che sarebbe stato opportuno disfarmi di tutti i tuoi oggetti ma ne ho bisogno. Ho imparato a memoria la sua forma e ogni singola cucitura. C’é ancora nella tasca destra la miniatura di leone con cui giocavi allora, esattamente dove lo tenevi tu quella mattina quando la macchina ti ha travolto. Al verde, ciecamente rispettoso delle regole, sei scattato lungo le strisce pedonali per raggiungere la mamma che era passata col giallo nel turno precedente. Ho cercato di fermarti, ho allungato il braccio quando mi sono accorto con la coda dell’occhio che quella macchina non si sarebbe fermata. Sono riuscito soltanto ad afferrare la manica del cappotto che ti ho sfilato via senza impedirti di proseguire nella tua traiettoria. Lo tengo tra le mani e rivedo tutta la scena. Lo tengo tra le mani e non posso farne a meno."

Veronica Galletta

Dell’inverno mi piace il cappotto. Di cappotti ne ho molti, e ogni tanto apro l’armadio e me li rimiro, ne carezzo le maniche, tocco i bottoni. Ogni cappotto ha una sua storia.
Il cappotto verde con il pellicciotto nero in alto è una mattina d’inverno a Lucca, in giro per il festival della fotografia, Ettore piccolo nel passeggino seppellito di coperte. È pesante il cappotto verde, ma quel giorno non bastava. Lucca in compenso era bellissima, altera e ghiacciata come solo lei sa essere.
Il cappotto nero di lana bouclé, che solo a guardarlo ne sfili delle parti, è la signora che me lo ha venduto. Un negozio di usato d’alta classe, a Parma, scendevano da Milano per comprare da lei. Chissà se esiste ancora. Il cappotto comunque è un po’ un vorrei ma non posso. È bello, ma non mi sta benissimo. Forse come la città dove l’ho preso.
Il cappotto blu è una sera di dicembre a Livorno, un negozio storico che svende tutto, anche questi modelli anni sessanta. Il cappotto è pesante, marziale. Siamo appena arrivati in città, e la osserviamo ancora con molte speranze. Le speranze sono andate, il cappotto invece rimane. Anche se ha perso qualche bottone.
Il cappotto giallo è la prima volta che l’ho messo, caldo e avvolgente. Quasi una giacca tre quarti, più che un cappotto. È un regalo di compleanno, è l’unico nuovo. Non è adatto ai questi tempi di antropocene, e infatti non lo metto mai.
Il cappotto rosa a disegni è tutte le volte che ho sollevato la testa, che sono caduta e mi sono rialzata, che ho chiuso l’armadio dicendo non lo metto più e che l’ho riaperto tirandolo fuori, e rimettendomelo, ancora.

Ma l’ultimo, un po’ come il bacio che non ho dato, resta il cappotto rosso. Quello che non posso più carezzare, perché l’ho buttato. Di lui mi rimane solo la storia del suo acquisto e qualche foto, e va bene così.

Chiara Lecito

E allora vorresti fare un elogio funebre, perché ti rendi conto, con sommo dolore, che, grazie all’andazzo del clima, il cappotto è un indumento che finirai con il mettere sì e no tre giorni l’anno. Ne hai tre, uno che hai messo spessissimo, uno che hai messo poco, uno che non hai mai messo. E quando vedi in una vetrina un cappotto che ti piace, senti l’ago del rimpianto che si rinnova, incandescente come questo ottobre, e quindi terribile.

Francesca Maggi


Qui a Siena c'è questa espressione: "fare il cappotto" e vuol dire che la tua contrada nello stesso anno vince il Palio del 2 luglio e quello dell'Assunta; è un evento rarissimo, che ha quasi del miracoloso e che infligge alle altre contrade un'umiliazione clamorosa. 
Ci sono persone che, per così dire,  riescono a "fare il cappotto" anche nella vita, uno di questi è mio cugino Alfredo: stimato professionista, bello, simpatico, sportivo, trombatore e, manco a dirlo, pure fantino. La nostra infatti è una storica famiglia di fantini della Giraffa: mio nonno era fantino, così mio padre e mio zio Guido. Tutti si aspettavano che io seguissi le stesse orme, ma se devo dire la verità a me il Palio fa proprio schifo! Odio il fanatismo e non sopporto che un nobile animale possa ferirsi, così solo per il puro divertimento, lo trovo uno spettacolo disgustoso e nel complesso una vera pagliacciata. Per questo in famiglia sono considerato una specie di reietto, ma non ce la faccio proprio a comprendere quest'amore smisurato e incommensurabile dei miei cittadini per il Palio.
Ma forse sono io che sono sbagliato, forse sono troppo razionale, ma tutta questa magia non ce la vedo proprio.

Rinaldo Picciotto (Buio)

(Animale 7)
 Appena nati, alle prime luci dell’alba, corrono. Lo fanno immediatamente. E il loro è un movimento frenetico apparentemente privo di senso.
Riescono a cibarsi catturando briciole che risucchiano insieme a detriti scarsamente commestibili.
Piccoli e veloci,  a volte è difficile  scorgerli mentre passano. Quando si fermano, è giusto per guardarsi intorno -  e riprendere a correre con le loro piccole zampe aderenti al suolo che paiono sfiorare il terreno.
Il loro terrore è il buio.
Infatti pare che non si fermino mai: apposta per non dover osservare la propria ombra,  è una cosa più forte di loro. Il buio significa la morte certa e restano quindi alla perenne ricerca di luce.
Evitano accuratamente ogni zona ombreggiata,  dove sarebbe loro difficile sopportare l’assenza di luce piena. Passano l’intera giornata correndo e sfrecciando sulla sabbia,  apparentemente per evitare quelle creature che si ciberebbero volentieri di loro. Ma in effetti fuggono la propria ombra.
Arriva un momento della giornata in cui la continua  ricerca di cibo diventa totalmente secondaria alla propria sopravvivenza al buio. Perché si rendono progressivamente conto dello spostarsi del sole su quelle terre sempre calde -  e la frenesia si impadronisce sempre maggiormente dei loro corpi.
Gli spostamenti si fanno più veloci,  ma anche più disordinati; privi di una meta definita che non sia quella si sfuggire l’ombra.
A mano a mano che il tramonto progredisce e che l’oscurità si allunga,  la ragione si ottenebra,  lasciando che sia il panico a dominarli.
La loro corsa si fa sempre più vana,  mentre la mente annega nella disperazione: la consapevolezza del tramonto imminente fa sì che il cuore batta sempre più all’impazzata.
Mai nessuno sopravvive al buio.
Col calare della sera,  la loro vita si conclude. Il cuore non tollera lo spavento oltre che lo sforzo,  e si schianta.
Riescono a svilupparsi, a crescere, riprodursi e nutrirsi solo nell’arco di una giornata. Come scende il buio,  il terrore si impadronisce della loro mente facendoli soccombere.
L’indomani il piccolo corpo viene travolto dai nuovi nati che non hanno consapevolezza di chi li precedeva,  terrorizzati come sono dalla prospettiva che la luce possa scomparire,  angosciati dalla propria ombra che li segue con disperante fedeltà.

sabato 26 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 26: Buio

Veronica Galletta

Certe volte mi sveglio di notte e vado in giro al buio. Mi aggiro con circospezione, una gamba dopo l'altra, le braccia in avanti, a cercare gli ostacoli, eppure, anche se dello spazio che ho attorno ho una misura precisa, sbatto, inciampo, finisco con la spalla contro uno stipite, o, peggio, con il dito del piede contro un angolo.
La cosa funziona meglio se non sono a casa mia, ma siamo in albergo, o anche solo in campagna. Già. Perché il mio è un esperimento.
Sbatto a destra e a manca, e mi stupisco sempre. Trovo curiosa questo mio credere di maneggiare lo spazio molto più di quanto non riesca poi in realtà, questa discrasia fra quello che si può fare e quello che si crede di poter fare. Ecco, se questo fosse un romanzo, e non un semplice ink, il numero 26 per la precisione, eccovi servita la lettura multilivello. E invece no, stiamo per chiudere, e allora mi confesso. Vedo pochissimo, quasi più nulla, per la verità. Le operazioni mi sono state sconsigliate, ed ecco gli occhiali, e le lenti a contatto. Ma vivo nella paura. Di perderne ancora. Di non potere più scrivere. Di quella catastrofe che arriverà e mi porterà via tutto, lenti a contatto, occhiali, lasciandomi indifesa. Così la notte mi alzo, e dialogo con il buio. Meglio imparare a conoscersi, non si sa mai.

Massimo Guelfi

(Esperimento, giorno 4; E. R.) Abbiamo capito cosa vuol fare. Non sappiamo quando e come sarà ma abbiamo la certezza che accadrà. Restiamo in attesa di essere colpiti, fermi e incastonati in questo reticolo come sagome sacrificali da cui non è possibile sfuggire. Sono qui ammassato insieme ai miei 78 fratelli e dal nostro punto di osservazione è ancora tutto vuoto e buio. Poi un lampo, è il passaggio della particella alfa che illumina tutto lo strato dei nuclei di questa sottile lamina. Di nuovo il buio. Sentiamo la vibrazione, è in arrivo una nuova particella e ci teniamo tutti serrati per non essere estratti via per trascinamento coulombiano. La vediamo transitare vicino alla superficie e deviare leggermente la sua traiettoria. Lentamente rilassiamo nella nostra posizione di equilibrio ed è buio come sempre. Questa volta la vediamo partire ed avvicinarsi nella nostra direzione, è arrivato il momento, è questa la volta, lo sappiamo e non cerchiamo di resistere saremo spazzati via nella distruzione finale, nel buio eterno.

Chiara Lecito


Ti svegli, e apri gli occhi. Non si tratta di un incubo, non si tratta di un sogno, solo gli occhi che si aprono, con tranquillità, e rimangono aperti. Ti guardi intorno, e scopri di non vedere niente. Niente di niente, se non una pasta talmente nera che gli occhi non riescono ad abituarsi. Dubiti addirittura di avere gli occhi aperti. E senti, e poi capisci, di trovarti difronte alla sensazione più bella del mondo. E decidi di ricercarla ogni notte.

Francesca Maggi

Giorgio aspettava quella sera da settimane: la cena degli impiegati della Marmotech SPA. Quella sarebbe stata la "sua" serata, era sicuro che finalmente avrebbe attirato su di sé le attenzioni di Laura dell'ufficio paghe. Se lo sentiva, del resto aveva dalla sua un'arma di seduzione infallibile: la simpatia. O per lo meno, questo era ciò che credeva.
Non di quest'avviso era Laura, non si capacitava di come un uomo così intelligente e brillante nel suo lavoro riuscisse sempre a rovinare anche la più semplice conversazione con battute imbarazzanti e inappropriate.
Arrivati al ristorante Giorgio, con un gioco di prestigio riuscì a sedersi vicino a lei. Com'era bella con quel suo viso dolce e semplice e quel vestito leggero che avvorgeva le sue forme morbide.
Giorgio era impacciato e gesticolando nervosamente iniziò a snocciolare una serie di aneddoti improbabili, passò poi a punzecchiarla con battute allusive.
Per lei fu troppo e con una scusa uscì dal locale, fuori, nel freddo di dicembre.
Anche Giorgio capì di aver passato il lumite, raccolse il cappotto di lei e corse fuori. C'era una fitta nebbia ed era tutto buio, quasi ovattato. Attraversò la strada per raggiungere un grande parco e vago' nell' oscurità finché non vide il puntino rosso di una sigaretta accesa.
Molto lentamente le appoggiò il cappotto sulle spalle e lei senza voltarsi accettò il suo abbraccio.
Rimasero così a lungo, l'oscurità li proteggeva dal mondo e li rendeva simili a un microcosmo; le parole, tutte le parole del mondo, quelle dette e quelle non dette, persero d'un tratto significato.
Poi lei si voltò e fu il tempo di un bacio senza tempo.

venerdì 25 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 25: Gustoso

Veronica Galletta

Mangiava a grossi bocconi, con gusto, senza preoccuparsi dell’olio che gli colava dal mento. Io lo guardavo preoccupata, mentre con la forchetta sezionavo la porzione di parmigiana che avevo davanti. Detesto le melanzane, ancora di più la parmigiana. Ma lui non si era curato di conoscere i miei gusti, aveva chiamato il cameriere e aveva ordinato, per tutti e due. Eravamo entrati al ristorante da una porta sul retro, accesso diretto dal parcheggio. Il cameriere ci aveva fatto accomodare dietro un separé, e lui aveva ordinato. Per tutti e due. Io non avevo ancora realizzato quanto fosse insidioso quell’invito, che trappola ci si nascondesse dietro. Solo, ci ero rimasta male per questo ordine fatto senza tenere conto dei miei gusti. Mentre lui parlava, solo lui, l’olio colava, le mascelle ruminavano quel piatto disgustoso come la sua prosopopea del potere e dei soldi. Io lo guardavo, un vecchio, un vecchio di almeno quarant’anni più di me. Lo guardavo, e progettavo. Quella parmigiana è l’unica cosa che ricorda con gusto di quella sera, ne sono sicura.

Massimo Guelfi

Indugio tra le coperte, la sveglia ha già espletato il suo ingrato compito ma mi ritaglio quel momento per assaporare consapevolmente il tepore che mi ha cullato amorevolmente durante il mio riposo. Penso che la necessità di un lavoro sia una punizione troppo crudele se prevede l’abduzione del mio corpo da questa posizione orizzontale. Casa, macchina, treno, lavoro, treno, macchina, casa, il ritmo palindromo che mi attende attribuisce al lavoro una centralità innaturale. La civiltà industriale si è sviluppata in modo troppo repentino per spazzare via l’ancestrale reminiscenza della lentezza che abita orgogliosamente ancora dentro me. Abbandono il cuscino e mi immergo completamente sotto il livello della coperta, in apnea dalla realtà mi godo l’ultimo gustoso morso di irresponsabilità. Negli abissi delle lenzuola mi faccio trasportare dalla corrente come un capodoglio, immobile e sicuro mi addormento nuovamente fino a quando arriva un richiamo ovattato da oltre la superficie e capisco che la seconda sveglia è entrata in funzione...

Chiara Lecito


“Gourmet” di Jiro Taniguchi è uno dei miei fumetti preferiti.
La storia è molto semplice: il protagonista si trova in un posto per un qualche motivo (solitamente il lavoro) e a un certo punto ha fame; allora cerca un posto che lo alletti, vi entra e mangia. Dopo aver mangiato (il più delle volte troppo) esce e riprende la sua vita.
Uno dei miei sogni è andare in Giappone e starci il tempo sufficiente per assaggiare tutti i piatti che ha mangiato il mio eroe, sospendendo ogni considerazione etica sul cibo, sicura che non resterò delusa.
Che poi, pensandoci, io di “Gourmet” ne ho letto solo una selezione. Quasi quasi mi compro l’opera completa.

Francesca Maggi

Qual'è il sapore della tua bocca posso solo immaginarlo.
Sia ben chiaro, tutto ciò non ha niente a che fare col desiderio, si tratta solo di una sorta di esperimento scientifico.
Immagino che il tuo sapore cambi come cambiano i tuoi pensieri, i pensieri diventano parole e, come agenti chimici, modificano la tua saliva.
Allora, dopo ogni tua parola, che sia dolce, amara, delicata o sfrontata, dovrei baciarti.
Sarei curiosa di sentire il gusto di parole strane, sconosciute, inventate, ma la tua bocca è a un centimetro da me, e tu sai solo parlare.

giovedì 24 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 24: Vertiginoso

Veronica Galletta

Non amo le altezze, non le ho mai amate. Da quando sono rimasta incinta, le sopporto ancora meno. È stato per colpa del mio senso del dovere, o meglio per la mia esigenza di dimostrare di potercela sempre fare, per dirla giusta. Sono salita su per i ponteggi fino all’ultimo mese, ho fatto le scale di una pericolosa scala fino alla cima di un faro, a decine e decine di metri di altezza. Così, adesso, tremo anche solo alla prima impalcatura, e se mi affaccio da più di quattro piani devo ritirarmi subito indietro. Non sono scontenta di questa mia nuova condizione, in fondo. C’era, dentro a quelle dimostrazioni estreme, qualcosa di profondo, che non mi apparteneva. A me le vertigini non interessano. Preferisco stare salda a terra, a osservare, e contemplare.

Massimo Guelfi

Sono in volo da due ore e guardo dentro me stessa. A Boston ho abbandonato forzatamente ciò da cui sentivo di dover fuggire ma che continua a resistermi addosso. E’ una battaglia che non credo di riuscire a vincere fossi anche consapevole quali armi utilizzare. Sei entrato dentro di me e mi hai modificata, non esiste più un solo me, quella che ero è stata travolta, adesso quella che sono è una indistricabile ragnatela dei nostri esseri. Guardo dentro me stessa. Non cambierò la mia vita fuggendo a Denver, non servirà a nulla, lo so, è ineludibile. Sono in volo da due ore e guardo giù. Vedo il fiume Mississipi e un isola abitata al suo interno, penso a quelle anime che la abitano. Con il gioco dei fusi orari adesso in quella casa è esattamente la stessa ora della partenza da Boston. Guardo dentro me stessa e guardo giù. Sono assalita dal vertiginoso desiderio di trovarmi in quella casa, ancora in quel tempo in cui si possono fare delle scelte in cui è ancora possibile tornare indietro, non prendere l’aereo, percorrere a ritroso l’interminabile corridoio a vetri del terminal. Guardare fuori di me e vedere la città dove sei tu. Guardare su e vedere dal basso l’aereo per Denver.

Chiara Lecito

Non lo so come si fa a cadere da uno scaleo, non so come si fa a cadere da quello scaleo e lo so che è basso e che non mi posso fare nulla, ma a me inquieta. Lo so che prendo l’aereo regolarmente, non è una questione di vertigini, ma io lì non ci salgo volentieri. È che il vuoto sotto i piedi me lo sento tutto, mi soverchia da sopra. 
E allora io lì non ci salgo.

Francesca Maggi

Avevamo appuntamento per le nove al Museo del Jamon, ed era quasi un ora che guardavo incessantemente l'orologio, ma del resto ero abituato ai suoi ritardi.
Poi, d'imprivviso, fece irruzione nel locale ed io percepii quasi uno spostamento d'aria e un profumo dolciastro e speziato, che assomigliava a una promessa non mantenuta.
La prima cosa che notai furono le sue scarpe rosse, con quei tacchi vertiginosi (chissà dove le aveva scovate, e poi di quel numero).
Le gambe muscolose erano fasciate in calze a rete piccolissima, che produceva un effetto sparato ed ipnotico.
In piedi all'ingresso con entrambe le mani appoggiate sui fianchi la sua presenza era irresistibile ed esuberante, ma fu quando si incammino' verso il nostro tavolo che mi resi conto che non c'era più speranza di salvezza e tutto ciò che volevo era solo elemosinare un briciolo d'amore. Mentre si avvicinava il suo vestito scandalosamente corto produceva una specie di calore, e la chioma fitta (una parrucca?) e il trucco pesante mi ricordavano una regina egizia. Quando arrivò riuscii solo a dirgli "Buonasera Manuel", e capii che che per me non ci sarebbe stato nessun tipo di redenzione.

mercoledì 23 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 23: Antico

Veronica Galletta

Viene sempre, ogni giorno. O almeno, ogni giorno in cui ci sono anche io.
È venuta tutta l’estate anche, quando il caldo di luglio diradava le presenze ed era più facile conoscersi, parlarsi, sorridersi. Si mette sempre vicino alla portafinestra, dal lato dell’ingresso, e aspetta l’inizio della lezione in silenzio, da sola. Una mattina, arrivando un po’ in anticipo, l’ho sorpresa già là. Ballava al ritmo della musica del piano di sotto, della sala zumba o rumba o pumpka, una di quelle cose là insomma. Perché noi sopra facciamo pilates, o yoga, o posturale che non ho ben capito cosa sia, e a me pare a volte un po’ pilates, altre un po’ yoga. Lei è la corsista più anziana, senza ombra di dubbio, e anche la più eccentrica, certo. Escluso me, ovviamente. Ma io sono una che si maschera bene. Quando c’è da fare gli esercizi con la palla, lei non resiste a fare qualche palleggio, come fossimo su un campo da basket e non in un luogo di meditazione e silenzio. E poi porta fuseaux bianchi sempre troppo stretti e trasparenti, e sotto bizzarre mutande. Con i supereroi, o i cuoricini, o improbabili scritte. 
È argentina. Di Buenos Aires, per la precisione, o almeno, questo recitava una borsina di tela che aveva qualche giorno fa. Io la guardo rapita, non riesco proprio a farne a meno.
Non fa nulla per nascondere la sua età, anzi, è evidente dai suoi capelli tagliati corti e non tinti, dai suoi occhiali grandi e con la montatura spessa, dai suoi vestiti anche. L’altro giorno a fine lezione si è infilata in un trench tartan, la cintura ben stretta in vita, e si è seduta di sotto, all’ingresso della palestra, vicino alla macchinetta delle bevande energetiche e sprint. L’ho guardata, uscendo, e dalla sua espressione, dai suoi occhiali fuori posto ho visto scorrere l’ispettore Colombo e Fernanda Pivano, e poi di colpo mio nonno Marcello e la sua eterna sigaretta, mia nonna Rovenza e i suoi giornali. Forse è questo il segreto, mi sono detta. Essere fuori dal tempo, per possederli tutti.

Alessandra Ghilardi

Era il 1935. A quel tempo, i giovani viareggini si divertivano andando a ballare nei locali, che allora non erano certo le discoteche del lungomare versiliese, ma dancing dove si suonava musica dal vivo. Se provo a immaginare quelle serate, mi figuro coppie che ballavano il valzer, come in un cameo d’altri tempi, ma credo che le mie fantasie siano decisamente troppo rétro; da una ricerca su internet, vedo che in quegli anni erano popolari, ad esempio, le melodie cantate da Vittorio De Sica.
Forse è proprio al suono di Parlami d’amore Mariù che i miei nonni si sono visti per la prima volta. Mia nonna aveva 16 anni, era una ragazzina ma già bellissima, e faceva girare parecchie teste. Alta, mora, con i capelli lunghi acconciati in boccoli morbidi, come si usava in quegli anni. Quando la vide, mio nonno rimase folgorato. Quella sera non ebbero nemmeno occasione di parlarsi, ma la mattina dopo a casa Cinquini arrivò una lettera: con lo spirito romantico e cavalleresco dei suoi 24 anni, mio nonno annunciò di essersi perdutamente innamorato e di avere intenzione di sposare la fanciulla che lo aveva stregato. 
La fanciulla però non aveva la minima idea di chi lui fosse: la serata era stata spensierata, e non c’era stato tempo di guardare i giovanotti. Quando ero piccola, mi avevano raccontato che mia nonna – dopo aver letto la lettera – aveva detto “E questo chi è?”, ed era stata sua sorella più grande a dirle che si trattava di un affascinante giovane uomo in giacca scura che non le aveva tolto gli occhi di dosso per tutta la sera. 
Dopo quella sera, mio nonno ha aspettato la sua Leonetta per quasi 8 anni. Quando finalmente si sono sposati, lo hanno fatto senza invitati, con due conoscenti fermati per strada come testimoni, senza cerimonie, ed è stato uno dei matrimoni più felici di sempre. E se me li immagino quella prima sera, li penso non a ballare Parlami d’amore Mariù, ma a volteggiare sulle note di un valzer, in una fotografia dal seppia sbiadito. 


Massimo Guelfi

Mi trovo davanti allo specchio, mi bagno con acqua calda per dilatare i pori e rendere la rasatura meno dolorosa. Stendo la crema con il pennello ed inizio a radermi il collo orientando la lama in tutte le direzioni per intercettare tutte le infinite piegature dei peli che la mia natura ha voluto disporre in modo casuale. Alzo il mento per controllare il primo passaggio, ovviamente non è sufficiente e li vedo ancora li incastonati nella pelle, anarchici come un gregge visto dall’alto. Ripenso a mio padre e lo rivedo compiere gli stessi miei gesti per domare questa lieve imperfezione. Anche per mio nonno fu lo stesso e chissà quanti miei antenati a ritroso nel tempo avranno dovuto delicatamente fronteggiare questo caos tricologico. Mi porto dentro una traccia di tutti loro, una insignificante parte del mio patrimonio genetico. Un antico segno che si è propagato fino ad oggi sopravvivendo a tutte le divisioni cellulare dai gameti negli zigoti senza che mai quella frazione di filamento perdesse la sua inespugnabile posizione.

Chiara Lecito

Il Grande Dualismo dell’Umanità (e forse del Cosmo tutto) è quella che divide l’Antico dal Vecchio. 
E tu butteresti via anche le cose di valore, dice mia madre.
Ma certo, le rispondo io, soprattutto quando sono lugubri, tarlate e pacchiane.

Francesca Maggi


(Bovarismo: s.m. Insoddisfazione cronica che porta a costruirsi una personalità fantasiosa per evadere dalla realtà).
Gli oggetti antichi hanno sempre avuto per me un fascino particolare, mi piacciono i cancelli arrugginiti e le fabbriche abbandonate.
Il romanzo storico mi porta letteralmente via da questa vita che è allo stesso tempo noiosa e frenetica.
Mi piace dialogare con i miei alter ego.
C'è quella folle di Ester, dissoluta e ricchissima parigina di fine '800 che è solita ricevere i suoi amanti vestita solo di perle ed impalpabili veli.
Il Capitano è bravissimo a darmi consigli, che non seguo.
E poi c'è quel visionario imperatore romano che, un po' come me, non si arrende all'inesorabile cambiamento dei tempi.

martedì 22 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 22: Fantasma

Veronica Galletta

L’uomo è senza un braccio. L’ho già notato nella sala delle colazioni, mentre si aggirava attorno al tavolo delle torte, la camicia chiara a maniche corte vuota da un lato. Adesso è qui, nella piccola piscina termale dell’albergo. Si muove impacciato attorno al bordo di piastrelle, l’accappatoio su una spalla. Indugia, lo lascia scivolare piano sul lettino, scoprendo una schiena curva, la muscolatura flaccida, la carnagione grigia di chi prende poco sole e forse troppe medicine. Non bastano le tante stelle di certi alberghi a proteggerci, penso. La nudità rende tutti uguali. Si volta, scende con cautela in acqua. A destra ha un moncherino alto, poco sotto la spalla, ma non è quello che mi colpisce. È come muove l’altro, quello in cui che c’è tutto, gomito avambraccio polso mano dita. Ha un movimento scomposto, come fosse un pennuto molesto poggiato sulla spalla, la mano e le dita la cresta di un pappagallo, del quale deve controllare il movimento. Come se la vera essenza del suo corpo terrestre fosse senza braccia. Chiudo gli occhi, per visualizzarlo meglio. Li riapro. Sì, deve essere proprio così.

Massimo Guelfi

Mi trovo alla caffetteria d’angolo tra rue rêve e rue réalité per la consueta colazione tardiva. Nell’attesa mi diletto a leggere le notizie con la speranza di trovare qualcosa di singolare che non sia già stato ampiamente superato dalle vicende della notte. Quella mattina che sfuma inesorabilmente verso l’ora del pranzo degli altri, come mi viene brutalmente ricordato dagli odori provenienti dalla cucina, è una mattina come tante altre. In in prima pagina il resoconto delle vittime del nuovo assedio, nel ritaglio basso l’editoriale sullo sforamento del rapporto deficit-pil, uno sguardo alla rubrica sportiva, insomma niente da cerchiare in giallo che significa sviluppare con calma e niente da evidenziare in verde che invece significa tesoro nascosto.

L’ispirazione è un recipiente che necessita del giusto tempo per riempirsi, il ritmo imposto dall’editore me lo aveva completamente prosciugato. Il mio taccuino era pericolosamente bianco da diversi giorni, più di quelli che ancora mi separavano dalla imminente prossima scadenza. Aspetto con terrore lo squillo del telefono e la paura non fa altro che alimentare il senso di impotenza rendendo sempre più aride le poche righe che faticosamente mi sforzo di scrivere. Ho bisogno di staccare, di ricaricarmi, ho bisogno di uno scrittore fantasma che per un po’ faccia il lavoro al posto mio senza che l’editore lo venga sapere. Ho bisogno di un bel pezzo di qualcuno che inesorabilmente, senza remore, macini parole una di seguito all’altra. Ho la soluzione, non so se accetterà, ci conosciamo appena...si chiama Elmo...

Chiara Lecito

Nonna aveva tre case, e in due c’erano degli spettri e in una un fantasma. Quella che andai a ripulire io era quella con il fantasma. Per chiarire: la differenza tra fantasma e spettro è che lo spettro è più ambiguo, più indefinito, potrebbe essere anche una persona mai conosciuta che quindi ha potere su ogni cosa, mentre invece il fantasma ha una fisionomia più precisa, ti conosce e tu conosci lui, e ha potere su di te solo nel momento in cui tu glielo permetti. Ovviamente, il fantasma in questione era quello del Nonno.
Quando entrai, lui mi disse: Dov’è tua nonna?
Nonna è morta due settimane fa.
Ma dov'è?
Non risposi.
Il Nonno non era troppo acuto neanche da vivo.

Francesca Maggi


Inspirò, a metà del respiro si distese e morì. Se la era immaginata diversa la morte, più leggera, si era illuso di poter lasciare il suo corpo malato e disgustoso, credeva di poter dimenticare la pochezza della sua vita coniugale, il fardello dell'onerosa carica di magistrato.
Paradossalmente si sentiva ancora più pesante, come se grosse, arrugginite catene gli stringessero mani e polsi, avvertì la sensazione che qualcosa di irrisolto gli avvelenasse ancora il cuore. Capi' allora che come fantasma era destinato a vagare nella casa di Praskov'ja Fedorovna, come in una terra di mezzo fra i morti e coloro che sono morti in vita.

Elda Mattesini



I Baustelle è un gruppo toscano, senese, di alternative rok  nato nel 1996.
L’album Fantasma è stato pubblicato nel 2013.
Si compone di 19 tracce: 13 canzoni e sei brani musicali.
Il tema dell’album è il tempo e l’idea che i Baustelle hanno di esso: il passato che appare nel presente, e il futuro anche questo fantasma in quanto incerto. Altri temi sono le nostre paure interiori, l’amore, l’assenza, la morte.
Sul piano musicale vi sono riferimenti alla musica classica e barocca e a colonne sonore di film.
La band si è  avvalsa della collaborazione di un'orchestra sinfonica di 60 elementi, la Film Harmony Orchestra di Breslavia (Polonia). 

Dafne Munro

Rosetta è morta per un colpo al cuore. Però c’era sangue dappertutto perché ha sbattuto la fronte nello spigolo della sua toeletta. Quando Lidia è venuta a casa per riportare la tragica notizia, l’ha raccontata a modo suo, insinuando il dubbio e il pettegolezzo e perfino l’ipotesi che fosse stata assassinata perché suo marito, il barone, si era innamorato di un’altra e l’aveva fatta fuori. Del resto il barone era rimasto vedovo già altre due volte e questa terza volta era davvero il colmo delle coincidenze.

Rosetta, quando veniva a casa, si portava dietro una borsa piena di trucchi con le matite per gli occhi di tutti i colori. A casa nostra non c’era posto per quello che madre sentenziava come lo spreco dell’esser donna, cioè mascherarsi il viso. Per questo motivo veneravo quella donna femminile bionda e truccata dalla testa ai piedi.

Madre ci disse mettetevi a letto, noi andiamo, faremo tardi. Salendo su per le scale grigie e mezze al buio perché c’era sempre qualche lampadina fulminata che nessuno sostituiva, sentii con chiarezza il fantasma di Rosetta che mi chiamava, mi implorava, mi diceva che era stata assassinata.

Terrorizzata ritornai giù, tramortii i miei fratelli che cominciarono a piangere e a tremare dalla paura, quindi decisi di chiamare la nonna. Le raccontai che c’era il fantasma di Rosetta a casa e che noi quattro non volevamo rimanere da soli manco morti. Così fu spedito in via Nereo un cugino scemo di diciotto anni.
Arrivò e sulle prime cerò di incoraggiarci, mi diede della superstiziosa, mi spiegò con convinzione che i fantasmi non esistono e che mi ero semplicemente impressionata e inventata tutto.
Così ci sfidò a risalire su per le scale, noi davanti, lui dietro al piccolo corteo, ma a ogni gradino risentivo il lamento triste e il soffio straziato di Rosetta fino a quando lanciai un urlo acuto e straziante, insostenibile, lo stesso che aveva lanciato Rosetta quando era stata assassinata. Il cugino scemo tremò di paura, lo contagiai, lo irritai, si spaventò a morte, perché io insistevo: non la sentite anche voi la sua voce? Come fate a non sentire! Il fantasma di Rosetta ci sta chiedendo aiuto e giustizia! Alla fine, pallido e dubbioso, concordò che in effetti potevamo aspettare tutti in salotto il ritorno di madre e padre.

Rinaldo Picciotto

Dopo la scomparsa di mio padre,  avevo conservato soltanto il suo vecchio orologio placcato oro dal quadrante avorio macchiato e il cinturino in pelle con ancora il segno della misura del suo polso. Lo tenevo sul comodino caricandolo ogni sera.
Quella sera avevo tralasciato di farlo, dimenticandomene, mettendomi a letto prima delle dieci. La notte fu piuttosto agitata, con un sonno tormentato e sudato. Finché non sentii una forte presenza in camera. Aprii gli occhi di scatto, come se non stessi nemmeno dormendo e vidi immediatamente la sua sagoma sul bordo del letto, in fondo. Il mio cuore batteva pesantemente, pompando sangue che pulsava in testa e i timpani facevano rimbalzarne i tonfi come martellate sul cemento. Rimasi immobile fissandolo nel buio: solo la sagoma si stagliava nella penombra e non riuscivo a vederne il viso. Ma sapevo che era lui. Feci per parlare ma non uscì un suono dalla bocca e sentivo la gola stringersi come in una morsa dolorosa. Riuscii ad avere la lucidità di pensare che fosse venuto a prendermi perché stavo avendo una crisi cardiaca e lui era lì in avanguardia. Il tempo che si era fermato riprese a scorrere con estrema lentezza; provai a muovermi ma ero greve come il cemento che continuava a frantumarsi nelle orecchie a causa del cuore che batteva ritmico, opprimente e doloroso permettendomi appena di respirare.
Mentre boccheggiavo inutilmente cercando di visualizzarlo meglio,  sentii la sua voce, inconfondibile. Parlava come se fosse la conversazione più ovvia del mondo: non capivo cosa stesse dicendo ma capivo che parlava a me in una lingua sconosciuta che pure comprendevo. Cercavo di metterlo a fuoco mentre svaniva progressivamente, le sue parole si allontanavano come se stesse discorrendo voltato da un’altra parte. Scomparve lasciandomi esausto e incapace di muovermi. Non era stato un evento minaccioso e neppure inquietante ma di una intensità totale e assoluta.
Riuscii finalmente a guardare l’ora segnata dalla sveglia: le tre e trentatre. Afferrai meccanicamente il suo orologio posato lì accanto e le lancette indicavano le sette e dieci, l’ora in cui era deceduto dopo una breve malattia. Le lancette dei secondi camminavano regolarmente e il meccanismo era al massimo della carica pur non avendolo io toccato prima di coricarmi.
Mi lasciai andare sul cuscino mentre la voce continuava a ronzarmi in testa provenendo da un lontano altrove. Mi riaddormentai di un sonno anomalo e innaturale e al risveglio notai che il suo orologio non era al solito posto ma sulla credenza. Segnava l’ora giusta e con un gesto privo di qualsiasi forza lo rimisi al suo posto cercando di entrare in quella nuova giornata.

lunedì 21 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 21: Tesoro

Veronica Galletta 

In seconda media facemmo la pesca di Natale. C’erano in premio varie cose, che non ricordo. A me toccò un profumo, solo questo ricordo. E non avevo nessun interesse a portare a casa un profumo, anche questo ricordo. Per questo protestai, e ottenni di fare uno scambio. Restituii il profumo e ottenni in cambio un libro. Era Il signore degli anelli. So che questo scambio può fare sorridere, considerato che ero in seconda media, in piena adolescenza e preadolescenza, ma io ero pur sempre la bambina con le buste della Despar. Così me ne tornai a casa tutta soddisfatta, e mi chiusi in camera a leggere. Ne uscii abbastanza presto. Il libro non mi piaceva, e lo abbandonai su uno scaffale. Rammento solo una mappa con complicatissimi toponimi, e una lunga descrizione. Rimase là, per anni. Non so quanti, ma sicuramente tanti, visto gli anni che passano fra me e mio fratello. Perché fu proprio lui a prenderlo in mano, tanti anni dopo, a leggerlo e a rimanerne così colpito da diventare un vero cultore di Tolkien, tanto da avere tutti i suoi libri, fino a inventare un linguaggio segreto mutuato sul linguaggio del libro. E allora, se ci ripenso, sono veramente orgogliosa che questo incontro casuale sia avvenuto per merito mio e di una pesca sbagliata delle medie. È anche merito mio, se mio fratello ha trovato in questo libro il suo tesoro. Anzi, il suo tessoro.

Massimo Guelfi

..Cari miei mercenari della vittoria facile, cari miei migratori da una squadra all'altra. A farsi prendere la mano, la metafora ci porterebbe lontano. Come in un St. Patrick's Day posticipato, il campo di battaglia è colorato di verde e le munizioni sono palloni da depositare, bianchi come uova, nel giaciglio della porta avversaria, a scandire, nel ciclo vitale di ogni individuo, il passaggio da una domenica all'altra. A sentirmi parlare con i toni battaglieri di questi giorni verrebbe quasi da chiedersi a quale tipo di metamorfosi sono stato sottoposto, io, da sempre convintamente pacifista. Si sa, il trasformismo talvolta è una necessità e anche se certe teorie evoluzionistiche alla moda del momento lo vorrebbero oscurare davanti all’evidenza, il tesoro dell’epigenetica ce lo portiamo tutti dentro ed è li pronto per essere afferrato. Ma metamorfosi è inganno per gli occhi, cosi come la metafora è inganno per la mente e quindi il vostro allenatore vi invita senza ulteriori indugi a disporvi sul terreno di gioco per raccogliere quello che ci spetta..
                    
Estratto da: “I discorsi prima delle partite” di Elmo Figumassi (2008, collezione privata)

Chiara Lecito

C'era questa barista che chiamava tutti Tesoro e che non stava zitta un attimo, e io la odiavo.
Lavorava al bar vicino alla mia vecchia azienda, dove io, prima di entrare a lavorare, facevo colazione.
“Il solito, Tesoro?” prese a chiedermi dopo un paio di mesi, e, oltre a questo, mi ficcava davanti una sfoglia alla ricotta e un latte macchiato, senza aspettare neanche la risposta, e poi riprendeva a parlare con un altro o un'altra Tesoro dei fatti suoi. 
La colazione diventava indigesta. La sfoglia era ripiena della sua vocetta acuta, il latte trasbordava della sua espansività, la sua espansività strabordava oltre il bancone, e invadeva il territorio dei clienti, di noi clienti, che eravamo privati del basilare diritto alla discrezione. Del diritto di prepararsi psicologicamente ad affrontare una giornata che sarebbe stata di merda, di godersi in solitaria quell'attimo di pace prima di entrare in trincea.
Ed era alla trincea che pensavo una mattina, quando le dissi che “No, oggi vorrei un cappuccino”.
Ai confini, alle mura e ai sacri fossati personali.

Francesca Maggi

La zia Amelia era sempre stata un bel donnone e in realtà non era neanche una vera zia, ma una qualche cugina della mamma. Era solita venire da noi il pomeriggio dopo pranzo, lei e mia madre si chiudevano in cucina, bevevano caffè, parlavano fitto, ridevano forte. Io le spiavo e spesso mi intrufolavo, se non altro per arraffare qualche dolcetto, e sempre, prima che riuscissi a gattaiolare via, Amelia riusciva ad acciuffarmi e mi stringeva forte a sé. "Ohhh...vieni qui teeesooroo...lo sai che sei il mio tesoro?". Io rimanevo impietrito, instupidito, sopraffatto, con la faccia tuffata fra i suoi enormi seni, stordito da un forte odore di cipria, borotalco e sudore. Mi staccavo da quell'abbraccio sentendomi ubriaco e umidiccio, con le guance sbavate di rossetto.
Più crescevo, più la sua presenza in casa nostra mi portava turbamenti sconosciuti, disgusto e desiderio; per questo avevo smesso di avvicinarmi e di parlarle.
Adesso Amelia giace nella stanza in penombra. È stato più che doloroso accompagnare la mamma per quello che temo sarà l'ultimo saluto.
Sembra una bambina impaurita, sotto il lenzuolo giace il ricordo del suo corpo formoso. Mi avvicino e prendo la sua mano. Lei socchiude gli occhi, mi riconosce. "Lo sai vero, che sei sempre stato il mio tesoro?".

domenica 20 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 20: Filo

Melania Ceccarelli

“Maestro la racconti ancora?” chiese Adila, con un filo di voce dall’ultimo banco.
Giovanni si interruppe. Aveva già girato la pagina del sussidiario per passare ad altro ma quella vocina lo aveva fatto sobbalzare. Adila in pubblico, davanti ai compagni non parlava mai. A volte, a fine lezione, mentre tutti correvano via lui era riuscito, con grandi sorrisi e una caramella, a farle dire cosa le era piaciuto di più della lezione e se c’era qualcosa che non aveva capito. Poi la aiutava ad allacciarsi il cappotto e la lasciava andare perchè sapeva che aveva una lnga strada da fare a piedi ed in autobus per tornare a casa. 
Per il resto stava seduta composta e in silenzio all’ultimo banco, a volte faceva la lezione a volte no.
“Sì, Adila, la rileggiamo, va bene”. 
E quando Giovanni rilesse di Gretel che si era fatta furba e alla strega porgeva sempre l’ossicino, invece del proprio dito, vide che, di nuovo, Matilde sorrideva con tutta la faccia, come se avesse veramente capito qualcosa.

Veronica Galletta

Fili. Fili ovunque. Fili sparsi per i pavimenti, attorno alle bollette accumulate sulla credenza. Fili di tutti i colori, rocchetti interi o fili sparsi. Fili, e poi spilli. Fra le commessure delle vecchie cementine, ancora così straordinariamente lucide dopo tutti questi anni, in mezzo ai grovigli lasciati sul tavolo d’angolo in cucina, sotto ai lampadari. Fili, anche sulla gatta che sceglie proprio quel tavolo per nascondersi, avvoltolata fra i lunghi drappi che arrivano fino a terra. Fili, che io ho guardato sempre con fastidio, terrorizzata di restarci dentro con le dita, infastidita al pensiero del gesto necessario per infilarne uno in un ago, rassegnata ai nodi mal fatti, alle cose non riuscite. Fili, dentro i quali mia madre vive totalmente immersa, in un mondo parallelo che ha cominciato ad abitare tanti anni fa. Non so, magari è per questo che non riesco neanche a riattaccare un bottone, a cucire la tasca strappata di un grembiule da bambino, anche se lo so fare.
Fili. Eppure i fili sono anche altro, e se è vero che non tutto si fa metafora forse qualcosa a volte sì. Sarà per questo che ho deciso di iscrivermi a un corso di cucito. Voglio tagliarmi un vestito come dico io, imbastire e poi cucire. E rimuovere, infine, tutti i fili in più. Uno dopo l’altro.

Massimo Guelfi

..Muoversi sul filo del fuorigioco è pratica diffusa soprattutto in ambito professionistico dove l’attenzione della terna arbitrale e dei controlli telematici è spinta ai massimi livelli. Il giocatore in questione, in definitiva trascorre la maggior parte del tempo oltre la linea immaginaria tracciata in corrispondenza dell’ultimo difensore della squadra avversaria e parallelamente a quella della porta (zona proibita). Al momento della ripartenza della fase offensiva della sua squadra, l’attaccante in questione compie un rapido movimento che gli consenta di trovarsi momentaneamente dietro l’ultimo difensore (zona ammessa) per poi ritornare immediatamente in campo aperto sfruttando la possibilità a quel punto di trovarsi da solo davanti al portiere.

L’introduzione della regola del fuorigioco è stato un passaggio di grande equità: nelle intenzioni del legislatore sportivo di allora si voleva evidentemente azzerare la disuguaglianza tra attaccante e difensore nella possibilità di prevalere l’uno sull’altro senza sfruttare il vantaggio della posizione sociale di partenza. La regola pura emana direttamente lo spirito dell’equità che l’ha ispirata, nessuno nella sua oggettiva purezza può contraddirla.

Come ben sappiamo oggi, purtroppo, della regola originaria ben poco è rimasto. Una serie di condizioni aggiuntive sono state introdotte per cercare di soddisfare i transeunti bisogni dei giocatori del momento: la posizione ininfluente è l’emblema massimo del grado di sovraemanazione della sfera legislativa che ci allontana sempre più dai principi fondanti, mentre l’odiosa pratica del movimento sul filo del fuorigioco è quello che maggiormente allontana il cittadino dal rispetto del suo avversario e dal riconoscimento della inviolabilità delle regole. Basta non essere visti dunque è la nuova regola non scritta ed in questo modo diviene metafora perfetta di questa nostra odiata società..

Estratto da: “Regole e Società” di Elmo Figumassi (2019, collezione privata)

Chiara Lecito

C’era questa mia collega che aveva la sindrome di Arianna. Era lì, nel labirinto del lavoro, e, se le davi corda, nel labirinto della tua vita, a guidarti, consigliarti, un percorso sempre in testa, del tipo questa cosa l’abbiamo già provata, proviamo a fare così.
A me quello che dava sui nervi era questo suo continuo parlare al plurale, anche quando la discussione non la riguardava personalmente. E poi era pesante, nel senso che non si godeva niente.
Poi ha passato dei guai seri perché aveva fatto non so cosa con i soldi della ditta, e la cosa, non so perché, non mi ha sorpreso più di tanto.

Francesca Maggi


Non mi sono mai piaciuti un granché i giochi che facevamo da ragazzetti.
"Obbligo o verità" mi metteva sempre un'ansia terribile, poiché sarei stata costretta a rivelare segreti indicibili; al gioco della bottiglia sono sempre stata sfortunata; ruba bandiera, guardia e ladri o nascondino erano invece troppo faticosi. 
Un gioco che mi piaceva era il telefono senza fili: prima di tutto perché bisognava stare comodamente seduti in cerchio, poi perché le frasi che ne venivano fuori erano veramente spassose. Qualcuno, nel passaparola, poteva arbitrariamente cambiare il senso della frase, qualcuno capiva male, qualcuno aveva troppa fantasia.
Col senno di poi mi rendo conto di quanto questo possa essere disonesto: il pettegolezzo, la menzogna, l'invidia, a volte la noia, di bocca in bocca trasformano la parola, ognuno ci mette del suo, e alla fine crediamo a quello che ci viene detto, il messaggio originale si perde e nessuno sa più quale sia la verità.
A chi dovrei chiedere, alla TV, alla stampa, ad internet? Alla vicina di casa, all'insegnante?
Ma soprattutto, dovrei credere a te?

sabato 19 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 19: Fionda (+ un disadattato)

Veronica Galletta

Come con la fionda. Dice proprio così.
Mi scuoto per un attimo dal torpore, quella forma di tanatosi vigile che metto in atto quando è necessario. Come durante una riunione genitori insegnanti, come adesso. Gli incontri con gli insegnanti sono un campionario di umanità varia, del quale, lo ammetto, ho in genere orrore. Ogni volta che mi è capitato di andare, raramente, mi è sempre risuonato dentro quello che una volta mi disse il pediatra. Ero preoccupata per le occhiaie di mio figlio, il bambino era piccolo, aveva poco più di un anno. Dottore, gli dissi. Ma perché questo bambino ha sempre le occhiaie. Lui mi guardò fisso, con il suo modo indisponente che gli permette di essere l’unico pediatra che ha sempre posto in città, e mi disse. A volte per capire i bambini basta guardare i genitori. Me la presi abbastanza quella volta, anche se adesso se ci ripenso mi viene da ridere. A volte per capire i bambini basta guardare i genitori. Sono sicura che lo pensano spesso le maestre, anzi mi sa che è proprio un loro mantra, mi dico mentre in classe va in scena il solito spettacolo di recriminazioni sottili, discorsi generici e accuse velate.
Tanatosi unica via, mi ripeto mentre tutto si svolge secondo gli schemi più classici della narrazione. Una fase di introduzione, l’incidente scatenante, il punto di non ritorno, la risoluzione del problema e lo scioglimento finale. Leggo troppi manuali di narratologia, mi dico, guardando l’orologio. Manca poco, in fondo. Poi, d’improvviso, l’illuminazione.
Anche la mattina, vi preghiamo di accompagnarli con calma, dice la maestra. E non di tirarli dentro con la fionda.
Mi piace quest’immagine, mi dico. Con la fionda. È brava la maestra, la narrazione per oggetti è molto efficace. Lo dice anche il manuale di narratologia, mi dico ancora. Ma intanto rimugino. Questa riunione riguarda anche me. Non solo loro, le altre. Le mamme cattive, solo io quella buona, giusta, equilibrata. Riguarda anche me. Anche io lo lancio fuori di casa con la fionda. E no, non lo voglio fare più.

Massimo Guelfi

La premeditazione del colpo è un processo di accurata costruzione. C’è la scelta del sasso: deve essere rotondeggiante ma non troppo appiattito, non troppo piccolo e neanche eccessivamente pesante. Non deve mostrare spigoli per fendere l’aria senza ruotare su se stesso ed avere una superficie liscia per non rimanere intrappolato nell’attrito dinamico. C’è la distanza della postazione: il barattolo di latta va posizionato sul muretto per poi retrocedere di un numero adeguato di passi in modo che il colpo non diventi troppo difficile. Si attende che cali il vento, si impugna il manico, si deposita il sasso all’interno della toppa, si caricano le bande leastiche, mettiamo a fuoco l’immagine del barattolo all’interno della forca e..c’è ancora un piccolo instante prima di lanciare un colpo così ben costruito, lo spazio per un ripensamento. Non è pentimento, è solo il timore dell’insuccesso, una insignificante imperfezione e dal trionfo si precipita al fallimento: rilasci lentamente la tensione del braccio, riprendi il sasso e mentre lo infili nella tasca ti allontani voltando le spalle al barattolo sul muretto.

Chiara Lecito

La fionda è uno strumento del cazzo. 
La catapulta dà molta più soddisfazione. 
Ancora meglio sarebbe una bella mazza chiodata, ma effettivamente fa anche un po’ schifo, più che altro per gli schizzi di sangue – ossa – cervello.
L’ideale, la perfezione, sarebbe un lanciafiamme da pochette. Lo tiri fuori e Vooooooom, ecco l’inferno, e poi lo rimetti a posto.
E niente, era tutta strana, ma c’è da ammettere che aveva un gusto scenografico notevole.

Francesca Maggi

Eccoci.
Adesso dovrei recuperare tutto il mio coraggio, o la mia incoscienza.
Copiare la dinamica della fionda: due passi indietro trattenendo il respiro, azzerare per un attimo il battito del mio cuore, sospendere il giudizio, forse anche chiudere gli occhi.
E poi uno, due, tre...fare tre passi avanti veloce e risoluta e, senza una spiegazione e senza una logica raggiungere la tua bocca, cogliendoti di sorpresa.
Ecco, e' il momento giusto.
Uno, due, tre...

Rinaldo Picciotto (il disadattato)

Piove, gocce sottili che si susseguono senza sosta. I piedi nell’acqua e i calzini ormai zuppi con la mano dalle nocche bianche rattrappita sulla maniglia della cartella informe. Lo sguardo nel vuoto e inespressivo, come in attesa di qualcosa.

Il primo giorno di scuola tutti sfoggiano le scarpe nuove, lo zaino colorato e raccontano l’estate appena trascorsa. Gli ombrelli si toccano e si spingono senza troppa attenzione mentre poco distante delle  auto troppo voluminose fanno scendere frotte di ragazzi che respirano le esalazioni grigiastre dei tubi di scarico incuranti di bagnarsi i pantaloni con gli schizzi. E’ stata una estate piuttosto calda e pare strano aspettare l’apertura dei portoni sotto questa pioggia. L’aria è comunque umida e fastidiosa e le gocce scivolano nei colletti creando una sensazione di disagio che difficilmente si avverte nell’adolescenza.

La ragazzina lentigginosa gli chiede se sia nuovo. Lui l’aveva già notata ma evitava di guardarla. In realtà lui aveva già osservato tutti e sapeva già di chi avrebbe potuto fidarsi e di chi no. E aveva già stabilito alcune simpatie in base ai colori delle giacche o delle pettinature. Non amava farsi notare, faceva sempre in modo da non apparire. Se avesse potuto si sarebbe trasformato in un oggetto inanimato che nessuno vede. Ma sapeva annusare le persone.
La ragazzina non aspetta il tempo di una risposta e ritorna nel gruppetto dei coetanei vocianti. Lui continua a fissare le proprie scarpe allagate, la mente rivolta ad un solo oggetto. Non è mai stato comunicativo, non ha mai amato frequentare i compagni di scuola. Non ha mai avuto amici degni di quella definizione. Amava stare nei campi con il suo cane, il suo unico amico. Era cresciuto con quella bestia e si capivano con uno sguardo. Amava quel genere di rapporto muto e pieno di intese, privo di secondi fini. Si capivano e basta. Solo con una occhiata.

Sapeva che molte cose sarebbero cambiate ma non sapeva cosa lo aspettava. Era consapevole soltanto di non essere nel posto giusto, nel momento giusto. Il suo unico amico, l’unico confidente, era morto quella notte mentre lui lo vegliava. Sapeva di essere inesorabilmente solo. Non  poteva immaginare un dopo.


venerdì 18 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 18: Disadattato

Veronica Galletta

Alle medie mi portavo dietro i libri in una busta della Despar. Era, la Despar, il supermercato che avevamo proprio sotto casa, gestito da un signore che si divertiva a prendermi in giro. Era successo infatti che una volta, io voltata di spalle verso lo scaffale, quest’uomo era arrivato e mi aveva apostrofato da dietro: Ehi, tu, bambino, e io mi ero voltata inviperita. Non sono un maschio! avevo risposto, e così da quel giorno era diventato un gioco. Incontrarmi, far finta di prendermi per bambino. Non aveva tutti i torti, a dirla tutta. Mia madre optava per la praticità, in quegli anni, e praticità faceva rima con capelli cortissimi e tute da ginnastica.
Questa apparente digressione permette quindi di inquadrare meglio la me bambina di prima media, con i capelli corti come un bambino, la tuta e i libri dentro una busta della Despar, mentre cammino sul tragitto da casa a scuola. Non sempre la stessa, eh… la cambiavo di frequente. Per quanto più resistenti delle attuali buste riciclabili, erano pur sempre forse inadatte a trasportare libri e quaderni da scuola a casa e ritorno.
Ogni giorno, tutti i giorni.
Non ricordo quanto durò questa mia forma di protesta. Perché sì, era una forma di protesta. Ero in prima media, e volevo lo zaino, come tutti gli altri, mentre mia madre si ostinava a mandarmi con la cartella con cui avevo fatto tutte le elementari. È di Munari, questa era la sua giustificazione a questo atto di crudeltà verso una bambina presto ragazzina che voleva solo una cosa. Essere uguale agli altri. Per questo protestavo, con la mia busta della spesa carica di libri, in un interessante paradosso, se
lo guardo da qui, di chi per essere uguale finisce per essere ancora più diverso. Lo zaino infine arrivò, un informe zaino della Lotto non così diverso dalle mie buste. Avrei imparato, ma questo solo con il tempo, che essere disadattato è una forma della mente, e che l’unica maniera per fronteggiarla non è combatterla, ma, altresì, assecondarla.

Massimo Guelfi

Erano ormai passati più di dieci anni dalla scoperta del primo Homo Nubendi e la comunità scientifica non aveva ancora elaborato una teoria definitiva per spiegare il motivo della sua estinzione. Homo Tecnologicus e Homo Inutilis si collocavano sulla stessa linea evolutiva di Homo Sapiens ma il genoma di H. Nubendi non lasciava adito a nessun dubbio: era una specie autonoma. La datazione dei radioisotopi faceva risalire l’epoca della sua diffusione nello stesso arco temporale degli H. Sapiens e sicuramente avrà diviso con quest’ultimo anche l’areale. La teoria più accreditata ritiene che fu proprio nel momento del passaggio H. Sapiens-H. Tecnologicus che si instaurò lo scontro che portò alla definitiva sottomissione degli H. Nubendi. La diffusione della tecnologia digitale fu talmente rapida e pervasiva che il solo H. Tecnologicus riuscì ad adattarsi alle nuove condizioni conducendo l’antagonista a soccombere fino alla definitiva estinzione.

Chiara Lecito

A sentire Facebook, Tolstoj diceva in soldoni che non bisogna cambiare il mondo ma cambiare sé stessi. Lui aveva già provato a cambiare il mondo e l’unica cosa che gli era derivata era una bellissima ulcera. Allora aveva provato a lavorare su sé stesso, ed era arrivato a una depressione talmente profonda da non essere riuscito ad alzarsi dal letto per quasi un anno.
E poi, finalmente, aveva deciso di rivolgersi all’avvocato.

Francesca Maggi


In realtà il racconto lo avevo scritto, ma mi ha messo in reale difficoltà.
Chi sta fuori dal sistema viene detto disadattato, alcuni nel sistema ci sguazzano, ne traggono profitto e diletto. Altri, forse la maggioranza, devono modificare la propria forma per poter far parte dell'ingranaggio. In tal modo sopravvivono.
Lascerò che siano le parole del film a parlare per me.

giovedì 17 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 17: Ornamento.

Veronica Galletta

-Mamma
-Eh
-Cosa è l’urna?
Mi volto, lo guardo. Sta seduto al tavolo di cucina, il libro aperto davanti. Da qualche tempo è partito con la lettura. I libri di fantasmi sono i suoi preferiti.
-È una piccola scatola dove si mettono le persone quando sono morte.
Si alza e mi si mette vicino. Lo guardo di sottecchi, mentre continuo a pulire la verdura; mi fissa, serio. Mi mordo il labbro. Non dovrei parlare così della morte, lo so.
-E come fanno a starci dentro?
-Le bruciano prima...
-Le bruciano?
Non dovrei parlare così della morte, eppure trovo sempre il modo peggiore. Deve essere una specie di dono, il mio.
-Sì ma non si fanno male perché…
-Perché sono già morte, dice tornando al suo libro.
-Sì, sono già morte.
La morte. È un’ossessione la morte per lui da quando era piccolo. Forse è così per tutti i bambini. Il dottore dice che c’entra la mia malattia. Mi ha visto troppo a letto, e vive in allarme. Eppure io credo sia qualcosa di più. Qualcosa che percepisce nell’aria. Zao, sono tuo fratello morto, mi diceva quando era piccino e veniva a infilarsi nel letto la mattina. E io un fratello morto ce l’ho davvero, anche se lui non lo sa… Forse qualcosa in questa casa. Eppure mi sono informata, in questa casa non è morto mai nessuno. Scolo la scarola, la ficco nella pentola che è già suo fuoco. Mi asciugo le mani, mi avvicino a lui. Della morte bisogna parlare.
-Perché mi hai chiesto della parola urna? gli dico.
-C’è scritto qua, risponde, e mi passa il libro.
Comincio a ridere. –Orna, c’è scritto orna. Ornamentale, dico, e mi copro la bocca con una mano. Mi guarda sospettoso. Ornamentale amore, è quando… ma niente, non riesco a smettere.
Urnamentale. Certo, anche urna-mentale ha il suo fascino. Una sorta di tomba per il cervello. La mia vita a volte. Ma non oggi.

Massimo Guelfi

L’incomprensione genera le quattro fasi successive: la rabbia, la frustrazione, la rassegnazione e l’isolamento. Poi si possono verificare apatia, aggressività e autodistruzione. Tueur si era fermato alla quarta fase perché amava il suo lavoro, lo faceva con quella professionalità che rendeva il giusto tributo all’impegno che aveva messo nel raggiungimento della sua posizione. Quando fai quel tipo di professione, devi sempre dare il massimo ed esercitarti affinché il tuo fisico risponda prontamente alle esigenze che ti vengono richieste. Lui mai, si era sottratto a questo inscalfibile senso del dovere, anche quando, prima dell’isolamento cercava ancora di farsi accettare all’interno della piccola comunità di Epaules. Risaliva a quel periodo il piccolo ciondolo con cui aveva decorato il suo inseparabile strumento di lavoro. Tueur era un killer, il tentativo di umanizzare il suo fucile non fu compreso,  da allora aspettava sempre la fine delle oscillazioni indotte dalla retrospinta del colpo, prima di afferrare l’amuleto e capire che il suo lavoro si era concluso.

Chiara Lecito

Pensa: alla fine scegliere la base non è stato difficile. Non è stato il parto che credevo. Anzi, è stato tutto molto fluido.
Guarda il fumo della sigaretta che esce dalla finestra. È un luogo comune, ma è vero, rilassa.
Pensa: quelle cose però che servono ma non sono necessarie, ecco, quello è stato già più complicato.
Si alza in piedi e si stiracchia.
Pensa: adesso mi sto dannando.
Pensa: forse meglio niente. Nessuna cazzata, massima concentrazione.
Fa un gran respiro. L’aria è fredda, e bella, e felice.
Decide.

Francesca Maggi


Se dovessi paragonare me stessa ad una pianta sarebbe certamente un cactus, e chi mi conosce questo lo sa bene, forse perché in prima persona ha avuto a che fare con le mie spine.
I cactus apartengono alla grande famiglie delle succulente, ed anche questa parola mi si addice parecchio, c'è qualcosa in me di nutriente, caldo e umido.
Ogni tanto, in maniera del tutto imprevedibile il cactus produce un unico fiore, sbalorditivo ornamento, una sorta di piccolo miracolo.
Non so cosa sia, forse quell'attimo di genio, quello slancio improvviso, quell'occasone non persa.
Solo pochi sono riusciti a cogliere la magia di quel fiore, senza coglierlo.

Elda Mattesini



 ALFONS MARIA MUCHAS (1860/1939)

Importante esponente dell’Art Nouveau, fu pittore e scultore, fotografo
Disegnò manifesti, scenografie, costumi  anche per l’attrice Sarah Bernhardt.
Disegnò manifesti per varie industrie tra cui  Nestlé e Moet & Chandon.