giovedì 5 settembre 2019

Ogni cosa al suo posto




1) Se ami la benevolenza ma non la cultura, la corruzione che ne deriva si chiama follia.

2) Se ami l’arguzia ma non la cultura, la corruzione che ne deriva si chiama impertinenza.
3) Se ami la fiducia ma non la cultura, la corruzione che ne deriva si chiama furto.
4) Se ami la schiettezza ma non la cultura, la corruzione che ne deriva si chiama soffocamento.
5) Se ami il coraggio ma non la cultura, la corruzione che ne deriva si chiama disordine.
6) Se ami la forza ma non la cultura. La corruzione che ne deriva si chiama anarchia.

Ho appena iniziato La saggezza dei samurai – cinque testi classici sul Bushido di Thomas Cleary, edito da Mediterranee, e già mi sono intrippata (sono ancora alla prima parte dell’introduzione) con il confucianesimo, che, ho scoperto, conoscevo solo nella sua sfumatura più formale e legata alla legge. 
Aldilà dei vari detti o massime o aforismi forse estrapolati per un pubblico occidentale senza troppo analizzare il contesto. o il testo in sé, o le correnti successive nate alla morte del filosofo (mi sono appuntata un nome da approfondire: Mencio, ovvero Meng-He), quello che mi ha sempre incuriosito della dottrina confuciana (per il poco che ne so, naturalmente) applicata alla filosofia samuraica è la sua creazione di un ordine sociale percepibile come ordine naturale: per fare un esempio, i sudditi devono dimostrare verso l’imperatore, mentre l’imperatore si assume ogni responsabilità per l’andamento del suo governo, comportandosi in effetti da padre.

Quello che mi incuriosisce e che vorrei approfondire è l’anima di questo organismo composto dall’individuo e la compagine di cui è membro attivo e responsabile, e capire come questa anima possa essere applicata alla mia vita. Mi è chiaro come il senso di responsabilità verso la comunità insito nella cultura confuciana sia fondamentale per la formazione dell’etica samuraica, ma mi chiedo venga concepita l’anima dell’uomo, cellula fondamentale del suddetto organismo. 
Riporto un brano del Kanto Hatto (altro testo che vorrei leggere) di Oda, che cita Mencio, riportato sempre nell’introduzione del libro:

I vedovi e le vedove, gli orfani e coloro che non hanno nessuno sono le persone più indigenti della nazione, perché non hanno mezzi. La loro condizione è davvero miserevole. La cosa che desidero più di ogni altra è essere solidale con loro. Se una di queste persone ha dei problemi o delle preoccupazioni, queste dovrebbero essere prese in considerazione; ma negli ultimi tempi signori e ministri sono diventati debosciati, oppressivi o prepotenti con i deboli. Se ci sono lamentele da parte di qualcuna di queste persone indigenti, anche parenti e amici saranno ritenuti responsabili. Se è vero che un governo illuminato fa bene anche agli insetti, come potrebbe questo bene non raggiungere anche gli esseri umani?

E io rimango perplessa davanti alle domande che questo brano mi pone: quando la debolezza rischia di diventare una scusa? Fino a che punto gli interessi dei cittadini e quelli dello stato combaciano? Quando è che si è dei capi deboli? Quali sono le prime avvisaglie di una leadership (perché questa fusione tra personale e collettivo è la base della leadreship) crudele? 
Certo è che in queste righe c’è un senso di responsabilità da far spavento. E forse questa è la cosa più bella di tutte.



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