mercoledì 18 settembre 2019

Italian psycho, ovvero gli attorcigliamenti del Serpente di Malerba.



You start a conversation you can't even finish it
You're talking a lot, but you're not saying anything
When I have nothing to say, my lips are sealed
Say something once, why say it again?
(Psycho Killer – Talking Heads)

Un uomo s’innamora di una donna e diventa ossessivo, ma il fatto è che non è ossessivo nei confronti della donna, ma ossessivo nei confronti di tutto. E lui parla, parla, parla, racconta, rimugina, ricopre ogni cosa di parole e la svuota di ogni senso, e la cosa raccontata si perde nel racconto, le vicende diventano la loro narrazione e i sentimenti la loro elaborazione, fino a che ogni assume una prospettiva che annulla qualsiasi prospettiva.

Il fatto è che se per certi versi quello di Malerba è un gioco, dall’altro quello che leggiamo è un distillato di pura invenzione letteraria, il non plus ultra dell’esperienza creativa, nel senso che il racconto è la materia raccontata, una materia che forse non esiste ma che trova sostanza solo nella sua sola enunciazione.

Sì, la volgarità mi piace. Lo rivendico forte è chiaro. Mi piace perché è l’unica a esprimere quello che siamo, senza le orribili maschere che per natura indossiamo e ci rendono meschini, ipocriti, sempre a correre dietro a un pudore di cui mi frega meno che dei miei ultimi calzini bucati.
(African Psycho – Alain Mabanckou)

Parlare di questo libro è un casino, perché il vortice delle parole divora, reinventa e alla fine distrugge e autodistrugge e pietrifica, come uno scherzo in cui si dice la verità ma non si capisce quale sia lo scherzo e quale la verità, e forse la verità è uno scherzo e lo scherzo è la verità; e questo perché il narratore è il narrato, e non esiste mondo fuori dalla parola.
Per certi versi Il serpente è una lettura frustrante, perché non si capisce niente, ma poi non è importante nemmeno capire: la follia, la nevrosi, l’alienazione non sono punti da vista altri, non sono neanche punti di vista, ma semplicemente (e diabolicamente) parole che girano su loro stesse e che in loro stesse trovano soddisfazione.

E allora il protagonista-narratore-attore evapora, si dilegua ma al contempo si spande in una soggettività famelica e vorace, che nega l’oggetto della sua affermazione e che si dichiara con una forza tale da negare il suo stesso punto di vista.

Non esiste un vero e proprio "me". C'è soltanto qualcosa di illusorio, al mio posto, un'entità che è
anche possibile toccare con mano, sennonché io non ci sono. Puoi pure sentire la mia carne a contatto con la tua, e credere che i nostri stili di vita siano comparabili, ma io semplicemente non ci sono. Per me, è difficile avere un senso, a qualsiasi livello. Io sono un'invenzione, un'aberrazione. Sono un essere umano incoerente.
(American Psycho – Bret Easton Ellis)

Che poi mi rendo conto di farla complicata, ma è inevitabile quando ci si trova davanti a un’opera così superficiale e così vera e così inquietante, perché alla fine quella del Serpente non è altro che la realtà portata a livello patologico, o creativo, o patologicamente creativo, e per quanto si muoia dalla voglia di parlarne proprio non si può, e ci si può solo girare intorno, magari citando altree opere di altre culture e di altri luoghi e di altri altro.
E io mi chiedo se a Malerba sarebbe piaciuto un altro brano della canzone che ho citato all’inizio e che citerò alla fine di questo pezzo, ma mi piace immaginare di sì.

Psycho Killer
Qu'est-ce que c'est
Fa-fa-fa-fa-fa-fa-fa-fa-fa-far better
Run, run, run, run, run, run, run, away oh oh oh
Yeah yeah yeah yeah oh!

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