martedì 10 settembre 2019

Il Quartetto d'Alessandria: un mondo e il Mondo


Tutte le idee a me sembrano egualmente buone; il fatto stesso che esistano prova che qualcuno è in grado di creare. Che importanza ha che siano oggettivamente vere o false? Tanto non lo potranno mai rimanere per lungo tempo.

Justine è stato amore alla prima riga, Balthazar uno stordimento, Mountolive la riscoperta della verità bugiarda e incompleta e Clea non è la storia ma chi la racconta.

E il fatto è che non è mai mai mai la storia, e neanche il punto di vista, e neanche la voce, ma è quell'energia che scorre tra tutte le componenti, che non è coerenza, ma è il flusso vitale allo stato più grezzo. I quattro romanzi che compongono il Quartetto d’Alessandria di Lawrence Durrell (in corso di ripubblicazione da Einaudi - manca giusto Clea, che io ho recuperato in una vecchia edizione) non sono romanzi perfetti, ma li leggi e chi se ne frega, perché sono così carichi di vita, di passione, di entusiasmo narratore e creatore da riuscire a farti sentire la potenza dell'universo intero, e soprattutto a goderne in una maniera completa ed estatica.
O, almeno, questo è quanto è successo a me.

Rimane Alessandria, la decadenza, le piogge torrenziali, le relazioni incrociate, Ludwig Pursewarden (lui su tutti, spettro che aleggia con le sue verità sghembe, contraddittorie e inconoscibili, verità anch'esse fantasmatiche e tanto potenti quanto irrilevanti - come qualunque cosa profondamente e inconcepibilmente vera), la politica, le storie, la Storia, gli amori, l'Amore (per la vita, per la morte, per la propria terra, per sé stessi, per un'idea, per un trauma); e non in maniera precisa, e neanche confusa, ma come una serie di affluenti che confluiscono in un corso d’acqua al contempo torbido e limpido, inevitabile, che non sappiamo neanche in quale mare o lago vada a sfociare.

E così, di nuovo, nel pensiero, la città tornò a disegnarsi contro lo specchio verde e piatto del lago, contro i tumuli di arenaria che segnano il bordo del deserto. La politica dell’amore, gli intrighi del desiderio, il bene e il male, la virtù e il capriccio, l’amore e il delitto si aggiravano oscuramente per gli angoli bui delle strade e delle piazze, dei salotti e dei bordelli di Alessandria – si agitavano come un grande consesso di anguille nel pantano delle trame e delle controtrame.

E la cosa bella di Durrell è che non si pone come narratore onnisciente (si pone in questo modo solo in Mountolive, per poi tornare a smentirsi ripetutamente in Clea), ma penetra all’interno di ogni movimento interiore di ogni personaggio e lo rende come parte di un tutto, facendolo attraverso la voce più ignorante di tutte, quella dello scrittore Darley, che riesce a trovare se stesso solo abbandonando l’idea di una verità incontrovertibile, arrivando a sentire, alla fine, l’Universo intero che gli dà una spinta.
Non so se l’intenzione dell’autore di rendere in forma romanzesca la formula della relatività di Einstein abbia trovato piena soddisfazione, ma di sicuro, durante la lettura, si ha la sensazione di partecipare a un movimento interiore che è anche cosmico, divino senza essere fatale, un qualcosa che ingloba tutto e il contrario di tutto senza perdere mai forza creativa o creatrice, un qualcosa dalla portata tale da terrorizzare e fa nascere allo stesso tempo il desiderio di essere trasportati da esso, e senza abbandonarsi, ma partecipando attivamente al flusso.

I padroni cominciavano ad accorgersi, in sostanza, di essere gli schiavi di forze da loro stessi scatenate, a rendersi conto che la natura è, per essenza incontrollabile. Presto si sarebbero trovati su strade non scelte da loro, imprigionati in un campo magnetico, appunto, dalle stesse forze che scatenano le marce per influsso della luna o che spingono i salmoni a risalire un fiume brulicante… azioni che si protendono e si gonfiano verso un avvenire che i mortali non sono assolutamente in grado di determinare o di stornare.

Il fatto è che il Quartetto d’Alessandria mi ha mandato in estasi per la sua grandezza, quella grandezza di chi non considera niente troppo piccolo e che tuttavia non si prende sul serio, che si riconosce come parte di qualcosa e che sgomenta e sconforta e libera nella sua consapevolezza di essere un qualcosa che fa parte di qualcos’altro, anche se questo qualcos’altro non si sa cosa sia, e forse è bene non saperlo.
E anzi, probabilmente non è neanche importante, e alla fine la cosa che resta, la cosa importante è riconoscersi come creature fatte d’amore e di vita e di terrore e di sgomento e d’ignoranza, e le cose più inutili e inaffidabili e spaventose sono anche le cose che rendono il nostro viaggio (che mai deve diventare desiderio di permanenza) bello, e interessante, e magnifico.

Un romanzo dev'essere un atto di divinazione per mezzo delle visceri, non il resoconto preciso di una partita a palla tra parrocchiani.

Ecco.

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