domenica 29 settembre 2019

Inktober 2019 (yeeee!!!)


L’anno scorso ho partecipato a modo mio all’Inktober. Ogni giorno prendevo un’immagine a caso e ci scrivevo su una storia brevissima, al massimo mille battute, e la pubblicavo sul mio profilo facebook.
E niente, dato che mi sono divertita parecchio ho deciso di ripetere l’esperienza, senza però appoggiarmi ai disegni, un po’ per comodità (cercare su Google può rivelarsi poco pratico anche per la risoluzione delle immagini) e un po’ per non incappare in rogne di copyright o simili (che l’anno scorso mi ci sono abbastanza scervellata, perché non sempre è pratico attribuire i dovuti crediti).

Per chi non sapesse che cosa è l’Inktober, una veloce spiegazione: nato nel 2007 dalla mente dell'artista Jack Parker, il gioco prevede che, per un mese, i disegnatori, professionisti e non, disegnino qualcosa ispirandosi a una parola al giorno e condividano la loro opera. Non so se ci sono altre regole, ma insomma, come ho già detto il gioco mi piace e voglio affrontare il cimento per tutti i giorni del mese.
Qui i temi del 2019:


Ora, ribadisco, questa è una cosa divertentissima e molto figa, quindi noi, che siamo delle pippe con le chine (quasi tutti) e che amiamo divertirci con altri mezzi, non possiamo assolutamente tralasciare questa occasione,
Pertanto, ecco la mia modesta proposta: partecipare all’Inktober con il mezzo espressivo che più ci piace. Che sia il disegno, la scrittura, la fotografia, l’arte, i video, le chiacchiere o qualsiasi altra cosa. Se vi va di condividere le vostre cose con noi, il blog è aperto, basta mandare il vostro materiale a questo indirizzo


Non è neanche necessario partecipare per tutto il mese, dato che questa è un’idea molto estemporanea e neanche troppo precisa, ma da cosa nasce cosa, e chissà che magari, più avanti, non si possa giocare a unire i disegni alle storie o ai video o a qualunque altra cosa. Lo scopo è solo quello di divertirsi facendo cose belle e creative :-)

E niente, buon divertimento a chi parteciperà, e ci vediamo martedì con la prima parola.

venerdì 27 settembre 2019

L'Apocalisse è un dramma da camera, ed è già avvenuta



Quando sento le parole antropocene, estinzione, fine della razza umana, apocalisse, fine del mondo, a me viene sempre in mente questo:


E negli ultimi tempi questo letteralmente mi ossessiona. Sono anni che non lo rivedo, ma in passato l’ho visto e rivisto e stravisto, perché tra gli intellettuali italiani Marco Ferreri è senza dubbio il mio preferito, quello che più di tutti ha condizionato la mia immaginazione, e che ha influito in maniera potentissima sul mio modo di vedere la vita, il mondo e la fine di tutte le cose.

Mangia questa purea, è medicamentosa

Quando sento le ultime notizie sul nostro pianeta e avverto i tempi della nostra fine avvicinarsi, io
non posso fare a meno di pensare a una casa abbandonata nella periferia del niente e quattro persone che si abbuffano di raffinatezze fino a morire, accompagnati da una donna-mamma-vacca desiderata  e piena  e popputa e asessuata che li accudisce e li osserva sguazzare nella loro suprema e tetra e raffinatissima abbondanza nichilista.
Il quadro de La grande abbuffata mi è talmente entrato dentro che mi è ormai impossibile prendere sul serio qualsiasi espressione del ben pensare, qualsiasi programma politico, qualsiasi buon proposito collettivo, perché tanto la fine sarà quella, e lo sarà addirittura nella migliore delle ipotesi. Addirittura mi piace immaginare un Doppio Piccoli, che maneggiando la pistola-feticcio di Dillinger è morto, cucinando per quei gaudenti tanto ansiosi di cancellare il piacere dalla bellezza, li avvicina, con distacco ghignante, alla morte, magari finendoli di propria mano con la sua pistola a pois.

Ho pensato a un menù incredibile: il Menù del Cazzo.

Ascolto le ultime notizie e tutte le previsioni, e l’immagine della tavola imbandita e gente che mangia e mangia e mangia anche se non ha più fame, in una casa poco illuminata e strapiena di mobilia raffinatissima dove il sesso viene concesso di malavoglia perché il corpo di donna è vanità, dove morire vuol dire non essere più in grado di mangiare o esplodere dall’interno, dove il combattimento è quello contro la merda che si è prodotta e che all’improvviso esplode dalla tazza del cesso, mi si pianta in testa, e mi intristisce un po’ pensare che il gusto dello sberleffo abbia abbondantemente sorpassato la voglia di godersi le cose, e che lo stracarico, il costruito, abbia soppiantato il naturalmente buono, quello che ci permette di fare altro oltre che mangiare.

Mangia. Mangia piccolo Michel, mangia. Se non mangi non puoi morire.

E questo è quanto.



mercoledì 25 settembre 2019

3 film per 70 anni



Altro settantenne fighissimo, oggi compie gli anni Pedro Almodóvar, di cui, ho scoperto, mi mancano solo Kika e Che ho fatto io per meritare questo?, e poi ho visto tutta la sua filmografia (della quale ho buona parte in dvd).
Ma io approfitto per parlare brevemente dei tre film che preferisco della sua filmografia, rigorosamente in ordine di gradimento:

3) La mala educación
Che già gli occhi di Fele Martínez valgono da soli tutto il film, mentre invece Gael García Bernal non mi è mai piaciuto, ma qui, a fare la dark lady avida e puttana, è semplicemente perfetto. Tuttavia chi mi ha strappato il cuore dal petto e ci ha fatto un frappè è il personaggio di Fele, Enrique Goded, regista in crisi creativa che all’improvviso si ritrova il soggetto per un film e la sua prima relazione sentimentale (con relativo scandalo e dolore) tra le mani. E poi c’è il film nel film nel film, tra rimandi interni continui che si arricchiscono di visione in visione (lo so quasi a memoria), i magnifici titoli di testa che praticamente raccontano tutta la vicenda, e il pathos e i corpi, sempre vibranti e avidi e lacerati e ricostruiti, ma soprattutto desiderati, ma tanto desiderati, e violati nell’appagamento di quella passione infuocata che chiude il film e muove il cielo e le alte stelle.
E niente, uno di questi giorni me lo rivedo.

2) Il fiore del mio segreto
Leo Macías (una Marísa Paredes tutta nervi che vorresti sedare e consolare e urlarle contro e abbracciare nello stesso tempo) è la classica donna in crisi che risale la china, che scopre sé stessa e che abbraccia nuove opportunità. Il fatto è che questo film è, a mio modesto parere, il più sottovalutato di tutta la filmografia del Pedro, ma contiene in nuce almeno due dei suoi film successivi (e non vi dico quali per non rovinarvi al sorpresa), il flamenco di Joaquín Cortés e Manuela Vargas è un inno alla bellezza e l'intero film è un omaggio caldo e appassionato alla vita e alle infinite capacità di autotortura e resurrezione dell’essere umano, il tutto raccontato con uno sguardo compassionevole ma distaccato, parallelo a quello dei personaggi, uno sguardo che racchiude tutto e il contrario di tutto.
E poi, probabilmente, se non l’avesse citata Leo come una delle sue muse ispiratrici, probabilmente non avrei mai scoperto Djuna Barnes, una delle più grandi scrittrici di sempre e mio punto di riferimento intellettuale e non solo.

1) Matador

Perché quando due astri si frappongono, la loro luce apparente si estingue, ma nella loro breve convergenza acquistano una nuova luminosità nera e ardente, che poi è la trama del film, che ho visto e rivisto e stravisto, anche per tre volte di seguito. Perché Eusebio Poncela è così affascinante da far venir voglia di prenderlo a morsi, perché Julieta Serrano si rivela la mamma perfetta e oppressiva per Antonio Banderas, ruolo che riprenderà anche in Donne sull’orlo di una crisi di nervi (in versione psicopatica) nell’ultimo capolavorissimo Dolor y Gloria (con una sfumatura più dolente), perché Assumpta Serna è terribile e meravigliosa. Perché amore e eros e morte, e preveggenza e rifiuto di una salvezza più mortifera della morte stessa, perché due amanti suicidatisi nel momento dell’orgasmo hanno l’espressione appagata e felice.

E allora tanti auguri a un artista le cui opere fanno bene a occhi e cuore, che coglie i racconti della vita e dà vita a ogni racconto, talvolta inciampando, talvolta ricapitolando, ma senza mai tirchierie o calcoli, perché la cosa davvero ganza del Pedro è proprio il suo riuscire a darsi ogni volta con un’onestà disarmante, facendoti sentire come se condividessi ciò che lui racconta, che poi, per certi versi, è proprio così, anche nelle sue opere più eccessive e (apparentemente) lontane dal reale.
Hasta la passione, siempre.


(laChiara)

lunedì 23 settembre 2019

La figaggine fa 70


Glory Days,
Johnny 99 (ma Nebraska tutto, e non ringrazierò mai abbastanza Cristian, il mio compagno, che me lo ha fatto conoscere, perché Nebraska è il lato oscuro di un Paese e del suo stato mentale, e Nebraska è quello con cui dobbiamo fare i conti e che non possiamo ignorare)
Born to run
The ghost of Tom Joad
e poi
Hungry heart,
probabilmente la canzone che preferisco del Bruce, perché è una storia raccontata con un'ironia bonaria e gentile e affettuosa e acuta e tagliente e malinconica, perché gli orizzonti sono mentali, e se ti fai un giro senza tornare a casa scappando quasi con noncuranza da moglie e figli probabilmente finirai da dove sei partito, perché sì, tutti abbiamo un cuore affamato, e facciamo la nostra puntata e odiamo stare soli, e una fuga non è un viaggio, ma un percorso tondo tondo che ci riporta a dove siamo partiti.

Il fatto è che c'è un signore che oggi compie 70 anni, un signore che per farlo smettere di suonare bisogna staccargli la corrente da sotto, come ai ragazzini, e che ha uno sguardo attento verso le contraddizioni del suo paese e del suo pensiero, ma che crede nella passione nell'amore, e le cui disillusioni (perché ci sono state) non hanno scalfito l'amore, un amore che è un modo di essere.
Il fatto è che Bruce Springsteen è un'artista che non fa della compassione un pantano, e io, quando lo ascolto, mi commuovo da morire, esattamente come mi commuovo ascoltando Tom Waits e David Byrne, perché quando un'espressione artistica assume un carattere così ispiratore, e travolgente, e nutriente, per la vita e per lo spirito, allora ecco che la musica e le parole assumono la loro espressione più autentica e felice; la loro espressione più figa, perché mobile, ispirata, sincera, vivace e viva.

E allora smetto, e mi predispongo a godere del mio pezzo del cuore, ringrazio dal cuore Bruce per indicare la luna e per ricordare di goderci il viaggio e goderci tutto, e gli auguro un buon compleanno :-)

mercoledì 18 settembre 2019

Italian psycho, ovvero gli attorcigliamenti del Serpente di Malerba.



You start a conversation you can't even finish it
You're talking a lot, but you're not saying anything
When I have nothing to say, my lips are sealed
Say something once, why say it again?
(Psycho Killer – Talking Heads)

Un uomo s’innamora di una donna e diventa ossessivo, ma il fatto è che non è ossessivo nei confronti della donna, ma ossessivo nei confronti di tutto. E lui parla, parla, parla, racconta, rimugina, ricopre ogni cosa di parole e la svuota di ogni senso, e la cosa raccontata si perde nel racconto, le vicende diventano la loro narrazione e i sentimenti la loro elaborazione, fino a che ogni assume una prospettiva che annulla qualsiasi prospettiva.

Il fatto è che se per certi versi quello di Malerba è un gioco, dall’altro quello che leggiamo è un distillato di pura invenzione letteraria, il non plus ultra dell’esperienza creativa, nel senso che il racconto è la materia raccontata, una materia che forse non esiste ma che trova sostanza solo nella sua sola enunciazione.

Sì, la volgarità mi piace. Lo rivendico forte è chiaro. Mi piace perché è l’unica a esprimere quello che siamo, senza le orribili maschere che per natura indossiamo e ci rendono meschini, ipocriti, sempre a correre dietro a un pudore di cui mi frega meno che dei miei ultimi calzini bucati.
(African Psycho – Alain Mabanckou)

Parlare di questo libro è un casino, perché il vortice delle parole divora, reinventa e alla fine distrugge e autodistrugge e pietrifica, come uno scherzo in cui si dice la verità ma non si capisce quale sia lo scherzo e quale la verità, e forse la verità è uno scherzo e lo scherzo è la verità; e questo perché il narratore è il narrato, e non esiste mondo fuori dalla parola.
Per certi versi Il serpente è una lettura frustrante, perché non si capisce niente, ma poi non è importante nemmeno capire: la follia, la nevrosi, l’alienazione non sono punti da vista altri, non sono neanche punti di vista, ma semplicemente (e diabolicamente) parole che girano su loro stesse e che in loro stesse trovano soddisfazione.

E allora il protagonista-narratore-attore evapora, si dilegua ma al contempo si spande in una soggettività famelica e vorace, che nega l’oggetto della sua affermazione e che si dichiara con una forza tale da negare il suo stesso punto di vista.

Non esiste un vero e proprio "me". C'è soltanto qualcosa di illusorio, al mio posto, un'entità che è
anche possibile toccare con mano, sennonché io non ci sono. Puoi pure sentire la mia carne a contatto con la tua, e credere che i nostri stili di vita siano comparabili, ma io semplicemente non ci sono. Per me, è difficile avere un senso, a qualsiasi livello. Io sono un'invenzione, un'aberrazione. Sono un essere umano incoerente.
(American Psycho – Bret Easton Ellis)

Che poi mi rendo conto di farla complicata, ma è inevitabile quando ci si trova davanti a un’opera così superficiale e così vera e così inquietante, perché alla fine quella del Serpente non è altro che la realtà portata a livello patologico, o creativo, o patologicamente creativo, e per quanto si muoia dalla voglia di parlarne proprio non si può, e ci si può solo girare intorno, magari citando altree opere di altre culture e di altri luoghi e di altri altro.
E io mi chiedo se a Malerba sarebbe piaciuto un altro brano della canzone che ho citato all’inizio e che citerò alla fine di questo pezzo, ma mi piace immaginare di sì.

Psycho Killer
Qu'est-ce que c'est
Fa-fa-fa-fa-fa-fa-fa-fa-fa-far better
Run, run, run, run, run, run, run, away oh oh oh
Yeah yeah yeah yeah oh!

giovedì 12 settembre 2019

Istruzioni per vivere una buona vita in tempi interessanti (parte 8)

(parte 1parte 2parte 3parte 4parte 5parte 6, parte 7)



Vedo l’arte sempre più chiaramente come una specie di concime per l’anima. Essa non ha propositi, cioè non ha teologia. Nutrendo la psiche, concimandola, l’aiuta a trovare il suo livello, come l’acqua. Quel livello è un’innocenza originale – chi inventò la perversione del Peccato Originale, quella sporca oscenità dell’occidente? L’arte, come un abile massaggiatore su un campo sportivo, , è sempre pronta a soccorrere le vittime; e, proprio come fa un massaggiatore, i suoi interventi calmano la tensione dei muscoli dell’anima. Per questo va sempre in cerca delle parti indolenzite, le sue dita premono sui muscoli contratti, sul tendine afflitto da un crampo – i peccati, le perversioni, le questioni spiacevoli che stentiamo ad accettare. Scoprendole con la sua aspra gentilezza, scioglie le tensioni, fa riposare la psiche. L’altra parte del compito, se vi è compito, appartiene alla religione. L’arte è unicamente il fattore purificante. Non predica nulla. È la serva della silenziosa contentezza, essenziale soltanto alla gioia e all’amore!

Una civiltà è soltanto una grande metafora che descrive le aspirazione dell’anima individuale in forma collettiva, come potrebbe fare un romanzo o un poema. Si lotta sempre per una maggiore consapevolezza. Ma, ahimè! le civiltà muoiono appena diventano consce di se stesse. Se ne rendono conto, si scoraggiano, la propulsione del motivo inconscio di perde. Cominciano a copiarsi disperatamente allo specchio. È inutile. Ma è proprio sicuro che vi è frode in tutto questo? Sì, il Tempo è la frode. Lo Spazio è un’idea concreta, ma il Tempo è astratto.

Ancora Lawrence Durrell, nello specifico i Dialoghi con Padre Somaro, parentesi contenuta nel Quartetto d’Alessandria, di cui non dico altro per non rovinare la lettura.
Non so se queste note corrispondano alla visione artistica di Durrell, comunque io le trovo affascinantissime, soprattutto la prima, che corrisponde alla perfezione alla mia concezione di opera d’arte. Se una qualsiasi creazione non s’incunea nella vita, allora è perfettamente inutile. Una letteratura priva di tensione spirituale e nervosa è un qualcosa di esteriore che non capisco a cosa serva, esattamente come la letteratura con un dichiarato fine educativo, artistico o morale. Quando mi chiedono cosa cerco in un libro, la mia risposta è tutto, e il resto è accontentarsi. Considero scrittura e lettura metodi d’indagine, un dojo per l’anima, un’addestramento che prepari al peggio e faccia gustare il meglio in maniera più consapevole.
C’è solo spinta, e ricerca, e affinamento, il resto è fuffa.

martedì 10 settembre 2019

Il Quartetto d'Alessandria: un mondo e il Mondo


Tutte le idee a me sembrano egualmente buone; il fatto stesso che esistano prova che qualcuno è in grado di creare. Che importanza ha che siano oggettivamente vere o false? Tanto non lo potranno mai rimanere per lungo tempo.

Justine è stato amore alla prima riga, Balthazar uno stordimento, Mountolive la riscoperta della verità bugiarda e incompleta e Clea non è la storia ma chi la racconta.

E il fatto è che non è mai mai mai la storia, e neanche il punto di vista, e neanche la voce, ma è quell'energia che scorre tra tutte le componenti, che non è coerenza, ma è il flusso vitale allo stato più grezzo. I quattro romanzi che compongono il Quartetto d’Alessandria di Lawrence Durrell (in corso di ripubblicazione da Einaudi - manca giusto Clea, che io ho recuperato in una vecchia edizione) non sono romanzi perfetti, ma li leggi e chi se ne frega, perché sono così carichi di vita, di passione, di entusiasmo narratore e creatore da riuscire a farti sentire la potenza dell'universo intero, e soprattutto a goderne in una maniera completa ed estatica.
O, almeno, questo è quanto è successo a me.

Rimane Alessandria, la decadenza, le piogge torrenziali, le relazioni incrociate, Ludwig Pursewarden (lui su tutti, spettro che aleggia con le sue verità sghembe, contraddittorie e inconoscibili, verità anch'esse fantasmatiche e tanto potenti quanto irrilevanti - come qualunque cosa profondamente e inconcepibilmente vera), la politica, le storie, la Storia, gli amori, l'Amore (per la vita, per la morte, per la propria terra, per sé stessi, per un'idea, per un trauma); e non in maniera precisa, e neanche confusa, ma come una serie di affluenti che confluiscono in un corso d’acqua al contempo torbido e limpido, inevitabile, che non sappiamo neanche in quale mare o lago vada a sfociare.

E così, di nuovo, nel pensiero, la città tornò a disegnarsi contro lo specchio verde e piatto del lago, contro i tumuli di arenaria che segnano il bordo del deserto. La politica dell’amore, gli intrighi del desiderio, il bene e il male, la virtù e il capriccio, l’amore e il delitto si aggiravano oscuramente per gli angoli bui delle strade e delle piazze, dei salotti e dei bordelli di Alessandria – si agitavano come un grande consesso di anguille nel pantano delle trame e delle controtrame.

E la cosa bella di Durrell è che non si pone come narratore onnisciente (si pone in questo modo solo in Mountolive, per poi tornare a smentirsi ripetutamente in Clea), ma penetra all’interno di ogni movimento interiore di ogni personaggio e lo rende come parte di un tutto, facendolo attraverso la voce più ignorante di tutte, quella dello scrittore Darley, che riesce a trovare se stesso solo abbandonando l’idea di una verità incontrovertibile, arrivando a sentire, alla fine, l’Universo intero che gli dà una spinta.
Non so se l’intenzione dell’autore di rendere in forma romanzesca la formula della relatività di Einstein abbia trovato piena soddisfazione, ma di sicuro, durante la lettura, si ha la sensazione di partecipare a un movimento interiore che è anche cosmico, divino senza essere fatale, un qualcosa che ingloba tutto e il contrario di tutto senza perdere mai forza creativa o creatrice, un qualcosa dalla portata tale da terrorizzare e fa nascere allo stesso tempo il desiderio di essere trasportati da esso, e senza abbandonarsi, ma partecipando attivamente al flusso.

I padroni cominciavano ad accorgersi, in sostanza, di essere gli schiavi di forze da loro stessi scatenate, a rendersi conto che la natura è, per essenza incontrollabile. Presto si sarebbero trovati su strade non scelte da loro, imprigionati in un campo magnetico, appunto, dalle stesse forze che scatenano le marce per influsso della luna o che spingono i salmoni a risalire un fiume brulicante… azioni che si protendono e si gonfiano verso un avvenire che i mortali non sono assolutamente in grado di determinare o di stornare.

Il fatto è che il Quartetto d’Alessandria mi ha mandato in estasi per la sua grandezza, quella grandezza di chi non considera niente troppo piccolo e che tuttavia non si prende sul serio, che si riconosce come parte di qualcosa e che sgomenta e sconforta e libera nella sua consapevolezza di essere un qualcosa che fa parte di qualcos’altro, anche se questo qualcos’altro non si sa cosa sia, e forse è bene non saperlo.
E anzi, probabilmente non è neanche importante, e alla fine la cosa che resta, la cosa importante è riconoscersi come creature fatte d’amore e di vita e di terrore e di sgomento e d’ignoranza, e le cose più inutili e inaffidabili e spaventose sono anche le cose che rendono il nostro viaggio (che mai deve diventare desiderio di permanenza) bello, e interessante, e magnifico.

Un romanzo dev'essere un atto di divinazione per mezzo delle visceri, non il resoconto preciso di una partita a palla tra parrocchiani.

Ecco.

sabato 7 settembre 2019

Istruzioni per vivere una buona vita in tempi interessanti (parte 7)

(parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6)



Viveva ormai come una cicala, nell’oscurità. Appoggiandosi come a un bastone a una spada sottile, una spada dalla lama spezzata.

La vita umana non è altro che una goccia di rugiada, il balenare di un fulmine.

– C'è pace qui.
– Si, stiamo un po' più tranquilli che a Tōkyō.
– Perché, anche qui ci sono cose che infastidiscono?
– Siamo pur sempre su questo pianeta, no?

Sono certo che quando incontrerò qualcosa di più sgradevole della morte, non esiterò a morire.

Certe volte l’essere umano dedica l’intera esistenza a un obiettivo della cui realizzazione non può essere certo. Chi ride di una simile follia, in fondo, non è più di uno spettatore sul ciglio della strada della vita.

Persino il coniglio
abbassa un orecchio:
calura di piena estate.

La vita non vale un solo verso di Baudelaire.

Ryūnosuke Akutagawa ha vissuto dentro la sua testa, e dentro la sua testa ha viaggiato, apolide e smarrito, guidato e attratto dalla sua tradizione culturale e dalla fascinazione della cultura occidentale. E ha creato un mondo, fatto di sensibilità, intelligenza, cultura. Eleganza. I suoi haiku sono pieni di un’ironia e di un divertimento fanciullesco assolutamente innovativi. Forse era spaventato dalle sue stesse enormità immaginifiche, forse era terrorizzato dalla sua stessa immensità, forse i suoi mari interiori erano troppo impetuosi, e agitati, e pericolosi. Troppo grandi, troppo diversi, troppo unici.
E quel che rimane è una compassione immensa e l’amore.

L’amore per tutto, per ogni parte della nostra vita.


giovedì 5 settembre 2019

Ogni cosa al suo posto




1) Se ami la benevolenza ma non la cultura, la corruzione che ne deriva si chiama follia.

2) Se ami l’arguzia ma non la cultura, la corruzione che ne deriva si chiama impertinenza.
3) Se ami la fiducia ma non la cultura, la corruzione che ne deriva si chiama furto.
4) Se ami la schiettezza ma non la cultura, la corruzione che ne deriva si chiama soffocamento.
5) Se ami il coraggio ma non la cultura, la corruzione che ne deriva si chiama disordine.
6) Se ami la forza ma non la cultura. La corruzione che ne deriva si chiama anarchia.

Ho appena iniziato La saggezza dei samurai – cinque testi classici sul Bushido di Thomas Cleary, edito da Mediterranee, e già mi sono intrippata (sono ancora alla prima parte dell’introduzione) con il confucianesimo, che, ho scoperto, conoscevo solo nella sua sfumatura più formale e legata alla legge. 
Aldilà dei vari detti o massime o aforismi forse estrapolati per un pubblico occidentale senza troppo analizzare il contesto. o il testo in sé, o le correnti successive nate alla morte del filosofo (mi sono appuntata un nome da approfondire: Mencio, ovvero Meng-He), quello che mi ha sempre incuriosito della dottrina confuciana (per il poco che ne so, naturalmente) applicata alla filosofia samuraica è la sua creazione di un ordine sociale percepibile come ordine naturale: per fare un esempio, i sudditi devono dimostrare verso l’imperatore, mentre l’imperatore si assume ogni responsabilità per l’andamento del suo governo, comportandosi in effetti da padre.

Quello che mi incuriosisce e che vorrei approfondire è l’anima di questo organismo composto dall’individuo e la compagine di cui è membro attivo e responsabile, e capire come questa anima possa essere applicata alla mia vita. Mi è chiaro come il senso di responsabilità verso la comunità insito nella cultura confuciana sia fondamentale per la formazione dell’etica samuraica, ma mi chiedo venga concepita l’anima dell’uomo, cellula fondamentale del suddetto organismo. 
Riporto un brano del Kanto Hatto (altro testo che vorrei leggere) di Oda, che cita Mencio, riportato sempre nell’introduzione del libro:

I vedovi e le vedove, gli orfani e coloro che non hanno nessuno sono le persone più indigenti della nazione, perché non hanno mezzi. La loro condizione è davvero miserevole. La cosa che desidero più di ogni altra è essere solidale con loro. Se una di queste persone ha dei problemi o delle preoccupazioni, queste dovrebbero essere prese in considerazione; ma negli ultimi tempi signori e ministri sono diventati debosciati, oppressivi o prepotenti con i deboli. Se ci sono lamentele da parte di qualcuna di queste persone indigenti, anche parenti e amici saranno ritenuti responsabili. Se è vero che un governo illuminato fa bene anche agli insetti, come potrebbe questo bene non raggiungere anche gli esseri umani?

E io rimango perplessa davanti alle domande che questo brano mi pone: quando la debolezza rischia di diventare una scusa? Fino a che punto gli interessi dei cittadini e quelli dello stato combaciano? Quando è che si è dei capi deboli? Quali sono le prime avvisaglie di una leadership (perché questa fusione tra personale e collettivo è la base della leadreship) crudele? 
Certo è che in queste righe c’è un senso di responsabilità da far spavento. E forse questa è la cosa più bella di tutte.



lunedì 2 settembre 2019

Perché Pippo sembra uno sballato?

Quando Elio mi ha scritto che avrebbe pubblicato un pezzo sul lato oscuro di Topolino, mi è tornata alla mente una delle mie storie preferite che vedono come protagonisti i personaggi Disney: Perché Pippo sembra uno sballato di Andrea Pazienza.


Non so se questa storia breve sia recuperabile aldilà dei circuiti antiquari (a prezzi notevoli), oppure se sia visibile tramite qualche piattaforma, o acquistabile digitalmente; da parte mia, posso solo dire che la ricercherò, perché è una cosa bellissima.
Il fatto è che l’idea di Pippo che abbandona lo star system per andare a vivere in una comune di fattoni e tossici, per poi essere recuperato e rimesso a nuovo da un Topolino che sembra tanto Mefistofele, è semplicemente deliziosa; tanto più che il bello della lettura non deriva soltanto dalla storia in sé, ma anche (e soprattutto) da tutti i corollari che l’accompagnano: su tutti, il mondo Disney che perde completamente d’innocenza e diventa una pura e semplice e cinica macchina da soldi. L’affermazione del Pippo di Pazienza che quei films rincretineno i bimbi sgonfia i cartoni animati disneyani di ogni pretesa sognante e fantasiosa, di ogni messaggio morale o educativo; e questa disillusione risulta tanto più forte al pensiero che le allucinazioni di Pippo all’interno della sua comune non sono migliore delle fandonie industriali, ma solo più oneste.

Ed è una cosa strana, a tratti inquietante, soprattutto se ci si ripensa a distanza di tempo, senza avere la storia davanti, come sto facendo io; nello specifico, sono passati dieci anni, forse anche quindici, da quando mi fu prestato l’albo; e alla fine quello che mi è rimasto, che mi è ancora dentro, è la sensazione del sostanziale isolamento, e la difficoltà di farsi capire, degli outsider, e delle spalle.
Questo perché Pazienza non fa di Pippo un protagonista tradizionale, e non lo disegna neanche come un antieroe: semplicemente, lo ritrae nella sua sostanziale solitudine di spalla (nel mondo di Disney) e di ex stella (nella comune). Pippo sta in mezzo, vivendo una ribellione che è solo sua e che capisce solo lui, e in più questa ribellione non è neanche tale, ma è una fuga che non porta da nessuna parte, anzi che lo riporta indietro, ancor più consapevole, e quindi più solo.

Sembrerebbe che Pazienza voglia comunicarci che ogni forma di iconoclastia nasce dal mancato inserimento in un dato gruppo, e se da un lato questo disagio fa bene ed è sano, perché l’individualità è sacra, dall’altro bisogna trovare un modo di vivere il proprio modo di essere e il proprio conflitto con più serenità possibile, sempre che sia possibile essere sereni in una situazione simile. L’amara, per quanto ironica, conclusione della vicenda è un punto di domanda gigantesco: che fare? Vivere l’incubo continuando a spinellarsi per sfuggire da sé stessi? E quale potrebbe essere una soluzione alternativa?
Ai posteri (e ai lettori) l’ardua sentenza.


(laChiara)