venerdì 30 agosto 2019

Elizabeth Myers, la signora Christopher e la gioiosità del Bene


Non si può esser veramente buoni, di quella bontà impetuosa e amorosa di Cristo, e al tempo stesso rispettabili, alla maniera con cui si misura la rispettabilità in questo mondo.

La signora Christopher, pubblicato da Elliot edizioni, si apre con un omicidio e prosegue come una bellissima dichiarazione d’amore per il genere umano. E a me, queste storie che se la giocano tra la parabola, il dramma simbolico e lo humor nero piacciono da morire, tanto più che il suddetto humor nero è anche benevolo e gentile, aperto a continue capacità di resurrezione, e tuttavia molto ambiguo nella sua dichiarazione d’intenti.

Che poi una dichiarazione d’intenti non c’è, perché Elizabeth Myers racconta la sua idea di vita  e la sua cosmologia da un lato con la sicurezza di chi sa di essere nel giusto, dall’altro con lo sconforto di chi si duole che tale visione non sia compresa praticamente da nessuno; ma alla fine questo non ha importanza, perché anche se il bene non trionfa, viene comunque lasciato stare, isolato nella sua eccentricità ma sicuramente non vilipeso, perché tanto, a seguire la propria coscienza lasciando gli altri liberi di fare altrettanto, non si fa del male a nessuno.

Il viaggio che avrebbe voluto intraprendere era uno solo e lungo: allontanarsi da se medesimo.

Il fatto è che la storia di questo Cristo omicida (la signora Christopher del titolo), dei suoi tre giuda e di suo figlio (il miglior personaggio del romanzo - un Dio affettuoso, perplesso di fronte alle generose intemperanze della madre, ligio alle forme della legge ma molto elastico nella sua sostanza, pessimista, sarcastico e bonario) è un qualcosa che restituisce un senso di grandezza intrinseca, di eccentricità spericolata, di disinteresse, di scommessa con la vita: nel Regno che Myers dipinge in Terra non c’è salvezza, siamo tutti soli e il male impera, ma alla fine questo non è importante; e credere nel prossimo al di là di ogni logica è un atto superomistico e gioioso, che non cambia il mondo ma che ci fa dormire, e bene, alla notte.

Dio non ci capisce, il Karma segue percorsi incomprensibili, ma l’energia dell’azione, la libertà di seguire le nostre regole, l’attuazione assoluta, totale, radicale dell’ama e fa ciò che vuoi agostiniano, la piena coscienza della responsabilità delle proprie azioni e il non fuggire da esse valgono da sole il prezzo del biglietto che Ivan Karamazov ha rifiutato; e non solo, tali scelte sono così drastiche, passionali, vitalistiche, che la legge può solo prenderne atto, anche senza capirle.

Non credo che molti tradiscano e commettano il male perché gli fa piacere farlo. È faticoso raggirare e rubare e gozzovigliare e mentire, e nessuno che abbia la testa a posto si diverte a commettere un delitto. Questo te lo garantisco io. Ma si fan quelle cose perché non conosciamo di meglio, o perché pur conoscendone siamo troppo deboli, o perseguitati, o ci crediamo troppo superiori, per sfuggire alla tentazione. Nessuno commette il male perché è malvagio.

Per molti versi la parabola della signora Christopher non racconta nulla di nuovo: si è liberi solo quando si vive secondo un sistema etico robusto e autentico, altrimenti si resta in balia delle circostanze e delle proprie debolezze; il peccato non è un marchio a fuoco, né una minaccia da fuggire, ma un qualcosa da cui non si sfugge e da cui bisogna imparare, e rinchiudersi in noi stessi vuol dire limitare drasticamente le nostre possibilità. Ma queste cose vengono dette con una tale sicurezza, attraverso personaggi così umani e una voce così gentile e ironica che è impossibile non rimanerne toccati. 
Perché alla fine è ne momento in cui le cose si mettono male che vediamo di cosa siamo fatti, e ciò di cui siamo fatti si forma proprio nei momenti di crisi. Ed Elizabeth Myers ci fornisce opzioni immense, liberatorie, felici.

laChiara

martedì 27 agosto 2019

Theodore F. Powys e il bene e il male e il Bene e il Male


Abbiamo inviato i nostri rappresentanti ovunque nel mondo perché minacciassero tutti, prospettando loro l’inferno e la dannazione eterna in un lago di fuoco, supponendo naturalmente che queste allegre storielle dovessero indurli a bere. Abbiamo dipinto l’orrore della morte, la situazione dei cadaveri, gli ultimi lamenti dei malati, affinché gli uomini si ricordassero del nostro vino. Abbiamo insegnato alle nude pietre a raccontare di noi e ad annunciare alla gente, con la loro immobilità, in quale maniera anch’esse, un tempo, avessero avuto il piacere di assaporare il nostro vino.
(Il buon vino del signor Weston)

Due sono gli elementi che mi hanno convinto ad acquistare Il buon vino del signor Weston (pubblicato da Adelphi), di Theodore Francis Powys: lo “humor di pece e la qualità essenziale del Male: impedire al bene di essere riconosciuto”. 

Dopo Il buon vino del signor Weston sono riuscita a trovare in un negozio dell’usato un’edizione de La gamba sinistra (da qualche mese ripubblicato sempre da Adelphi) ed ho ritrovato quegli stessi ingredienti, quella stessa atmosfera, forse meno strutturata rispetto al Buon vino, ma comunque testimonianza di una mappatura in divenire, di un aggiustamento di mira, di un percorso verso un’indipendenza totale e verso il riconoscimento della grandezza dell’assoluto, un assoluto che non si piega alle regole umane ma che anzi le sovverte, le rigira contro chi le predica, in una concezione di ubris che sconfina nel bigottismo e nella pretesa/nell’illusione di avere diritti sulla vita.

A metà tra l’allegoria e la parabola, le storie di Powys sono letteralmente delle sfide, attacchi frontali, ghignanti e audacissimi, al desiderio più intimo e radicale dell’essere umano: il voler fare ordine, il voler disporre in maniera che sembra logica ma in realtà assolutamente arbitraria del mondo, dell’ambiente, del consorzio sociale e degli esseri umani in sé. E l’assoluto di Powys entra in questi microcosmi autosufficienti e regolamentati per portare uno scompiglio che in realtà è un ordine più autentico, un ordine che noi non possiamo non sentire come giusto.

- Chi è il vecchio Jar? - si domandò la voce.  
-  È la foglia che il vento trascina. È la nuvola che passa di notte sulla luna. È il sasso che il povero raccoglie dalla strada per buttarlo al suo cane. È l’erba dello stagno dove abita il vecchio rospo. È il figlio bastardo prima che nasca. È venuto il vecchio Jar.
(La gamba sinistra)

Adoro Powys fondamentalmente perché non si perde in piccolezze, anzi, le piccolezze le spazza via
con un soffio al sapor di tempesta, una burrasca rinfrescante, distruttiva e tanto, tanto, tanto, tanto ristoratrice; ma la cosa che davvero mi ha catturato di questo assaggio powysiano è che anche l’assoluto riordinatore, questo tornado esistenziale che fa piazza pulita di ogni struttura alla fine si autodistrugge, e scompare, e quello che resta è una sensazione d’inconsistenza al quadrato, un’arbitrarietà cosmica talmente radicale da essere inquietante, un niente totale con cui dobbiamo fare i conti e che non solo non ha spiegazioni, ma non ha neanche nessuno che una qualche spiegazione ne dia; esiste un inferno, esiste la dannazione, ma il paradiso, il premio finale, non è dato di vederlo, o intuirlo, o immaginarlo. 
C’è un male che sembra bene, ma un bene che ha qualcosa di guasto, arriva un onnipotente che capisce, persona e distrugge e poi l’onnipotente se ne va, sparisce, senza lasciare traccia o spiegazioni, e a noi non è minimamente dato di sapere cosa accadrà dopo.
E questa è una delle visioni esistenziali più magnifiche, più belle e più ricche in cui mi sia capitato d’incappare.

(laChiara)

venerdì 23 agosto 2019

Istruzioni per vivere una buona vita in tempi interessanti (parte 6)

(parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5)



Il nostro pianeta si trova in un gran casino. Ma è sempre stato un casino. Non ci sono mai stati «i bei vecchi tempi», c’è stato soltanto il tempo.

Un difetto del carattere umano è che tutti vogliono costruire e nessuno vuole fare manutenzione.

È difficile adattarsi al Caos... ma è possibile.

Alla tigre tocca cacciare
All'uccello tocca volare
All'uomo tocca chiedersi: "Perché? Perché? Perché?".
Alla tigre tocca dormire
All'uccello tocca posarsi
E all'uomo raccontarsi
Che è ancora in grado di capire.

1. Riducete e stabilizzate la popolazione.
2. Smettete di avvelenare l'aria, l'acqua e il terreno.
3. Smettete di prepararvi alla guerra e datevi da fare coi vostri veri problemi.
4. Insegnate ai vostri figli e anche a voi stessi, finché ci siete, come abitare un piccolo pianeta senza collaborare a ucciderlo.
5. Smettete di pensare che la scienza possa aggiustare tutto se le date 3 miliardi di dollari.
6. Smettete di pensare che i vostri nipoti saranno OK, per quanto spreconi possiate essere voi, perché potranno andare su un bel pianeta nuovo con una nave spaziale. Questo è veramente stupido e meschino.

Noi facciamo ciò che dobbiamo,
ciò che dobbiamo, confusamente dobbiamo,
confusamente facciamo, confusamente dobbiamo,
finché scoppiamo,
fisicamente scoppiamo, fisicamente scoppiamo.

Salve, piccini. Benvenuti sulla Terra. È calda d'estate e fredda d'inverno. È rotonda, umida ed affollata. Al massimo, piccini, avrete un centinaio d'anni da passare qui. E c'è solo una regola che conosco, piccini... Maledizione, dovete essere buoni.

Kurt Vonnegut ci racconta come siamo oggi, come siamo sempre stati e come saremo nel futuro prossimo e remoto; e lo fa con una brutalità affettuosa, una comprensione e un amore che allargano il cuore in maniera tale da farmi comportare in maniera decente e rispettosa e amorevole verso tutto addirittura per un mese.
E niente, cercare quell’autore/musicista/artista capace di tirarti fuori il meglio di te è una delle poche cose per cui vale la pena vivere.
Soprattutto in tempi interessanti.

venerdì 16 agosto 2019

Viaggi e vagheggi

Ogni viaggio dovrebbe iniziare con uno squillo di tromba. La mattina di una partenza mi sveglio sempre piena di energia, impaziente di iniziare l'avventura che il viaggio saprà regalarmi, fosse anche un semplice fine settimana di evasione. I preparativi sono rapidi, quasi affrettati, come a non voler sprecare neanche un minuto della giornata, perché ogni istante del viaggio è prezioso e non si deve indugiare. Poi, salgo in macchina, o sul treno o sul mezzo di spostamento prescelto, e spalanco gli occhi per non tralasciare neanche un piccolo particolare. Il tragitto verso la meta è sempre affrontato con animo lieve, abbandono le preoccupazioni e gli impegni e sgombro la mente da tutto ciò che non è "viaggio".




Se il viaggio è a piedi, un cammino di più giorni, capita che - dopo un inizio entusiasta-  mi rilassi e affronti le marce con animo più pacato. I passi vengono allora impostati uno dietro l'altro più lentamente e con una maggiore consapevolezza. Magari, il fatto di camminare in luoghi poco battuti e quindi di non incontrare quasi nessuno, mi aiuta a maturarla, questa consapevolezza, a sentirmi un tutt'uno con la terra. Il contatto con il suolo è fondamentale, perché mi riporta alle origini, e mi fa concentrare su ciò che veramente è importante: coesistere con ciò che mi circonda. Questi sono viaggi più intimi, che potrebbero anche sembrare mesti, ma sono semplicemente vissuti in modo più contemplativo.



Comunque, quale che sia il tragitto, il fatto stesso di mettermi in viaggio per andare altrove, pone già la mia mente in un'ottica diversa. Il viaggiare rende più spensierati e fa l'umore più lieve, così che anche i viaggi turbolenti possano essere affrontati con leggerezza, e anche i "mari crudeli" siano solcati con il sorriso sulle labbra, come recita questo brano che ho scoperto grazie alla mia amica Rosanna. Che è come dire, non importa dove vai, ma come ci arrivi.








domenica 11 agosto 2019

Un agosto sul pentagramma


Il raccolto è cresciuto,
la gente e le famiglie tagliano la segale fino alla radice!
Mettono insieme i mucchi di fieno,
per tutta la notte una musica stridente dei carri. 
(introduzione al brano "Agosto" di Tchaikovsky)


Agosto è un mese strano. Unisce la consapevolezza di potersi rilassare e godere il meritato riposo, con l’energia che nasce dall’essere liberi finalmente di dedicarsi alle attività di solito trascurate a causa degli impegni “seri”.
Naturalmente questa energia è un tratto che non mi appartiene perché, in questo caldissimo mese, prevale il senso di spossatezza che non rende particolarmente allettante l’idea di zompettare qua e là. Ogni mattina, al risveglio, incrocio le dita perché il caldo mi conceda una tregua e, non dovendo correre a lavorare, mi godo la bellezza del risveglio e di quei raggi di sole che, ancora non cocenti, illuminano la mia camera delicatamente. Le temperature elevate del mattino sono ancora belle perché ti avvolgono morbide, senza opprimerti come faranno invece più avanti nella giornata, e hanno il ritmo dolce della Barcarola di Offenbach.


Alle due del pomeriggio, invece, l’afa avviluppa il mondo nella sua cappa, e l’aria è immobile e pesante. Soprattutto nelle giornate umide, il caldo postprandiale ha la cadenza maestosa dell’Ombra mai fu di Handel; lento, solenne, un largo sinuoso. 


A volte però arriva la pioggia. Il temporale agostano è un evento lieto perché benedice l’umanità stanca e accaldata con una tanto attesa frescura; non si può che parlare bene del temporale estivo, il temporale estivo è nostro amico. Capisce la nostra sofferenza e arriva, empatico, a portare sollievo. Secondo me la pensava così anche Vivaldi, perché nessuno come lui ha saputo descrivere lo scroscio d’acqua estivo come nel terzo movimento dell’Estate, dalle Quattro Stagioni. Musica descrittiva purissima, maestria ai livelli assoluti. 


Insomma, alla fine la consolazione per noi che non amiamo l’estate è che, anche se siamo stanchi spossati e stremati, e ci è invisa l’idea di correre-ballare-saltare-nuotare, almeno possiamo sdraiarci su un giaciglio comodo ad ascoltare della musica meravigliosa.

mercoledì 7 agosto 2019

Mimetizzazione, fluidità, sopravvivenza.



Se cerchi di ricordare tutto, perderai. Svuota la tua mente.
Sii senza limiti, senza forma, come l'acqua.

John Milton, ne Il paradiso perduto, dice che la mente è il proprio luogo, e di per sé può fare di un inferno un cielo e di un cielo un inferno. I problemi nascono quando noi diamo alla nostra mente un carattere fisso e stanziale e la trattiamo come un assoluto, quando diventiamo i suoi schiavi, quando ci identifichiamo con essa. Perché la nostra vita non è un qualcosa di fisso, ma è comunque soggetta ad accidenti, a inciampi, a cambiamenti che spesso prescindono dalla nostra volontà.

Ho finito da poco di leggere una novella meravigliosa di Lavie Tidhar, The vanishing kind, un noir distopico ambientato in una Londra nazista, un’opera dal finale meraviglioso, che mi ha fatto molto meditare sul concetto di evanescenza.



Se metti l'acqua in una tazza, lei diventa una tazza.
Se la metti in una teiera, diventa la teiera.

Il fatto è che quel libriccino, sul quale non mi dilungo per non anticipare niente, mi ha fatto venir voglia di leggere brani su come scomparire, su come essere invisibili, su come veleggiare con consapevolezza e divertimento sul periglioso oceano delle circostanze. E la cosa particolare di tutta la faccenda è che nel riflettere al concetto di evanescenza quello che mi è venuto in mente non è il vapore, bensì l’acqua, e le parole di Bruce Lee ad essa collegate che completano il pezzo.

Ripenso a The vanishing kind, e mi vengono in mente tutte le baggianate sulla razza, sul concetto di appartenenza, sull’identità. Ricordo che essere fluidi è forse la nostra unica costante, che mimetizzarsi, adattarsi senza perdersi, è forse l’unico modo di essere liberi. Mi ritrovo a riflettere su una vita senza etichette, una vita che scivola da un ruolo all’altro, da una posizione all’altra, senza mai attaccarsi a niente, e lasciando solo piccole gocce al suo passaggio. M’immagino uno spirito giocoso e distaccato, che non si aggrappa alle varie maschere che indossa, ma che fa della sua adattabilità, del suo travestirsi alla perfezione, la caratteristica più riconoscibile. E, al contempo, appunto, evanescente.


Penso al niente, a una storia, a un autore che si diverte a cambiare i fatti, a scomparire dietro di essi, e che scomparendo si rivela, e mostra, ancora una volta, una poetica meravigliosa fatta di immaginari, di parole che rivelano e mascherano e rivelano ancora, di audacia, di immersione totale nel racconto, di assolutezza cristallina.

L’acqua può fluire, o può distruggere.
Sii acqua, amico mio.

The vanishing kind è un magnifico racconto marziale dalla forte e stimolante carica personale, un racconto che sfida le percezioni e qualsiasi tipo di contenitore, anche quelli che ci sembrano più nobili e più belli. Una sfida a entrare nel niente, a entrare nel nemico, a farne strutturalmente parte e vederlo inconsapevolmente annientato dalla sola nostra esistenza.
E goderne, e chiedersi se ha importanza.