martedì 16 luglio 2019

Ogni parola è un ruggito. "Black Leopard Red Wolf" di Marlon James



Black Leopard Red Wolf è il primo capitolo di una trilogia che non vedo l’ora che vada avanti; di regola avrei aspettato l’uscita dell’intera trilogia, ma io per Marlon James ho una passione tale (qui un mio vecchio pezzo sui suoi tre romanzi precedenti, tutti già tradotti in italiano) che non ho saputo aspettare. Perché James è uno degli scrittori più ossigenanti, sanguigni e appaganti che mi sia mai capitato di incappare. Lo adoro, e la sofferenza dell’attesa è anch’essa adorazione.

I will give you a story.
It begins with a Leopard. And a witch. Grand Inquisitor. Fetish priest. No, you will not call for the guards.

Perché Marlon James racconta con una ferocia e un’irruenza che lubrificano i muscoli. E qui Marlon racconta un racconto ringhiante e rabbioso, intriso di sangue e di leggenda.

Dopo il personale, dopo lo storico, dopo la mitologia contemporanea, James affronta il grado zero della narrazione: l’epica più pura, quella del respiro mitico, quella che s’innalza al divino per tirarlo giù per mostrare al mondo la sua finitezza difronte all’atto che più caratterizza la razza umana, ovvero l’atto di raccontare.
E in Black Leopard Red Wolf ce ne sono di cose da raccontare: ricerche, vendette, abbandoni, tradimenti; e amore, sesso, crudeltà, compassione. Tutto. Il racconto di Marlon James (e non questo racconto in particolare, ma tutte le cose che l’autore racconta e il suo modo stesso di raccontare) non mima l’esplodere della realtà, ma è l’esplosione stessa, è che le cose non accadono finché non sono dette.

Self is what men tell themselves they are.

Il racconto di Marlon James è sempre stato odoroso, tattile, densissimo, reale; e in questa sua opera questa realtà raggiunge un livello di tangibilità ancora più potente, e ci si chiede, alla fine, non tanto cosa succederà, ma come questo racconto muterà, si evolverà, se sarà la stessa voce a portarlo avanti o se un’altra voce sostituirà quella realtà in cui, fino a questo momento, siamo stati immersi dalla voce di Tracker; e tutto questo in maniera non ludica o metaletteraria, ma sensuale, materica, cognitiva, addirittura esistenziale, sicuramente archetipica; perché il mondo, il reale, viene dato da ciò che ci viene mostrato e ciò che noi riusciamo (o decidiamo?) di vedere; e in tutto ciò il narratore è una sorta di demiurgo che rischia sempre di trasformarsi in illusionista, e la verità non è altro che ciò che scegliamo di credere in quanto fruitori di racconti ancor prima che di storie.

E allora quello che Marlon James ci sbatte in faccia è che il mito, il fantastico non è altro che la vita ridotta ai minimi termini, privato di tutte quella distrazioni/elucubrazioni che ci allontanano dal succo stesso del vivere quotidiano, dal fare i conti con noi stessi, dall’essere noi stessi, dal confrontarci nel modo più intimo e autentico con ciò di cui siamo fatti: sangue, rabbia e amore, e il resto è fuffa.

Truth is truth, and I do not own it.

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