mercoledì 31 luglio 2019

Ahippy Ahiea!

Lo sentite il clima di vacanza? Questa euforia tipica dell'ultimo giorno di lavoro? E' come tagliare il nastro delle ferie, e tuffarsi finalmente nell'ozio, ah somma gioia somma delizia….
Se non si fosse capito, con oggi chiudo con gli impegni e le scadenze, con le cose-da-fare-per-ieri-perché-domani-è-tardi, e mi godo almeno venti giorni di meritato riposo. Lietissima me.
Ecco, la danza della gioia che ho fatto poco fa, quando ho chiuso l'ultimo file di lavoro, somiglia molto al ritmo dell'Ouverture di Zampa, l'opera buffa di Hérold. 
Dopo una serie di saltelli di giubilo che sembravo un pulcino impazzito, mi sono accasciata languidamente sulla poltrona, come da sezione mediana del brano, guardandomi intorno un po' stranita, quasi incredula di essere riuscita a completare tutta quella mole di lavoro...
Poi, chiusa la porta dello studio, me ne sono tornata bellamente a casa, quasi galleggiando sul motivo degli archi al minuto 3:15 del brano, sempre più baldanzosa man mano che mi avvicinavo all'auto. 
Benvenuto agosto, benvenuto riposo.


venerdì 26 luglio 2019

Istruzioni per vivere una buona vita in tempi interessanti (parte 5)

(parte 1, parte 2, parte 3, parte 4)



Noi uomini ci uccidiamo fra noi; è certamente immorale, ma la filosofia non può farci niente.

Ti si accostano ghignando, ti guardano in cagnesco, ti squadrano, ti etichettano: «Questo, è uno psicopatico» oppure «Quello è un parolaio». E quando non sanno che etichetta appiccicarti in fronte, dicono: «È un uomo strano, proprio strano!» Amo le foreste: è strano. Non mangio carne: anche questo è strano. Un rapporto diretto, pulito, libero con la natura e con la gente non c'è più

Per quanto elevate possano sembrare le scienze e le arti, esse sono l'opera degli uomini, la carne della nostra carne, il sangue del nostro sangue. Esse soffrono del nostro stesso male; e la nostra corruzione si riflette in esse. La letteratura e la pittura non sfruttano forse il nudo e l'amore venale? La scienza non insegna forse a considerare le donne pubbliche come una semplice mercanzia che, in caso di difetto, dev'essere eliminata? Nelle questioni di morale, vi è una sola via d'uscita, l'apostolato.

Andiamo, andiamo su per la scala cosiddetta del progresso, della civiltà e della cultura. Ma dove si va? Io davvero non lo so.

Quando mi veniva voglia di capire qualcuno o me stesso, prendevo in esame non le azioni, nelle quali tutto è convenzione, bensì i desideri. Dimmi cosa vuoi e ti dirò chi sei.

Occupazioni inutili e conversazioni sempre uguali si portano via la parte migliore del tempo, le forze migliori, e alla fine rimane una vita mutila, senz’ali, una nullità dalla quale non si può fuggire, evadere, come se si fosse in un manicomio o in una squadra di condannati ai lavori forzati!

I tempi interessanti sono necessariamente tempi apocalittici, tempi in cui siamo messi davanti a ciò che siamo e dobbiamo farci i conti. E il bello di questi tempi specifici è che tra le cose con cui dobbiamo fare i conti spicca la Vita stessa, in tutte le sue forme (dalla Terra all’Etica, e la Terra dell'Etica), in un coacervo che o ci uccide o ci fa rinascere.
Anton Čechov è il poeta delle cose come sono, dell’assurdità totale, della limitatezza del vivere, del Dimmi cosa vuoi e ti dirò chi sei e se sei, dell’essere ordinari e pensare in modo ordinario fino alla fine di tutto.
E se Anton Čechov non è uno dei più grandi cantori dell’Apocalisse della storia, non so chi altro possa esserlo.

lunedì 22 luglio 2019

Luglio, col bene che ti vogl......ah, no...

Il caldo è tornato. Non che fosse andato via, intendiamoci, però dopo la pioggia di lunedì scorso si stava bene, era sparita quella sensazione di appiccicaticcio dietro la nuca, e la notte si dormiva finalmente tranquilli.
E invece, oggi l'afa è tornata a tormentarci, portandosi dietro la fastidiosa sensazione di vestiti che ti si attaccano al corpo, impregnandosi di umidità e sudore.
Odio il caldo da sempre. La bella stagione mi piace perché porta con sé ritmi più rilassati, la prospettiva delle vacanze e di una tregua dal lavoro, ma il caldo no, proprio non lo sopporto. Fosse per me le temperature estive non dovrebbero mai superare i 25 gradi. Sarebbero sufficienti per abbandonare i vestiti invernali, per sentire la pelle che respira, finalmente libera dalla lana e dai tessuti pesanti, ma allo stesso tempo permetterebbero di vivere una stagione serena, senza faticare anche solo per alzarsi dal letto la mattina. 
Ricordo una mattina d'inverno del 2012. Il gelo arrivò all'improvviso, avvolgendo la città nella sua morsa. Uscita di casa, nonostante indossassi piumino e sciarpa, sentii le orecchie reagire a quella bassa temperatura, perfino indolenzite dal freddo. Ed ero felice. Felicità che puntualmente, ogni estate, sembra un miraggio lontano, come se l'inverno fosse perduto per sempre, come se la sua promessa di felicità non dovesse più tornare. 
In questa lenta agonia estiva, in cui la spossatezza convive necessariamente con il fastidio che provo di fronte a coloro che - immancabilmente - mi chiedono come mai sia così pallida e perché mai non vada al mare, mentre mi balenano davanti agli occhi le immagini da incubo di un'Alessandra distesa in spiaggia sotto il sole, unta di olio abbronzante con quello stucchevole profumo di cocco-misto-melone, un'Alessandra che assomiglia in modo inquietante ad un porcellino allo spiedo, mi consolo sognando l'inverno, ma non un inverno qualunque, accidenti, un inverno davvero freddo, un inverno di steppe siberiane e colbacchi di pelliccia, la cui colonna sonora ricorda tanto la Marcia Slava di Tchaikovsky! 

martedì 16 luglio 2019

Ogni parola è un ruggito. "Black Leopard Red Wolf" di Marlon James



Black Leopard Red Wolf è il primo capitolo di una trilogia che non vedo l’ora che vada avanti; di regola avrei aspettato l’uscita dell’intera trilogia, ma io per Marlon James ho una passione tale (qui un mio vecchio pezzo sui suoi tre romanzi precedenti, tutti già tradotti in italiano) che non ho saputo aspettare. Perché James è uno degli scrittori più ossigenanti, sanguigni e appaganti che mi sia mai capitato di incappare. Lo adoro, e la sofferenza dell’attesa è anch’essa adorazione.

I will give you a story.
It begins with a Leopard. And a witch. Grand Inquisitor. Fetish priest. No, you will not call for the guards.

Perché Marlon James racconta con una ferocia e un’irruenza che lubrificano i muscoli. E qui Marlon racconta un racconto ringhiante e rabbioso, intriso di sangue e di leggenda.

Dopo il personale, dopo lo storico, dopo la mitologia contemporanea, James affronta il grado zero della narrazione: l’epica più pura, quella del respiro mitico, quella che s’innalza al divino per tirarlo giù per mostrare al mondo la sua finitezza difronte all’atto che più caratterizza la razza umana, ovvero l’atto di raccontare.
E in Black Leopard Red Wolf ce ne sono di cose da raccontare: ricerche, vendette, abbandoni, tradimenti; e amore, sesso, crudeltà, compassione. Tutto. Il racconto di Marlon James (e non questo racconto in particolare, ma tutte le cose che l’autore racconta e il suo modo stesso di raccontare) non mima l’esplodere della realtà, ma è l’esplosione stessa, è che le cose non accadono finché non sono dette.

Self is what men tell themselves they are.

Il racconto di Marlon James è sempre stato odoroso, tattile, densissimo, reale; e in questa sua opera questa realtà raggiunge un livello di tangibilità ancora più potente, e ci si chiede, alla fine, non tanto cosa succederà, ma come questo racconto muterà, si evolverà, se sarà la stessa voce a portarlo avanti o se un’altra voce sostituirà quella realtà in cui, fino a questo momento, siamo stati immersi dalla voce di Tracker; e tutto questo in maniera non ludica o metaletteraria, ma sensuale, materica, cognitiva, addirittura esistenziale, sicuramente archetipica; perché il mondo, il reale, viene dato da ciò che ci viene mostrato e ciò che noi riusciamo (o decidiamo?) di vedere; e in tutto ciò il narratore è una sorta di demiurgo che rischia sempre di trasformarsi in illusionista, e la verità non è altro che ciò che scegliamo di credere in quanto fruitori di racconti ancor prima che di storie.

E allora quello che Marlon James ci sbatte in faccia è che il mito, il fantastico non è altro che la vita ridotta ai minimi termini, privato di tutte quella distrazioni/elucubrazioni che ci allontanano dal succo stesso del vivere quotidiano, dal fare i conti con noi stessi, dall’essere noi stessi, dal confrontarci nel modo più intimo e autentico con ciò di cui siamo fatti: sangue, rabbia e amore, e il resto è fuffa.

Truth is truth, and I do not own it.

domenica 14 luglio 2019

ESTROGENO CHIAMA TESTOSTERONE - PRONTO/PROVA

Ieri, una mia carissima amica mi ha passato una piccola lettura che ovviamente ho divorato 24 ore dopo. Un libro minuscolo, poche pagine che custodiscono al suo interno, secondo me, il segreto del senso della vita; una storia che mi ha costretta a raccogliere i capelli con un elastico perché mi ha fatto sudare.
Un tempo lontano, dove raccogliere ciò che Madre Natura donava era, non solo una necessità, ma anche un dovere nei confronti di un'intera esistenza che rischiava l'estinzione. Tutto scorreva "come da copione '800": le malattie di quell'epoca, uomini e donne con mansioni ben precise, padri più o meno affettuosi che alle volte ricorrevano anche a piccoli doni trovati lungo il proprio cammino quotidiano, come simbolo devozionale verso la casa, la famiglia, il focolare. Un popolo che ha vissuto su un lembo di terra che solo il vento poteva raggiungere senza difficoltà.
Tutto questo raccontato e scritto attraverso il pugno della Signora protagonista di quest'epoca antica, segnata dalla guerra, dai tradimenti e dalle ribellioni di una Francia provenzale che non profumava affatto di lavanda e baguette calde.
Un racconto tramandato come fosse un testo che conserva un potente incantesimo.
Narra di un conflitto che non starò a descrivere ma che comunque ha richiamato tutti gli uomini portandoli lontano e fuori dalle vite delle donne, rimaste sole. E per chi ce li aveva, sole con bambini. Ma la scomparsa del maschio, dell'amore che questo poteva dare, della sua virilità, della sua forza lavoro e del suo seme, non ha scoraggiato il seguito.
Le donne rimaste in quel villaggio hanno avuta la forza di creare una bolla, al cui interno viveva questa piccola società di femmine che ha imparato a imbroccare forcone e fucile, che ha abbellito lo spazio circostante vestendo gli spaventapasseri a festa, con le proprie vesti nuziali. Hanno preso conoscenza del lavoro della terra,  i cui predecessori di sesso maschile impiegavano per il sostentamento delle famiglie e della collettività.
Ma la cosa che più mi ha colpita è il potere che hanno dato all'intenzione espressa: il desiderio di avere un uomo e di condividere quest'uomo al solo scopo di portare avanti l'intera esistenza umana, non avendo idea di quello che ci fosse fuori da quel posto. Sognavano di riempire il vuoto lasciato dall'improvvisa mancanza testosteronica nel villaggio. Riprovare l'amore anche fosse stato solo per un breve momento. Un patto sigillato con la parola che al tempo aveva più valore del sangue.
In questo racconto si parla di quello che oggi potremmo chiamare legge di attrazione, chiedi e ti sarà dato.
Le vibrazioni di un'intera comunità femminile che ha raggiunto un singolo uomo che con la sua sensibilità ed il suo senso del dovere si è meritato quel villaggio, quelle donne, la loro fiducia, ma soprattutto la voglia di vedere  fecondato un desiderio.
A me ha fatto pensare quanto sia potente il richiamo di un profumo, di una parola, di un suono.
E quanto sia un pioniere, chi riesce a percepire tutto questo. Tutto è energia, siamo fatti di energia, per quale motivo non la dovremmo sentire?
Un'intenzione priva di aspettative, semplicemente ricca di desiderio, di volontà, di realizzazione è un'invocazione, un creare fino alla fine dello spazio e del tempo, senza per forza avere dei poteri super speciali, solo amore consapevole. Un senso di responsabilità immenso, privo di competizione e malafede.
Chapeau
Grazie Chiara <3

mercoledì 10 luglio 2019

Un Rossini al vin brulé

Se devo dire la verità, faccio una certa fatica a ricordare esattamente la trama di Semiramide, l'opera di Rossini del 1823 basata sull'omonima Tragedia di Voltaire. Faccio fatica perché la trama è complicatissima, e ogni volta che rileggo la sinossi immancabilmente mi dico "ah, succedeva pure questo?". 
Anche se dimentico molti dettagli però, torno sempre ad ascoltare la Sinfonia tratta da quest'opera quando sono allegra, probabilmente perché la musica di Rossini - così briosa e vivace - ben si adatta ad accompagnare i momenti di buonumore. 
Anni fa, un tizio brontolone e sempre pronto a criticare tutto e tutti mi disse che amava Rossini, e io fui sorpresa da questo contrasto: proprio non mi immaginavo uno che borbottava come una pentola di fagioli, sedersi comodo in poltrona ad ascoltare musica e scegliere, fra tutti i compositori, il buon Gioacchino. 
Non so quali brani ascoltasse di preciso, ma voglio pensare che questo autore riuscisse alla fine a migliorare il suo umore, a farlo brontolare un po' meno, magari a essere più ben disposto nei confronti del mondo là fuori. 
Sicuramente, a me fa questo effetto. Quindi, anche stasera, dopo una giornata frenetica, con tanti imprevisti, e tante cose rimaste da ultimare, invece di fare il mio dovere e passare l'aspirapolvere, voglio godermi questi momenti domestici, ascoltare un brano che sprizza gioia di vivere, e mangiare le mie ciliegie al vin brulé fredde, profumate di cannella e chiodi di garofano.


Litigio di una mattina di quasi mezza estate



Dovrei portare fuori l’indifferenziato, ma ho un po’ di timore, perché fuori stanno litigando in maniera abbastanza vivace. Vivo in una zona turistica, e capita abbastanza spesso, per le ragioni più disparate.
Siccome prima stavo lavorando con le cuffie nelle orecchie non me n’ero accorta, ergo, mi sono persa tutto l’attacco e sono entrata nel bel mezzo del concerto. O, meglio, l’apice del concerto è entrato a casa mia.
Si sentono tre voci che urlano cose del tipo:
“Questa è proprietà privata!”
“E io chiamo i carabinieri!”
“Chiamali!”
“Questo è un abuso!”
E da questo deduco che la causa del contendere è una delle seguenti:
1) cacca dei cani
2) raccolta differenziata.

Alle urla del litigio si uniscono gli abbai di due cani, uno dei quali sembra una persona che imita un abbaio, e allora aguzzo l’udito, cercando di capire se si tratti effettivamente un cane oppure di un quarto contendente con una voce un tantinello sfortunata. Sento anche la donna del piano di sopra che scende e borbotta “Ma che succede, io vo’ capi’ che succede”, e io penso in bocca al lupo, ma non mi muovo di qui; in effetti, è proprio in questo istante che sospendo il documento su cui sto lavorando e apro il foglio su cui sto scrivendo ora. Il fatto è che a tutto l’ambaradan si sono anche unite tutta una serie di notifiche di WhatsApp tipo mitra, e quello che mi ha colpito è la cadenza armonica del tutto.

Una delle voci femminili coinvolte (non voglio neanche sporgermi dal balcone per vedere cosa sta succedendo, mi basta dedurre che i contendenti siano una coppia anziana e un’altra donna) ha un accento fiorentino, e solo per quello mi viene da darle torto; respingo questo pensiero ignobile e mi riconcentro sulla vicina, che sta tornando nei suoi appartamenti. Il cane si acquieta, la persona-cane pure, e la coppia si è allontanata dalla discussione; e l’altra, quella con l’accento fiorentino, continua a borbottare a voce alta, e a me vengono in mente gli a parte teatrali, solo che, in questo caso, di quel che dice non me ne importa nulla.

Ora c’è silenzio, e penso a quanto è stressata la gente, soprattutto quando viene in vacanza, e allora segue una concatenazioni di pensieri stantii e accaldati come questa stagione che non passa mai.

Devo portare fuori l’indifferenziato, e se qualcuno mi dice qualcosa io non mi metto certo a litigare, ma gli cavo direttamente gli occhi.

lunedì 8 luglio 2019

L'Uomo Ragno a Venezia

Il segreto del vetro copertina
È imminente l'uscita nelle sale cinematografiche italiane di "Spider-Man: Far from Home", ventitreesimo film del Marvel Cinematic Universe e ultimo della cosiddetta "Fase Tre" e della "Saga dell'Infinito", ambientato in parte a Venezia.
Per i lettori che si chiedono se la città lagunare sia un set supereroistico adeguato, vorrei ricordare che non è la prima volta che il giovane Spider Man visita il capoluogo euganeo.
"Il segreto del vetro", la prima storia italiana dell’Uomo Ragno alla quale hanno lavorato Tito Faraci, autore di Topolino, Diabolik, Dylan Dog, Magico Vento, per i testi e Giorgio Cavazzano, matita di Topolino, Altai & Jonson, Capitan Rogers, Timothée Titan, per i disegni, vede infatti Peter Parker inviato da J.J. Jameson a realizzare un reportage in Italia, in una città unica al mondo, inimitabile, che almeno una volta all’anno si popola di gente in costume.
Naturalmente stiamo parlando di Venezia e del suo carnevale.
Ma "Il segreto del vetro" non è una parodia delle storie del Tessiragnatele.
Tutt'altro: nell’avventura, trovaimo l’Uomo Ragno che si muove fra calli e campielli.
Il lettore manmano che la storia va avanti, viene a conoscenza di un terribile mistero che affonda le sue radici nell'isola di Murano e ruota intorno a una creatura maledetta, l’inquietante conte Alvise Gianus, scienziato e alchimista che "ha consacrato all’arte della fabbricazione del vetro la propria vita.
E, in un certo senso, anche la propria morte… ".
Questo progetto, nato durante Lucca Comics 2002 da un’idea di Tito Faraci, ha coinvolto subito il disegnatore prescelto e lo staff di Marvel Italia.
Tito Faraci e Giorgio Cavazzano
Come hanno ricordato gli stessi autori infatti, senza l’apporto di Enrico Fornaroli, che ha magistralmente supervisionato l'albo e di Max Brighel, che più volte con la sua omniscenza ragnesca ha aiutato Faraci a cavarsi da situazioni difficili, la storia non avrebbe mai visto la luce.
L’ambientazione deriva dal fatto che Venezia oltre ad essere una delle città più conosciute al mondo è il luogo dove Cavazzano vive e che nonostante ciò non ha mai avuto occasione di disegnare.
Anche l’uscita nelle edicole e nelle fumetterie di questa prima storia italiana di un personaggio fumettisticamente importante come l’Uomo Ragno è stata ampiamente differenziata.
Un anno dopo il suo concepimento a Lucca Comics 2003, la Marvel Italia ha infatti presentato un volume cartonato per fumetterie con tavole in bianco e nero della storia di Faraci e Cavazzano accompagnata da ampi stralci di sceneggiatura e piccole biografie degli autori.
L'Uomo Ragno fra calli e campielli
Gennaio del 2004 invece ha visto uscire l’albo nelle edicole sempre per i tipi della Marvel Italia.
In questo caso è stato impreziosito dai colori della tavolozza elettronica di Nardo Conforti.
Insomma, un progetto impegnativo al quale la Marvel Comics ha lavorato con grande entusiasmo.

sabato 6 luglio 2019

Ho sposato una strega

Topolino n. 1785
In questo post vorrei ricordare una storia “maledetta” di Topolino del 1990, realizzata da due grandi autori italiani, che fece infuriare la Disney americana e procurò un famoso titolo a Cuore.
A questo proposito vorrei citare un articolo dell'amico critico di fumetti Stefano Priarone  (che potete leggere qui).
Topolino n. 1785 dell’11 febbraio 1990 ha una copertina con Paperino e Paperina che celebra San Valentino e anche la storia principale, del numero, Topolino in «Ho sposato una strega» è insolitamente “romantica”.
Il Topo litiga con l’eterna fidanzata Minni e parte con il cane Pluto per un viaggio in camper.
Conosce una bella ragazza bionda, Samantha, i due si innamorano e si vogliono sposare.
Topolino persiste a farlo anche quando il padre di lei gli dice che è uno stregone e Samantha una strega.
Sono “buoni”, niente magia nera, tuttavia non è facile essere sposati con una strega, anche perché Samantha non mantiene la promessa fatta a Topolino di rinunciare alla magia e in breve tempo il matrimonio va in crisi.
Ma niente paura: non è mai accaduto davvero, è un trucco opera del padre di Samantha che ha mostrato ai due cosa sarebbe accaduto se si fossero davvero sposati.
E così Topolino e Samantha, seppure a malincuore si devono lasciare, lo status quo è ripristinato.
La storia, che in se stessa non è poi così sconvolgente, è chiaramente ispirata, a partire dal titolo, al film del 1942 di Renè Clair «Ho sposato una strega», Samantha ha la stessa pettinatura della strega del film, Veronica Lake, e si chiama come la protagonista della sitcom degli anni Sessanta «Vita da strega», basata sullo stesso tema, un uomo comune che sposa una strega.
Del resto, gli autori non sono certo due novellini alle prime armi ma due affermati fumettisti Disney italiani: i disegni sono del veneziano Giorgio Cavazzano, nel 1990 poco più che quarantenne ma già un acclamato maestro, mentre i testi del milanese Massimo Marconi, all’epoca supervisore dei soggetti e delle sceneggiature di Topolino.
Eppure diventa la “storia maledetta di Topolino” per antonomasia.
Titolo di Cuore
In una trasmissione radiofonica della zona di Genova alcuni lettori si lamentano, specie della sequenza nella quale Topolino e Samantha sono a letto assieme dopo le nozze, la notizia viene quindi ripresa dal Secolo XIX e poi da Cuore, all’epoca ancora allegato all’Unità, che fa il titolo “Topolino tromba!” con tanto di intervista a Pippo il quale dichiara che il matrimonio dell’amico “è una perdita incolmabile per il movimento gay”.
E così la Disney americana si fa mandare la storia tradotta e ne blocca la pubblicazione.
Non sarà mai ristampata: vengono distrutte le tavole originali e persino le pellicole di stampa di tutte le storie del numero, non solo di quella “maledetta”.
Non pensiate però che, a causa di ciò, Topolino n. 1785 sia un albo dal costo elevato.
È un numero come tanti, e all’epoca il settimanale vendeva centinaia di migliaia di copie, avrebbe raggiunto il milione nell’estate del 1993 quando ai numeri erano allegati pezzi di un gadget – un walkie talkie – da mettere assieme, e quindi non è difficilissimo da recuperare. 

Per chi fosse interessato, qui la storia completa.




mercoledì 3 luglio 2019

Il custode della Legge compie gli anni



Nella colonia penale è stato IL racconto che per me a segnato il prima e il dopo. Avevo quattordici anni. Arrivai a leggerlo dopo aver letto un racconto di Stephen King che mi piacque da morire, Il dito, che parla di un uomo che una bella mattina scorge un dito che esce dallo scarico e gratta sul lavandino. Perché accadono cose brutte alle brave persone? Perché accadono, si scrive ad un certo punto (cito a braccio). E questa frase mi colpi, mi incuriosì, mi affascinò.
Quell’estate stessa ne parlai con un professore in pensione con cui feci amicizia in vacanza, che mi disse con nonchalance: “Se ti piace questa cosa, prova a leggere Franz Kafka, La metamorfosi”, e allora comprai uno di quei Mille lire della Newton, che sapeva di vomito fresco e conteneva tre racconti: La metamorfosi, Descrizione di una lotta e Nella colonia penale.

Racconto questa cosa perché Nella colonia penale non fa parte del mio bagaglio letterario, ma fa parte della mia vita, sotto tutte le sfumature del termine. La metamorfosi m’incantò, mi ci identificai e soffrii terribilmente nel leggerlo, ma Nella colonia penale fu un’esperienza assolutamente trasformativa. Non l’ho mai capito, non lo capirò mai, e l’ho riletto poche volte, ma non me ne importa niente, e l’unica cosa che posso scrivere con sicurezza è che quel racconto è stato il primo colpo d’ascia che ha spaccato il mare ghiacciato dentro di me.
Poi ci sono stati i romanzi, gli altri racconti, i diari, i quaderni, le lettere, le biografie, e chi più ne ha più ne metta, ma è tutto secondario, un modo per rafforzare quel primo giro di vite intimo e misterioso che mi è stato dato attraverso quel racconto; tutto, anche gli autori successivi, anche gli altri traumi e le altre illuminazioni letterarie occorse nei miei quasi quarant’anni di vita sono derivati da lì.

E allora diventa importante per me ricordare e celebrare il compleanno di Franz Kafka, perché, fondamentalmente, quell’uomo e la sua opera sono all’origine della mia concezione della vita e dello scorrere delle cose, e del modo in cui mi accosto ai libri, all’arte, alla musica, ai film, alle persone. Che sia un bene o un male lo ignoro, e, ancora, non me ne importa, esattamente come non mi importa capire cosa mi abbia comunicato Nella colonia penale; ma me lo ha comunicato, e io non l’ho afferrato ma l’ho vissuto, e lo sto vivendo ancora oggi, e lo vivrò fino alla fine dei miei giorni. Franz Kafka mi ha mostrato la porta per entrare nella Legge, mi ha indicato chiaramente che quella specifica porta era stata costruita solo per me, e che dovevo entrarvi anche senza sapere dove mi avrebbe portato, e ancora non so dove mi porterà; comunque la mia vita, grazie a Franz Kafka, è molto più mia e ha molto più senso, a prescindere da ciò che mi circonda e dalle circostanze.

E allora auguri, adorato dottor Kafka, e, soprattutto, GRAZIE.