domenica 30 giugno 2019

Ritratti di famiglie nell'Abisso. Riflessioni su "la volontà del male" di Dan Chaon e "Hereditary" di Ari Aster



Quando le cose diventano concetti, idee, istituzioni, tutto quanto va in vacca. Perché i legami sono un casino, la vita è complicata, siamo sostanzialmente soli, gli dei sono incomprensibili e giocano con regole tutte loro, che noi ci troviamo a subire e a cui non possiamo controbattere; ma talvolta ci proviamo, talvolta pretendiamo addirittura di governare la vita e gli eventi, e allora la nostra condizione ci viene sbattuta in faccia. Perché la ubris contemporanea consta nel cercare di capirli, i nostri dei dei, nel tentare di rapportarsi con loro su un piano dialogico, come se gli dei fossero tenuti a spiegarsi, a farsi capire da noi; e allora loro si rivelano, non per vendetta, ma solo perché è così che funzionano le cose.
L’anno scorso Ari Aster esordiva con uno dei film più belli degli ultimi anni, Hereditary, e quest’anno esce per NN editore La volontà del Male di Dan Chaon; ed io sono contenta, perché questo revival della tragedia classica è una cosa che fa godere come poche, perché questo profluvio di sangue e fato è quello che ci vuole nei nostri tempi anemici, edificati su gabbie concettuali e letterarie che è ora che vengano distrutte, o per lo meno divelte, perché la furia dei fatti lo impone.

Rifletto e sono felice, e mi viene in mente un altro film che ho amato molto, Il sacrificio del cervo sacro di Yorgos Lanthimos, in cui Martin, il motore della vicenda (deus ex machina?), a un certo punto si morde a sangue e dice: “Questo è un atto simbolico”.
Ecco, le opere di Dan Chaon e Ari Aster portano avanti un discorso uguale e contrario: raccontano storie fortemente legate al genere (horror per quanto riguarda Aster, crime per Chaon) che però mordono a sangue nei punti più nevralgici di una storia personale (e collettiva), di un percorso evolutivo (e sociale), e, soprattutto, di una delle basi del nostro essere emotivo, psicologico, identitario: la famiglia, che si rivela come il luogo in cui il sangue viene versato, corrotto, infettato da morbi che si trasmettono da genitori a figli, in una catena di dolore e male e angoscia talvolta inconsapevole ma sempre devastante, letale, endemica. E se Hereditary racconta chiaramente ed esplicitamente la storia di un sacrificio umano visto dalla parte dei sacrificati, lo stesso si può dire per La volontà del male: viene detto esplicitamente che le persone danneggiate non possono fare altro che perpetrare il male, a prescindere dalla loro volontà; e allora ecco che si perpetra la strage, con un sacco di morti e nessuna vittima, perché il solo appartenere a un dato ambiente ti rende automaticamente carnefice, vittima e sacerdote del rito necessario (al dio? all’inconscio?) perché lo stato delle cose prosegua e si perpetui.

Cercare di interferire con l’inconscio, tendere di padroneggiarne i meccanismi, dire il non detto (e forse il non dicibile) diventa non solo un atto dio tracotanza inaudita, che si paga con l’autodistruzione, ma anche il veicolo privilegiato della trasmissione del virus (o del demone); e le frasi di rito come “Ti voglio bene”, “Se hai bisogno di parlare io sono qui” “Perché sono tua madre” diventano uno specchio di una cattiva coscienza dettata dall’inconsapevolezza, dall’illusione di vivere in un ambiente protetto, di essere al salvo dal male. D’altronde, lo dice anche Cristo nel Vangelo: è proprio quando ci compiaciamo per il lindore delle nostre stanze interiori che arrivano i demoni e fanno macello, scatenando un’apocalisse autentica, devastante, annichilente.

Perché alla fine il peccato assoluto, quello che porta alla distruzione e all’annientamento, non è tanto
il non sapere, ma il pretendere di sapere, il vivere la vita secondo certezze rifiutandosi di capire che tali non sono, l’adagiarsi, il non comprendere che il conosci te stesso non è un assioma ma un metodo, un percorso che non vedrà mai la fine, e che si ripercuote immancabilmente in ciò che ci circonda; e viene il dubbio che semplicemente non sia più possibile (se mai lo è stato) calibrare la propria vita affidandosi a strutture esterne, e l’affetto, anche se sincero, non è affatto garanzia di cura, di guida verso la serenità. Scappare dal male e dal dio, rifiutarsi di riconoscerlo, barricandosi in difesa di se stessi e in difesa da se stessi, sono solo droghe esistenziali, rimedi fasulli e illusori.
Perché nello schema della vita l’ordine e la stabilità sono allucinazioni pericolose e ingenue, mentre le maledizioni sono ineludibili, le distruzioni/rivelazioni si spalancano nel vuoto e nell’abisso, e tanto vale allora guardarci dentro, perché tanto l’abisso ha già guardato abbondantemente in noi.

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