domenica 30 giugno 2019

Ritratti di famiglie nell'Abisso. Riflessioni su "la volontà del male" di Dan Chaon e "Hereditary" di Ari Aster



Quando le cose diventano concetti, idee, istituzioni, tutto quanto va in vacca. Perché i legami sono un casino, la vita è complicata, siamo sostanzialmente soli, gli dei sono incomprensibili e giocano con regole tutte loro, che noi ci troviamo a subire e a cui non possiamo controbattere; ma talvolta ci proviamo, talvolta pretendiamo addirittura di governare la vita e gli eventi, e allora la nostra condizione ci viene sbattuta in faccia. Perché la ubris contemporanea consta nel cercare di capirli, i nostri dei dei, nel tentare di rapportarsi con loro su un piano dialogico, come se gli dei fossero tenuti a spiegarsi, a farsi capire da noi; e allora loro si rivelano, non per vendetta, ma solo perché è così che funzionano le cose.
L’anno scorso Ari Aster esordiva con uno dei film più belli degli ultimi anni, Hereditary, e quest’anno esce per NN editore La volontà del Male di Dan Chaon; ed io sono contenta, perché questo revival della tragedia classica è una cosa che fa godere come poche, perché questo profluvio di sangue e fato è quello che ci vuole nei nostri tempi anemici, edificati su gabbie concettuali e letterarie che è ora che vengano distrutte, o per lo meno divelte, perché la furia dei fatti lo impone.

Rifletto e sono felice, e mi viene in mente un altro film che ho amato molto, Il sacrificio del cervo sacro di Yorgos Lanthimos, in cui Martin, il motore della vicenda (deus ex machina?), a un certo punto si morde a sangue e dice: “Questo è un atto simbolico”.
Ecco, le opere di Dan Chaon e Ari Aster portano avanti un discorso uguale e contrario: raccontano storie fortemente legate al genere (horror per quanto riguarda Aster, crime per Chaon) che però mordono a sangue nei punti più nevralgici di una storia personale (e collettiva), di un percorso evolutivo (e sociale), e, soprattutto, di una delle basi del nostro essere emotivo, psicologico, identitario: la famiglia, che si rivela come il luogo in cui il sangue viene versato, corrotto, infettato da morbi che si trasmettono da genitori a figli, in una catena di dolore e male e angoscia talvolta inconsapevole ma sempre devastante, letale, endemica. E se Hereditary racconta chiaramente ed esplicitamente la storia di un sacrificio umano visto dalla parte dei sacrificati, lo stesso si può dire per La volontà del male: viene detto esplicitamente che le persone danneggiate non possono fare altro che perpetrare il male, a prescindere dalla loro volontà; e allora ecco che si perpetra la strage, con un sacco di morti e nessuna vittima, perché il solo appartenere a un dato ambiente ti rende automaticamente carnefice, vittima e sacerdote del rito necessario (al dio? all’inconscio?) perché lo stato delle cose prosegua e si perpetui.

Cercare di interferire con l’inconscio, tendere di padroneggiarne i meccanismi, dire il non detto (e forse il non dicibile) diventa non solo un atto dio tracotanza inaudita, che si paga con l’autodistruzione, ma anche il veicolo privilegiato della trasmissione del virus (o del demone); e le frasi di rito come “Ti voglio bene”, “Se hai bisogno di parlare io sono qui” “Perché sono tua madre” diventano uno specchio di una cattiva coscienza dettata dall’inconsapevolezza, dall’illusione di vivere in un ambiente protetto, di essere al salvo dal male. D’altronde, lo dice anche Cristo nel Vangelo: è proprio quando ci compiaciamo per il lindore delle nostre stanze interiori che arrivano i demoni e fanno macello, scatenando un’apocalisse autentica, devastante, annichilente.

Perché alla fine il peccato assoluto, quello che porta alla distruzione e all’annientamento, non è tanto
il non sapere, ma il pretendere di sapere, il vivere la vita secondo certezze rifiutandosi di capire che tali non sono, l’adagiarsi, il non comprendere che il conosci te stesso non è un assioma ma un metodo, un percorso che non vedrà mai la fine, e che si ripercuote immancabilmente in ciò che ci circonda; e viene il dubbio che semplicemente non sia più possibile (se mai lo è stato) calibrare la propria vita affidandosi a strutture esterne, e l’affetto, anche se sincero, non è affatto garanzia di cura, di guida verso la serenità. Scappare dal male e dal dio, rifiutarsi di riconoscerlo, barricandosi in difesa di se stessi e in difesa da se stessi, sono solo droghe esistenziali, rimedi fasulli e illusori.
Perché nello schema della vita l’ordine e la stabilità sono allucinazioni pericolose e ingenue, mentre le maledizioni sono ineludibili, le distruzioni/rivelazioni si spalancano nel vuoto e nell’abisso, e tanto vale allora guardarci dentro, perché tanto l’abisso ha già guardato abbondantemente in noi.

giovedì 27 giugno 2019

Istruzioni per vivere una buona vita in tempi interessanti (parte 4)





È così che la massa degli uomini serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma come macchine, con il loro corpo. Sono l'esercito permanente, la milizia volontaria, i secondini, i poliziotti, il posse comitatus ecc. Nella maggioranza dei casi non c'è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale, sono al livello del legno, della terra, delle pietre. Suppongo che se facessimo degli uomini di legno sarebbero altrettanto utili. È un tipo d'uomo che non richiede maggior rispetto che se fosse fatto di paglia o di un impacco di sterco. Ha lo stesso valore dei cani e dei cavalli. E tuttavia, normalmente, quegli uomini sono considerati buoni cittadini. Altri - come la maggioranza dei legislatori, dei politicanti, degli avvocati, dei preti e dei tenutari di cariche - servono lo Stato soprattutto in base a ragionamenti astratti; e poiché fanno assai di rado distinzioni morali, hanno la stessa probabilità di servire Dio che, senza volerlo, di servire il diavolo.

Naturalmente, non è che l'uomo abbia il dovere di dedicarsi all'estirpazione del male, anche del più smisurato; giustamente, può avere altre faccende di cui occuparsi; ma è suo dovere, perlomeno, tenersene fuori, e, se il suo pensiero ne è lontano, non deve aiutare il male di fatto. Se mi dedico ad altri scopi e progetti, per prima cosa devo almeno verificare che non li sto perseguendo stando seduto sulle spalle di un altro uomo. Prima di tutto devo scendere da lì, di modo che anche lui possa perseguire i suoi obiettivi.

Le leggi ingiuste esistono: dobbiamo essere contenti di obbedirvi, o dobbiamo tentare di emendarle, obbedendovi fino a quando non siamo riusciti nel nostro intento, oppure ancora dobbiamo trasgredirle da subito? Generalmente gli uomini con un governo come questo, pensano di dovere aspettare fino a quando avranno persuaso la maggioranza a modificare tali leggi. Ritengono che se opponessero resistenza, il rimedio sarebbe peggiore del male. Ma è colpa del governo stesso, se il rimedio è peggiore del male. È lui a renderlo peggiore.

Capii che lo Stato era stupido, che era insicuro come una donna nubile in mezzo alle sue argenterie, e che non sapeva distinguere gli amici dai nemici; persi tutto il rispetto che mi era rimasto nei suoi confronti, e lo compatii.
Lo Stato dunque non si confronta mai di proposito con il sentimento, intellettuale o morale, di un uomo, ma solo con il suo corpo, con i suoi sensi. Esso non è dotato di intelligenza o di onestà superiori, ma di superiore forza fisica.

Lo hanno citato altri, lo faccio anche io: Disobbedienza civile, di Henry David Thoreau.
L’unica cosa che si possa dire, riguardo a quello che sta succedendo nel nostro Paese e nel mondo tutto è che andrebbe letto e riletto.

E aggiungo una piccola riflessione: perfino Yamamoto Tsunetomo, nel suo Hagakure, afferma che il buon samurai deve disobbedire al proprio signore, quando questi si comporta in modo tale da disonorare il proprio feudo, e poi deve fare prontamente seppuku.
E a noi non è richiesto fare seppuku.

lunedì 24 giugno 2019

Un tre quarti per tutte le stagioni


Tre quarti. Questo per me è il ritmo della libertà.  
Fin da piccola, il tempo di valzer era sinonimo di festa, che associavo alle vacanze natalizie, al Concerto di Capodanno che guardavamo sempre alla televisione. Ancora oggi, il valzer viennese – con il suo andamento spigliato e brillante - mi riporta alla mente l’orchestra che celebra l’inizio di un nuovo anno, il pubblico che batte le mani a ritmo, insomma è sinonimo di gioia e di nuove possibilità, nel classico spirito “anno nuovo, vita nuova”.   
Anche la sua versatilità mi ha sempre affascinata. Il valzer nasce in Austria alla fine del diciottesimo secolo, e si diffonde in Germania e pian piano nel resto d’Europa, assumendo in ogni paese caratteristiche particolari. Più gioioso e spensierato il valzer viennese, più lento l’inglese, legato all’operetta in Italia, questo ritmo ha affascinato i più famosi compositori classici, che hanno scritto pagine bellissime e molto suggestive, raggiungendo spesso vette eccelse.
Potrei citare, ad esempio, accanto ai famosissimi valzer di Strauss, anche il brano Oro e argento di Franz Lehàr, che fu commissionato dalla principessa von Metternich per un ballo di gala che aveva come tema, appunto, i colori oro e argento; la composizione, eseguita a inizio serata sotto un soffitto decorato con stelle nei colori del titolo, fu un successo strepitoso, e da allora fa parte del repertorio delle migliori orchestre. 


In epoca più recente, troviamo dei valzer bellissimi, composti spesso per contesti meno formali o “acculturati”. Se avete visto il film My Fair Lady, ricorderete che quando Audrey Hepburn viene accompagnata all'ambasciata per incontrare un non meglio precisato principe mitteleuropeo, riceve l’invito a ballare un bellissimo valzer, che ho trovato adattato in una veste nuova rispetto alla colonna sonora del musical, con un arrangiamento che ricorda molto la Belle Époque, e secondo me azzeccatissimo. 

In queste giornate calde, invece, il valzer diventa per me meno formale e più malinconico. Nei torridi pomeriggi estivi non c’è spazio per reminiscenze viennesi: i ritmi rallentano, diventano più morbidi, e il valzer, seguendo i tanti europei emigrati in Argentina, si fonde con il tango, musica sensuale per eccellenza. Il tango estivo per me è tango vals, con le sue melodie spesso adombrate da una certa tristezza, come una nostalgia per qualcosa di perduto. Questo ritmo si balla non più eleganti come a Vienna, ma in abbraccio chiuso, quasi un tenersi all’altro, con i bacini lontani ma le braccia che si cercano come a dire non lasciarmi, siamo qui, balliamo



giovedì 20 giugno 2019

Roberto Benigni e la satira sociale!

Roberto Benigni
Roberto Benigni, comico toscano popolarissimo a livello mondiale e attore e regista di grande successo, nasce a Manciano di Misericordia, paesino in provincia d’Arezzo, il 27 ottobre 1952.
Ottiene già una certa notorietà nel mondo dello spettacolo verso la metà degli anni ‘70, recitando divertenti e trasgressivi monologhi in teatro e partecipando a trasmissioni televisive (di mamma RAI oltretutto, dove nasce anche il rapporto di amicizia e collaborazione con Renzo Arbore, e arrivando a condurre il festival di San Remo nel 1980).
Nel 1977 avviene il suo esordio come attore cinematografico nel film Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci, fratello del più noto Bernardo.
Da questo momento in poi la sua carriera è sfolgorante e tutta in discesa.
Recita nel tempo in lungometraggi di famosi registi italiani e non tra cui: Marco Ferreri, Blake Edwards, Federico Fellini e Jim Jarmusch, diventa nome da blockbuster in Italia nelle rispettive stagioni d’uscita e vince numerosi premi tra cui un Oscar e il Gran Premio della Giuria al 51° Festival di Cannes.
In questo articolo analizzerò due opere legate a temi molto attuali nell’Italia degli anni ‘90: Johnny Stecchino e Il mostro, nate dalla collaborazione del regista e attore toscano con lo scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami.
In questi due lungometraggi Benigni conserva tutte le peculiarità che l’hanno caratterizzato fin dall’inizio della sua carriera come: la mordacità, un aspetto di dura critica sociale, una fisicità impressionante e la recitazione sempre al di sopra delle righe ma con una consapevolezza nuova che lo porta ad orchestrare film di genere costruiti su solide basi tecniche e registiche.
Johnnny Stecchino, grande successo del 1991, infatti è una pellicola che mette il protagonista all’interno di gag che rimandano a Totò, ai fratelli Marx e alle commedie americane come A qualcuno piace caldo.
Il titolo del film si deve ad una mania del coprotagonista di questa felice commedia degli equivoci.
Con Il Mostro, lungometraggio del 1994, Benigni conferma un successo di pubblico che lo porta a sfiorare i quaranta miliardi di incasso nel circuito delle sale italiane.
Bella e originale commedia, la cui trama come quella di Johnny Stecchino si basa su uno scambio di personaggi e ne rappresenta i curiosi equivoci e le fantastiche gag che ne sorgono, narra le avventure di un normale cittadino, Loris, accusato di delitti mai commessi.
Film molto semplice, proprio per questo colpisce ancora di più e fa riflettere lo spettatore.

Johnny Stecchino

Nazione: Italia
Anno: 1991
Genere: Commedia
Durata: 121’
Regia: Roberto Benigni
Sceneggiatura: Roberto Benigni, Vincenzo Cerami
Fotografia: Giuseppe Lanci
Scenografia: Paolo Biagetti
Costumi: Gianna Gissi
Musica: Evan Lurie
Montaggio: Nino Baragli
Prodotto da: Mario e Vittorio Cecchi Gori
Cast: Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Paolo Bonacelli, Franco Volpi, Ivano Marescotti, Turi Scalia, Loredana Romito

Johnny Stecchino, film prodotto nel 1991 da Mario e Vittorio Cecchi Gori e diretto e interpretato da Roberto Benigni, è unanimemente considerato da critica e pubblico il miglior lungometraggio puramente comico dell’attore e regista toscano.
In questa pellicola, che è una classica commedia degli equivoci dal sapore un po’ retrò e provinciale, Benigni interpreta due personaggi dall’aspetto identico, a parte un piccolo neo sulla guancia destra: Dante, autista innocuo di un pulmino per ragazzi handicappati e il suo sosia Johnny Stecchino, un gangster pentito e per questo ricercato dalla mafia che intende farlo fuori.
Questa brevemente la trama: Nicoletta Braschi, che nel film interpreta la compagna del malavitoso pentito, incontra per puro caso Dante a Firenze e, stupefatta dalla sua somiglianza col boss siciliano, lo convince a raggiungerla a Palermo dove il malcapitato dovrà, in quello che sembra il disegno della donna, diventare inconsapevolmente il bersaglio delle cosche, così da salvare il proprio amato.
Le cose, come è prevedibile, andranno diversamente.
In questa commedia, che presenta uno spacco della Sicilia e della società italiana al limite della perfezione, Benigni mette in scena, oltre alla sua grandissima capacità istrionica, tutta la propria abilità di comico e di mimo.
La vicenda narrata dalla pellicola, che si basa su numerosi equivoci, viene trattata dall’attore e regista di Misericordia con grande verve, intelligenza e giusta dinamicità.
La sceneggiatura, grazie anche alla collaborazione di Benigni con lo scrittore Vincenzo Cerami, è decisamente ben scritta.
I dialoghi sono efficaci e brillanti, il ritmo è serratissimo e le situazioni, le trovate e le battute comiche esilaranti ed originali.
Certe scene, come quella delle banane e della festa a casa del ministro poi, sono da antologia cinematografica.
L’idea di un sosia cattivo e mafioso funziona a meraviglia e i trucchetti adoperati da uno dei personaggi interpretati da Benigni per sembrare un invalido sono spassosissimi.
Insomma un film ideale per chi ama davvero ridere e per chi è appassionato del cinema comico italiano di buon gusto e stile.

Il mostro

Nazione: Italia
Anno: 1994
Genere: Commedia
Durata: 111 minuti circa
Regia: Roberto Benigni
Sceneggiatura: Roberto Benigni, Michel Blanc, Vincenzo Cerami
Fotografia: Carlo Di Palma
Scenografia: Giantito Burchiellaro
Costumi: Danilo Donati
Musica: Evan Lurie
Montaggio: Nino Baragli
Prodotto da: Melampo cinematografica, Iris film, U.g.c. images
Cast: Roberto Benigni (Loris), Nicoletta Braschi (Jessica Rossetti), Michel Blanc (Paride Taccone), Dominique Lavanant (Jolanda Taccone), Jean-Claude Brialy (Roccarotta), Vittorio Amandola (L’antiquario), Rita Di Lernia (Moglie Dell’antiquario), Massimo Girotti (L’inquilino Distinto), Ivano Marescotti (Pascucci), Franco Mescolini (Il Professore), Luciana Pieri Palombi (Claudia), Laurent Spielvogel (Frustalupi)

Il mostro, capolavoro della commedia degli equivoci diretto e interpretato da Roberto Benigni nel 1994, è uno dei film che hanno sancito la fama del cineasta toscano sia in Italia che all’estero.
Insieme a Johnny Stecchino e La Vita è bella quest’opera, il cui titolo fa allusione alla vicenda del mostro di Firenze che proprio negli anni ‘90 è stato scoperto e processato, rappresenta il clou della carriera dell’attore e regista di Misericordia non solo per quanto riguarda gli aspetti più puramente stilistici tecnici e registici ma anche quelli economici.
Il film infatti, soltanto nel circuito delle sale cinematografiche italiane, ha sfiorato i quaranta miliardi d’incasso.
Questa in due parole la trama del film: Loris, nullafacente interpretato da Benigni, per una serie di coincidenze assurde è ricercato dalle forze dell’ordine che ritengono che sia un maniaco e un pervertito e che abbia ucciso molte donne.
Così la polizia manda un’agente speciale, interpretata da Nicoletta Braschi, che entrerà nella vita di Loris per capire se è un assassino oppure no e, in caso affermativo, coglierlo in castagna.
Come in ogni film nero che si rispetti il protagonista verrà infine scagionato e il vero assassino consegnato alla giustizia.
Il mostro è un film molto originale dove orrore e comicità si alternano in scene divertentissime.
Ciò è dovuto, oltre che a un copione funzionante, anche al grande istrionismo di Benigni e alla sua capacità di creare situazioni equivoche e doppi sensi e di far ridere senza l’uso eccessivo di termini e situazioni volgari.
Anche in questa pellicola ci sono scene memorabili come tra le altre: l’attore Massimo Girotti, che interpreta un elegante e distinto vicino di casa di Benigni, che ogni volta che il comico toscano cammina con circospezione per non farsi vedere dal portiere del condominio lo saluta finendo così immancabilmente per farlo scoprire; le cose che Benigni si inventava per far scappare le persone che l’amministratore porta a casa sua; le scene del supermercato; della riunione di condominio; delle lezioni di cinese e del filmato dalla polizia.
Il Mostro è senza dubbio uno dei capolavori della commedia all’italiana interpretato e diretto oltre che da Benigni stesso da attori di prim’ordine e, come accade per ogni opera cinematografica che si rispetti, è sicuramente un film da vedere ed amare.

martedì 18 giugno 2019

Istruzioni per vivere una buona vita in tempi interessanti (parte 3)


(qui la parte 1 e qui la parte 2)


Prendo carta e penna. È necessario.

Mi appiattisco al muro della mia cella-basso, il cuore in gola, per cercare di capire gli itinerari di tutta quella folla di sonne, che dalla sera prima si è centuplicata. Conto approssimativamente una sessantina di quelle celle-basso, ognuna contiene tre persone… facile fare il conto. Centottanta, con relative voci, gesti, emozioni… tutto stipato dentro a un contenitore che sembra sempre sul punto di schiantare per la pressione delle energie che vorticosamente si espandono, ma che non avendo fuoriuscita alcuna ricadono addosso con impeto moltiplicato.

Non si sfugge al marchio del privilegio, e tanto vale viverlo il più onestamente possibile.

Il capitale non punta più sulle guerre in nome della patria, ma sulla persuasione democratica, vera atomica azzerante tutte le menti diverse. È noto. Ben venga a noi, organismi antichi racchiusi in involucri preindustriali, questa prigione dove almeno la guerra è ancora uno scontro individuale, un corpo a corpo alla baionetta o al pugnale.

Qui gli spazi psichici sono sterminati.

Sono approdata nel regno del «tutto possibile» (violenza, abbandoni, contraddizioni) fondato sulla coscienza profonda di essere «ormai perdute» per sempre alle leggi che regolano il vivere di fuori. Infatti quando metti il piede nel lido del «tutto perduto» non è proprio allora che scatta la libertà assoluta? Che potrebbero farti più che tenerti chiusa – cosa che già fanno – o guardarti con disprezzo – cosa che già fanno? Valicato il muro del lecito che è dentro di noi il suolo selvaggio delle passioni proibite si spalanca davanti, immensa prateria incustodibile.

Ma dove siamo capitate?
Nel regno degli archetipi eterni.

Qui le categorie del valore di ognuno vengono alla luce con una chiarezza assoluta, e non c’è modo di nascondere ad altri, né tanto meno a noi stessi, la nostra natura. Questo mi chiarisce finalmente il vero perché del terrore che tutti abbiamo della galera: ereditariamente sappiamo che là dentro non ci sarà più possibile tenere in piedi la «costruzione ideale» che noi stessi, aiutati dalla cultura, i soldi, le buone maniere, diligentemente ci siamo costruiti fuori. Ritorna qui a vigere suprema la selezione naturale.

Tornerò a parlare di Goliarda Sapienza, una delle menti più eccelse che mai abbiano meditato nella storia del nostro paese. L’università di Rebibbia, pubblicato da Einaudi, è il resoconto del periodo che la nostra ha trascorso in carcere, condannata per furto.
Il fatto è che il carcere è il bunker, ovvero quello che sarà la civiltà quando le infrastrutture crolleranno, o saranno inutili se non dannose; e allora osserviamo Goliarda mentre si guarda allo specchio, e guarda le sue compagne, e ci fa capire come cavarcela, senza filtri e senza farsi illusioni.
Poi guardiamo, e guardiamoci anche noi

domenica 16 giugno 2019

The Blues Brothers


Il 16 giugno 1980, in prima assoluta a Chicago, esordiva The Blues Brother, commedia musicale diretta da John Landis e interpretata da John Belushi e Dan Aykroyd.
Il film, costato circa 30 milioni di dollari, inizialmente ha stentato al box-office.
In poco tempo, tuttavia, si è formato un vero e proprio culto intorno alla pellicola grazie al favore dei critici di tutto il mondo ed il lungometraggio, con il suo cast di musicisti e cantanti, una trama che lo rende uno show musicale a tutti gli effetti e protagonisti come Belushi ed Aykroyd, è entrato di diritto nella storia del cinema.
I due comici interpretano i fratelli Jake “Joliet” ed Elwood Blues, personaggi inconfondibili nelle loro tenute nere e negli occhiali da sole Ray Ban, inventati ai tempi delle loro prime collaborazioni al celebre show televisivo statunitense Saturday Night Live.
Modello inimitabile di road movie musicale, la commedia è totalmente imbevuta del più trascinante blues e dei suoi derivati: rhythm & blues, rock and roll e soul, con una divertente incursione persino nel country & western.
La vicenda raccontata è pretestuosa e beffarda e recupera lo spirito del precedente lavoro di Landis, "Animal House", nel quale già si era presentato al pubblico, con la sua formidabile carica umana ed energia comica, il grande John Belushi.
Con l’impassibile e apparentemente pacato Dan Aykroyd, che firma la sceneggiatura del film insieme al regista John Landis, va a buon fine anche l’impresa di trovare una spalla efficace per il colosso Belushi.
La divisa da finti businessmen, costituita da un completo nero con cravatta nera e camicia bianca e da occhiali e cappello nero, che i due “fratelli blues” non si tolgono mai neanche nella sauna poi, è un’icona riconoscibile per i due protagonisti al punto da essere stata adottata moltissime altre volte da registi e produttori di programmi televisivi come marchio di fabbrica per i loro personaggi.
Questa in breve la storia del film: dopo l’uscita di prigione, Jake Blues e il fratello Elwood vanno a visitare l’orfanotrofio dove sono cresciuti e scoprono che naviga in cattive acque.
Se non si riusciranno a trovare entro undici giorni i 5.000 dollari di tasse arretrate da pagare infatti, la struttura sarà costretta a chiudere.
I due fratelli Blues di fronte a questa notizia non possono rimanere indifferenti, così iniziano la loro “missione per conto di Dio”.
Decidono di riunire i componenti della loro vecchia band musicale per un concerto che raccolga i fondi necessari.
Tutti gli ex componenti del gruppo si sono sistemati in altre attività ma non sanno resistere al richiamo del blues.
Tornano a suonare insieme incrociando strani personaggi e cantanti famosi e combinandone di tutti i colori.
I due fratelli riusciranno a procurare i soldi necessari e, dopo un gigantesco inseguimento in auto durato una notte intera, arriveranno all’ufficio delle imposte in tempo per salvare l’Istituto dalla chiusura.
Nel film recitano, oltre ai due comici, grandi nomi della musica alcuni, come: Aretha Franklin, Cab Calloway, Ray Charles e James Brown nella parte di personaggi del film altri, come John Lee Hooker, interpretando loro stessi.
Questi grandi artisti con la Blues Brothers band, gruppo creato per l’occasione ma che esiste tutt’oggi, hanno interpretato tutti i brani della pellicola dando vita a quella che è stata considerata la colonna sonora più famosa della storia del cinema.
Del ricco cast oltre ai musicisti fanno parte anche amici di John Landis come Steven Bishop, che ha collaborato alla colonna sonora di "Animal House", registi come Steven Spielberg, Frank Oz e lo stesso Landis, che regala agli spettatori una breve apparizione stile Hitchcock e personaggi vari come l’ex modella e icona degli anni ‘60 Twiggy e l’attrice Carrie Fisher, la principessa Leyla di Guerre stellari.

sabato 15 giugno 2019

Piedone l'italiano!


Bud Spencer nella parte del commissario Rizzo
Interpretato da Bud Spencer in quattro pellicole dirette dal bravissimo Steno, pseudonimo di Stefano Vanzina, a cavallo tra il 1973 e il 1980, il commissario Rizzo, meglio noto come Piedone per via della sua massiccia struttura fisica, è uno dei poliziotti più divertenti del filone della commedia all’italiana in voga negli anni ‘70.
Questo personaggio, che continua ancora oggi a vantare un nutrito numero di affezionati di tutte le età che non si perdono le apparizioni televisive dei film che lo vedono protagonista, contribuì in quegli anni a sdoganare ancora di più la figura di Bud Spencer famoso, oltre che per i numerosi lungometraggi realizzati in solitario, per il sodalizio stretto con l’attore veneziano d’origine tedesca Terence Hill, con cui ha costituito una delle coppie comiche più apprezzate del cinema italiano.
Dotato di una fisicità imponente, dovuta a molti anni di nuoto agonistico, Bud Spencer nell’interpretare le pellicole che hanno per protagonista il commissario Rizzo, un funzionario della polizia di Napoli apparentemente burbero ma dal cuore tenero, vi trasferisce molti standard che caratterizzavano la comicità dei film girati in coppia con Terence Hill.
Frequenti sono le scazzottate in cui c’è sempre lo stesso cast di attori destinato a prenderle.
Piedone agisce disarmato ma, grazie ai cazzotti, riesce ad ottenere sempre quello che vuole.
Nonostante ciò tutto è ridotto a mera rappresentazione comica.
La violenza e la volgarità di cui, fino ad allora, si era servita fin troppo spesso la cosiddetta commedia all’italiana infatti è quasi del tutto abolita nei film di Piedone che, non a caso, sono destinati alle famiglie.
Inoltre è molto accentuato il contrasto del protagonista con altri fantastici interpreti che disegnano benissimo personaggi dai toni macchiettistici.
Indimenticabile, a tal proposito, la caratterizzazione, da parte di Enzo Cannavale, famoso attore napoletano di cinema e teatro, di Caputo, l’assistente passaguai del commissario.
Un ruolo fondamentale per il successo di questa serie di film è da attribuire anche alle location che fanno da sfondo alle avventure di Piedone.
Si passa infatti dalla bella e amena Napoli all’esotica Hong Kong e alla calda e polverosa Africa.
Questi ambienti hanno contribuito a dare a questi lavori un alone di internazionalità che ha fatto in modo che queste pellicole si discostassero dal cinema politico o dalle commedie che descrivevano, con dovizia di particolari, i vizi dell’italiano medio.
Locandine
Infatti se da un punto di vista cinematografico i film di Piedone non sono che un miscuglio assortito di gag spesso scontate e di risse tutte uguali tra di loro, dal punto di vista della validità storica e di costume rappresentano forse una delle migliori testimonianze degli anni settanta, di un certo tipo di semplicità e di candido incanto che poi sarebbe stato spazzato via dai film del decennio successivo.
Alla luce di quanto scritto quindi, da appassionato di un certo tipo di cinema, mi auspico che film che abbiano per protagonista un personaggio come il Piedone di Bud Spencer, che gioca buona parte della sua comicità sul fisico, ma anche sul linguaggio e sull’azione, possano tornare ad uscire nelle sale cinematografiche italiane magari diretti da registi, come Steno, capaci di fondere comicità e satira di costume per dare vita ad opere spassosissime ma che fanno riflettere.


mercoledì 12 giugno 2019

Giugno col bene che ti voglio (post accaldato)




Giugno è un mese che non mi dispiace del tutto per un solo e semplice motivo: il calendario ha raggiunto l’ultima pagina. Per vedere Luglio (mese che detesto forse più di ogni altro) bisogna rigirare il calendario (almeno nel mio caso), e da lì tutto si risolve in un magnifico conto alla rovescia.
Giugno segna l’inizio della fine, il momento in cui quello che si deve fare è stringere i denti e aspettare che la parte peggiore dell’anno, l’apice estiva, passi, lasciando il passo alla parte migliore del tutto, il declivio, con i suoi raccolti e i suoi progetti. Perché sì, Settembre si sarà pure venduto all’estate, ma comunque l’imbrunire ha orari ragionevoli (ed è bellissimo), e, dato che le notti sono più lunghe, si dorme meglio; invece questo Maggio, con quella sua allure novembrina, ci ha illuso che un po’ di clima autunnale fosse ancora possibile, rendendo ancora più traumatica la tronfiaggine estiva.

Cerco di ritornare con la mente al passato, quando l’estate mi piaceva perché odiavo la scuola (ho sempre odiato la scuola, fin dalle elementari, anche se alcune mie conoscenze e quasi tutti i miei parenti si stupirebbero a saperlo), e allora, paradossalmente, era la stagione calda che diventava il mio spazio meditativo, quello in cui potevo dedicarmi a quello che davvero mi interessava, sebbene angustiata dai compiti delle vacanze; tuttavia, anche allora, avrei barattato volentieri l’estate con le vacanze invernali. Per il resto, per me l’estate è il periodo di vesciche (come in questo momento), confusione, rumore, zanzare, cattivo sonno e conseguente difficoltà di organizzazione, tanto più che adesso non interrompe niente, e quindi il negativo si amplifica mentre il positivo scompare.

Ma così come senza dolore diventa difficile riconoscere la gioia, così la calma diventa più godibile, se la si osserva nell’ottica di un periodo che si avverte come stressante; e riconoscere i segni dell’avvicinarsi del periodo difficile (gente che va in bici sui marciapiedi, difficoltà a trovare parcheggio, luce diurna alle nove di sera) rende più piacevole osservare come questo periodo fastidioso passi, scorra, come tutto nella vita.
E allora una brezza piacevole soffia, mi fumo un cigarillo e respiro in profondità, perché ogni folata di vento è un istante rubato al caldo, e le vesciche andranno via, e con esse il fastidio, e la gioia, e i conflitti, e la quiete, e la Storia, e le storie, e l’unica cosa che rimarrà sarà la nostra capacità di godere, una facoltà che si rivela ancora più preziosa quando utilizzata in circostanze avverse.


lunedì 10 giugno 2019

Sogno di una notte di mezz'estate (Mendelssohn)


Il “Sogno di una notte di mezz’estate” è considerato, forse non a torto, il capolavoro di Mendelssohn. Le opere di Shakespeare erano molto popolari in epoca romantica, così ricche  di elementi fantastici e soprattutto – nel caso del Sogno – di tratti fiabeschi quali fate, folletti, incantesimi.

Il primo brano a essere composto per questa raccolta di musiche di scena (giacché di questo si tratta, e non di un’opera) fu l’Ouverture, scritta per pianoforte a quattro mani dopo che l’autore ebbe assistito a una rappresentazione della commedia a Berlino, e destinata probabilmente a essere suonato da Felix stesso assieme alla sorella. In seguito, il pezzo venne arrangiato per orchestra quando Federico Guglielmo di Prussia gli chiese di comporre le musiche per una nuova rappresentazione dell’opera.
Nell’orchestrare la rappresentazione del Sogno, Felix supera se stesso: i brani sono meravigliosi, e rendono perfettamente l’idea dello stupore che egli deve aver provato nel vedere la commedia per la prima volta, quel senso di meraviglia misto a trepidazione. In effetti, la maggior parte dei brani di Mendelssohn nascono proprio da impressioni di suoni, colori, paesaggi, o in questo caso: rappresentazioni cui l'autore aveva assistito. 
Per quanto mi riguarda, amo particolarmente il Notturno, con quei corni dolcissimi che cullano gli amanti addormentati, e lo Scherzo, spiritoso e vivace; composizioni perfette sotto tutti i punti di vista, delicate e potenti allo stesso tempo, in pieno spirito romantico, come solo il mio amato Felix riesce a fare. 

venerdì 7 giugno 2019

Ragazze Fighe: Aliya Whiteley



Farò la guerra a chiunque consideri me, e altri come me, dei soggetti irrilevanti.
Combatterò per rendere migliore questo mondo.
(L’arrivo delle missive)

Che poi alla fine la letteratura è uno sguardo sull’altro da sé e sul rapporto che con questo altro riusciamo a costruire; e la letteratura fantastica, nel senso più generale del termine, non è altro che una radicalizzazione dello sguardo, della narrazione, della voce che racconta della mente che agisce e, naturalmente, sul suddetto altro, e su come questo si compenetra con ciò che siamo. E più questo percorso è intimo, sincero e genuino, più noi ci sentiamo altri da noi stessi, e magari scopriamo di pèossedere mappature della personalità e dell’esistente che mai avremmo immaginato, pensato e sospettato di avere.

La speranza ha la forma di una compenetrazione, anziché di un’evoluzione lineare.
(La Bellezza)

Il fatto è che il weird, a mio modestissimo e insignificante parere, non è tanto un genere letterario quanto un modo di essere; e Aliya Whiteley (nello specifico, e in ordine di lettura, L’arrivo delle missive e La Bellezza, tradotti entrambi da Olimpia Ellero e pubblicati dalla splendida Carbonio editore) è una ragarra weird al cubo, di quelle che si gasano (e che di conseguenza gasano chi la legge) attraverso un’alterità che contiene in sé moltitudini di sfaccettature sconosciute, che si rivelano ognuna con un senso di sempre crescente sbalordimento; e non uno sbalordimento che atterrisce, ma una stupefazione che apre a infinite possibilità, e che rivela, e che ci fa scoppiare il cuore di amore, e consapevolezza, e vita.


La natura, ovviamente, non è armoniosa, né è destinata a formare un disegno perfetto.
(L’arrivo delle missive)

Sia la giovane protagonista de L’arrivo delle missive che il narratore de La Bellezza partono da una posizione isolata all’interno della comunità di riferimento (un paesino inglese che ancora porta le ferite della Prima Guerra Mondiale nel primo romanzo, un gruppo di uomini che devono fare i conti con un’epidemia che ha portato alla morte di tutte le donne nel secondo), scoprono il diverso, si aprono ad esso, poi vivono un conflitto e lo superano sviluppando una chiarezza adamantina nei riguardi di loro stessi e del mondo. Questa dinamica rende Whiteley un’autrice meravigliosa da leggere per il suo stile antico (ne La Bellezza quasi da menestrello) unito a una visione letteraria basata sul guardare avanti e dentro se stessi con coraggio e fiducia, sull’aprirsi al mondo e, soprattutto, abbracciare con gioiosa audacia l’imponderabile.

Ora mi chiedo se non ci sia un’innata amarezza alla base dell’educazione, un processo che presuppone significati nascosti e avviene sempre a caro prezzo.
(L’arrivo delle missive)

E io mi sono perdutamente innamorata di questa autrice, perché è leggiadra, attenta a tutto ciò che è umano, e le sue invenzioni hanno un sapore di pienezza, e di vita contemplata nel suo mistero, amata nella sua imprevedibilità, nella sua complessità, una complessità che paradossalmente ripulisce lo sguardo e nutre l’ardimento con cui possiamo affrontare lo strano in cui è sommersa la nostra quotidianità.
Perché quello che Whiteley racconta, in fondo, è l’apertura, e il fare i conti con l’incredibile che si offre al nostro sguardo, sfidando ogni pretesa di ordine, di catalogazione, di paura, di solitudine, di rifiuto; il weird diventa una delle tante varianti del percorso, una possibilità che apre a milioni di altre variabili, un test che ci prepara ad affrontare l’ignoto e l’impossibile, anzi a rincorrerlo, a desiderarlo, fino a farlo diventare parte di noi, a riconoscerlo in noi, come la parte più profonda di noi, quella più vera e legata al respiro del mondo; quel respiro che da vita alle storie più belle, più misteriose e più vive.
Perché siamo creature forti, impavide, dotate di senso di meraviglia, e, se ci buttiamo a vivere con coraggio, capaci di superare ogni avversità.

Oggi il mondo va avanti, e devo trovare nuovi sistemi per trasformare la verità in una storia.
(La Bellezza)

mercoledì 5 giugno 2019

Il silenzio del mare e altre resistenze

C'è un film del 1947, in bianco e nero, francese. E' l'opera prima del regista Jean Pierre Melvill che, mi dice Internet, perché personalemte di cinema e cinematografia non ne so nulla, è un maestro del noir e del poliziesco in Francia e in Europa. C'è un altro film, del 2004, a colori, ancora una produzione francese. Di nessuno dei due sono riuscita a rintracciare la versione in italiano. Poco male. Mi accontenterò del romanzo omonimo da cui è tratto, Il Silenzio del Mare di Vercors, e credetemi e un gran bel "accontentarsi". 



Francia, 1941, durante l'occupazione nazista. Un anziano uomo e la sua giovane nipote sono costretti a ospitare in casa un ufficiale tedesco. La loro resistenza a questa invasione nella loro vita e nella loro patria è il silenzio.  Werner Von Ebrennac ogni sera, quando scende nel salotto dei suoi ospiti muti, racconta di sé,  del suo sconfinato amore per la Francia, per la letteratura, per la musica, per l'arte. Tutto in tranquilli e lunghissimi soliloqui, senza farsi intimorire dall'assordante silenzio che riceve come replica. Declama come la guerra in corso sia semplicemente una manovra strategica per unire Francia e Germania perché poi diventino le nazioni guida di una grande meravigliosa Europa unita. Lo dichiara con passione, ne è fortemente convinto. La sua voce vacilla solo quando guarda la ragazza silenziosa seduta in poltrona, china a cucire. Ne è attratto, gli piace la sua caparbietà e la sua fierezza, ma ne percepisce anche il conflitto interiore. Perchè alla resistenza del silenzio, leggittima e inesorabile contro il nemico, piano piano si aggiunge la resistenza che zio e nipote fanno contro se stessi, per impedirsi di cedere e di interloquire con questo soldato tedesco così gentile, così umano e così diverso da quanto ci si aspetti. Sarà lo stesso Von Ebrennac a toglierli dall'empasse. Di ritorno da una licenza a Parigi, Werner rivedrà tutte le sue convinzioni e troverà anche lui nel silenzio l'unica via di salvezza, l'unica resistenza alla verità. 

Vercors ha scritto Il Silenzio del Mare nel 1942. E' stato subito un successo: questo breve romanzo è stato considerato come un testo motivante per incoraggiare popolazione e soldati alla resistenza del silenzio tanto che è stato prontamente tradotto in inglese e distribuito oltre Manica. 

Non aggiungo il mio giudizio a questo libro. Mi è piaciuto così tanto che non so dire perchè mi sia piaciuto così tanto. Ogni commento che potrei scrivere sul Il Silenzio del Mare non gli renderebbe abbastanza giustizia. Quindi ai prossimi lettori o a chi l'ha già letto l'ardua sentenza! 

lunedì 3 giugno 2019

Istruzioni per vivere una buona vita in tempi interessanti (parte 2)





Prendi la palla di vetro. Pensa alla mente che ha inventato quelle tempeste in miniatura, all’operaio che ha trasformato dei fogli di plastica in candidi fiocchi di neve, alla mano che ha disegnato la piantina di quella Severn City in miniatura, con il suo campanile e il suo municipio, all’operaio della catena di montaggio che, da qualche parte in Cina, ha guardato la palla scorrere su un nastro trasportatore. Pensa ai guanti bianchi sulle mani di una donna che ha sistemato palle di vetro dentro confezioni, da imballare in scatole più grandi, casse, container. Pensa alle partite a carte giocate di sera sottocoperta, sulla nave che trasportava i container attraverso l’oceano, una mano spegne una sigaretta in un portacenere traboccante, una nube di fumo azzurro sotto una luce fioca, le cadenze di una mezza dozzina di lingue diverse unite da oscenità comuni, i sogni di terra e donne dei marinai, quegli uomini per i quali l’oceano era una linea grigia all’orizzonte, da attraversare in navi grandi quanto grattacieli rovesciati. Pensa alla firma sul manifesto di carico quando la nave ha raggiunto il porto, una firma diversa da qualunque altra al mondo, alla tazza di caffè nella mano dell’autista che ha consegnato le scatole al centro di distribuzione, alle segrete speranze dell’uomo dell’UPS che ha portato le scatole con le palle di vetro lì all’aeroporto di Severn City.

Perché non creare una storia orale di questo tempo in cui viviamo? E una storia orale del collasso?

Verso la fine del suo secondo decennio all’aeroporto, Clark stava pensando a quanto era stato fortunato. Non soltanto per il mero fatto di essere sopravvissuto, che naturalmente era già di per sé notevole, ma perché aveva visto un mondo finire e un altro cominciare, e non solo aveva visto gli splendori del mondo precedente, le astronavi, la rete elettrica e le chitarre con amplificatore, i computer che si potevano tenere nel palmo della mano e i treni ad alta velocità nelle città, ma aveva vissuto così a lungo circondato da quelle meraviglie. Aveva abitato in quel mondo spettacolare per cinquantuno anni della sua vita. A volte rimaneva sveglio, steso nell’Atrio B dell’aeroporto di Severn City, dicendosi: “Io c’ero”, e quel pensiero lo trafiggeva con un misto di euforia e di tristezza.

Quello che faceva l’Orchestra, quello che facevano sempre, era cercare di gettare un incantesimo, e i costumi aiutavano; le esistenze che sfioravano erano difficili e inasprite dal lavoro, persone il cui tempo era totalmente assorbito dai compiti legati alla sopravvivenza. Alcuni attori pensavano che Shakespeare sarebbe stato più coinvolgente se avessero indossato gli stessi vestiti rattoppati e sbiaditi che portava il loro pubblico, ma Kirsten pensava che fosse importante che vedere Titania in abito lungo, Amleto in camicia e cravatta.

Sopravvivere non è sufficiente.

Queste frasi sono tratte da Stazione Undici, romanzo davvero notevole di Emily St.John Mendel, tradotto da Milena Zemira Ciccimarra e pubblicato da Bompiani.

È spaventosamente difficile confondere l’incanto con la credulità. A mio parere, il primo nasce dalla più profonda delle consapevolezze, la seconda dalla noia e dalla chiusura mentale. Checché si dica in giro, l’incanto è una necessità primigenia e primordiale che non possiamo eludere. E goderci il disastro sarà sempre la migliore politica.