venerdì 10 maggio 2019

Io e i manga di Shuzo Oshimi, una travolgente storia d'amore




Ci sono amori che non si spiegano, o forse, come dice Henry James, l’amore non ha niente a che vedere con le buone ragioni.
Il fatto è che Shouzo Oshimi è un mangaka tutt’altro che perfetto: forzature di trama, cali di tensione improvvisi, squarci incomprensibili. Però, di nuovo, l’amore non ha niente a che vedere con le buone ragioni, e men che meno, forse, con una perfetta gestione degli equilibri.

Il fatto è che i manga di Oshimi sono strani, inquietanti e un po’ perversi e tuttavia se ne esce dalla lettura con un senso di pacificazione che lacera e ricompatta il cuore, con un sospiro che apre alla
vita, con la sensazione di essere sempre un po’ più vicini alla comprensione delle cose; e mi rendo conto di trasmettere con una certa povertà quella che per me è stata una serie di esperienze profondamente appaganti e vivificanti, ma quello che vorrei comunicare è il grandissimo senso di apertura dell’anima e possibilità che i lavori di Shouzo lasciano al lettore.
È come se una patina cadesse dagli occhi, ed è come se il senso della rilevanza delle cose si resettasse. C’è questo fluire di vicende spaventose e scabrose, un fluire che queste vicende le normalizza, le accoglie, le placa; c’è questo senso di accettazione, da parte di tutti questi personaggi più o meno disagiati, più o meno complessati, più o meno perversi, di una generale e confortante irrilevanza.

Ma la cosa incredibile di Oshimi è che tutti i difetti, tutte le mancanze delle architetture narrative di Oshimi non solo saltano agli occhi, ma gridano proprio: eccomi, sono un personaggio completamente irragionevole, sono un’evoluzione di trama tirata male per i capelli, sono una rivelazione che non si capisce come possa incastrarsi con tutto il resto; ma non è importante, non ce ne importa niente, anzi questi difetti arricchiscono le opere, perché tutto viene trascinato via dal racconto, e dal tempo, e tutta la vicenda magari viene resettato attraverso gli occhi di un personaggio che si rivela solo all’ultimo capitolo per quello che è, ma che nel farlo non solo ridisegna la storia che abbiamo appena finito di leggere rendendola più complessa, ma ce ne racconta un’altra, che viviamo con precisione adamantina dentro la nostra testa.

Da parte mia, non riesco a spiegarmi come mai le opere di Oshimi vengano definite come disturbanti; forse è perché aprono squarci capaci di riempire abissi in una quotidianità di tranquillo disagio e inconsapevole disperazione; ma, ribadisco, poche cose riescono a essere tranquillizzanti (ma non conciliant)i come le storie in questione (per la cronaca: nello specifico si tratta di Aku no Hana, Boku wa Mari no naka e Happiness), proprio per il senso di grandezza, di indifferenza benevola, di dolore attenuato dalla vita e dalla presa di coscienza della propria piccolezza; e tutto fino al prossimo orrore, al prossimo eccesso, al prossimo incubo, che a sua volta continuerà a essere risucchiato in una quotidianità ovattata e implacabile.

E allora non mi resta che ringraziare il magnifico Shuzo Oshimi per quel magnifico niente capace di contenere infiniti mutevoli, imperturbabili nel loro scorrere, confortanti nella loro mutevolezza inquieta.

Nessun commento: