giovedì 30 maggio 2019

Le giornate a rilento (post assonnato)



Oggi è una giornata a rilento, di quelle che mi sono alzata e ho dovuto fare stretching per ricordarmi che ho dei muscoli, di quelle che le parole sono simboli e suoni che però non si sa cosa vogliano dire, di quelle che il ritmo del respiro è quello delle boccate ai cigarillos.

Quando mi capita una giornata a rilento mi chiedo se l’atarassia tanto auspicata dagli epicurei come la situazione di vita ideale sia un qualcosa di vicino al distacco di matrice buddista (cosa che nel complesso preferisco credere) oppure sia un qualcosa simile a questo stato di ovatta che oggi mi circonda e mi separa dal mio corpo, dai miei sentimenti e dai miei pensieri. Che poi, a pensarci con un minimo di faticosa attenzione, non si tratta di essere imballati nell’ovatta, quanto piuttosto di essere immersi nel miele, tutti appiccicaticci di noi stessi e allo stesso tempo sconosciuti, lenti nei movimenti, strascicati negli impulsi, concentrati solamente nell’arrivare alla fine della giornata, scopo ultimo che in queste giornate appare come l’obbiettivo più nobile ed arduo che l’essere umano si possa porre: arrivare alla sera e alla notte senza fare troppi danni a se stessi e al prossimo, quindi coricarsi e dormire, e finalmente perdere anche quel minimo contatto che si ha con la propria vita, perché mantenerlo costa davvero troppa fatica e non porta a niente.

Il cervello tende ad assopirsi, al lavoro diamo il minimo che possiamo dare, mirando a rispettare quella disciplina che ci hanno imposto o che ci siamo imposti noi; la routine si scompone in millimetri che diventano micromillimetri che diventano particelle di micromillimetri, tutto viene sminuzzato perché nelle giornate a rilento ci si sente come Sisifo in una palude, e talvolta, nelle giornate più gelatinose, siamo anche un Tantalo inappetente e stordito che si guarda intorno e dice “bah”.
È che a volte vivere diventa quasi un dragare l’esistenza senza niente da cercare, e quindi si cerca di fare cose meccaniche che però richiedono al contempo un’attenzione certosina, e per questo sono generalmente rimandate ad altri momenti, che sono proprio questi momenti qui.

E allora per me le giornate a rilento sono giornate dedicate al riordino mentale, a fare il punto di quelle piccole situazioni (dai documenti da risistemare alle calze da mettere a posto) senza però prendere decisioni, perché, davvero, mi richiederebbe troppo sforzo, perché quello che provo non è quel distacco da me fresco e ossigenante, pulito, che porta a mettersi all’opera per ottimizzare o migliorare le proprie incombenze per dar loro nuovi scopi o nuova vita; quello che provo è una distanza dal sentore afoso, sudaticcio, in cui il massimo che si può fare è dare una spolverata e riappuntarsi le cose da fare, che voglio fare, in un nuovo foglio senza cancellature, in modo da poterlo guardare poi con tranquillità e mente pronta.

E allora, nelle giornate a rilento, scrivo post inutili e autoreferenziali da fare schifo, semplicemente per mantenere un minimo di ritmo e scuotere la muffa dai neuroni, evitando di rimuginare sulla suddetta muffa perdendo di vista il neurone.
Perché, semplicemente, il massimo piacere che si può ricavare da certi momenti è l’orgoglio di tenere botta.

lunedì 27 maggio 2019

Di fiabe, musica e ricordi di infanzia


Negli ultimi giorni, complice un riordino “forzato” di alcune scaffalature, ho ripreso in mano alcuni libri di fiabe che i miei genitori mi regalarono quando ero piccola. È stato come fare un viaggio all’indietro nel tempo: sebbene non abbia più letto questo genere di storie da molti anni, mi ricordo benissimo le fiabe della mia infanzia.
Dapprima mia mamma mi aveva comprato dei libri illustrati, che contenevano sia fiabe che leggende popolari; in seguito, mio padre mi regalò proprio i suoi libri con le storie dei fratelli Grimm e di Perrault. Ho poi visto altre copie, più nuove, di quei volumi nella sua libreria, e ho scoperto che se li è ricomprati tutti, tanto è il suo interesse per la letteratura fiabesca. E alcuni anni fa, poco prima di Natale, mi annunciò felice che aveva scoperto un canale televisivo provvisorio, che avrebbe trasmesso i cartoni della Disney per tutto il periodo delle feste, così avrebbe potuto riguardarseli con calma.
In effetti, anche se non ci pensiamo, le fiabe dell’infanzia hanno modellato inevitabilmente la nostra visione del mondo. Come tutta la letteratura per bambini, queste storie sono anche raccontate per gli adulti; spesso si tratta di intrecci che attingono al fantastico, al grottesco, al gotico, in molti casi per nulla rassicuranti ma, al contrario, cupe e disturbanti. Sono le storie che ci hanno insegnato a distinguere il bene dal male, ad affrontare a testa alta i pericoli della vita, a credere nelle nostre forze.
Non è quindi strano che molte fiabe siano state tradotte in musica dai maggiori compositori, che hanno dato voce, è il caso di dirlo, a principesse e maghi, a streghe cattive e animali magici. A volte, queste musiche bellissime sono state anche utilizzate dalla Disney come colonna sonora dei suoi gioielli, basti pensare alla Bella Addormentata, che utilizza tutta la partitura di Tchaikovsky, o al delizioso Pierino e il Lupo che ho riguardato diverse volte anche da adulta (la piccola anatra Sonja era così simpatica!).  


Quindi, stasera, invece di leggere o guardare la tv, mi immergo nei ricordi, e mi lascio cullare dalla bellissima Ouverture di Hansel e Gretel di Humperdinck, con la sua atmosfera magica, sognante, gioiosa, come gioiose erano le serata dell’infanzia. 

martedì 21 maggio 2019

Una storia semplice, anzi no!

C'è un film italiano del 1991. E' un gran bel film, ben girato, ottima fotografia, fedele al soggetto originale, con bravi attori come Massimo Ghini, Omero Antonutti, Ennio Fantastichini e un mastontico - ma che lo dico a fare? - Gian Maria Volontè. Nonostante questo, risulta distante un bel po' dal romanzo da cui è tratto, ossia Una storia semplice di Leonardo Sciascia. 


Sicilia, un paese di campagna, anni '70. La sera che precede la festa patronale di San Giuseppe, al Commissariato telefona un certo Giorgio Roccella. Dice che rientrando in casa ha trovato qualcosa di strano e chiede l'intervento della Polizia. Il brigadiere riferisce al Commissario, ma questi dice di non darci credito: si tratta certamente di uno scherzo, visto che Roccella è un diplomatico che vive all'estero e non viene in paese ormai da oltre un decennio. Il brigadiere, tuttavia, il giorno dopo si reca alla villa e trova Roccella morto, sparato alla tempia. Suicidio! Una storia semplice quindi, di facile soluzione. Ma a questo delitto se ne unisce un altro, il duplice omicidio di capo stazione e bigliettaio della vicina stazione ferroviaria. Viene coinvolto anche un rappresentante di medicinali, testimone di un terzo reato: il furto di un quadro. E infine anche la giovane vedova Roccella, il figliastro e un professore di lettere, amico storico di presunto suicida. E così, a un certo punto, la storia non è più semplice. 

Sessantasei pagine in tutto, per una storia complicatissima malgrado il titolo; un intrico di situazioni, contesti e scenari. E soprattutto di personaggi, la maggior parte senza un nome di battesimo ma citati solo come il commissario, o il brigadiere, il procuratore, il figlio della vittima, in pieno Sciascia style
Sessantasei pagine in cui tutto si annoda, apparentemente senza possibilità di soluzione e tutto si districa con semplicità assoluta sotto gli occhi estasiati del lettore rapito. 
Un romanzo giallo che in sessantasei pagine è molto di più. Leonardo Sciascia, oltre che spiegarci come una vicenda oscura e macchinosa venga per ragioni di convenienza personale, politica e sociale ridotta a una storia semplice, ci dice anche come l'istruzione e la cultura nel nostro Bel Paese vengono ritenute superflue, quasi rintraccio, soprattutto in figure istituzionali. Analisi fatta nel 1989 e - ahinoi - valida a tutt'oggi! 



Concludo!
Una storia semplice il film, se pur fedelissimo alla trama, non può paragonarsi allo scritto di Sciascia perché Una storia semplice il libro è così pieno di forza narrativa e di coinvolgimento emotivo che ne' pellicola ne' recitazione riescono a trasmettere. Quando si arriva all'ultima parola di pagina 66 non si può far altro che alzare gli occhi al cielo e ringraziare Dio, o la qualsiasi divinità a cui siamo devoti, perché la sensazione di gioia provata è di tipo mistico. Provare per credere! 

lunedì 20 maggio 2019

Istruzioni per vivere una buona vita in tempi interessanti (parte 1)




Bisogna meditare tutti i giorni sulla certezza della morte. Ogni mattina, raccogliendoti profondamente nel corpo e nella mente, devi immaginare di essere fatto a pezzi dalle frecce, dalle fucilate, da lance e da spade, oppure di venir travolto dalle onde, di trovarti in mezzo a un grande incendio, di venire colpito da un fulmine, di venire scosso da un grande terremoto, di cadere in un profondo precipizio, di morire di malattia e infine di dover fare seppuku per la morte del tuo signore. Ogni mattina, con costanza, devi considerarti come se fossi morto. Come disse un anziano samurai: «Pensa sempre che puoi morire ogni volta che esci di casa e puoi trovarti davanti al nemico appena esci dal portone». Non si tratta solo di un consiglio per evitare la negligenza, ma della pratica stessa della consapevolezza di essere già morti.

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Si dovrebbe andare incontro alla morte dopo aver vissuto con determinazione, ma solo pochi prendono in seria considerazione questi consigli.

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Questa era una delle massime scolpite sul muro del Signore Naoshige: «Le cose più gravi vanno trattate con leggerezza». Il Maestro Ittei la commentò così: «Le cose meno gravi vanno trattate con serietà». Nella vita non esistono più di due o tre problemi da considerarsi seri, ma se vengono affrontati per tempo possono essere risolti subito. Per farlo, basta solo pensarci in anticipo e poi trattarli con leggerezza quando arriva il momento. Non è facile fronteggiare un evento e risolverlo con leggerezza senza essersi preparati prima, perché all’ultimo momento non si è in grado di capire quale sia la soluzione giusta. In questo senso la massima del Signore Naoshige andrebbe considerata come fondamento stesso dell’agire.

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L’esito della battaglia può dipendere dalla fortuna, ma sapersi comportare con coraggio e farsi onore è un’altra cosa. Tutto quello che occorre è essere pronti a morire. Se si viene sconfitti si deve pensare subito alla rivincita. Per fare questo non c’è bisogno di sapienza o tecnica. Un uomo coraggioso va incontro alla morte come un pazzo furioso. Così facendo, esce dal sonno dell’illusione.

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Anche un temporale può essere nostro Maestro. Quando veniamo sorpresi da un acquazzone, in genere affrettiamo il passo per non bagnarci, ma anche se tentiamo di ripararci sotto i cornicioni delle case ci bagniamo ugualmente. Se invece accettiamo di bagnarci fin dall’inizio non avremo più esitazioni e certamente non ci bagneremo più di quanto non dobbiamo bagnarci. Questa consapevolezza si può applicare a tutte le cose.

Yamamoto Tsunetomo
Hagakure
(A cura di Bruno ballardini e Antonio Fichera, Edizioni Mediterranee - a mio parere tra le migliori di argomento filosofico/marziale).

E le chiacchiere stanno a zero.

sabato 18 maggio 2019

Cento fantasmi visibili per una serie TV



Maledetti noi e la congiunzione temporale che ci rende inclini a consumare in fretta e furia ogni cosa che abbia un senso, sia pure nascosto o figurato. Centinaia, migliaia di serie tv ci avvolgono le sere come una coperta termica, camera di compensazione tra il consumo degli avanzi del frigo e l’agognata fase REM. Perduta l’originaria scansione di godimento parziale a puntate, assimiliamo le serie in un’unica onnicomprensiva narrazione bulimica che però si esaurisce presto e reclamiamo sempre più cibo: nuove serie, nuove stagioni, collateralismi, crossover e spinoff ma soprattutto nuovi temi perché ormai gli zombie hanno rotto, le carceri femminili pure per non parlare delle famiglie borderline e dei maneggi per diventare presidenti dell’America Bianca e Profonda.
Servono nuovi argomenti e scenari complessi in cui immergersi per poi diventarne reduci su Facebook. Servono l’azione e la narrazione oltre a un alibi culturale omeopatico che renda la serie criptica ai più e piacente alle bolle misteriche, qualcosa come i riferimenti incrociati per astrofisici nerd nell’ultimo Twin Peaks. Poi serve quell’ingrediente che non deve mancare mai: il Sesso.
Autoincaricatosi di ideare un soggetto per una serie, qualcosa che abbia in sé meccanismi terroristici sessuali e messaggi subliminali destinati a culti hipster di nicchia, colui che vi scrive ha individuato una fonte iconografica e letteraria originale, una miniera di dati che può essere trivellata a fondo, anche a rischio di eventi sismici collaterali come i biechi parental control territoriali della moral suasion.
E allora, quale comparto iconografico migliore dei cento fantasmi visibili del terrorismo filosofico?
Così chiamati nell’esegesi della complessa opera di Sade a cura di Pierre Klossowski, i cento fantasmi sono le incisioni che hanno illustrato la prima introvabile edizione del 1797 di La Nouvelle Justine di Donatien-Alphonse-François Marchese di Sade. Per usare un eufemismo: 100 incisioni licenziose (anzi 99 perché quella di copertina doveva essere tranquilla, per evitare la scure della censura) che illustrano altrettante situazioni di abbacinante sesso geometrico, tableaux vivants dove uomini, donne, animali e mobilio si intrecciano nudi secondo rigidi schemi matematici. Cento scene illustrate che in realtà sono solo la punta di un iceberg fallocratico e vaginoculocentrico, perché a parole il Marchese descrive ben 700 situazioni in tutto, una montagna di tanta roba che fa sparire sotto il tappeto le banali 50 sfumature dei colori arcobaleno.
Quell’enorme quantità di visioni ha popolato le notti e i giorni di prigione del nostro Marchese di Sade secondo una precisa tecnica mentale che Ando Gilardi ha ritrovato cento anni dopo nell’Ulisse di Joyce e ora modestamente proviamo a impiegarla nella serie più a rischio di censura del mondo.
La storia triste di Justine, la ragazza buona, tra rapimenti, stupri, orge, torture e false incriminazioni, e la storia felice della più pragmatica Juliette vengono qui e ora trasfigurate in un’ambientazione contemporanea. Per evitare ritorsioni dall’algoritmo nazifemminista Me-Too, i protagonisti sono due giovani maschi, Joaquin e Javier, mentre l’ambientazione latinoamericana e spanglish è un artificio socioterritoriale per rendere più primitivamente cruente le visioni. La storia risulta comunque adattabile a qualsiasi mercato internazionale sostituendo nomi e contesto. Lo storyboard è pronto, qui sotto, carico di turboefferatezze a ritmo incalzante. Serve un titolo, che può variare dal didascalico e parafrasico Compagni di Merengue al più intimista Il segreto di Jo fino al sartriano L’inferno è laggente.
Nota importante a scanso di equivoci: i nomi dei personaggi sono veri ma non c’entrano nulla con questa storia.


 Joaquin e Javier, sedici e diciassette anni, sono i figli dell’ultimo rappresentante del Cartello di Cali 2.0. Dopo la morte violenta del padre in uno scontro a fuoco con la DEA (Drug Enforcement Administration), vedono mutare da un giorno all’altro la loro condizione. Saranno costretti a ripartire da zero, senza privilegi di sorta, nell’ambito di una spietata società meritocratica. Javier, il maggiore, è vivace, spensierato, ha una bellezza insolente e ne è felice; Joaquin, il minore, è timido, ingenuo, malinconico e soffre della propria condizione. Il primo cerca di trarre partito dalle sue doti fisiche, il secondo è virtuoso e ben deciso a conservarsi tale. I due si separano. Joaquin (Jo) va a Bogotà da certi amici artisti yankee, Ella e John Fitzgerald, ma sono in tournée in Alabama. Un curato, Eliseo Josè Primati, cerca di sedurlo con lo smartphone per cyberbullismo ma il ragazzo riesce a sfuggirgli e finisce per impiegarsi come domestico in casa di un toelettatore di cagnulini d’alto bordo, Jair Bolsonaro, che è in combutta con alcuni trafficanti d’organi a canne paraguaiani. Tenta anch’egli di sedurlo ma Jo resiste e così viene cacciato. Rifugiatosi presso un’anziana signora, Lula da Silva, ne è derubato. Privo di tutto, ormai alla mercé della megera, ne è ricattato e presentato a un certo Nicolas Maduro, produttore di snuff movie venezuelani, che intende impiegarlo in un bordello nazionalizzato e lucrare sulle sue prestazioni. Al suo rifiuto, i due lo fanno incarcerare con false accuse. In prigione Jo conosce un certo Juan Guaido, un farneticante borderline che si è macchiato di ogni crimine conosciuto. Guaido catechizza i secondini, prende possesso dei pacchi dono destinati ai detenuti, dà fuoco al carcere, ne violenta la direttrice ninfomane e perciò fugge, il tutto nello spazio di una notte. I due evadono e si rifugiano in Brasile presso una banda di siringueiros (tossici locali). Da lì Jo si allontana su un furgone di Los Pollos Hermanos in compagnia dell’anziano Augusto Pinochet, un rappresentante di cimeli fascisti cileni in plastilina; questi lo brutalizza per tre giorni con il pomolo del cambio a forma di teschio e alla fine l’abbandona svenuto. Riaprendo gli occhi, Jo assiste, dapprima non visto, a un episodio di sodomia: l’argentino Jorge Videla, bieco illusionista di strada che fa sparire per sempre le persone, si gode il proprio domestico indio. I due si accorgono della sua presenza, gli propongono di partecipare ai loro piaceri ma, al rifiuto di Jo, per sfregio lo portano dalla virtuosa signora Isabel Allende, la quale prende a cuore il suo caso e vorrebbe riabilitarlo, cercando di far arrestare Lula da Silva che intanto è fuggita a Cartagena per girare uno spot del Nescafè. Non fidandosi del buonismo radical chic della Allende, Jo fugge presso un popolarissimo curandero, Juan Domingo Perón, che vive in un sobborgo di Quito alta. Insieme alla moglie Evita, gestisce un orfanotrofio con duecento giovani allievi, metà maschi e metà femmine. Perón però evita sessualmente la moglie per dedicare le proprie attenzioni agli orfanelli. Subodorato il pericolo, Jo fugge nascosto nel cesto della biancheria sporca e si rifugia a Potosi, ove sbarca il lunario cercando oro nelle miniere-formicaio a cielo aperto. Qui, esausto, seduto sulla riva di una pozza fangosa, assiste a un altro delitto: un uomo getta in acqua alcuni cagnulini di razza incerta; Jo si precipita a salvarli ma l’omicida lo sorprende, ributta i cagnulini in acqua che giustamente annegano e trascina Jo nella propria bidonvilla. Si tratta di un comunista vegano crudista, gestore di una catena di balere di merengue, tale Raoul Castro, un uomo pervaso dall’ossessione di ingravidare le donne possedendole infallibilmente una sola volta. Ha idee alquanto bislacche sul concepimento: per nove giorni, dopo il coito, lascia le donne sospese a testa in giù in modalità @p.loreto, per essere certo che l’atto sia stato fecondo. Tra un’inseminazione e l’altra sgranocchia crocchette di soja integrali, beve succo ACE equo e solidale e si trastulla impalando cagnulini su bastoni di albero della gomma provenienti da colture biodinamiche. A questa specie di orco Jo è sottratto dal fratello di Guaido, Francisco Franco, titolare ombra della compagnia elettrica Sendero Luminoso. Entra poi in una abbazia di cappuccini dove è in voga il satanismo wtf e dove persone innocenti vengono recluse in serragli secondo un ordine prestabilito: prima le donne e i bambini. Qui il priore, fra Paulo Coelho, illustra a Jo le ignominie della propria vita costellata di stupri rituali, angherie e libri contenenti facezie.
Abbandonato il convento nascosto in una cassa di libri di editori a pagamento, Jo si accompagna lungo la via a Pepe Mujica, stravagante motelero psicotico che assassina sotto la doccia e poi tortura tutti i viaggiatori sovranisti trentasettenni ospiti del Motel. Temendo di essere denunciato, Pepe supplica Jo di accompagnarlo in albergo. Mentre si trovano lì, ecco giungere Fidel, fratello di Raoul Castro, che è cugino dell’oste killer di viaggiatori sovranisti trentasettenni e tutti assieme si recano da Jorge Mario Bergoglio, cugino anch’esso di Pepe però da parte di madre nubile, il quale ha la mania di torturare la bellissima moglie costringendola a uscire a cena con invalidi civili per puro pietismo.
Le avventure di Jo continuano con religiosi, terrapiattisti, avvocati, ministri delle infrastrutture e invertiti di ogni sfumatura, finché, avendo frequentato il falsario melodico Julio Iglesias, finisce nel carcere di Panama. Salvato da un trapper ecuadoregno, Lenín Moreno Seňorino, ritrova il compagno di avventure Guaido, diventato nel frattempo presidente della lega del filo d’oro di Montevideo, il quale lo porta nella casa di campagna dell’arcivescovo di Brasilia, in cui c’è un gabinetto a specchi che può essere trasformato in un’abominevole camera di tortura; qui l’arcivescovo fa circoncidere anziani agnostici e cuccioli di labrador dopo averli oltraggiati: «Quando entrammo dal prelato, trovammo nella stanza un grosso abate piuttosto anziano, sui trentacinque, il volto immondo, gigantesco di forme, il quale, su un sofà, leggeva Cent’anni di solitudine». Jo fugge travestendosi da povery armageddon, si trova invischiato in nuove avventure, viene ancora incarcerato, è condannato a morte, aderisce al condono fiscale, evade, erra senza meta, finché non incontra un bel chico a lui somigliante su una Renault Captur bronzo del 2017: è Javier, che accoglie il fratello con tenerezza e vanta i benefici del vizio. Dopo un periodo di noviziato al Casa Babylon, un grosso bordello di Manu Chao, in cui era soprannominato Boca junior per i suoi servizi, è riuscito a diventarne prestanome e socio di minoranza. Tuttapposto, quindi. Nei mesi seguenti i due fratelli ritrovati, come serial killer chicanos in erba, si dedicano con accanimento e dedizione a sterminare a ritmo di merengue tutti coloro che si sono approfittati del piccolo Jo. La lista delle vittime è impressionante, le polizie del Sud America sono costrette ad appaltare il conteggio dei cadaveri a un pool di ragionieri commercialisti di Belo Horizonte.
Nel frattempo si fa viva la madre naturale dei due ragazzi, Carmen Llera Moravia.
E si scopre che Lula da Silva in realtà è un uomo.
La seconda stagione è in lavorazione.

...

mercoledì 15 maggio 2019

La poesia della carnalità: "L'uomo seme" di Violette Ailhaud




Piango quelle mani rubate, fatte per accarezzarci e per tenere la falce per ore.
Avevo sedici anni nel 1851, trentacinque nel 1870 e oggi ne ho ottantaquattro. Ogni volta la Repubblica ci ha falciato via i nostri uomini come noi si falcia il grano. Un lavoro perfetto. Ma il nostro ventre, la nostra terra di donne non ha più dato messi. A forza di falciare gli uomini, è il seme che è venuto a mancare.

È all’inizio della storia e nella bella copertina tutto il significato e la forza del libro L’uomo seme di Violette Ailhaud, edito da Fandango Playground, stampato in Italia nel gennaio 2015.
È un racconto dove fa da padrona la compassione, nel senso etimologico del termine, cum insieme patior soffro, è la partecipazione alla sofferenza dell’altro, che in questa storia è sofferenza comune, dolore di donna (e di uomo).
E’ questo,  un racconto di poche pagine che è diventato anche testo teatrale prodotto in Francia e Italia.
La storia, ambientata in un piccolissimo borgo della Provenza, è molto semplice: Luigi Napoleone Bonaparte nel 1851 fece un colpo di Stato e pose fine alle seconda Repubblica: in Borgogna, ma soprattutto in Provenza, si ebbero reazioni importanti che furono subito represse e i Repubblicani uccisi, arrestati o deportati. In questo piccolo villaggio, Saule-Mort, non rimane nessun uomo e, come da sempre, le donne rimangono sole e aspettano.

Aspettavamo soprattutto quella metà della nostra umanità che era stata strappata alla nostra terra, ai nostri muri, ai nostri cuori.

E aspettando fanno un patto: condivideranno il primo uomo che si presenterà al villaggio e, quando l’uomo, arriva il patto sarà mantenuto. Il patto però non ha niente a che fare con l’amore, ma con la vita, la terra, il ciclo delle stagioni, la carne … Il villaggio si riempie di pance e vagiti, la vita ricomincia.
Violette (sarà veramente lei la protagonista? Oppure è una storia scritta per dirci altro?) cosa prova nel vedere Jean il maniscalco, l’uomo che ama, diventare il seme del villaggio?
Il libro tocca temi universali come il rapporto tra sesso e amore: 

L’avevo costruito come un oggetto, e invece è un uomo. Avevo deciso che la nostra relazione sarebbe stata un semplice scambio pratico, e invece i miei sentimenti giungono a me come una piena del fiume Asse, un’onda gigantesca che spazza via ogni mia decisione, ogni mia scelta, e perfino la mia volontà.

Un altro tema è il rapporto con la parola scritta. L’uomo legge e per Violette l’uomo che legge non può essere che una brava persona, lo era il padre che le ha lasciato cinque libri e lo è sicuramente anche Jean, che di libri ne possiede otto.  Violette Ailhaud ci pone di fronte a un tema che andrebbe approfondito: una delle cose che spesso divide le donne e che in parte ci dà un’identità è lo sguardo dell’uomo :

Da quando Jean è nel nostro villaggio di donne, mi sorprendo a guardarmi allo specchio. Indugio…..Di tanto in tanto, l’attenzione di Jean si rivolge alle mie compagne che soffrono nell’attesa che comincino le ostilità per ottenere quello che è loro dovuto.

Nel libro il patto che stringono le donne propone un modello diverso, rispetto a quello che storicamente siamo abituate e conosciamo: esse non sono scelte, sono loro  che  fanno una scelta riguardante la loro sessualità e la procreazione.
La comprensione di una condizione comune, la solidarietà tra donne, il fatto che gli uomini e le donne non sono uno contro l’altro, ma - nella loro diversità - sono complementari e la possibilità di poter fare scelte diverse a quelle a cui siamo abituati, rendono questo un libro sicuramente da leggere e discutere.

(P.S: il pezzo è di Elda Mattesini, che al momento non può postare :-) )

lunedì 13 maggio 2019

Dell'eros e altri turbamenti


Leggendo un’intervista con la strepitosa Anne-Sophie Mutter, sono rimasta colpita da come descrive il suo strumento: “il violino è vivo, è il mio amante sensuale. Un prolungamento del corpo. Per questo, da sempre, suono indossando vestiti senza maniche e con le spalle nude: mi piace sentirlo sulla pelle.”
Sono parole forti, che descrivono una simbiosi totale tra musicista e strumento, e rendono bene l’idea della sensualità emanata dal violino, mezzo versatile per esprimere di volta in volta gioia, euforia, dolore, erotismo, praticamente tutta la gamma delle emozioni umane.
Non a caso infatti, il violino riesce a essere sia strumento di accompagnamento che solista, e a vestire alla perfezione tutti i tipi di musica e tutte le culture, dalla musica europea a quella orientale, a quella celtica.
E siccome proprio ieri ho assistito ad un dibattito sulla sensualità, nella mia testa suonava questa colonna sonora, le “Arie zingaresche” di Pablo Meliton de Sarasate, che nel 1878  - dopo un viaggio in Ungheria- compone questa melodia meravigliosa, ispirata appunto alle sonorità magiare. Ora, se mettiamo insieme contaminazioni magiare e iberiche, capite bene che il risultato non può che essere eros allo stato puro, che si percepisce come l’umidità in sospensione in una giornata agostana: palpabile, che ti si attacca alla pelle e ti penetra inesorabilmente, e allo stesso tempo eros gioioso, goduto senza alcuna remora.
Vi metto tre diverse versioni: quella della Mutter, quella di Perlman, e quella di Jascha Heifetz. Tre interpretazioni elegantissime, ciascuna a suo modo. Tre violini languidi, a voi scegliere il vostro preferito.





venerdì 10 maggio 2019

Io e i manga di Shuzo Oshimi, una travolgente storia d'amore




Ci sono amori che non si spiegano, o forse, come dice Henry James, l’amore non ha niente a che vedere con le buone ragioni.
Il fatto è che Shouzo Oshimi è un mangaka tutt’altro che perfetto: forzature di trama, cali di tensione improvvisi, squarci incomprensibili. Però, di nuovo, l’amore non ha niente a che vedere con le buone ragioni, e men che meno, forse, con una perfetta gestione degli equilibri.

Il fatto è che i manga di Oshimi sono strani, inquietanti e un po’ perversi e tuttavia se ne esce dalla lettura con un senso di pacificazione che lacera e ricompatta il cuore, con un sospiro che apre alla
vita, con la sensazione di essere sempre un po’ più vicini alla comprensione delle cose; e mi rendo conto di trasmettere con una certa povertà quella che per me è stata una serie di esperienze profondamente appaganti e vivificanti, ma quello che vorrei comunicare è il grandissimo senso di apertura dell’anima e possibilità che i lavori di Shouzo lasciano al lettore.
È come se una patina cadesse dagli occhi, ed è come se il senso della rilevanza delle cose si resettasse. C’è questo fluire di vicende spaventose e scabrose, un fluire che queste vicende le normalizza, le accoglie, le placa; c’è questo senso di accettazione, da parte di tutti questi personaggi più o meno disagiati, più o meno complessati, più o meno perversi, di una generale e confortante irrilevanza.

Ma la cosa incredibile di Oshimi è che tutti i difetti, tutte le mancanze delle architetture narrative di Oshimi non solo saltano agli occhi, ma gridano proprio: eccomi, sono un personaggio completamente irragionevole, sono un’evoluzione di trama tirata male per i capelli, sono una rivelazione che non si capisce come possa incastrarsi con tutto il resto; ma non è importante, non ce ne importa niente, anzi questi difetti arricchiscono le opere, perché tutto viene trascinato via dal racconto, e dal tempo, e tutta la vicenda magari viene resettato attraverso gli occhi di un personaggio che si rivela solo all’ultimo capitolo per quello che è, ma che nel farlo non solo ridisegna la storia che abbiamo appena finito di leggere rendendola più complessa, ma ce ne racconta un’altra, che viviamo con precisione adamantina dentro la nostra testa.

Da parte mia, non riesco a spiegarmi come mai le opere di Oshimi vengano definite come disturbanti; forse è perché aprono squarci capaci di riempire abissi in una quotidianità di tranquillo disagio e inconsapevole disperazione; ma, ribadisco, poche cose riescono a essere tranquillizzanti (ma non conciliant)i come le storie in questione (per la cronaca: nello specifico si tratta di Aku no Hana, Boku wa Mari no naka e Happiness), proprio per il senso di grandezza, di indifferenza benevola, di dolore attenuato dalla vita e dalla presa di coscienza della propria piccolezza; e tutto fino al prossimo orrore, al prossimo eccesso, al prossimo incubo, che a sua volta continuerà a essere risucchiato in una quotidianità ovattata e implacabile.

E allora non mi resta che ringraziare il magnifico Shuzo Oshimi per quel magnifico niente capace di contenere infiniti mutevoli, imperturbabili nel loro scorrere, confortanti nella loro mutevolezza inquieta.

martedì 7 maggio 2019

Prossima fermata... 84 Charing Cross Road, Londra

C'è un film del 1987 che ha per titolo un indirizzo di Londra. Si chiama 84 Charing Cross Road ed è interpretato da un stratosferico Antony Hopkins e da un'altrettanto magistrale Anne Bancroft. 


New York-Londra, primi anni 50. Helen Hanff è una sceneggiatrice newyorkese appassionata di letture e sopratutto di libri antichi. Nella sua città non trova tutti i titoli che vorrebbe e allora si rivolge alla libreria Marks&Co. di Londra, situata in 84 Charing Cross Road. Comincia così uno scambio epistolare fra Helen e Frank Doel, commesso libraio. Da prima sono lettere commerciali, ordini e fatture di vendita, ma presto diventa una corrispondenza più personale; si scambiano opinioni sui libri, sulla vita di tutti i giorni, si raccontano. Una stimolante relazione fatta di carta, francobolli e timbri postali che si allarga a tutti gli impiegati della libreria. Helen Hanff proverà più di una volta ad andare a Londra, a conoscere i suoi amici di persona, ma ci riuscirà solo nel 1970, quando purtroppo le cose non sono più come le ha sognate fin dalla prima lettera. 


Come per Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey e Amore e Inganni, anche 84 Charing Cross Road è un bellissimo film tratto da un ancor più straordinario romanzo e ancora una volta si tratta di un romanzo epistolare. La scrittrice è la stessa Helen Hanff, sceneggiatrice, fra l'altro, della serie poliziesca televisiva di  Ellery Quenn, un cult, anche in Italia, negli anni 60-70. Raccoglie in questo libro il carteggio delle lettere realmente scambiate fra lei e la piccola grande libreria londinese. Ancora una volta il tema portante è l'amore per la lettura, per quel tipo di letteratura che ha il potere di sconvolgerti la vita - sempre in meglio - ma anche la celebrazione dei libri come oggetti fisici, il piacere che da il toccarli, lo sfogliarli e l'annusarli. 


Il video è in inglese che io conosco poco o nulla, ma ho visto talmente tante volte il film e mi sono soffermata talmente tante volte su questa scena da doppiarmela da sola in italiano ogni qualvolta la riguardo. 

venerdì 3 maggio 2019

Made in Japan (i manga che leggerò)


È Maggio, il tempo è scemo come tutto il resto, ma io sono in nuova fase ipermangareccia dopo aver letto il meraviglioso Happiness di Shouzo Oshimi (ormai credo il mio mangaka preferito, assieme a Shintaro Kago e Q Hayashida, sui quali scriverò a breve pezzi dedicati), e allora mi metto alla ricerca, con rinnovato ottimismo, di storie che possano catturare la mia attenzione, fino a che, come accade sempre, incapperò in due o tre storie scemine e bruttarelle che puntano all’effetto facile o al sentimentalismo d’accatto.
Perché il problema che ho con i manga è che sono tanti, tra generi e sottogeneri e prodotti sperimentali e incroci e robe che sembrano particolari e che invece sono smaccatamente commerciali; inoltre, io ho bisogno di una roba che abbia un inizio e una fine, pertanto difficilmente mi si vedrà leggere o seguire opere che sono ancora in fase di produzione, e preferisco buttarmi su quelle già concluse.

Quindi, come sono solita fare da un po’ di tempo a questa parte, ho fatto una lista delle storie che mi sembrano più vicine al mio gusto e che ho intenzione di leggere nel breve periodo.
Magari interessano anche a voi.

Onani Master Kurosawa (di Katsue Ise e Takuma Yokota)


Come già il titolo lascia intendere, il protagonista della storia è molto bravo nella nobile arte della masturbazione; dopo aver marchiato un gruppo di bulli con la sua arma bianca, il nostro viene ricattato da una tipa che vuole obbligarlo a fare lo stesso con le ragazze che la tormentano.
Ora, il rischio fregatura è alto, ma la trama è troppo spettacolare per non indurre in tentazione (e poi spero con tutto il cuore che ricattatrice e segaiolo s’innamorino e si mettano insieme. Sono una romantica, e adoro i fidanzamenti tra stramboidi)

Franken Fran (di Katsuhisa Kigitsu)


C’è una mezza zombie che fa cose abbastanza truci.
Ho letto commenti su questo manga entusiastici per quanto riguarda lo humor e l’inventiva quasi surrealista di tutto l’ambaradan, mentre i detrattori lamentano una scarsa continuity e un eccesso di nonsense; dato che a gusto mio i pregi superano i difetti ho idea che mi piacerà parecchio.

Reziou(ko) Ningen Dai 1-gou (di Miki Tori)


Una tizia una mattina si sveglia e scopre di essersi trasformata in un frigorifero, installata nella casa del tipo di cui è innamorata. Lo leggo perché voglio sapere come va a finire (e poi è una storia brevissima, ergo anche la perdita di tempo è relativa, e lo stesso dicesi per il rischio fregatura)

Freesia (di Jiro Matsumoto)


Il protagonista è un killer specializzato in delitti d’onore, che nel Giappone della storia sono stati legalizzati. Ho sentito cose mirabolanti su quest’opera e soprattutto sul suo protagonista, e sono davvero incuriosita

Shokuryou Jinrui (di Kazu Inabe, Yuu Kuraishi)


Questo è finito ora ora in Giappone, pertanto toccherà aspettare un po’. La storia è quella di gente che mangia altra gente a causa del disastro climatico, e non si sa altro. L’idea del cannibalismo è sempre stuzzicante ed eternamente attuale, pertanto tutto si gioca su come viene sviluppata.

E adesso cominciamo.