martedì 23 aprile 2019

Una bella crudeltà (ovvero la figaggine di Shakespeare)




Puck: Se noi ombre vi siamo dispiaciuti,
immaginate come se veduti
ci aveste in sogno, e come una visione
di fantasia la nostra apparizione.
Se vana e insulsa è stata la vicenda,
gentile pubblico, faremo ammenda;
con la vostra benevola clemenza,
rimedieremo alla nostra insipienza.
E, parola di Puck, spirito onesto,
se per fortuna a noi càpiti questo,
che possiamo sfuggir, indegnamente,
alla lingua forcuta del serpente,
ammenda vi farem senza ritardo,
o tacciatemi pure da bugiardo.
A tutti buonanotte dico intanto,
finito è lo spettacolo e l'incanto.
Signori, addio, batteteci le mani,
e Robin v'assicura che domani
migliorerà della sua parte il canto.
(Sogno di una notte di mezza estate, atto V scena unica)

503 anni sono passati dalla nascita/morte di Shakespeare, e scorre sangue, gli intrighi politici perdurano, le storie d’amore dei ragazzini si frangono con la vita e in rapporto tra io e vita si è fatto quanto mai annacquato.
Trovare qualcosa da dire per celebrarlo è impresa vana e abbastanza inutile, perché tanto ha detto tutto lui: la vanità, la stupidità, la caducità delle cose che riteniamo importanti, l’irrilevanza. Il sole, e la morte lavano tutto, e non lasciano resti che non siano bellezza; e le parole di Shakespeare sono il distillato del godere umano.

Il fatto è che il teatro del bardo è il teatro del niente, e quindi il teatro del tutto: i concetti non esistono se non sono messi in azione, e le azioni, come le parole, scompaiono, e allo stesso modo i sentimenti cambiano, le emozioni transitano, la Storia esiste solo quando qualcuno ce la racconta. Siamo l’ombra di un sogno, e allora ciò che rimane è il bello, è la vita nel suo corso, nella suo esprimersi, nel suo puro e semplice vivere.

Anna: Sei tu che ignori, infame,
tutte le leggi di Dio e degli uomini.
Non c'è bestia che sia tanto feroce
da non conoscere almeno un briciolo
di pietà.
Riccardo: Ma io non la conosco,
perciò non sono bestia.
(Riccardo III, atto I scena II)

Tutto è inutile perché tutto è sogno, e anche il male e il dolore e la rabbia sono fatti di niente, un niente che si nega affermandosi e che si afferma negandosi; i vivi giocano con tutto ciò che si portano appresso, il che vuol dire nulla, perché noi siamo nulla. E allora ci sciogliamo e ci esaltiamo in parole limpide come ruscelli nei loro intenti torbidi, in voci che vibrano ognuna della loro unicità, per raccontarci la loro versione della storia, in morti che riemergono per chiedere a noi, che guardiamo e guardando agiamo, e agli attori, che agiscono e recitano e pertanto osservano ciò che agiscono e recitano, verità e giustizia.

La rappresentazione dell’atto è rivelatrice della verità di quello stesso atto, la sua mortalità viene momentaneamente superata da quella che è la sua forma, in un gioco che nelle tragedie risulta straziante e talvolta grottesco, mentre per le commedie, che corteggiano l’abisso del dramma, suscitano una risata che è più di momentaneo sollievo che di vero e proprio divertimento.
Come l’atto è dato dalla sua rappresentazione, allo stesso modo il senso della parola è dato dal suo essere pronunciata, ed è stordente rendersi conto, ogni sacrosanta volta, come questo elogio funebre sia anche un ritorno alla vita, che il senso dell’atto e della parola solo apparentemente subisce una tumulazione finale, perché il sentimento passa dal verbo a chi lo ascolta che a sua volta fa rivivere il dramma, nel cuore, nella mente, nella vita sul palco, che poi, forse, sono la stessa cosa.

Macbeth: L'orrore del reale
è nulla contro l'idea dell'orrore.
I miei pensieri, solo virtuali omicidi,
scuotono la mia natura di uomo;
funzione e immaginazione si mescolano;
e nulla è, se non ciò che non è.
(Macbeth, atto I, scena III)

Che si ami, si odi, si uccida, ci si disperi, si mediti, nelle opere di Shakespeare non c’è il minimo punto fermo: alto e basso si mescolano, si accompagnano, l’autore sparisce e di lui resta solo la parola, che soverchia e rappresenta chi la pronuncia, come l’atto annulla e rivela chi lo compie; perché il palco è la mente che dirige e dispone la vita, e l’eternità non è altro che pronunciare con una voce nuova l’essenziale, in questo modo vivificandolo e uccidendolo, celebrandolo con e nelle sue parole, nella sua musica, nella sua poesia.

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