mercoledì 3 aprile 2019

L'illuminazione. The limits of control (Jim Jarmush)



Una qualche congiuntura astrale ha fatto sì che all’annuncio dell’uscita a giugno del nuovo film di Jim Jarmush io sia riuscita a trovare The limits of control, in una versione in lingua originale per non udenti. Ho visto il film per tre volte in quattro giorni, ed ho avuto l’immagine perfetta di come voglio che sia la mia vita: elegante, asciutta, misteriosa per quanto riguarda il suo fine ultimo e vissuta con i sensi vigili e la mente imperturbabile.

Perché The limits of control ci insegna, parafrasando Camus, che bisogna immaginare un Sisifo fighissimo e attento, impeccabile, che beve due espressi in due tazze diverse; un Sisifo che ripete, con una classe che lascia sbigottiti e incantati, le stesse identiche azioni e i pochissimi ed essenziali gesti per tutto il film, fino all’ultima azione veramente compiuta, l’unica azione che ha un inizio, uno svolgimento e una conclusione, l’unico atto che sembra avere delle conseguenze e un impatto sull’ambiente circostante e che illumina, seppure parzialmente, quanto visto in precedenza, perché forse non è tanto importante il perché si agisce, quanto piuttosto l’agire con grazia, lavorando sul gesto in sé, sull’atto nella sua purezza .

The Lone Man, il protagonista senza nome interpretato da un Isaach De Bankolé riverberante dei suoi occhi attenti e concentrati e dai carisma imperativo e rarefatto, sembra un Ghost Dog (altro film meraviglioso di Jarmush, e più facile da trovare) che gira tra i suoi contatti manifestandosi come pura superficie di intoccabile grazia, che si fa attraversare dai suddetti contatti, che scambia pacchetti di fiammiferi, che prende treni, che fa esercizi di respirazione e Qi Gong, che aspetta il prossimo contatto, e che cerca senza alcuna ansia o tensione, di fare bene il proprio lavoro; a differenza del samurai urbano interpretato in maniera commovente da Forest Whitaker, The Lone Man non ha padroni da servire, non ha fatto voti di fedeltà, non ha valori che trascendono l’azione presente, vive una storia d’amore platonica, distaccata e sensualissima con una sconosciuta, la sua vita sembra priva di qualsiasi contenuto che non sia dato da ciò che sta facendo.


Il fatto è che Jim Jarmush in questo film gira a vuoto, ma è un vuoto in cui è magnifico precipitare, The limits of control la forma è il contenuto, lo sguardo è ciò che si vede, il parlante è il discorso che fa: quello che ci troviamo davanti è un vuoto perfetto, compiuto, sufficiente a se stesso, una forma assoluta che purifica e invade. Si rimane travolti dalla bellezza senza scopo di ogni immagine, dalla pienezza superficiale di ogni dialogo, dalla personalità puramente esteriore di ogni personaggio.  

E tutto questo per dire che The limits of control è stata per me una delle esperienze più appaganti degli ultimi anni, un’opera di una libertà ossigenante, di una gratuità rigorosa ed essenziale, funzionale allo strabordante nulla che comunica, una visione meditativa di rara intensità e coinvolgente a cui abbandonarsi mandando al diavolo qualsiasi ricerca di senso ultimo, perché questo non c’è, perché tutto è una ripetizione priva di nevrosi, di sentimenti, di obbiettivi e di pensieri.
E allora ci si cambia d’abito, l’identità viene percepita in modo diverso, ma l’identità non esiste, esiste il mondo, esiste la vita, che ci attraversa e ci modella e ci riempie anche, sempre che noi abbiamo la forza di svuotarci di noi stessi.

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