giovedì 18 aprile 2019

Elogio delle brutte persone




Una delle sensazioni più belle non è tanto avere conferma di ciò che si pensa, quanto piuttosto rendersi conto di amare ciò che si pensa; e io, dopo aver letto questo pezzo su Internazionale, ho non solo avuto conferma di essere il peggiore degli esseri umani, ma anche di amare le creature più pessime del pianeta; e se Salieri, alla fine di Amadeus, si dichiara Santo Protettore dei Mediocri, io, Chiara Lecito, proclamo Patrona dei Meschini.
Il fatto è che io su questo articolo (o, meglio sugli studi di Jarrett) ci ho rimuginato un po’ e non so, ci sono cose che mi tornano poco, e quindi mi andava di buttare giù delle riflessioni per fare chiarezza su quello che penso.

Anna Maria Testa, autrice dell’articolo, racconta e commenta (in modo piuttosto brillante, ma Testa è una grandissima) gli studi del neuroscienziato Christian Jarrett, la cui tesi è che noi esseri umani, presi nel nostro nucleo più ancestrale, non siamo questo capolavoro del creato che potremmo pensare di essere.
Naturalmente, io non sono d’accordo: noi siamo quello che siamo. Pecca mia, non ho mai considerato la dirittura morale (o, meglio, etica, dato che la morale ha fatto, fa e farà più danni del più feroce degli tsunami) una virtù, ma semplicemente una scelta, e, vi dirò, più lungimirante rispetto ad altre: se stai a giornate seduto sul divano a ingurgitare schifezze, non ti puoi lamentare se a stento riesci ad allacciarti le scarpe; allo stesso modo, se lasci che il cervello si atrofizzi davanti a tv spazzatura e vaccate varie non ti puoi lamentare se poi il mondo dove vivi è grigio, depresso è carico di minacce.
Tutto questo per dire che l’etica non è altro che un muscolo, che si può scegliere se allenare oppure no; ma il discorso non finisce qui, perché c’è modo e modo di allenarsi, e ogni modo è valido, perché tutto dipende dalla persona che ci conviene diventare (che poi la cultura serve a questo, a fornirci più cartamodelli possibile e il più strutturati possibile per decidere chi vogliamo essere e, di conseguenza, vivere la nostra vita).

Ma vorrei riflettere sui dieci punti che costituiscono la tesi di Jarrett.
Cominciamo:

1) Vediamo coloro che sono diversi da noi come inferiori, meno evoluti, e pertanto li deumanizziamo; ovviamente, la deumanizzazione, a sua volta, porta all’aggressività o all’indifferenza.
Questo, come tutto quello che seguirà, è un fatto, non un male (questa è un frase che ripeterò spessissimo); definire la natura umana malvagia in base a dei dati di fatto che non sono altro che dati di fatto attua un circolo vizioso che porta soltanto all’infelicità e alla rabbia. È che certe dinamiche, certe visioni, certe interpretazioni sono inevitabili, e bisogna accettarle per quello he sono. E il dover avere a che fare con certe persone, anche a me molto vicine, è solo e semplicemente una rottura di scatole. Deumanizzo chi non la pensa come me? In certi casi sì, in altri mi disinteresso, raramente sono aggressiva, perché non fa parte di me, ma se mettermi nei panni degli altri mi fa stare male, io dai panni degli altri ci esco, e anche in fretta. Sono egoista, sono limitata, sono come sono. Se per gli altri è un problema, pace (deumanizzazione).

2) Proviamo piacere per le sfortune altrui (in tedesco Schadenfreude).
Anche qui vedo un fatto, non un male. Certo, se ci si crogiola è un altro discorso, ma lo stesso vale se ci si crogiola sulle proprie sfortune (e qui deumanizzo a bomba) o su qualunque altra cosa. Lo Schadenfreude è un sentimento, che come tutti i sentimenti è transitorio, e darne troppa importanza, o addirittura dare un valore etico a chi lo prova, ingabbia. Se la gente vuole vivere piena di sensi di colpa per quello che prova, liberissima di farlo (indifferenza + deumanizzazione), ma se provo un qualcosa di negativo per il quale non posso fare niente cerco di portare la mente altrove, per poi affrontare la cosa cercando di renderla costruttiva (egoismo, perché faccio solo ed esclusivamente il mio interesse). Bene esserne consapevoli, ma fine lì.

3 e 4) Incolpiamo gli altri di quello che accade loro e siamo immobili nelle nostre posizioni, a prescindere dall’evidenza.
Metto insieme questi due punti perché sono accomunati dalla volontà di difendere la propria concezione del mondo. Anche qui, abbiamo un fatto, e non una cosa negativa. Da parte mia, è verissimo, e mi ci riconosco in pieno. Come tutti, ho avuto la mia dose di sfighe e problemi, ma alla fine, abbiamo quello che abbiamo, e con questo dobbiamo convivere, e su questo, se vogliamo, dobbiamo costruire. Il mondo è quello che è, e, ancora, noi siamo quello che siamo, e, come dice Machiavelli, occorre temporeggiar con gli accidenti. Abbiamo problemi con la gratuità del male e l’impermanenza del tutto, ma non possiamo fustigarci con questo. Sono cose che capitano ai vivi.

5) Abbiamo paura di stare soli con i nostri pensieri.
E direi! Già abbiamo un cervello che non sta zitto un secondo che sia uno, vogliamo anche lasciarlo libero di monologare? Battute a parte, questo punto aumenta la mia curiosità nei confronti della pratica meditativa: ho sempre pensato che chi è in grado di guardare fisso una parete per venti minuti senza impazzire è in grado di fare qualunque cosa. Vedremo.

6 e 7) Pensiamo di valere di più di quello che valiamo e siamo più sensibili alle mancanze altrui che alle nostre.
Questi punti mi lasciano molto interdetta, perché la quasi totalità delle persone che conosco si comportano esattamente all’opposto e, quando sottolineano le mancanze altrui, il più delle volte lo fanno in una spinta emotiva che viene poi ridimensionata. Ho conosciuto anche persone che si sovrastimavano, ma sono state una minoranza con cui mi relazionavo sempre annuendo e sorridendo (egoismo + deumanizzazione) e attendendo il momento in cui prendevano una facciata seria, mentre nel frattempo io mi paravo il sedere senza dir niente a nessuno (complesso di superiorità + Schadenfreude + deumanizzazione). Oltretutto io adoro farmi i fatti miei (egoismo), e me ne frego abbastanza del contesto; comunque, anche in questo caso, vedo il tutto come un qualcosa che mi sembra eccessivo connotare come eticamente sbagliato; alla fine, comportandoci in questo modo, non danneggiamo altri che noi stessi, e più che individui eticamente riprovevoli siamo semplicemente scemi (anche questa è una caratteristica della natura umana che va presa per quella che è, senza tante pippe).

8) Nelle circostanze più adatte siamo dei troll, siamo aggressivi e offensivi.
Anche qui, mi sembra una cosa ovvia. Quello che mi chiedo è: ti conviene? Ti rende felice? Ti fa stare bene per più di un nanosecondo? Alla fine si tratta di egoismo unito a un po’ di lungimiranza. Dubito che i razzisti o quelli che devono per forza comandare o le persone più generalmente conflittuali siano serene, o si godano le cose, tanto più che gli odiatori (e i fomentatori di odiatori) si trovano costretti a creare sempre nuove campagne, nuovi nemici, nuovi avversari, esattamente come le persone polemiche o lamentose trovano sempre nuovi motivi di scontento (concentrandosi, ho notato, su cose su cui non hanno il minimo controllo). Se a loro va bene così (incolpare gli altri di quello che accade loro + Schadenfreude + deumanizzazione) non ci sono problemi, al massimo l’unica mia preoccupazione è crearmi un microambiente che mi permetta di stare bene ed essere passabilmente in pace (rimanere fissi nella propria concezione del mondo + deumanizzazione + non voler vedere intaccato da nessuno il proprio benessere). Questo è quello che posso fare, questo è quello che in mio potere, questo è quello che mi fa stare bene, perché un conto è esprimere malumore, un conto è crogiolarsi in esso più del tempo necessario (usare due pesi e due misure + rafforzare la propria visione del mondo + egoismo).

9 e 10) Seguiamo i leader presi dall’onda emotiva a prescindere dai fatti e siamo attratti dalle dark ladies e dai cattivi ragazzi.
Per l’ennesima volta, grazie al cielo siamo umani e non macchine pensanti, e grazie al cielo aneliamo a un’autonomia etica e morale ammirando chi, questa autonomia, te la sbatte in faccia.
Parto dall’attrazione per i cattivi soggetti perché io sono pienamente succube di questa cosa, specialmente a livello di narrazione. Poi, la realtà insegna che i cattivi ragazzi sono il più delle volte semplicemente molto squallidi (deumanizzazione), e la loro unica abilità sta nello scegliersi la vittima più adatta alle loro turbe (deumanizzazione + incolpare gli altri delle proprie disgrazie), ma a mio parere la fascinazione che proviamo verso narcisisti, manipolatori e insensibili sta nel fatto che questi, almeno apparentemente, vivono la loro vita, mentre noi, se seguiamo delle norme morali solo perché è così che ci si deve comportare, non lo facciamo. Lo stesso vale per la scelta dei leader: un leader sicuro ci dà l’illusione di avere anche noi un maggior controllo sulle cose, ma di fatto non è vero, e lo sappiamo. Basterebbe amare un po’ di più la complessità e probabilmente saremmo più felici.

In conclusione, definirci brutte persone basandosi su questi fatti mi sembra un po’ eccessivo, ma forse perché a me le connotazioni morali attribuite a concetti ideologiche piacciono poco. Fatto sta che, per l’ennesima volta, siamo quello che siamo, e forse l’unica cosa su cui dovremmo porre attenzione e discernimento è non cedere alle soddisfazioni inutili e immediate.
Che di per sé non è facile, ma, alla fine, siamo vivi soprattutto per imparare.

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