lunedì 29 aprile 2019

Musiche di scena, tra quinte e sipario


Per musiche di scena si intende l'insieme dei brani musicali che, in uno spettacolo di teatro, arricchisce la recitazione e l’azione scenica. A differenza di quanto accade nell’opera o nell’operetta, però, le musiche di scena non interferiscono con la trama, ma costituiscono un sottofondo ad essa, ad esempio inserendosi tra una scena e l’altra o commentando l’azione drammatica, a volte in forma di coro.

Già nel teatro greco vi era un legame strettissimo tra recitazione e musica, e vi sono esempi di musica di scena anche in rappresentazioni teatrali bassomedievali o rinascimentali (alcune commedie di Machiavelli, ad esempio, erano arricchite da commenti musicali); più tardi, un fenomeno analogo caratterizza il teatro elisabettiano, anche se delle musiche che accompagnavano le opere di Shakespeare non è rimasta traccia.

Con la musica di scena si cimentarono anche molti compositori classici, da Mozart a Beethoven, da Schubert a Mendelssohn, dando vita a melodie bellissime e molto efficaci, che in alcuni casi hanno completamente offuscato le sceneggiature cui facevano da accompagnamento.  

È il caso delle musiche di scena composte da Franz Schubert per Rosamunde, principessa di Cipro, dramma in quattro atti accompagnato da danze, musica e cori, scritto da Wilhelmine von Chezy, donna di lettere e personaggio piuttosto stravagante dei salotti ottocenteschi, che meriterebbe un post a sé. Rosamune fu rappresentato per la prima e unica volta a Vienna, il 20 dicembre 1823; suscitò alcune perplessità per la trama confusa (un feuilleton che riuniva tutti gli stilemi del drammone romantico), cosicché l’autrice pensò di ritirarlo dalla scena in attesa di modificarlo. Tuttavia, i lavori di rielaborazione si arenarono e la seconda versione non vide mai la luce.

Oltretutto, si è completamente perduta la sceneggiatura dell’opera, cosicché quel poco che è possibile ricostruire lo si ricava dalla musica, che è veramente molto bella e orecchiabile. Di seguito metto il link dell’ Entr’Acte all’atto terzo, e la musica di uno dei due balletti che arricchivano l’opera.



Le musiche di scena che preferisco però, sono quelle del Sogno di una notte di mezz’estate del mio amato Mendelssohn: un autentico gioiello. Il brano che prediligo è il secondo, lo Scherzo, che si esegue alla fine del primo atto. Si caratterizza per due temi molto simili, che si differenziano solo per il modo (uno in minore, l’altro in maggiore), e per il suo tono lieve e limpidissimo, che si può apprezzare in questa esecuzione diretta dal maestro napoletano Francesco d'Avalos, scomparso pochi anni fa.

domenica 28 aprile 2019

l'esperimento (un racconto)



l’esperimentoi

C’è questo giovane alla guida della sua auto in mezzo alla pianura. Ha abbassato i finestrini per spremere un po’ di frescura dalla notte. Indossa una divisa, la camicia è sporca. Toccando il taschino si accorge di non avere più gli occhiali a specchio, poi ricorda dove li ha visti l’ultima volta, mormora qualcosa, sbuffa e dà una manata sul volante. Ogni tanto si preme per un attimo gli occhi con due dita, per stare concentrato e per vedere meglio. È passata la mezzanotte quando mette la freccia per svoltare nella via. Parcheggia, alza i finestrini e spegne il motore. Si stiracchia un attimo. Recupera un mazzo di chiavi dal vano del cruscotto ed esce dall’auto. Silvia si allontana dalla finestra del primo piano dove abitano, e subito dopo la serratura del portone del condominio scatta. Quando lei lo vede sulla soglia di casa prende paura.
Ho fatto tardi scusami, ma è successo un casino. Michele è già a letto?
Lei continua a guardarlo e non parla, le riesce un cenno di capo. Si scosta per lasciarlo passare e chiude la porta.
Come è andata la visita di controllo, tutto bene? Chiede Fausto entrando nella cucina.
Sì, … ma tu? Hai avuto un incidente? Sei ferito?
No Silvia, sto bene. Sono solo stanco … e molto incazzato
E quello?
Cosa? Ah, il sangue sulla camicia … non è mio.
Non aggiunge altro. Prende una bottiglia di vino bianco, già aperta, dal frigorifero. Toglie due bicchieri dallo scola piatti, ne riempie uno a metà
Mi fai compagnia?
No, non mi va. Hai mangiato qualcosa? Se vuoi ti scaldo le lasagne che ha portato mia mamma.
Non ho fame, magari dopo … siediti, non ti stancare.
O parli, o vai a farti una doccia, conciato così mi fai impressione
Un attimo dai, … per ora mi tolgo la camicia - Armeggia con i bottoni e poi la butta sulla sedia a fianco. Beve un sorso sedendosi. Lei lo guarda dando qualche segno di impazienza …
I carcerati, hanno fatto una rivolta, ecco cosa è successo. Porca puttana … una rivolta vera, capisci? Hanno messo a soqquadro le celle, si sono fatti scudo con i materassi e ci insultavano, ci sputavano addosso …
Come? Cosa dici. Lì dentro non ci sono veri carcerati, stanno recitando anche loro … come voi, che fate la parte delle guardie
Non è proprio una recita, per lo meno non in quel senso …
Ma siete tutti informati e siete tutti consapevoli che è un esperimento, vero?
Più o meno ...
Cosa vuol dire più o meno?
Silvia è sbigottita. Appoggia i gomiti sul tavolino della cucina, tiene le mani incrociate davanti alla bocca e continua a scrutare Fausto come volesse leggere quello che non dice. Lui le prende le mani e le distende le braccia tirandola verso di sé.
Sai che qualcuno di loro aveva il dubbio di essere davvero finito per sbaglio, in una prigione vera? Lo dice accennando una risatina che non si apre oltre.
E voi, non lo avete rassicurato?
Silvia non ha alcuna voglia di accompagnare quel tentativo di alleggerire.
Noi? Ma non si può … è contro il regolamento …
Non capisco. Siete stati scelti per uno studio. Vi hanno detto come doveva svolgersi l’esperimento … come mai gli è venuto quel dubbio?
Forse per il modo in cui tutto è iniziato. Abbiamo saputo che sono stati arrestati dalla polizia, quella vera, con accuse inventate. Era tutto falso, ma hanno fatto in modo che tutto sembrasse molto realistico. Noi li aspettavamo al carcere …
Vuoi dire che la Polizia si è prestata al gioco?
Sì, il questore era d’accordo con i ricercatori dell’Università, e nessuno di noi lo sapeva.
Era per confonderli? Per fare in modo che non distinguessero più realtà e finzione ... è così?
È quello che intendevo prima con “più o meno” quando hai parlato di recita
Fausto finisce di bere mentre Silvia si alza restando in silenzio e accende il forno. Si ferma dietro di lui e gli accarezza la testa – Sei tutto sudato e sporco …
Ho capito, vado a lavarmi …
Prima voglio sapere del sangue … allora?
Ma è il meno Silvia, ti garantisco che nessuno è stato ammazzato – tenta di sorridere di nuovo, poi la guarda e torna serio - Qualche ferito lieve, medicato sul posto. Ce l’ho sulla camicia perché ho aiutato uno a rialzarsi e mi si è appoggiato addosso. È sangue dal naso …
Allora li avete picchiati …
Picchiati, non esageriamo ... Insomma, quando siamo arrivati là per dare il cambio ai tre che hanno fatto la notte, abbiamo trovato uno scenario da incubo … Avevano già mobilitato anche la riserva e quelli della notte si sono fermati per reputazione perché, secondo me, qualche puttanata devono averla fatta per scatenarli così …
Mentre Fausto continua a raccontare Silvia si alza. Prende la camicia e la mette a mollo nell’acqua fredda con un po’ di detersivo, nel secchiaio. Non lo interrompe. Mette la teglia con le lasagne nel forno già caldo e si risiede di fronte a lui evitando di fissarlo. Ascolta di imposizioni, di numeri di matricola, di appelli nel cuore della notte, ... della violenza che esplode, i carcerieri, Fausto compreso, che fanno uso degli estintori, l’irruzione nelle celle … Qualche botta ...
Ma è una follia - scoppia infine Silvia, trattenendo come può il tono di voce per non svegliare il bimbo - E tu? Tu cosa hai fatto in quella specie di bolgia da manicomio?
E cosa dovevo fare? Quei pezzi di merda hanno montato un casino tale che siamo stati costretti a intervenire. Anche noi abbiamo delle regole da fare rispettare per contratto … e anche una dignità, cosa credi. Perdio, tutti quei soldi non erano forse sufficienti per accettare qualche disagio? Oltretutto loro ne prendono più di noi, e si tratta di far passare al massimo due settimane, … due settimane Silvia, non due mesi o due anni.
Ma se già al secondo giorno siete a questo punto, come pensi che finirà?
Per fortuna è tutto rientrato e le cose si sono sistemate … non ti preoccupare.
E invece mi preoccupo, eccome. – Fissa un punto sul tavolo, rimane in silenzio per qualche attimo mentre anche Fausto tace e non sa cosa dire. Poi riprende e il tono della voce si è indurito
Questa storia non mi piace Fausto. Fatti dare la paga dei due giorni e ritirati, per favore … e fallo anche se non ti danno niente. È orribile quello che mi hai raccontato e non puoi giustificarlo con il nostro bisogno di soldi …
Ti dico che nessuno si è fatto davvero male. Ascolta, tu sei precaria nella scuola e sei di nuovo in cinta; io non ho ancora un lavoro stabile e vado avanti a lavoretti. Praticamente ci mantengono i tuoi più quel poco che arriva da mio padre … cosa dovrei fare?
Te l’ho già detto.
Silvia non aggiunge altro. Si alza, apre il forno e mette le lasagne in tavola con piatto, posate e tovagliolo. Toglie la camicia dall’ammollo, la risciacqua, la strizza e la mette sulla spalliera della sedia. Poi gli dà la buona notte. Mentre sta uscendo per andare in camera, lui la tira a sé da seduto, l’abbraccia e poi le bacia la pancia
Mi dispiace non volevo preoccuparti soprattutto in questo momento, credimi, non accadrà un’altra volta. Mangio un boccone, faccio una doccia veloce e ti raggiungo.
Lei fa un cenno con il capo e se ne va in silenzio.
Rimasto solo, guarda verso la porta da cui Silvia è sparita, indugia, poi scuote il capo e inizia a mangiare. Finisce, mette piatto, bicchiere e posate nel lavandino, spegne la luce uscendo dalla cucina e va in bagno. Prima si ferma davanti alla cameretta di Michele. La porta è aperta e se ne sta lì qualche attimo a guardarlo dormire. Quando si corica, dopo la doccia, anche Silvia sta dormendo o finge bene.

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L’ala del vecchio carcere recuperata per l’esperimento, odora di candeggina.
Uno dei carcerati è stato mandato a casa, dava segni di squilibrio. Quelli rimasti, hanno dovuto sistemare e ripulire tutto, cancellando ogni traccia di quanto accaduto durante la notte. I materassi malandati non sono stati sostituiti, li dovranno tenere così come li hanno ridotti. Nel corso della mattinata arriva il nuovo carcerato volontario in sostituzione di quello congedato. L’accoglienza degli altri due con cui deve condividere la cella è stata fredda. Non si fidano. Anche i tre individuati tra i più bellicosi, che hanno passato la notte impacchettati come acciughe, in piedi, nella stessa celletta di isolamento, sono tornati alle loro brande e stanno tentando di dormire tra un appello e l’altro. Dentro le tre celle che li custodiscono, girano solo occhiate e il minimo indispensabile di parole. A Fausto sembrano tutti parecchio incazzati e avviliti.
Nella stanzetta adibita a guardiola dove hanno messo un fornello a gas per la macchinetta del caffè, Giorgio lo saluta e chiede se è riuscito a dormire
Mia moglie mi aspettava alzata, e si è preoccupata molto.
Che cosa le hai raccontato?
Nemmeno la radice quadrata di quello che è successo, ma è bastato.
Non potevi evitare?
Certo, tutto sporco, con la camicia macchiata di sangue ... E poi avevo bisogno di dirle qualcosa, anche per sfogarmi …
Anche tu però, non ci sei andato leggero ieri sera …
Fausto tace e si versa il caffè. Giorgio si accende una sigaretta. Poi escono e si incamminano lungo il corridoio di fronte alle celle
Ho pensato a quel che è successo – riprende Giorgio - … secondo me i carcerati subiscono regole troppo umilianti. Quando le abbiamo concordate siamo stati troppo duri ... per non dire stronzi …
Però i ricercatori le hanno approvate ...
Sì, ma già alla fine del secondo giorno questi non ne potevano più e si sono ribellati tutti quanti …
Non tutti. Ho notato che uno nella cella 2, quello basso, grassoccio, … non urlava come un ossesso e se ne stava ben dietro gli altri. Quando abbiamo raffreddato gli animi con i getti degli estintori, lui l’ho risparmiato. Secondo me quello ci viene buono per qualche confidenza.
Cazzo, ma sei proprio entrato nella parte… addirittura pensi a farti un informatore… a proposito, vedo che ti hanno rimpiazzato gli occhiali…
Camminano
Sai cosa penso Giorgio? Che quello che è successo rientrava nelle aspettative di chi ha voluto mettere in piedi questo esperimento. Altrimenti avrebbero già sospeso tutto. Ricordati che ne hanno mandato a casa uno sotto shock, ma non per questo ci hanno fermati. Anzi, lo hanno già sostituito…
Mi stai dicendo che magari si aspettano altri casini?
Non sono sicuro, ma credo di sì.
Comunque domani c’è la visita parenti e bisogna che tutto fili liscio. Poi… non so
E se come punizione per quello che hanno fatto, annunciassimo che la visita è sospesa? In questo modo non si rischia che raccontino tutto ai parenti...
Giorgio si ferma, trattiene per un braccio Fausto e gli si mette di fronte: Allora vuoi la rissa, vero? Mi sa che ieri sera ti sei anche un po’ divertito, o sbaglio?
Sì ti sbagli. Penso però che bisognerebbe spingere la situazione un po’ più al limite. In fondo è ciò che credo interessi a chi ci paga… ma mi devi dare una mano con gli altri carcerieri, almeno tra noi dovremmo evitare casini, c’è troppa confusione…
Giorgio resta silenzioso. Finisce di fumare, getta il mozzicone a terra e lo spegne sotto la punta della suola. Quando arrivano in fondo al corridoio, prima di svoltare e tornare indietro Fausto guarda Giorgio in attesa di una risposta
Solo se ci fermiamo prima di farli uscire di testa… e, in ogni caso, di menare non se ne parla. Intesi?
D’accordo.


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La visita parenti viene annullata.
All’inizio i carcerati l’avevano presa male e sono volati insulti e imprecazioni, ma nulla di quanto era successo nella rivolta del secondo giorno. Poi la cosa si è spenta, come se a quel punto non fosse rimasto loro che rassegnarsi alla situazione, per quanto pesante fosse. Il quarto giorno dall’inizio dell’esperimento, durante l’ora d’aria, consumata come sempre nel corridoio, Fausto avvicina il ragazzo numero 412, quello che aveva evitato di schiumare con il getto dell’estintore, e lo chiama nella guardiola dicendogli di portare lo spazzolone e lo straccio. Escono dopo un quarto d’ora circa. Avvicinato da alcuni carcerati, il 412 dice loro che gli ha fatto pulire il pavimento dove qualcuno aveva rovesciato del caffè, sparso poi in giro dalle pestate degli altri.

Il giorno successivo passa senza che qualcosa turbi la pesante routine del falso carcere.

Il quinto giorno dall’inizio dell’esperimento, durante l’ora d’aria, che in realtà si risolve in una passeggiata nel corridoio, all’improvviso alcuni carcerati si lanciano contro le tre guardie in turno tentando di immobilizzarle. Fausto è tra loro, ma si è tenuto più appartato, e porta il fischietto alla bocca chiamando a raccolta; tutti quanti i carcerieri fanno irruzione nel corridoio dalla porta di accesso, dietro cui si erano tenuti nascosti, con grande sorpresa dei prigionieri. Sergio, un carceriere super palestrato, è davanti a tutti e si avventa grugnendo sui primi due che gli capitano a tiro, e li stende a manganellate mirando a ginocchia e testa. Anche Fausto è allibito da tanto entusiasmo nel menare, ma mentre cerca di contenere quell’esplosione di violenza urlando di calmarsi, viene strattonato e deve darsi da fare per non essere malmenato a sua volta. Urla, imprecazioni e grida di dolore si mescolano al rumore dei colpi sui corpi, sbattuti a terra o contro le sbarre, in un tafferuglio in cui in realtà regna una grande confusione. Il 412, rimasto in disparte, seduto sulla branda, è raggiunto dai suoi compagni di cella, insultato e preso a schiaffi e spintoni finché scivola a terra tentando di sfuggire all’aggressione. A quel punto sono calci e pestate su tutto il corpo. Poi qualcuno gli striscia la faccia nel vomito con cui sta imbrattando il pavimento. Sergio, agguantato quello dei due malcapitati che dimenandosi è riuscito a rifilargli un pugno in faccia, lo trascina per il bavero del camicione nella guardiola, lo denuda aiutato da altre due guardie accorse al promettente festino e lo penetra con il manganello mentre un fiotto di sangue misto a escrementi gli imbratta la mano. La cosa lo fa uscire definitivamente dai gangheri. Solo l’entrata in stanza di altri carcerati che tentano di soccorrere il compagno, gli impedisce di ammazzarlo. Distratto dai nuovi arrivi, molla la vittima priva di sensi e cerca di difendersi dai calci e dai colpi che questi gli infliggono con un manganello sottratto a una delle guardie che hanno steso nel corridoio. Uno dei carcerati è un peso massimo e si abbatte su Sergio con pugni che sembrano colpi di maglio. I due carcerieri che stavano con lui in guardiola si difendono come possono. Uno riesce a fuggire, ma come esce riceve il primo colpo in pieno viso e il successivo sulla nuca dopo che si è piegato in avanti con una mano a coppa sotto un occhio. Nel corridoio la lotta sta imbrattando anche i muri con il sangue lasciato dalle mani di chi si è pulito una ferita e si è appoggiato per non cadere, o dagli spruzzi da nasi e bocche su cui hanno infierito i manganelli o qualsiasi altra cosa utile allo scopo. Giorgio, barcollando, si accascia a terra e Fausto, che fin dall’inizio ha perso il controllo della situazione, cerca di soccorrere il compagno respingendo a manganellate chi tenta di aggredire. Ha di nuovo la camicia sporca, questa volta il sangue è anche suo. Alcuni carcerati si sono trincerati dentro una cella chiudendo la grata dall’interno con le chiavi sottratte a una guardia. Hanno fatto a pezzi una branda e tenuto lontano chiunque si avvicinasse. Al riparo dei materassi hanno resistito anche al getto di un estintore. Una volta svuotato, il carceriere lo scaglia contro le sbarre da cui rimbalza finendo a terra. Subito qualcuno, pur zoppicando, è più pronto a raccoglierlo, lo impugna, e manda altro sangue a raggrumarsi sul muro. Un altro ragazzo a terra, denudato e privo di sensi, è tenuto da due carcerieri anch’essi feriti e malfermi, che tentano di penetrarlo con il manganello. Quelli asserragliati dentro la cella, escono e si gettano su quei due trascinandoli e immobilizzandoli in un angolo del corridoio mentre uno dei carcerati, in equilibrio precario, cerca di pisciare loro in faccia …



Quando la polizia fa irruzione nel carcere, nessuno dei giovani, fossero guardie o carcerati, è uscito illeso da quella interminabile mezz’ora di brutale follia collettiva. I feriti sono soccorsi e le ambulanze trasportano in ospedale quelli conciati peggio, tra cui uno con sospetta emorragia interna. Altri ragazzi, una volta medicati, alcuni con punti di sutura, tuttavia in grado di stare in piedi, vengono caricati sui cellulari e portati in Commissariato. Molti giornalisti sono accorsi all’entrata del padiglione del carcere una volta che si è sparsa la notizia dopo i primi arrivi dei feriti al pronto soccorso; molte domande, ma la polizia si è riservata di dare risposte dopo che avrà raccolto le informazioni necessarie e interrogato i ragazzi.
Anche i ricercatori dell’Istituto di Psicologia dell’Università che hanno assistito, impotenti, dalla cabina di regia, a quello scempio di facce e corpi, sono sul posto e il commissario che dirige l’inchiesta sta parlando con loro. Dopo circa due ore, uno degli universitari comunica ai giornalisti rimasti, che l’esperimento è stato sospeso e che nella mattinata di giovedì, ci sarà una conferenza stampa nell’aula magna del loro Istituto.


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Giornalisti, studenti e docenti, non solo della facoltà di scienze umanistiche, affollano l’aula. Dopo l’introduzione del Direttore, il responsabile del progetto, professor Filippo Bardo, illustra brevemente le motivazioni dell’esperimento, non senza qualche interruzione da parte del pubblico. Infine, propone una analisi delle probabili cause di quanto accaduto. Quando i due finiscono di parlare, sono investiti da una valanga di domande, spesso sovrapposte in modo caotico e con toni a volte aggressivi, a cui tentano di rispondere a turno con evidente disagio, nonostante gli inviti alla calma rivolti a tutti da parte del Preside di Facoltà che ha assunto le funzioni di moderatore. È soprattutto il Direttore del Dipartimento a faticare a reggere il confronto.
… Non eravamo al corrente di ulteriori restrizioni imposte dai carcerieri, perché le telecamere di sorveglianza inviano immagini del corridoio e delle celle, ma non hanno l’audio. Si sono accordati tra di loro senza comunicarcelo …
È vero che alcuni dei ragazzi sono stati violentati con i manganelli?
Non siamo al corrente di questo, se ci saranno riscontri …
Ma dalle telecamere si dovrebbe vedere …
I nastri sono stati sequestrati dall’autorità competente e …
Sì ma prima, qualcuno di voi, stava guardando in diretta … Uno dei ragazzi carcerati è stato picchiato selvaggiamente dai suoi stessi compagni di cella. Da indiscrezioni pare che sia stato lui ad avvertire che stavano per preparare una evasione di massa. Lo sapevate? Gli avevate chiesto voi di svolgere quel ruolo?
No, no, sono dinamiche sorte tra di loro, non abbiamo imposto nessuna condotta da tenere, ne andava dell’esito dell’esperimento …
Questa affermazione sorprende la platea e per un attimo torna il silenzio, finché qualcuno si alza
Come mai di tutta questa esplosione di violenza voi non avete avuto il minimo sentore? Alcuni episodi, già accaduti, avrebbero dovuto insospettirvi …
Non era successo nulla di grave, per lo meno tale da far supporre che la situazione potesse degenerare fino a questo punto …
Nulla di grave? – qualche risata e il brusio riprende più sostenuto - … In realtà, risulterebbe che già dopo due giorni ci sia stata una prima rivolta dei carcerati e che le guardie siano intervenute molto pesantemente, al punto che uno ha avuto una crisi di nervi e lo avete dovuto allontanare …
Sì, ma che un soggetto possa dimostrarsi troppo fragile per reggere una situazione non usuale, di cui d’altra parte erano stati informati, va messo in conto e …
Anche le botte andavano messe in conto? Interviene uno a cui fa subito eco un altro
Già, anche di quelle non sapevate nulla?
Signori calma per favore, uno alla volta, … per favore …
Molto sangue è stato trovato all’interno della guardiola, immagino si potrà risalire ai responsabili dei pestaggi avvenuti lì dentro …
All’interno della guardiola non era stata piazzata alcuna telecamera …
Il rumorio cresce accompagnando queste ultime risposte e il moderatore è costretto più volte a chiedere di non sovrapporre le voci e di rispettare chi sta parlando …
Con che criteri avete selezionato questi giovani? Da quel che ci avete raccontato dovevano essere soggetti equilibrati, con istruzione medio alta e in grado di esercitare un buon autocontrollo. Vi pare che quanto successo abbia confermato le vostre scelte?
Direi che ha confermato proprio quanto si ipotizzava – risponde Filippo Bardo con tono fermo e spazientito. Subito dopo si alza, ringrazia e pone fine alla conferenza.
Mentre il Direttore e il responsabile del progetto stanno per lasciare la sala nell’ormai indomabile rumoreggiare …
Scusi Prof. Bardo, un’ultima domanda: da questo esperimento ha ottenuto quindi le prove che cercava? Lo rifarebbe?
Filippo Bardo si ferma, mentre il Direttore guadagna veloce l’uscita, si volta, verso l’interlocutore e, nel silenzio che la curiosità fa calare
Sì, la teoria che volevamo dimostrare è stata in massima parte confermata e … sì, con qualche precauzione in più, ma lo riproporrei.
Cercando di sovrapporsi al vociare che la risposta ha scatenato lo stesso giornalista continua
È questo che dirà ai genitori dei giovani che sono rimasti feriti, ed è così che scuserà la violenza degli altri? Dirà loro che questo evento drammatico è stato utile per confermare una teoria sulla “identità di gruppo di appartenenza” nel comportamento umano? …
Il professor Bardo sta già uscendo dall’aula e non si volta.

Fausto, esausto per le botte, l’interrogatorio e la notte passata in Commissariato di polizia senza poter chiudere occhio, era tornato a casa nella tarda mattinata di quella domenica, preoccupato per cosa avrebbe potuto raccontare a Silvia, e della reazione che lei avrebbe avuto. In casa c’era silenzio e nemmeno Michele gli corse incontro come faceva ogni volta che sentiva la porta aprirsi. Provò disagio, che divenne sconforto alla vista del biglietto sulla tavola nel cucinino, appoggiato sulla prima pagina del quotidiano locale che riportava alcune fotografie e la descrizione dei fatti accaduti nella notte al vecchio carcere…
“stiamo da mia madre per un po’ di tempo. Non venire e non telefonare. Non ho voglia di parlarne e di parlarti. Quando sarò pronta ti chiamerò io”.




i Il racconto si ispira liberamente all'esperimento di Stanford condotto nel 1971 da un team di ricercatori della Stanford University. Fu un test volto a indagare il comportamento umano in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. Gli inattesi risultati ebbero dei risvolti così drammatici da indurre gli autori dello studio a sospendere la sperimentazione.

mercoledì 24 aprile 2019

Amore, inganni, dame del Settecento e altre delizie

C'è un film che ha un  titolo civettuolo, come civettuoli sono protagonisti, ambiente, atmosfera. Si chiama "Amore e inganni" ed è uscito nel 2016, diretto e sceneggiato da Whit Stillman.


Inghilterra, fine del XVIII secolo. Lady Susan Vernot è una vedova indigente, giovane e risoluta. Trascorre le giornate alla ricerca di marito, per se stessa e per la figlia Frederica e trova nel giovane affascinante Reginald - che adocchia per se - e nell'inetto ma ricchissimo Sir James Martin due ottimi candidati. Fra salotti regency e lussuose ville vittoriane, fra nastri di raso, piume, ventagli e ombrellini di pizzo, si compiono le sue trame  e i suoi inganni. Tutti restano, nolenti o volenti, affascinati dalla sua personalità dirompente. Gli uomini pendono dalle sue labbra, le donne benché invidiose e malfidate, non possono far a meno di ammirarne il talento affabulatorio. L'appellativo "la più abile civetta di tutta l'Inghilterra" non le viene affibbiato a caso! Perché Lady Susan è l'essere più calcolatore, arrivista, pettegolo, egoista, macchinatore della letteratura e per questo ne è anche uno dei personaggi più deliziosi e meglio riusciti.

Il film "Amore e inganni" è tratto da un'opera minore di Jane Austen dal titolo "Lady Susan". E' un romanzo epistolare, uno scambio di lettere che la vedova Vernon scambia con le sue vittime e con la sua complice più fidata, Lady Alicia Johnson. Ritenuta opera minore perché incompiuta e troppo "giovanile" rispetto ai più maturi classici austeniani, io credo che di minore non abbia proprio niente! La trama è precisa, efficace, trasmette perfettamente l'atmosfera del tempo, la personalità dei protagonisti, la superficialità della buona società inglese di quell'epoca. Jane Austen, benché molto giovane, già scrive con la maestria e la pungente ironia che la contraddistingue; è già sulla buona strada per deliziarci, successivamente, con i capolavori della letteratura per cui è nota in tutto il mondo.

E a noi non resta altro che inchinarci a cotanto talento. Grazie Zia Jane! 


martedì 23 aprile 2019

Una bella crudeltà (ovvero la figaggine di Shakespeare)




Puck: Se noi ombre vi siamo dispiaciuti,
immaginate come se veduti
ci aveste in sogno, e come una visione
di fantasia la nostra apparizione.
Se vana e insulsa è stata la vicenda,
gentile pubblico, faremo ammenda;
con la vostra benevola clemenza,
rimedieremo alla nostra insipienza.
E, parola di Puck, spirito onesto,
se per fortuna a noi càpiti questo,
che possiamo sfuggir, indegnamente,
alla lingua forcuta del serpente,
ammenda vi farem senza ritardo,
o tacciatemi pure da bugiardo.
A tutti buonanotte dico intanto,
finito è lo spettacolo e l'incanto.
Signori, addio, batteteci le mani,
e Robin v'assicura che domani
migliorerà della sua parte il canto.
(Sogno di una notte di mezza estate, atto V scena unica)

503 anni sono passati dalla nascita/morte di Shakespeare, e scorre sangue, gli intrighi politici perdurano, le storie d’amore dei ragazzini si frangono con la vita e in rapporto tra io e vita si è fatto quanto mai annacquato.
Trovare qualcosa da dire per celebrarlo è impresa vana e abbastanza inutile, perché tanto ha detto tutto lui: la vanità, la stupidità, la caducità delle cose che riteniamo importanti, l’irrilevanza. Il sole, e la morte lavano tutto, e non lasciano resti che non siano bellezza; e le parole di Shakespeare sono il distillato del godere umano.

Il fatto è che il teatro del bardo è il teatro del niente, e quindi il teatro del tutto: i concetti non esistono se non sono messi in azione, e le azioni, come le parole, scompaiono, e allo stesso modo i sentimenti cambiano, le emozioni transitano, la Storia esiste solo quando qualcuno ce la racconta. Siamo l’ombra di un sogno, e allora ciò che rimane è il bello, è la vita nel suo corso, nella suo esprimersi, nel suo puro e semplice vivere.

Anna: Sei tu che ignori, infame,
tutte le leggi di Dio e degli uomini.
Non c'è bestia che sia tanto feroce
da non conoscere almeno un briciolo
di pietà.
Riccardo: Ma io non la conosco,
perciò non sono bestia.
(Riccardo III, atto I scena II)

Tutto è inutile perché tutto è sogno, e anche il male e il dolore e la rabbia sono fatti di niente, un niente che si nega affermandosi e che si afferma negandosi; i vivi giocano con tutto ciò che si portano appresso, il che vuol dire nulla, perché noi siamo nulla. E allora ci sciogliamo e ci esaltiamo in parole limpide come ruscelli nei loro intenti torbidi, in voci che vibrano ognuna della loro unicità, per raccontarci la loro versione della storia, in morti che riemergono per chiedere a noi, che guardiamo e guardando agiamo, e agli attori, che agiscono e recitano e pertanto osservano ciò che agiscono e recitano, verità e giustizia.

La rappresentazione dell’atto è rivelatrice della verità di quello stesso atto, la sua mortalità viene momentaneamente superata da quella che è la sua forma, in un gioco che nelle tragedie risulta straziante e talvolta grottesco, mentre per le commedie, che corteggiano l’abisso del dramma, suscitano una risata che è più di momentaneo sollievo che di vero e proprio divertimento.
Come l’atto è dato dalla sua rappresentazione, allo stesso modo il senso della parola è dato dal suo essere pronunciata, ed è stordente rendersi conto, ogni sacrosanta volta, come questo elogio funebre sia anche un ritorno alla vita, che il senso dell’atto e della parola solo apparentemente subisce una tumulazione finale, perché il sentimento passa dal verbo a chi lo ascolta che a sua volta fa rivivere il dramma, nel cuore, nella mente, nella vita sul palco, che poi, forse, sono la stessa cosa.

Macbeth: L'orrore del reale
è nulla contro l'idea dell'orrore.
I miei pensieri, solo virtuali omicidi,
scuotono la mia natura di uomo;
funzione e immaginazione si mescolano;
e nulla è, se non ciò che non è.
(Macbeth, atto I, scena III)

Che si ami, si odi, si uccida, ci si disperi, si mediti, nelle opere di Shakespeare non c’è il minimo punto fermo: alto e basso si mescolano, si accompagnano, l’autore sparisce e di lui resta solo la parola, che soverchia e rappresenta chi la pronuncia, come l’atto annulla e rivela chi lo compie; perché il palco è la mente che dirige e dispone la vita, e l’eternità non è altro che pronunciare con una voce nuova l’essenziale, in questo modo vivificandolo e uccidendolo, celebrandolo con e nelle sue parole, nella sua musica, nella sua poesia.

giovedì 18 aprile 2019

Elogio delle brutte persone




Una delle sensazioni più belle non è tanto avere conferma di ciò che si pensa, quanto piuttosto rendersi conto di amare ciò che si pensa; e io, dopo aver letto questo pezzo su Internazionale, ho non solo avuto conferma di essere il peggiore degli esseri umani, ma anche di amare le creature più pessime del pianeta; e se Salieri, alla fine di Amadeus, si dichiara Santo Protettore dei Mediocri, io, Chiara Lecito, proclamo Patrona dei Meschini.
Il fatto è che io su questo articolo (o, meglio sugli studi di Jarrett) ci ho rimuginato un po’ e non so, ci sono cose che mi tornano poco, e quindi mi andava di buttare giù delle riflessioni per fare chiarezza su quello che penso.

Anna Maria Testa, autrice dell’articolo, racconta e commenta (in modo piuttosto brillante, ma Testa è una grandissima) gli studi del neuroscienziato Christian Jarrett, la cui tesi è che noi esseri umani, presi nel nostro nucleo più ancestrale, non siamo questo capolavoro del creato che potremmo pensare di essere.
Naturalmente, io non sono d’accordo: noi siamo quello che siamo. Pecca mia, non ho mai considerato la dirittura morale (o, meglio, etica, dato che la morale ha fatto, fa e farà più danni del più feroce degli tsunami) una virtù, ma semplicemente una scelta, e, vi dirò, più lungimirante rispetto ad altre: se stai a giornate seduto sul divano a ingurgitare schifezze, non ti puoi lamentare se a stento riesci ad allacciarti le scarpe; allo stesso modo, se lasci che il cervello si atrofizzi davanti a tv spazzatura e vaccate varie non ti puoi lamentare se poi il mondo dove vivi è grigio, depresso è carico di minacce.
Tutto questo per dire che l’etica non è altro che un muscolo, che si può scegliere se allenare oppure no; ma il discorso non finisce qui, perché c’è modo e modo di allenarsi, e ogni modo è valido, perché tutto dipende dalla persona che ci conviene diventare (che poi la cultura serve a questo, a fornirci più cartamodelli possibile e il più strutturati possibile per decidere chi vogliamo essere e, di conseguenza, vivere la nostra vita).

Ma vorrei riflettere sui dieci punti che costituiscono la tesi di Jarrett.
Cominciamo:

1) Vediamo coloro che sono diversi da noi come inferiori, meno evoluti, e pertanto li deumanizziamo; ovviamente, la deumanizzazione, a sua volta, porta all’aggressività o all’indifferenza.
Questo, come tutto quello che seguirà, è un fatto, non un male (questa è un frase che ripeterò spessissimo); definire la natura umana malvagia in base a dei dati di fatto che non sono altro che dati di fatto attua un circolo vizioso che porta soltanto all’infelicità e alla rabbia. È che certe dinamiche, certe visioni, certe interpretazioni sono inevitabili, e bisogna accettarle per quello he sono. E il dover avere a che fare con certe persone, anche a me molto vicine, è solo e semplicemente una rottura di scatole. Deumanizzo chi non la pensa come me? In certi casi sì, in altri mi disinteresso, raramente sono aggressiva, perché non fa parte di me, ma se mettermi nei panni degli altri mi fa stare male, io dai panni degli altri ci esco, e anche in fretta. Sono egoista, sono limitata, sono come sono. Se per gli altri è un problema, pace (deumanizzazione).

2) Proviamo piacere per le sfortune altrui (in tedesco Schadenfreude).
Anche qui vedo un fatto, non un male. Certo, se ci si crogiola è un altro discorso, ma lo stesso vale se ci si crogiola sulle proprie sfortune (e qui deumanizzo a bomba) o su qualunque altra cosa. Lo Schadenfreude è un sentimento, che come tutti i sentimenti è transitorio, e darne troppa importanza, o addirittura dare un valore etico a chi lo prova, ingabbia. Se la gente vuole vivere piena di sensi di colpa per quello che prova, liberissima di farlo (indifferenza + deumanizzazione), ma se provo un qualcosa di negativo per il quale non posso fare niente cerco di portare la mente altrove, per poi affrontare la cosa cercando di renderla costruttiva (egoismo, perché faccio solo ed esclusivamente il mio interesse). Bene esserne consapevoli, ma fine lì.

3 e 4) Incolpiamo gli altri di quello che accade loro e siamo immobili nelle nostre posizioni, a prescindere dall’evidenza.
Metto insieme questi due punti perché sono accomunati dalla volontà di difendere la propria concezione del mondo. Anche qui, abbiamo un fatto, e non una cosa negativa. Da parte mia, è verissimo, e mi ci riconosco in pieno. Come tutti, ho avuto la mia dose di sfighe e problemi, ma alla fine, abbiamo quello che abbiamo, e con questo dobbiamo convivere, e su questo, se vogliamo, dobbiamo costruire. Il mondo è quello che è, e, ancora, noi siamo quello che siamo, e, come dice Machiavelli, occorre temporeggiar con gli accidenti. Abbiamo problemi con la gratuità del male e l’impermanenza del tutto, ma non possiamo fustigarci con questo. Sono cose che capitano ai vivi.

5) Abbiamo paura di stare soli con i nostri pensieri.
E direi! Già abbiamo un cervello che non sta zitto un secondo che sia uno, vogliamo anche lasciarlo libero di monologare? Battute a parte, questo punto aumenta la mia curiosità nei confronti della pratica meditativa: ho sempre pensato che chi è in grado di guardare fisso una parete per venti minuti senza impazzire è in grado di fare qualunque cosa. Vedremo.

6 e 7) Pensiamo di valere di più di quello che valiamo e siamo più sensibili alle mancanze altrui che alle nostre.
Questi punti mi lasciano molto interdetta, perché la quasi totalità delle persone che conosco si comportano esattamente all’opposto e, quando sottolineano le mancanze altrui, il più delle volte lo fanno in una spinta emotiva che viene poi ridimensionata. Ho conosciuto anche persone che si sovrastimavano, ma sono state una minoranza con cui mi relazionavo sempre annuendo e sorridendo (egoismo + deumanizzazione) e attendendo il momento in cui prendevano una facciata seria, mentre nel frattempo io mi paravo il sedere senza dir niente a nessuno (complesso di superiorità + Schadenfreude + deumanizzazione). Oltretutto io adoro farmi i fatti miei (egoismo), e me ne frego abbastanza del contesto; comunque, anche in questo caso, vedo il tutto come un qualcosa che mi sembra eccessivo connotare come eticamente sbagliato; alla fine, comportandoci in questo modo, non danneggiamo altri che noi stessi, e più che individui eticamente riprovevoli siamo semplicemente scemi (anche questa è una caratteristica della natura umana che va presa per quella che è, senza tante pippe).

8) Nelle circostanze più adatte siamo dei troll, siamo aggressivi e offensivi.
Anche qui, mi sembra una cosa ovvia. Quello che mi chiedo è: ti conviene? Ti rende felice? Ti fa stare bene per più di un nanosecondo? Alla fine si tratta di egoismo unito a un po’ di lungimiranza. Dubito che i razzisti o quelli che devono per forza comandare o le persone più generalmente conflittuali siano serene, o si godano le cose, tanto più che gli odiatori (e i fomentatori di odiatori) si trovano costretti a creare sempre nuove campagne, nuovi nemici, nuovi avversari, esattamente come le persone polemiche o lamentose trovano sempre nuovi motivi di scontento (concentrandosi, ho notato, su cose su cui non hanno il minimo controllo). Se a loro va bene così (incolpare gli altri di quello che accade loro + Schadenfreude + deumanizzazione) non ci sono problemi, al massimo l’unica mia preoccupazione è crearmi un microambiente che mi permetta di stare bene ed essere passabilmente in pace (rimanere fissi nella propria concezione del mondo + deumanizzazione + non voler vedere intaccato da nessuno il proprio benessere). Questo è quello che posso fare, questo è quello che in mio potere, questo è quello che mi fa stare bene, perché un conto è esprimere malumore, un conto è crogiolarsi in esso più del tempo necessario (usare due pesi e due misure + rafforzare la propria visione del mondo + egoismo).

9 e 10) Seguiamo i leader presi dall’onda emotiva a prescindere dai fatti e siamo attratti dalle dark ladies e dai cattivi ragazzi.
Per l’ennesima volta, grazie al cielo siamo umani e non macchine pensanti, e grazie al cielo aneliamo a un’autonomia etica e morale ammirando chi, questa autonomia, te la sbatte in faccia.
Parto dall’attrazione per i cattivi soggetti perché io sono pienamente succube di questa cosa, specialmente a livello di narrazione. Poi, la realtà insegna che i cattivi ragazzi sono il più delle volte semplicemente molto squallidi (deumanizzazione), e la loro unica abilità sta nello scegliersi la vittima più adatta alle loro turbe (deumanizzazione + incolpare gli altri delle proprie disgrazie), ma a mio parere la fascinazione che proviamo verso narcisisti, manipolatori e insensibili sta nel fatto che questi, almeno apparentemente, vivono la loro vita, mentre noi, se seguiamo delle norme morali solo perché è così che ci si deve comportare, non lo facciamo. Lo stesso vale per la scelta dei leader: un leader sicuro ci dà l’illusione di avere anche noi un maggior controllo sulle cose, ma di fatto non è vero, e lo sappiamo. Basterebbe amare un po’ di più la complessità e probabilmente saremmo più felici.

In conclusione, definirci brutte persone basandosi su questi fatti mi sembra un po’ eccessivo, ma forse perché a me le connotazioni morali attribuite a concetti ideologiche piacciono poco. Fatto sta che, per l’ennesima volta, siamo quello che siamo, e forse l’unica cosa su cui dovremmo porre attenzione e discernimento è non cedere alle soddisfazioni inutili e immediate.
Che di per sé non è facile, ma, alla fine, siamo vivi soprattutto per imparare.

martedì 16 aprile 2019

Nostra Signora di Parigi (una riflessione funebre)




Non riesco ad allontanare i miei pensieri da Notre Dame.
Lì per lì non è stato neanche troppo traumatico, ma con l’andare del tempo sono stata invasa da uno sconcerto attonito e soverchiante.
Ieri sera evitato Facebook, ho evitato qualsiasi commento e qualsiasi esternazione, se non il sollievo che ho provato nel sapere che non si trattava di un attacco terroristico e che non si era fatto male nessuno.

Questa notte, per via di Notre Dame, ho dormito male, perché il pensiero dell’irrilevanza delle cose umane, che di solito mi consola e mi aiuta quando corro il rischio di prendermi troppo sul serio, è diventato per la prima volta inquietante e difficile da digerire. Per un momento, un momento breve quanto soffocante, ho pensato a un complotto, a una manovra politica, a un atto vandalico il cui risultato è stato più devastante delle sue intenzioni. Perché Notre Dame non poteva morire per un semplice incidente, per una distrazione, che, ironia della sorte, è stato generato proprio dalla volontà di preservarne la storia e la bellezza.

Il fatto che una cattedrale che è stata costruita nel corso di secoli, mai vista conclusa da chi l’ha progettata, si è dissolta come un mandala è stato, per me, scioccante. Io, che penso che niente sia stato fatto per durare, sono tutt’ora sconvolta da quello che ritengo, per molto versi, il corso naturale delle cose, dal fatto che tutto è fatto per passare, e adesso scrivo quello che in gergo è un istant post, ovvero un post sull’onda dell’emozione, perché, se non proverò a mettere ordine a tutto quello che mi sta attraversando dentro, non smetterò di rimuginarci.

Perché Notre Dame, come ogni opera d’arte e di eccellenza, come ogni frutto faticoso e sudato dell’impegno e dell’intelligenza umana, è un qualcosa che ha trasceso se stessa, che è diventata un pezzo d’immaginazione, un luogo del pensiero e del sentire di tutti, che lo si voglia, che la si apprezzi o meno; e invece, adesso, si è rivelata essere un “semplice” edificio, che può essere distrutto da un banalissimo incidente, e che è stato visto bruciare in tutto il mondo.

E il fatto che la cattedrale non esiste più rinforzi paradossalmente la sua esistenza è un qualcosa che consola fino a un certo punto. Ricostruirla non ha senso, aldilà della possibilità, perché non sarebbe che un simulacro, e Notre Dame non merita di essere imbalsamata o di essere riprodotta in una pallida pietra tombale. Io, come tutti, posso fare solo i conti con Notre Dame, con la sua agonia e la sua assenza, e facendo i conti con Notre Dame faccio i conti con me stessa, e con la mia vita; e mi ci vorrà un po’, anche se già so che l’unica cosa da fare è trattare la cattedrale come una persona, ringraziandola per ciò che mi ha lasciato e andare avanti, vivendo in maniera consapevole e degna.

lunedì 15 aprile 2019

Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? (Ma senza fiorini)


Intorno al 1840, Liszt visita l’Ungheria, sua terra natale. Il risultato di tale viaggio sono le Ungarische Nationalmelodien, poi rielaborate alcuni anni più tardi, e pubblicate tra il 1851 e il 1886 con il titolo Rapsodie Ungheresi. Splendide e molto conosciute, queste melodie – che vantano anche alcuni adattamenti per orchestra -  sono oggi, nell’immaginario comune, “la” musica ungherese per eccellenza.

Si tratta però di un fraintendimento: Liszt rielabora delle melodie tipicamente zigane, quindi di una minoranza, scambiandole per la musica del popolo ungherese, e su questi temi costruisce una celebrazione nazionalistica priva però di un riscontro oggettivo.

Non che questa sia un’operazione singolare: l’Ottocento è caratterizzato dalla nascita delle “scuole nazionali” e molti sono i tentativi di costruire una tradizione folkloristica nazionale ad hoc: si pensi alla nascita della scuola del balletto russo, cui Tchaikovsky contribuì significativamente, o alla formazione di una tradizione norvegese con Grieg. Un secolo prima, e precisamente nel 1761, si assiste ad un tentativo simile in letteratura, quando James Macpherson pubblica i Canti di Ossian che, ben lungi dall’essere la traduzione di un antico poema celtico del III secolo, guarda caso provvidenzialmente da lui scoperto nelle Highlands, sono un chiaro tentativo di elaborare una tradizione culturale scozzese di matrice celtica, anche per rivendicare le evidenti differenze con gli inglesi.

Quindi, molti degli elementi che oggi crediamo tipici di un popolo sono in realtà frutto di libertà creative, come nel caso di Liszt, che eleva le melodie di una minoranza a tradizione di un intero popolo, se non addirittura dettagli studiati a tavolino, come nel caso del kilt, indumento inventato nel Settecento (nossignori, Braveheart non andava in giro con il gonnellino, o per lo meno non con quel tipo di gonnellino).   

Tornando al nostro Liszt però, questo non toglie nulla alla bellezza delle sue Rapsodie, che sono di grande impatto emotivo, sontuose e caratterizzate dalla struttura ricorrente, sempre divisa in due parti, della musica zigana. Due movimenti di danza, lassan e friska, si alternano bruschi e improvvisi. Il primo ha un andamento cupo e malinconico, il secondo è invece brioso e vivace. I brani sono anche ricchi di contrattempi e sincopi, e hanno tutti uno spartito difficilissimo.  

L’interpretazione che propongo di seguito è quella di Gyorgy Cziffra, ungherese anche lui, e pianista superlativo.

sabato 13 aprile 2019

Record Store Day



Oggi è il Record Store Day, ovvero la Giornata Mondiale dei Negozi di Dischi. La mia passione per la musica nasce da lontano ed è stata coltivata nei negozi di dischi. Tutt'ora quando entro in un negozio di dischi, per prima cosa mi guardo intorno e respiro l'atmosfera, se c'è una musica di sottofondo la ascolto, altrimenti mi godo il silenzio quasi meditativo di questi luoghi. Ne parlo perché è importante celebrare questi luoghi, prima di tutto per una questione di indotto economico, perché sono luoghi che creano aggregazione, dialettica e scambi di opinioni. Poi, sono posti che hanno una personalità, un'anima e sono uno diverso dall'altro.
I negozi di dischi sono luoghi che mi hanno dato davvero tanto, sono molto felice che ci sia giornata dedicata a questi posti, alle persone che li gestiscono e a quelle che li frequentano, e che li riempiono d'amore, passione e competenza.

(La foto che apre questo pezzo è la copertina del primo disco che ho comprato all'età di nove anni. Il primo mattone di una passione)

giovedì 11 aprile 2019

Rileggere (un post cazzeggione)



Leonardo da Vinci ha scritto che ogni nostra cognizione principia dai sentimenti, e questa sua frase è forse una tra le più vere tra quelle mai pronunciate della storia; e per quanto riguarda la pratica della lettura e della rilettura, secondo me la sua valenza e doppia, perché la rilettura è una delle attività che più mi dà piacere al mondo, e, tuttavia, in molti casi, mi immalinconisce pure.

Negli ultimi anni, a dir la verità, non sto rileggendo molto, sebbene mi riprometta regolarmente di farlo, tanto più che i libri da rileggere non mancano, tipo Vita e opinioni di Tristram Shandy di Sterne, L’opera galleggiante di Barth, L’outsider di Wilson, Breve storia di sette omicidi di Marlon James, Cancellazione di Percifal Everett, Il paese delle meraviglie di Oates, tanto per dirne alcuni, per tacer dei miei classici, quelli che ho letto e riletto e straletto tanto da impararne brani interi a memoria (perché io sono come i bambini piccoli, che della fiabe hanno il pezzo preferito), ovvero L’arte della gioia di Sapienza, Ritratto di Signora di James, I fratelli Karamazov di Dostoevskij; in passato, invece, ho passato degli anni interi a leggere e rileggere lo stesso tomo (soprattutto Ritratto di signora e L’arte della gioia), senza aggiungere niente di nuovo.

Il fatto è che sebbene qualcuno mi definisca una lettura veloce, in realtà sono una lettrice vorace: la mia teoria (che poi si riversa nel mio metodo di lettura, se di metodo si può parlare) è che ogni libro è un piatto composto ed elaborato, che però ha in sé un boccone “centrale” particolarmente gustoso su cui poi gira attorno tutto il resto; ecco, io penso di voler arrivare a quel boccone prima che questo si freddi e che la fame mi passi, e sono straconvinta che, una volta assaporato il suddetto boccone, anche il piatto intorno ad esso acquisti maggior sapore, maggiore armonia, maggior senso.

C’è da dire che, forse a causa dell’età o del numero dei libri letti, negli ultimi cinque anni sono andata (e vado tutt’ora) a cercare libri che mi suggeriscano già in partenza un certo nucleo, e, quando mi rivolgo ad altro che con questo nucleo c’entra poco o niente, ne sono perfettamente cosciente, e forse è per questo che rileggo molto poco: avendo nel complesso abbastanza chiara quale sia la spinta propulsiva che mi interessa approfondire già prima di leggere pregusto il sapore che vado cercando, e allora il bello sta se il cuoco che questa volta me lo propone ha combinato in maniera creativa la pietanza oppure mi prepara un piatto mediamente saporito e tuttavia senza niente di speciale, adagiandosi sul fatto che al mangiatore quel genere di piatto piace a prescindere , e che quindi non serve prepararlo con eccessiva cura o personalità. Capita anche che un piatto venga presentato come una prelibatezza da gourmet e si tratti di una schifezza precotta e industriale, stracondita con aromi artificiali e gonfiata con roba immonda che di vero non ha niente, ma questo è un rischio che va preso in considerazione e affrontato con una certa dose di filosofia.

Questo modo di procedere, tuttavia, mi fa sentire vecchia, perché mi sembra di muovermi in base a certezze date ormai per assodate, mentre la rilettura è un ristupirsi della verità di ciò che si legge, e, dopo essersene stupiti di nuovo, cominciare ad accettarla, e impiantarla in sé, allargando la propria visione del mondo, e adesso ho la sensazione che la suddetta visione del mondo non si sia allargata, ma forse approfondita, che certe radici si siano ben impiantate, sempre annaffiate dai sentimenti di cui scriveva Leonardo. Forse è semplicemente fisiologico che il mio albero interiore ormai sia quello che è, e che magari, adesso, è più il momento della sfoltitura e della manutenzione, dato che i sentimenti di partenza mi arrivano da parecchie più fonti, oltre ai libri, che sono diventati il metodo privilegiato di approfondimento di ogni cosa.
Non resta che vivere e vedere, e leggere e rileggere.

martedì 9 aprile 2019

Il potere dei libri e la magia de "Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey"


C'è un film del 2018, distribuito da Netflix, che ha un titolo chilometrico. Si chiama “Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey”.

Isola di Guernsey, Gran Bretagna, durante l'occupazione della Germania nazista: un gruppetto di abitanti viene scoperto a girovagare per strada dopo il coprifuoco. Tornano a casa dopo una cena a base di maiale arrosto, piatto assolutamente vietato dai Tedeschi che hanno requisito tutto il bestiame sull'isola per sfamare le truppe. Non sapendo come giustificarsi, inventano di aver fatto tardi dopo un incontro del loro gruppo di lettura, a cui danno il nome “Club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey”. La sfangano, ma da quel momento in poi saranno costretti, ogni settimana, a vedersi e a parlare di libri. Sarà un sollievo inaspettato rifugiarsi nella lettura, condividere paure e sogni con gli altri, trovare pace nelle pagine di un libro, nonostante le perdite e gli abusi subiti. Il gruppo continuerà ad esistere anche dopo che i Tedeschi se ne saranno andati e che la guerra sarà finita, tanto è stato - ed è - grande il potere catartico di questi incontri. Nel 1946 si unisce al club una scrittrice, Juliette Ashton. Sarà lei a raccontare in un suo romanzo, che avrà come titolo il nome del gruppo, la storia loro e dell'isola sotto l'occupazione tedesca.



C'è una citazione nel film che io adoro e che rende l'idea dello spirito della storia:

  … il potere dei libri: è ciò che ci unisce nella diversità delle nostre vite!

Il film è tratto dall'omonimo romanzo scritto da Mary Ann Shaffer e Annie Barrow, edito in Italia nel 2017 da Astoria Edizioni. In realtà il libro era già stato pubblicato nel 2008 da Sonzogno con il titolo “La società letteraria di Guernsey” e riportando come autore solo Mary Ann Shaffer. È un'opera epistolare, un meraviglioso carteggio fra gli ancora più meravigliosi personaggi, compreso i cattivi. Questo particolare, se mai ce se fosse stato bisogno, rende ancora più coinvolgente la storia, perché ogni protagonista ha modo di raccontarla dal suo punto di vista, con la sua voce e il suo personale stile.


Dal 2008, ancora caldo di pubblicazione, questo libro campeggia fisso sul mio comodino, come fosse una Bibbia. Ogni qualvolta ho il crampo del lettore - ossia quel tristo periodo, più o meno lungo, in cui nessuna lettura mi cattura, nessun testo mi affascina, nessuno scrittore mi convince - io apro una pagina a caso, leggo due o tre lettere e vengo di nuovo colpita a sangue dal Cupido della Letteratura. Ma non finisce qui: anche il film ha un grande potere su di me. Se non trovo motivazione per qualcosa che devo fare, se sono un po' apatica, se non trovo lo sprint giusto basta sintonizzarsi su Netflix (Sia lodato Netflix e chi l'ha inventato e sempre siano lodati!), lasciare “Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey”, anche solo in sottofondo, e voilà! la magia è compiuta!



venerdì 5 aprile 2019

Poesia & Musica

Spesso poesia e musica si possono amalgamare bene insieme tanto da diventare una cosa sola.
La canzone, che sia d'autore o meno, si nutre di entrambe.
Le persone infatti, per il modo frenetico in cui si è evoluta la società, preferiscono farsi cullare da suoni e parole che si mischiano insieme accompagnate dal ritmo della musica che spendere un po' di tempo per leggere.
Per questo motivo vorrei proporre in questo contesto, senza pretesa di esaustività, alcuni brani in cui big della quinta arte mettono in musica componimenti poetici di auotri contemporanei e del passato. 

QUELLO CHE NON VOGLIO 
 

"Quello che non voglio" è una poesia che Stefano Benni aveva scritto pensando a Fabrizio De Andrè ma che il cantautore ligure non ha fatto in tempo a incidere.
Rimasta in un cassetto fino al 2016, è stata musicata e cantata da Fausto Mesolella che ha incluso il brano nell'album Canto Stefano in cui l’amore del chitarrista e compositore casertano per la musica, mai banale, sempre sghemba, si accompagna all’amore di Benni per la parola.

IL CIELO È DI TUTTI


"Il cielo è di tutti" è una canzone di Bobo Rondelli inclusa nel suo disco del 2009 intitolato “Per amor del ‎cielo” in cui ha messo in musica la filastrocca di Gianni Rodari dall'omonimo titolo.
Questo pezzo del cantautore labronico così come l'efficace composizione del poeta di Omegna mette in risalto, poichè la natura stessa è a disposizione di tutti, l'assurdità delle guerre e di come gli esseri umani, purtroppo, preferiscano possedere piuttosto che condividere.

CONFESSIONI DI UN MALANDRINO


"Confessioni di un malandrino" è un brano musicale cantato da Angelo Branduardi, contenuto nel suo secondo album La luna del 1975.
Il testo è frutto di una traduzione e adattamento dello slavista Renato Poggioli, su musica dello stesso Branduardi, di una poesia del 1920 del poeta russo Sergej Esenin, intitolata "Confessioni di un teppista", in russo Исповедь хулигана.
La canzone è stata ripubblicata nel 1980 nell'album Gulliver, la luna e altri disegni ed è contenuta nelle raccolte Collezione, Confessioni di un malandrino. Il meglio di Angelo Branduardi, in versione remixata, Best Of, Confesiones de un malandrin, cantata in spagnolo, Studio Collection e The Platinum Collection. 

S'I FOSSI FOCO


Fabrizio De André musica e propone al grande pubblico il sonetto di Cecco Angiolieri "S'i fossi foco" nel sessantotto, proprio nel periodo che coincide con la "rivolta studentesca".
Questo brano, che esce come traccia del celebre Volume III, terzo album in studio del cantautore genovese, ha successo tra i giovani che contestano i valori delle generazioni che li hanno preceduti e vogliono un mondo completamente diverso da quello in cui sono cresciuti.
Tutti i principi tradizionali sono messi in discussione e lo stesso vale per le istituzioni.
Inoltre anche i contrasti fra genitori e figli sono più che mai fonte di tensioni.
Per questi e molti altri motivi, i versi di Angiolieri diventano di grande attualità e riscuotono quindi grande consenso.

UN GIUDICE


Dalla poesia "Il giudice Selah Lively" dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters è stata tratto il brano "Un Giudice" il cui testo è stato scritto da Giuseppe Bentivoglio e Fabrizio De André su musica di Nicola Piovani.
Questa canzone, diventata famosa per gli arrangiamenti del gruppo progressive rock della PFM, è la terza traccia di "Non al denaro non all'amore né al cielo" del 1971, il sesto album registrato in studio del cantautore genovese.

ELEMOSINA


Il brano "Elemosina", contenuto nell'omonimo terzo album di Max Gazzè, pubblicato nel 2000, è la traduzione di una poesia del francese Stéphane Mallarmè.
Questo intellettuale, il teorico più lucido della poesia simbolista che ha avuto un notevole influsso su tutta la poesia del Novecento, è citato nello stesso disco anche nella canzone "Su un ciliegio esterno".

X AGOSTO


"X agosto" è una poesia composta da Giovanni Pascoli in memoria del padre Ruggero, ucciso in circostanze misteriose il 10 agosto 1867, giorno di San Lorenzo.
La poesia fu pubblicata per la prima volta ne Il Marzocco del 9 agosto 1896.
Successivamente venne inserita nella quarta edizione di Myricae, pubblicata nel 1897, nella sezione Elegie.
Il gruppo rock demenziale bolognese degli Skiantos ne eseguì una versione punk-rock, contenuta nell'album Pesissimo del 1980.
Nella canzone fu introdotto un verso in più ideato dal fondatore e leader della band, Freak Antoni.

Naturalmente la connessione tra musica e poesia non si è limitata solo alla  canzone italiana ma ha influenzato personaggi illustri della storia del rock n' roll e dell'havy metal.
Jim Morrison, leader del gruppo californiano "The Doors", si considerava un novello poeta maledetto ed era dichiaratamente influenzato da William Blake e Arthur Rimbaud.
Tali modelli sono evidenti tanto nei testi della band quanto in alcune sue raccolte poetiche come ‘An American Prayer’.
Lewis Allan, Lou, Reed, nel 2003, ha realizzato un concept album, dal titolo ‘The Raven’, ispirato ai versi e ai racconti di Edgar Allan Poe mentre Leonard Cohen, con la poesia si è sempre cimentato, fin da giovanissimo.
I suoi primi lavori sono infatti ispirati a Garcia Lorca.
Impossibile poi concludere questa disamina senza citare ‘Rime of the Ancient Mariner’, un brano della band heavy metal britannica Iron Maiden contenuto nell'album Powerslave che si ispira all'omonima ballata, scritta dal poeta romantico Samuel Taylor Coleridge, pubblicata nel 1798.

mercoledì 3 aprile 2019

L'illuminazione. The limits of control (Jim Jarmush)



Una qualche congiuntura astrale ha fatto sì che all’annuncio dell’uscita a giugno del nuovo film di Jim Jarmush io sia riuscita a trovare The limits of control, in una versione in lingua originale per non udenti. Ho visto il film per tre volte in quattro giorni, ed ho avuto l’immagine perfetta di come voglio che sia la mia vita: elegante, asciutta, misteriosa per quanto riguarda il suo fine ultimo e vissuta con i sensi vigili e la mente imperturbabile.

Perché The limits of control ci insegna, parafrasando Camus, che bisogna immaginare un Sisifo fighissimo e attento, impeccabile, che beve due espressi in due tazze diverse; un Sisifo che ripete, con una classe che lascia sbigottiti e incantati, le stesse identiche azioni e i pochissimi ed essenziali gesti per tutto il film, fino all’ultima azione veramente compiuta, l’unica azione che ha un inizio, uno svolgimento e una conclusione, l’unico atto che sembra avere delle conseguenze e un impatto sull’ambiente circostante e che illumina, seppure parzialmente, quanto visto in precedenza, perché forse non è tanto importante il perché si agisce, quanto piuttosto l’agire con grazia, lavorando sul gesto in sé, sull’atto nella sua purezza .

The Lone Man, il protagonista senza nome interpretato da un Isaach De Bankolé riverberante dei suoi occhi attenti e concentrati e dai carisma imperativo e rarefatto, sembra un Ghost Dog (altro film meraviglioso di Jarmush, e più facile da trovare) che gira tra i suoi contatti manifestandosi come pura superficie di intoccabile grazia, che si fa attraversare dai suddetti contatti, che scambia pacchetti di fiammiferi, che prende treni, che fa esercizi di respirazione e Qi Gong, che aspetta il prossimo contatto, e che cerca senza alcuna ansia o tensione, di fare bene il proprio lavoro; a differenza del samurai urbano interpretato in maniera commovente da Forest Whitaker, The Lone Man non ha padroni da servire, non ha fatto voti di fedeltà, non ha valori che trascendono l’azione presente, vive una storia d’amore platonica, distaccata e sensualissima con una sconosciuta, la sua vita sembra priva di qualsiasi contenuto che non sia dato da ciò che sta facendo.


Il fatto è che Jim Jarmush in questo film gira a vuoto, ma è un vuoto in cui è magnifico precipitare, The limits of control la forma è il contenuto, lo sguardo è ciò che si vede, il parlante è il discorso che fa: quello che ci troviamo davanti è un vuoto perfetto, compiuto, sufficiente a se stesso, una forma assoluta che purifica e invade. Si rimane travolti dalla bellezza senza scopo di ogni immagine, dalla pienezza superficiale di ogni dialogo, dalla personalità puramente esteriore di ogni personaggio.  

E tutto questo per dire che The limits of control è stata per me una delle esperienze più appaganti degli ultimi anni, un’opera di una libertà ossigenante, di una gratuità rigorosa ed essenziale, funzionale allo strabordante nulla che comunica, una visione meditativa di rara intensità e coinvolgente a cui abbandonarsi mandando al diavolo qualsiasi ricerca di senso ultimo, perché questo non c’è, perché tutto è una ripetizione priva di nevrosi, di sentimenti, di obbiettivi e di pensieri.
E allora ci si cambia d’abito, l’identità viene percepita in modo diverso, ma l’identità non esiste, esiste il mondo, esiste la vita, che ci attraversa e ci modella e ci riempie anche, sempre che noi abbiamo la forza di svuotarci di noi stessi.