martedì 12 marzo 2019

I miei problemi con Lars von Trier (post in cinque incidenti e una catabasi)


Una premessa: non credo di trovarmi a scrivere, riguardo alla figura e al lavoro di Lars von Trier, cose che non siano state già scritte; tuttavia, procediamo allegramente, fino a che il viaggio non giungerà alla sua naturale destinazione.

Primo Incidente
Ho conosciuto La Femminista a una festa, e la chiamo così a) perché non ricordo il suo nome e b) perché quella di Femminista è la qualifica con cui si era presentata.
La Femminista odiava Lars von Trier, di cui aveva visto solo Le onde del destino, perché era suo dovere di Femminista, perché lui era contro le donne; dato che io apprezzavo la sua opera, anche io ero serva del sistema patriarcale che lui sosteneva.
Per La Femminista il maschilismo di von Trier si rivelava preclaro nel momento in cui il regista riservava a Bess una fine atroce, mentre per me il suo non-maschilismo si rivelava nel fatto che la protagonista si faceva portatrice di valori talmente immensi da non poter essere riconosciuta dalla bigotta comunità che la circondava, e allora ecco che faceva una fine atroce, che però poi era contraddetta dal miracolo finale. Bess è portatrice di disordine in quanto rivelatrice dei limiti e delle ipocrisie che regolano il comune vivere: pertanto, prima si dà fino a morire, e poi risuona nell’aria attraverso la musica della campana di cui la sua chiesa era priva.
Ora, con il senno di poi, riconosco che la mia visione dell’opera del regista era limitata quanto quella della Femminista, anche se di segno opposto al suo, ma almeno io non le urlavo contro.
La nostra discussione si concluse con lei che mi ringhiava che non capivo ed io che rispondevo che lei non valeva lo sforzo di capirla.
Succedesse adesso, sarei molto più garbata, ma la sostanza rimarrebbe la stessa.
E la cosa buffa è che Le onde del destino neanche mi aveva lasciata troppo entusiasta.

Secondo Incidente
Melancholia è stato il primo e unico film di Lars von Trier che ho visto con il mio compagno. Lui

l’ha detestato, io sono rimasta perplessa e mi sono sentita molto vecchia. Guardandolo con occhi scevri dal casino successo a Cannes (la Storia insegna che osservare un’opera dal punto di vista della moralità del suo autore semplicemente non funziona) e carica di aspettative sconvolgenti, e mi è sembrato di trovarmi davanti agli occhi il piagnucolio di un depresso che si autocommisera, e che rivendica la giustezza della propria visione del mondo (che poi “visione del mondo” è un termine inadatto, ma ne parleremo più avanti) in quanto pessimista (che poi questo è un problema che ho anche con il Ligotti saggista, che impone una visione distruttiva con lo stesso atteggiamento dogmatico degli ottimisti che contesta; e il giorno che smetteremo di giudicare la vita e a misurarla con le nostre paturnie verrà sempre troppo tardi). Ma più che altro quello che mi ha dato fastidio è il parallelo Apocalisse Borghese/Apocalisse Cosmica, che mi è sembrato pedante e cattedratico; ho vissuto il tutto come fuffa, e mi è dispiaciuto un casino.

Il tutto mi è sembrato di povertà gonfiata di intellettualismo, e l’ho trovato annichilente, e non nel senso filosofico del termine. Ho cominciato a chiedermi se in passato avessi guardato i film di Lars von Trier con uno sguardo sbagliato, forse troppo ingenuo, idealista, intellettualoide.

Terzo Incidente
Ho recuperato Manderlay dopo aver visto la prima parte di Nymphomaniac, che mi era piaciuta tantissimo, e prima di vedere la seconda, che ho trovato lamentosa sullo stile di Melancholia, e non mi è piaciuto: sebbene le tesi siano interessanti (e il personaggio del Padre di Grace rimane un incanto, e Isaac De Bankolé è sempre un bel vedere), Manderlay mi è sembrato un film fatto con poca voglia, annoiato e quindi noioso, girato per dovere mentre la testa era altrove (probabilmente immersa nella trilogia della depressione); ed è un peccato. Perché io resto dell’idea che quando Lars von Trier gira un qualcosa che non parli di se stesso, e non sia un suo dialogo interiore tra razione di vita e pulsione di morte, di cose interessanti ed entusiasmanti ne abbia da dire a iosa. Il dittico Dogville-Manderlay (ho scoperto con orrore che il terzo capitolo è La casa di Jack, di cui parlerò più avanti) ha una struttura abbastanza astratta e metafisica (allegorica?) da poter affrontare temi enormi senza essere didascalico, trattato con un approccio (specialmente Dogville) capace di addentrarsi nella vicenda raccontata e nelle sue implicazioni politiche ed etiche con apertura, curiosità e ironia.
Ho vissuto Manderlay come l’inizio della fine, e tale impressione si è rafforzata con, appunto, la seconda parte di Nymphomaniac e con il recupero di Antichrist.

Quarto Incidente
Ho trovato Antichrist e il volume secondo di Nynphomaniac avvilenti, ma con un barlume di speranza (e di curiosità) che mi ha spinto ad agognare il Quinto Incidente, ergo, chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Il fatto è che se fare film è come fare psicoterapia funziona che il malato paga chi lo ascolta, e non viceversa. In Antichrist ogni cosa gira attorno a due istanze interiori che dialogano senza comprendersi: un uomo, portatore di una visione razionalista e forse superegoica, e una donna, che invece rappresenta la vita incontrollabile e tutti annessi e connessi; l’uomo cerca di domare la donna, di adattarla alla sua struttura del mondo, e poi la distrugge, ma, alla fine, il femminino trova il modo di fargliela pagare. Non è un film che ho amato, ma non riesco neanche a detestarlo del tutto, perché mi sembra fare un punto della situazione e ripartire da essa: in Melancholia le due istanze di cui sopra sono rappresentate da due donne (e per lo più sorelle, mentre gli uomini fanno una figura meschina, per la gioia della Femminista); in Nymphomaniac la donna indossa un nome maschile (Joe) e l’uomo ha solo il suo cognome (Seligman). Purtroppo, però, se la forma si evolve, la sostanza del discorso cambia di poco: Lars von Trier prende due lati contrapposti di se stesso e li fa parlare e parlare e parlare, ma questi non si capiscono se non superficialmente, e tutto si conclude con un annientamento che riporta l'ambaradan finora trattato al punto di partenza. Con la fine del mondo e il nero totale si vince facile, ho pensato io, e mi sono sentita un tantino presa in giro.

Quinto Incidente
Il trailer de La casa di Jack è una figata pazzesca, il film molto meno. Ok, è divertente, senza dubbio molto ironico, presentato in maniera abbastanza cialtrona a Cannes (tutti stomachini deboli, pare), e la voce superegoica Verge (un Ganz da abbracciare) somiglia vagamente a quella di Seligman ma con più sarcasmo, e allora viene il sospetto che von Trier usi questo suo Otto e Mezzo per imparare a ridere di se stesso (non ho visto Il Grande Capo, l’unica commedia del regista, quindi non so come il nostro se la cavi con i toni più classicamente comici), ma invece no: le didascalie che commentano l’azione sono un ennesimo tentativo del regista di spiegarsi, di farsi capire, che è una delle cose più deprimenti che un artista possa fare. E io pensavo: ok, la metafora, ok, il simbolo, ok, l’arte, ma per l’amor del cielo, Lars, parliamo di altro che non sia la tua testa. Va bene, viva l’onestà intellettuale di infilarsi nel più profondo degli inferni, riconoscere l’incapacità di comunicare con un altro, viva un SuperIo e un Es che collaborano nel viaggio verso la dannazione più disperata, ma anche BASTA. Il mondo va oltre l’arte, la visione, le pulsioni, gli umori.

Catabasi
E alla fine di tutto, io mi sento un po’ come Verge, nascosta un po’ ovunque a osservare un percorso che si è rivelato molto meno interessante delle sue premesse; e, dopo aver accompagnato il nostro in un inferno che è suo e suo soltanto (dato che la sua visione del mondo non è altro che una restrizione, del tutto priva di incertezze e di curiosità, della vita all’interno di ripetitive coordinate trieriane), anche io allargo le braccia con rassegnazione e lo lascio solo a improvvisare una via di uscita, sapendo chje la cosa non può andare a finir bene. Lars von Trier è diventato un personaggio di cui mi diverto a seguire la sorte.
E questo è quanto.

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