martedì 19 marzo 2019

Fare ordine (la mia su Marie Kondo)



Se mi si chiedesse quando è nato il mio interesse per il sistema di pensiero orientale, nello specifico giapponese (della cultura indiana so poco e niente, idem della cultura tibetana), e nell’ancora più specifico zen e marziale, non saprei rispondere. Pensandoci con attenzione, direi che forse questa passione è nata in salsa new-age quando ero al liceo, si è sviluppata in modo altalenante negli anni dell’università e dei primi lavori, si è affinata con la pratica delle arti da combattimento e, infine, si è spalmata in tutti gli ambiti della mia vita. Come dice Miyamoto Musashi, alla fine quello che può a sconfiggere un uomo può sconfiggere un esercito, perché (postilla mia) il combattimento non è altro che un modo di pensare, di sentire e quindi di condursi nella vita; e, ancora più importante, non esistono nemici che non siano uno specchio fedele e onesto di noi stessi e delle nostre mancanze.

Ciò che amo della filosofia marziale è che non è propriamente una filosofia quanto piuttosto un metodo; che poi la filosofia è tutta un metodo, ma quella marziale lo è in maniera più diretta, perché si parte con il menare le mani (o la spada, o la lancia, o altro) per poi arrivare al punto in cui menare le mani diventa inutile: non è un caso che molti dei più grandi combattenti siano anche pittori o calligrafi di razza. Il fatto è che la filosofia marziale non è altro che l’incrocio di una pratica fattiva (il combattimento prima, la calligrafia o l’arte poi, o insieme) con un approccio studioso e meditativo; parafrasando Nietzsche, idee che sono una festa anche per i muscoli.

Ciò che dobbiamo tenerci stretti non sono i ricordi del passato, ma la persona che siamo diventati grazie alle nostre esperienze. Ciò che conta è quello che siamo adesso.
(Marie Kondo – Il magico potere del riordino)

Il casino che gira attorno ai libri e alle idee di Marie Kondo è un fenomeno per me inspiegabile: già nell’Hagakure si parla molto del dovere dei samurai di tenere in ordine la propria casa e curare il proprio aspetto e neanche in maniera troppo diversa; inoltre il ringraziare ciò che decidiamo di dare via dovrebbe essere un atteggiamento con cui vivere la vita (penso che chiunque abbia più di cinque anni abbia imparato, o sulla sua pelle o sulla pelle altrui, che niente va dato per scontato, e che le circostanze sono mutevoli), e la concentrazione sul presente è l’unica cosa capace di costruire un futuro. Marie Kondo, in sostanza, non fa altro che approfondire, e anche in maniera piuttosto classica, un aspetto della cultura marziale che nei materiali canonici è stata affrontata come collaterale (ma, ribadisco, neanche tanto).

Anche se non riuscite, non preoccupatevi, casa vostra non esploderà.
(Marie Kondo – 96 lezioni di felicità)

Anzi, la Kondo è anche parecchio morbida e accomodante rispetto ai maestri del passato: per Yamamoto Tsunetomo, ad esempio, studiare la storia del proprio feudo era l’unica cosa necessaria, il resto era superfluo, e in moltissima aneddotica lo studio feroce e l’erudizione vengono visti con estrema diffidenza. Questo perché l’accumulo di nozioni non è altro che un altro tipo di accumulo, e non più nobile della scorta di scarpe o cosmetici; e come il disordine, quando è eccessivo, rende la quotidianità difficoltosa e stancante, così l’eccesso di cultura rischia di essere privo di sostanza, un’abbuffata per l’Ego che però rischia di soffocare il Vero Sé.

Bisogna ricordare che è centrale, per tutta l’arte giapponese (e il concetto di “arte” meriterebbe un post a sé, o forse addirittura una serie di post a sé), il concetto del flusso dell’energia (ki), che deve essere fluido e costante; e chi dice che la caratteristica dell’arte orientale è la sua semplicità (nel senso di essenzialità) ha solo parzialmente ragione, perché più importante ancora è la sua funzionalità rispetto allo scorrere del ki. 
Pertanto, quando Marie Kondo dice che non dovremmo tenere in casa libri che non leggiamo e cose che non utilizziamo, è in questo contesto che va inserita: la nostra casa deve essere un luogo pronto ad accogliere il fluire della vita; e anche noi dovremmo vivere senza aggrapparci a niente, pensandoci come una parte di un insieme, un elemento  non più rilevante degli altri componenti che lo formano.

Dopotutto,le cose che possediamo raccontano accuratamente la storia delle scelte che abbiamo fatto nella nostra vita. Riordinare è un modo di fare l'inventario delle cose che ci piacciono davvero.
(Marie Kondo – Il magico potere del riordino)

Che poi è ovvio che siamo esseri umani, non sempre pronti al distacco, e magari affezionati alle cose che possediamo perché hanno una valenza particolare; e quindi casa mia sarà sempre piena di libri e articoli da cancelleria, e il guardaroba del mio compagno strariperà di cravatte, papillon, camicie eccetera; e tuttavia questo non mi impedisce di fare regolarmente cernite, perché, parafrasando Marie, non è tanto questione di ciò che abbiamo, ma di chi siamo nella fase presente della nostra vita.

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