venerdì 29 marzo 2019

“Milano calibro 9” e il cinema di Fernando Di Leo

Giorgio Scerbanenco
Giorgio Scerbanenco, italianizzazione di Vladimir Šerbanenko, nato da madre italiana e padre ucraino a Kiev il 28 luglio 1911 e morto a Milano il 27 ottobre 1969, è stato uno scrittore e giornalista italiano di origine sovietica.
Autore di letteratura noir di insuperato livello, nel 1969 scrive quella che forse è la sua migliore raccolta di racconti criminali, tutti ambientati nell’Italia delle bettole, dei baretti, delle periferie e della piccola malavita, Milano calibro 9, ripubblicata dall’editore Garzanti nel 2000.
Il linguaggio eccellente, il ritmo, la tecnica narrativa e i personaggi a tutto tondo rendono Milano calibro 9 un’opera certamente interessante, forse la migliore dell’intera produzione scerbanenchiana.
È inoltre storicamente rilevante il suo effetto su un certo tipo di cinema popolare italiano in voga tra gli anni ‘70 e i primi anni ‘80 del novecento che predilige l’azione e la violenza.
Questo genere ha preso il nome di “poliziottesco” ed è ambientato nelle nostre metropoli.
Come si vedrà nelle righe sottostanti infatti, il racconto Milano calibro 9 è alla base del soggetto del il film La mala ordina di Fernando Di Leo, mentre per il film Milano calibro 9, sempre dello stesso regista, la troupe ha preso spunto da altri racconti di questa raccolta come ad esempio Stazione centrale ammazzare subito.

Milano calibro 9

Regia: Fernando Di Leo
Fotografia: Franco Villa
Musiche: Luis Enriquez Bacalov
Montaggio: Amedeo Giomini
Cast: Gastone Moschin, Barbara Bouchet, Mario Adorf, Philippe Leroy, Lionel Stander
Anno d’uscita: 1972

“Milano Calibro 9”, film girato nel 1971 e uscito l’anno successivo, è il primo capitolo della celebre Trilogia del Milieu, continuata da “La mala ordina” e conclusa da “Il boss” (di cui non parlerò in quest'ambito perché non ispirato da opere di Scerbanenco), nel corso della quale Fernando di Leo esplora i vari aspetti del mondo della criminalità organizzata.
Il titolo del film è tratto da quello di un racconto di Giorgio Scerbanenco e sempre dallo scrittore sovietico derivano alcuni spunti di sceneggiatura, per esempio il pacco bomba alla stazione, derivato dal racconto “Stazione centrale ammazzare subito”.
Al di là degli spunti però, si può dire che Di Leo abbia costruito il proprio film in assoluta autonomia utilizzando la categoria del noir per un personale discorso sociologico e antropologico, oltre che filosofico, sull’universo delinquenziale.
La riuscita perfetta di “Milano calibro 9” passa anche attraverso l’uso accorto degli attori, in particolare Gastone Moschin, che per la prima volta nella sua carriera si cimenta in un ruolo drammatico, Barbara Bouchet, nella cui bellezza il regista trovò riflessi di ferocia adatti al personaggio, Mario Adorf, artefice di una caratterizzazione memorabile nella parte del violento e sardonico Rocco Musco e Lionel Stander che inaugura la tradizione dei grandi interpreti hollywoodiani adottati da Di Leo nei propri noir.
Ma vera protagonista del film è la città, Milano, che si affranca da una pura funzione di sfondo alla vicenda narrata diventando un centro nevralgico di lotte intestine tra la malavita e un ganglio di interessi economici sporchi.
“Milano calibro 9”, come si è precedentemente detto, girato sul finire del 1971, è il primo capitolo ideale di una trilogia che si andrà completando nei due anni successivi con “La mala ordina” e “Il boss”, nell’arco della quale Di Leo traccerà le coordinate di un nuovo universo del crimine quale si era andato affermando in Italia e soprattutto nelle grandi metropoli del nord in quegli anni. Una visione diretta, secca, priva di orpelli ma straordinariamente acuta e con esiti lirici nella sua capacità di afferrare l’essenza antropologica degli individui, distinguendone i tipi e sottolineandone le psicologie, con un occhio sempre fisso alla società che produce i “delinquenti”.
I noir dileiaini diventano così una chiave interpretativa del reale, delle sue contraddizioni, e dell’irriducibilità dialettica tra apparenza e destino.
“Milano calibro 9”, originariamente pensato con il titolo “Da lunedì a lunedì”, uscì nei cinema in una forma lievemente diversa da quella in cui è poi circolato nei supporti home-video, con la sovrimpressione di giorni e ore a scandire le varie fasi della storia e a dare il senso del procedere inesorabile del tempo.
Grande pregnanza al tutto offre infine la colonna sonora, composta da Luis Bacalov ed eseguita dal gruppo degli Osanna, che commenta magnificamente l’alternarsi di crudeltà e lirismo alla base di quello che giustamente si considera il capolavoro di Fernando di Leo.

 La mala ordina

 Regia: Fernando Di Leo
Sceneggiatura: Fernando Di Leo, Augusto Finocchi, Ingo Hermess
Fotografia: Franco Villa
Musiche: Armando Trovajoli
Montaggio: Amedeo Giomini
Cast: Mario Adorf, Adolfo Celi, Henry Silva, Woody Strode
Anno d’uscita: 1972

Concepito inizialmente con il titolo “Ordini dall’altro mondo”, “La mala ordina” rappresenta il secondo capitolo della Trilogia del Milieu diretta da Fernando Di Leo all’inizio degli anni Settanta.
Il rapporto del film con i racconti di Giorgio Scerbanenco è, in questo caso, più chiaro che in “Milano calibro 9”.
Anzi, proprio dal racconto “Milano calibro 9”, che aveva dato il titolo al precedente film, Di Leo trae spunto per la situazione di base del plot, in cui un piccolo “pappone” milanese, Luca Canali, finisce, senza colpa, nella ragnatela di un regolamento di conti tra i pezzi grossi dell’Organizzazione e si vede costretto a lottare contro due killer newyorchesi spediti in Italia per liquidarlo.
Per il ruolo del protagonista si era pensato in un primo momento a Mario Petri, che era stato attivo nel genere peplum e si era quindi dedicato al canto lirico, ma la scelta finale cadde su Mario Adorf, che già in “Milano calibro 9” si era distinto nella caratterizzazione di un gangster smargiasso e sanguigno.
Il personaggio di Luca Canali recupera aspetti del precedente Rocco Musco, a livello formale, ma la caratterizzazione del personaggio da parte di Adorf in questo film si fa più complessa ed è perfetta la progressione con cui Di Leo lo fa evolvere da vittima sbigottita degli eventi a spietato giustiziere mosso dal motore della disperazione.
“La mala ordina” segna, inoltre, l’ingresso nella compagine dileiana di due attori che torneranno spesso nei successivi film del regista: Henry Silva e Woody Stroode, perfetti come coppia di killer agli ordini del potentissimo Mr. Corso.
L’egida produttiva del film è sempre quella della Daunia, associata per l’occasione alla tedesca Hermes Synchron (e il coproduttore Ingo Hermes appare accreditato in sceneggiatura, per ragioni esclusivamente burocratiche, pur non avendo, in realtà, scritto nulla).
Anche il cast tecnico è il medesimo di “Milano calibro 9”, mentre tra gli attori del film precedente Di Leo riconvoca Mario Adorf, cucendogli addosso il ruolo del protagonista, un piccolo “pappone” milanese che si trova invischiato suo malgrado in un regolamento di conti mafioso a causa di una partita di droga trafugata.
Oltre ai tempi e ai ritmi narrativi perfetti, le scene d’azione sono tra le migliori che Di Leo abbia mai girato: in particolare il lunghissimo e disperato inseguimento di Adorf dell’assassino di sua moglie e di sua figlia, e oltre all’accuratezza nel definire psicologicamente le varie tipologie dell’universo delinquenziale, dai boss ai picciotti, “La mala ordina” colpisce per la precisione e la straordinaria resa degli interpreti principali: Mario Adorf, innocuo “pappone” capace di trasformarsi in una belva, gli americani Henry Silva e Woody Stroode, inedita e ben assortita coppia di spietati killer, e Adolfo Celi, nello stesso tempo spregevole opportunista e uomo d’onore.

giovedì 28 marzo 2019

Ignorare se stessi e il mondo. "Lovers" di Matteo Vicino



L'ignoranza è una benedizione, ma perché la benedizione sia completa l'ignoranza deve essere così profonda da non sospettare neppure se stessa.
(Edgar Allan Poe)

La tentazione più forte sarebbe di dissezionare Lovers alla luce della frase qui sopra riportata, che lo introduce e che fa da guida allo spettatore, ma questo significherebbe svilirlo, perché il terzo film di Matteo Vicino è un’energia irruenta e liberatoria che ti rimane addosso anche parecchio tempo dopo la visione della pellicola.
Il girovagare situazionale ed esistenziale di Giulia, Andrea, Dafne e Federico (interpretati rispettivamente da Margherita Mannino, Primo Reggiani, Antonietta Biello e Claude Jan – e un sempre incantevole Ivano Marescotti) da un’identità all’altra, da una situazione all’altra, ha il sapore di una libertà morale, etica, esistenziale che fa bene, anche se le storie fanno male.

Che poi un realtà non è affatto così, perché a me queste storie di meschinità varie mi hanno fatto stare
da Dio, vuoi perché sono meschinità piccine e insulse, vuoi perché i buoni non vincono e i cattivi non esistono (al massimo giusto qualche stronzo), vuoi perché attraverso quattro storie tanto diverse quanto simili in carognosità (ma vera, autentica e riconoscibile, e rivolta verso personaggi talmente privi di immaginazione che alla fine sghignazzi a vederli soffrire) si mostra senza giudizio alcuno i vari fraintendimenti che si trovano dietro a quelle parole che vorrebbero bloccare i sentimenti e le relazioni in qualcosa di riconoscibile, leggibile, immutabile e eterno. Di morto.

Il fatto è che le dinamiche messe in piedi da Vicino sbugiardano con un candore imbarazzante tutte le vaccate che stanno dietro a valori abusati come Amore, Amicizia, Fiducia, Cultura; e le maiuscole che ho messo io lui le fa a pezzi, e poi rimpicciolisce i caratteri e lo fa con una grazia, un’eleganza e una precisione che sanno di fresco e di pulito; come se svuotando questi concetti di ogni retorica, ogni presa di posizione, e mostrando come possano essere invece limitati e fallibili e ingannevoli, il regista (anche sceneggiatore) si prendesse la briga di lucidarli, ripulirli, renderli più brillanti, e più nostri.

Lovers è bellissimo perché non ha nessuna caratteristica dolente, o farsesca, o caricaturale, o leccata: il grottesco viene gestito con naturalezza, i rapporti sono dettati dal desiderio di potere, dall’interesse o dal rancore: l’altro (chiunque altro) viene letteralmente usato come messo di affermazione del sé, un’affermazione che risulta sempre e comunque fallace, instabile, pronta ad essere ribaltata. E la cosa interessante è che ci si chiede non è tanto se l’ignoranza sia o meno una benedizione, quanto piuttosto cosa sia l’ignoranza, se il non sapere non sia altro che un’assoluta e incrollabile certezza di ciò che si sa, o, meglio, che si crede di sapere.

E allora non sorprende che l’opera di Matteo Vicino non abbia avuto distribuzione nelle sale (si può trovare su Google Play o Apple Store) nonostante il successo di critica a livello internazionale, perché l’ariosità gelida che la caratterizza mal si adatta a un pubblico che notoriamente vuole essere confortato, o da un sistema che sembra sempre aver bisogno di sentirsi protetto da persone capaci di offrire coordinate morali, anche se queste vengano contraddette dalla vita quotidiana, o, talvolta, anche dal nostro stesso comportamento; e nel nostro panorama intellettuale evidentemente non c’è posto per chi con chiarezza e coraggio mette in scena i fatti umani, sfrondandoli di ogni condimento emotivo e ideologico.

E tutto questo è bellissimo, esaltante, leggiadro, godurioso, perché niente rende la vita piena come prendersi la responsabilità dei propri sentimenti, pensieri, parole, rapporti, azioni, della loro incertezza, impermanenza, arroganza, per poi magari imparare a giocarci, con leggerezza, con spietatezza, e con i limiti della nostra coscienza

mercoledì 27 marzo 2019

Il fumetto nero italiano

Personaggi del fumetto nero
Il fumetto nero, è un filone del fumetto popolare che si diffonde in Italia tra gli anni '60 e '70 del 1900.
In un contesto di benessere generale, in cui però sono molto forti le maglie della censura, le opere appartenenti a questo genere, stampate in albi di piccolo formato, hanno per protagonisti inafferrabili criminali che indossano maschere e costumi caratteristici.
Questi antieroi si contrappongono ad una società solo apparentemente perbenista, hanno nomi resi esotici dall'uso di lettere tipicamente straniere come la K, la X o la J, e stravolgono la morale vigente all'epoca fino quasi a ribaltarla.
Questi super malviventi non sono mossi solo dal profitto, ma, cosa che li differenzia dalle loro vittime, hanno nel loro animo sentimenti più profondi e nobili.
Anche se sono esistiti degli antesignani che non hanno avuto particolare successo (Fantax, ideato nel 1946 dai francesi Pierre Mouchot e Marcel Navarro; Furio Almirante, creato da Carlo Cossio nel 1940 e ripreso da Gian Luigi Bonelli, che lo ribattezza Furio Mascherato; Il Fantasma Verde e Maskar disegnati da Gallieno Ferri) l'iniziatore di questa corrente è considerato Diabolik.
Angela e Luciana Giussani
Ideato da Angela e Luciana Giussani e pubblicato dalla casa editrice Astorina, esordisce nel novembre 1962.
Il personaggio riscuote subito un enorme successo, rendendo ben presto l'omonimo protagonista uno dei volti più riconoscibili del fumetto italiano.
Narra la leggenda che l'intuizione per la creazione del personaggio sia venuta ad Angela mentre fumava una sigaretta affacciata alla finestra di casa: una lettura per adulti adatta ai numerosi pendolari dalla sottostante stazione di Milano Cadorna da leggere durante il viaggio in treno e comoda da riporre in tasca.
Le idee le si chiariscono ulteriormente quando trova in metropolitana una copia abbandonata di un romanzo di Fantômas, spietato criminale le cui gesta sono narrate da Marcel Allain e Pierre Souvestre, da cui trae ispirazione per le carrieristiche del serial.
Il resto è storia.
Diabolik, accompagnato nelle sue imprese da una bellissimaEva Kant, è uno scafato ladro dalla calzamaglia aderente che lascia intravedere solo gli occhi
I due vengono contrastati da Ginko, un ispettore di polizia intelligente determinato e integerrimo, che tenta invano di arrestarli.
Diabolik n°1
Con le sue trame nere, le ambientazioni cittadine e i numerosi comprimari, Il Re del Terrore ha ispirato pellicole cinematografiche e spassose parodie a fumetti ed è stato il primo di numerosi antieroi che hanno dato notorietà al genere.
Tra i molti epigoni vanno menzionati Kriminal, un fuorilegge che veste una calzamaglia da scheletro con un teschio come maschera, e Satanik.
Creati nel 1964 da Max Bunker e disegnati da Roberto Raviola, in arte Magnus, le loro serie sono caratterizzate da tematiche horror e un alone di erotismo.
Si ricordano anche Demoniak e Fantax, ideati da Furio Arrasich nel 1965, Zakimort, una Diabolik in gonnella, l'agente SS 018, ancora opera di Bunker e Magnus, ispirata al James Bond di Ian Fleming e numerose testate che in alcuni casi erano veri e propri plagi dei serial più famosi.
Tra le tante, ne vorrei ricordare due, particolari perché realizzate con la tecnica del fotoromanzo: Killing ispirata a Kriminal e Genius che si rifà a Diabolik.
Il successo di questo fenomeno attira l'attenzione di giudici e tribunali che, temendo che queste pubblicazioni potessero «turbare l’ordine pubblico, l’ordine della famiglia e incitare alla criminalità e al delitto», istituiscono processi e ordinano sequestri.
Alle vicende giudiziarie si aggiunge ben presto il peso dei giudizi dell'opinione pubblica e e dei benpensanti che fa si che gli autori edulcorino e ammorbidiscano i toni delle storie rendendole meno sanguinarie e facendo perder loro molta della carica innovativa che le aveva caratterizzate nella fase iniziale.
A causa di questi fattori, di questa moltitudine di personaggi che sono stati la bandiera di una tendenza che, seppure poco duratura, ha fatto scuola, solo Diabolik, Kriminal e Satanik sono stati pubblicati a lungo.

martedì 26 marzo 2019

Maledetta Primavera




Per me il 21 Marzo (quest’anno il 20, pare) è l’inizio della fine.
Il dramma vero comincerà con il cambio dell’ora, e già sto cercando di prepararmi psicologicamente alla cosa.
Perché io la Primavera, e con essa l’Estate, la odio, e la odio tanto, e quindi eccomi qui a fare i miei piani per la Sopravvivenza.

Io non ho sempre odiato la Primavera, e non ho sempre detestato l’Estate, anche se il caldo mi ha
sempre dato fastidio. La mia stagione ideale è l’Autunno, quei Settembre-Ottobre-Novembre solitamente abbastanza bastardi che però preparano alla Fine Anno, quel periodo che dovrebbe essere di raccoglimento-riflessione-bilancio-programmazione che dovrebbe portare all’analisi di sé e agli obbiettivi su cui lavorare nell’anno a venire.
Tornando a noi, dicevo che non ho sempre odiato le stagioni calde: quando andavo a scuola mi piacevano, essenzialmente perché detestavo la scuola, ma soprattutto perché mi permettevano di seguire i miei ritmi, di fare le cose secondo i miei tempi e non secondo i tempi dettati da altri.

Quello che mi propongo quest’anno è riuscire a fare di necessità virtù, e quindi di trasformare un periodo di lentezza e azione impastata in qualcosa di davvero creativo e produttivo, studiando per bene le mie debolezze e i miei punti di forza, resettando i miei orari e analizzando le mie priorità; imparare a fare buon viso a cattivo gioco, preparandomi al caldo, alla gente, alle ore di luce infinite, alle notti con poco sonno.

Perché alla fine, per me, questo periodo, unito ai mesi che verranno, è una guerra, e ringrazio il cielo per questo freschino fortunato e imprevisto che mi permette di raffinare la mia strategia e il mio piano di combattimento. Perché l’Estate è una metafora della vita, un continuo processo di sfinimento che ti rinforza se sei tosto e ti distrugge se sei molle; e come dice Sun Tzu, se conosci te stesso e il tuo nemico, la vittoria è cosa certa.

E allora preparo la mente, rinforzo il cuore, mi preparo a tener botta e a uscire vincitrice da questo periodo ciclicamente critico e caotico: occhi puntati alla vittoria, mente il più ferma possibile, bando ai piagnistei e alle recriminazioni. Il nemico è potente, quindi bisogna essere spietati.


 E alla peggio, parafrasando Epaminonda, citato da Cornelio Nepote, moriar invicta, morirò imbattuta.


venerdì 22 marzo 2019

L'acqua in musica


Da sempre, l’acqua nelle sue molteplici forme è stata oggetto di rappresentazioni artistiche, sia in musica che in pittura.
Da appassionata di musica classica, in particolare, mi ha sempre affascinato la maestria con cui alcuni autori hanno saputo rendere l’idea dell’acqua in movimento: il lento scorrere di un fiume, lo zampillare allegro di una sorgente o il turbinio delle onde nel mare in tempesta.
Se però i compositori più antichi sono per me emotivamente meno coinvolgenti (penso ad esempio al mare in tempesta nella composizione di Vivaldi, bellissimo ma più distante dalla mia sensibilità), 

è con gli autori romantici che l’acqua diventa per me non solo un’idea evocata, ma quasi un elemento palpabile, tanto che se chiudo gli occhi mi sembra di toccarla. Ecco, la differenza è questa: la Tempesta di mare di Vivaldi è un brano molto bello, che però potrebbe farmi pensare anche a un bosco, o ad una cavalcata nella campagna; ma ogni volta che ascolto brani più recenti, ad esempio la Moldava di Bedrich Smetana non solo immagino il fiume che scorre, ma sono trasportata lì sulle sue rive.
In effetti, in pena tradizione romantica, la Moldava è un brano fortemente descrittivo. Parte di una poema sinfonico più ampio dal titolo La mia patria, descrive perfettamente il corso del fiume Moldava, che nasce da due sorgenti, rappresentate da un motivo fluttuante di flauti e clarinetti. Man mano che il fiume si ingrandisce, corni e arpe descrivono il suo scorrere nel bosco; poi, lungo le sue rive si svolge una festa nuziale campestre, il cui clima festoso è reso da una polka e una marcia. Un momento che amo particolarmente è costituito dai pianissimo degli strumenti a fiato che accompagnano, alla luce della luna, la danza acquatica delle ninfe. Dopo di che, il fiume scorre placidamente, finché accelera, giunge alle porte di Praga e, dopo averla attraversata, prosegue verso l'Elba.

Tipicamente impressionista è invece l’acqua musicata da Debussy, il quale sosteneva che il compositore non crea dal nulla, ma coglie il flusso costante e ininterrotto della musica dell’universo, fermandolo sulla carta. Non credo si possa trovare una descrizione migliore della musica di questo straordinario artista, che come nessuno mai è stato in grado di descrivere la realtà circostante. Ecco, per me il mare di Debussy è l’equivalente dell’Impression: soleil lévant di Monet.  Una realtà in eterno movimento, un fluire costante, un vento invisibile che attraversa il creato, quel vento che sembra di sentire al minuto 1:35 circa mentre gonfia le vele delle imbarcazioni.

Ma non è solo acqua immensa e vastità di oceano, quella descritta da Debussy, bensì anche la superficie calma di un lago, durante un gita in barca, magari ad Argenteuil, in un pomeriggio felice tra luccichio del sole che si riflette sullo specchio d’acqua, crinoline e ombrellini.



E chissà, forse la calma è solo in superficie. Forse sotto, nella profondità del lago, è invece tutto un turbinio di pesci che brulicano. 

Forse, in quello stesso lago, tra poco apparirà Ofelia tra i canneti…..


giovedì 21 marzo 2019

Acqua + Poesia = Musica


Oggi è la giornata mondiale della poesia, domani sarà quella dell'acqua. Anche Alessandra, domani, parlerà di acqua e musica, e io mi aggrego con qualche titolo acquatico (che sia pioggia, acqua, palude, fiume, mare e quant'altro).
Allora:

Com'è profondo il mare (Lucio Dalla)
Swamp (Talking Heads)
The River (Bruce Springsteen)
Have you ever seen the rain (Creedence Clearwater Revival)
Who'll stop the rain (Creedence Clearwater Revival - che poi hanno l'acqua anche nel nome, a ben pensarci)
La canzone dell'acqua (Eugenio Finardi)
Acque (Francesco Guccini)
Purple Rain (Prince)
Fontana Chiara (Rino Gaetano)
L'acqua minerale (Franco Fanigliulo)
River (Joni Mitchell)
Smoke on the water (Deep Purple)
Singin' in the rain (Gene Kelly)
Acqua azzurra acqua chiara (Lucio Battisti)

Altri titoli da bere?

martedì 19 marzo 2019

Fare ordine (la mia su Marie Kondo)



Se mi si chiedesse quando è nato il mio interesse per il sistema di pensiero orientale, nello specifico giapponese (della cultura indiana so poco e niente, idem della cultura tibetana), e nell’ancora più specifico zen e marziale, non saprei rispondere. Pensandoci con attenzione, direi che forse questa passione è nata in salsa new-age quando ero al liceo, si è sviluppata in modo altalenante negli anni dell’università e dei primi lavori, si è affinata con la pratica delle arti da combattimento e, infine, si è spalmata in tutti gli ambiti della mia vita. Come dice Miyamoto Musashi, alla fine quello che può a sconfiggere un uomo può sconfiggere un esercito, perché (postilla mia) il combattimento non è altro che un modo di pensare, di sentire e quindi di condursi nella vita; e, ancora più importante, non esistono nemici che non siano uno specchio fedele e onesto di noi stessi e delle nostre mancanze.

Ciò che amo della filosofia marziale è che non è propriamente una filosofia quanto piuttosto un metodo; che poi la filosofia è tutta un metodo, ma quella marziale lo è in maniera più diretta, perché si parte con il menare le mani (o la spada, o la lancia, o altro) per poi arrivare al punto in cui menare le mani diventa inutile: non è un caso che molti dei più grandi combattenti siano anche pittori o calligrafi di razza. Il fatto è che la filosofia marziale non è altro che l’incrocio di una pratica fattiva (il combattimento prima, la calligrafia o l’arte poi, o insieme) con un approccio studioso e meditativo; parafrasando Nietzsche, idee che sono una festa anche per i muscoli.

Ciò che dobbiamo tenerci stretti non sono i ricordi del passato, ma la persona che siamo diventati grazie alle nostre esperienze. Ciò che conta è quello che siamo adesso.
(Marie Kondo – Il magico potere del riordino)

Il casino che gira attorno ai libri e alle idee di Marie Kondo è un fenomeno per me inspiegabile: già nell’Hagakure si parla molto del dovere dei samurai di tenere in ordine la propria casa e curare il proprio aspetto e neanche in maniera troppo diversa; inoltre il ringraziare ciò che decidiamo di dare via dovrebbe essere un atteggiamento con cui vivere la vita (penso che chiunque abbia più di cinque anni abbia imparato, o sulla sua pelle o sulla pelle altrui, che niente va dato per scontato, e che le circostanze sono mutevoli), e la concentrazione sul presente è l’unica cosa capace di costruire un futuro. Marie Kondo, in sostanza, non fa altro che approfondire, e anche in maniera piuttosto classica, un aspetto della cultura marziale che nei materiali canonici è stata affrontata come collaterale (ma, ribadisco, neanche tanto).

Anche se non riuscite, non preoccupatevi, casa vostra non esploderà.
(Marie Kondo – 96 lezioni di felicità)

Anzi, la Kondo è anche parecchio morbida e accomodante rispetto ai maestri del passato: per Yamamoto Tsunetomo, ad esempio, studiare la storia del proprio feudo era l’unica cosa necessaria, il resto era superfluo, e in moltissima aneddotica lo studio feroce e l’erudizione vengono visti con estrema diffidenza. Questo perché l’accumulo di nozioni non è altro che un altro tipo di accumulo, e non più nobile della scorta di scarpe o cosmetici; e come il disordine, quando è eccessivo, rende la quotidianità difficoltosa e stancante, così l’eccesso di cultura rischia di essere privo di sostanza, un’abbuffata per l’Ego che però rischia di soffocare il Vero Sé.

Bisogna ricordare che è centrale, per tutta l’arte giapponese (e il concetto di “arte” meriterebbe un post a sé, o forse addirittura una serie di post a sé), il concetto del flusso dell’energia (ki), che deve essere fluido e costante; e chi dice che la caratteristica dell’arte orientale è la sua semplicità (nel senso di essenzialità) ha solo parzialmente ragione, perché più importante ancora è la sua funzionalità rispetto allo scorrere del ki. 
Pertanto, quando Marie Kondo dice che non dovremmo tenere in casa libri che non leggiamo e cose che non utilizziamo, è in questo contesto che va inserita: la nostra casa deve essere un luogo pronto ad accogliere il fluire della vita; e anche noi dovremmo vivere senza aggrapparci a niente, pensandoci come una parte di un insieme, un elemento  non più rilevante degli altri componenti che lo formano.

Dopotutto,le cose che possediamo raccontano accuratamente la storia delle scelte che abbiamo fatto nella nostra vita. Riordinare è un modo di fare l'inventario delle cose che ci piacciono davvero.
(Marie Kondo – Il magico potere del riordino)

Che poi è ovvio che siamo esseri umani, non sempre pronti al distacco, e magari affezionati alle cose che possediamo perché hanno una valenza particolare; e quindi casa mia sarà sempre piena di libri e articoli da cancelleria, e il guardaroba del mio compagno strariperà di cravatte, papillon, camicie eccetera; e tuttavia questo non mi impedisce di fare regolarmente cernite, perché, parafrasando Marie, non è tanto questione di ciò che abbiamo, ma di chi siamo nella fase presente della nostra vita.

venerdì 15 marzo 2019

Due ciclisti


Questi brani sono tratti dal bellissimo libro Merckx, il Figlio del tuono, di Claudio Gregori edito da 66thand2nd.


Sul piano emozionale avvantaggia Coppi il momento storico. Coppi sboccia dalle macerie. È egli stesso un rudere, quando ritorna dalla prigionia in Africa. E quel rudere fiorisce. Coppi incarna la rinascita. Merckx è figlio del boom economico.
Coppi e Merckx hanno una scena diversa. L'uno si muove in un'Europa devastata, dove tutto è ferito, le case e gli uomini, dove c'è la resa dei conti, e l'unica ricchezza è il sogno. Merckx pedala davanti all'Atomium, mentre la sua città diventa capitale d'Europa.
(...)
Coppi viene dalle strade bianche. Attraversa un mondo affamato, ricco solo di speranza. Merckx pedala sull'asfalto tra automobili e scooter, sfiora case al mare, beve la birra presa dal frigorifero. Percorre un mondo ricco, imbevuto di petrolio e di sogni, che scopre il piacere e la seduzione, la diversità, i Beatles e l'hula hoop, i transistor e la minigonna, Mao e la contestazione.
Coppi genera commozione. Merckx produce tifo. il mito è di Coppi. Merckx è della TV (...). L'obiettivo toglie alla corsa il mistero, l'immaginazione, l'incanto (…). Coppi è cantato alla radio. (...) È legato alla parola, con il suo straordinario potere di seduzione. Merckx all'immagine che demitizza.
Coppi è figlio della magia, Merckx della realtà (...). Coppi vola, Merckx pedala. Coppi è l'airone, Merckx un motore a reazione. Coppi appartiene al racconto, Merckx alla telecronaca (...). Coppi fa sognare. Merckx fa esultare.
Ormezzano chiude così il confronto Coppi-Merckx: «Coppi il più grande, Merckx il più forte».

E più avanti:



Mosca ha scritto che Coppi è un «meccanismo preciso e delicato. Basta un granello di polvere, e il meccanismo non va. [...] Coppi, dentro, è fatto di migliaia di minuscole e preziose rotelline. Quando è guasto, non a un massaggiatore dev' essere affidato, ma un orologiaio. Merckx è un monopezzo, che non si rompe mai: solo alla fine mostra l'usura del tempo (…).
Coppi si scoraggia, Merckx no (…).
Mercx è più continuo di Coppi. È un sole che non tramonta mai per un decennio: nasconde le altre stelle, i pianeti, satelliti, perfino le supernove. Coppi, invece, è un sole intermittente. Sorge abbaglia e tramonta (...). Merckx è capace di mettere a ferro e fuoco la corsa (...). La sua tirannia è asfissiante. Coppi, invece, tira botte mirate e memorabili.
Coppi è miglior stilista L'eleganza lo abita. Bello in bicicletta. Si muove secondo le leggi dell'armonia. Trasforma la bici in cetra. Merckx, invece, esprime potenza. Demolisce gli avversari. Li piega. Devasta la corsa. Coppi la illumina (...).
Merckx si lascia dietro il suono dell'aria squarciata. È rombo e furore. Lo porta il turbine. È il Figlio del tuono. Una qualità di Coppi, invece, è la levità. Lo spinge il vento. Vola nel silenzio.
Coppi ha la Dama Bianca, Merckx ha Claudine. L'adulterio e la fedeltà. La donna che seduce e la donna che aspetta. Elena e Penelope. La passione che brucia e l'amore eterno (...).
Il declino di Merckx è violento e patetico, manifesto, anzi plateale: è il guerriero irriducibile che vuole sconfiggere il Tempo. Il declino di Coppi è sommesso, clandestino, spalmato negli anni. Coppi si lascia avvolgere a poco a poco dalle ombre del del tramonto (...).
Coppi ha a che fare con la tragedia Merckx con la guerra. Il suo stesso nome è un monosillabo tagliente come l'ascia (...). Gèminiani, compagno di Coppi e direttore sportivo di Merckx, ha detto: « Coppi ha inventato il ciclismo moderno, Merckx l'ho realizzato».
Merckx, come, Coppi ci ha regalato la prova che Dio abita tra noi. La sua scia di turbini di vento non perirà.

Mi interessava la vita del grande campione belga e di questo libro mi è piaciuto molto lo stile e il tono epico del racconto. E i cambiamenti dello sport sono quelli della società.

martedì 12 marzo 2019

I miei problemi con Lars von Trier (post in cinque incidenti e una catabasi)


Una premessa: non credo di trovarmi a scrivere, riguardo alla figura e al lavoro di Lars von Trier, cose che non siano state già scritte; tuttavia, procediamo allegramente, fino a che il viaggio non giungerà alla sua naturale destinazione.

Primo Incidente
Ho conosciuto La Femminista a una festa, e la chiamo così a) perché non ricordo il suo nome e b) perché quella di Femminista è la qualifica con cui si era presentata.
La Femminista odiava Lars von Trier, di cui aveva visto solo Le onde del destino, perché era suo dovere di Femminista, perché lui era contro le donne; dato che io apprezzavo la sua opera, anche io ero serva del sistema patriarcale che lui sosteneva.
Per La Femminista il maschilismo di von Trier si rivelava preclaro nel momento in cui il regista riservava a Bess una fine atroce, mentre per me il suo non-maschilismo si rivelava nel fatto che la protagonista si faceva portatrice di valori talmente immensi da non poter essere riconosciuta dalla bigotta comunità che la circondava, e allora ecco che faceva una fine atroce, che però poi era contraddetta dal miracolo finale. Bess è portatrice di disordine in quanto rivelatrice dei limiti e delle ipocrisie che regolano il comune vivere: pertanto, prima si dà fino a morire, e poi risuona nell’aria attraverso la musica della campana di cui la sua chiesa era priva.
Ora, con il senno di poi, riconosco che la mia visione dell’opera del regista era limitata quanto quella della Femminista, anche se di segno opposto al suo, ma almeno io non le urlavo contro.
La nostra discussione si concluse con lei che mi ringhiava che non capivo ed io che rispondevo che lei non valeva lo sforzo di capirla.
Succedesse adesso, sarei molto più garbata, ma la sostanza rimarrebbe la stessa.
E la cosa buffa è che Le onde del destino neanche mi aveva lasciata troppo entusiasta.

Secondo Incidente
Melancholia è stato il primo e unico film di Lars von Trier che ho visto con il mio compagno. Lui

l’ha detestato, io sono rimasta perplessa e mi sono sentita molto vecchia. Guardandolo con occhi scevri dal casino successo a Cannes (la Storia insegna che osservare un’opera dal punto di vista della moralità del suo autore semplicemente non funziona) e carica di aspettative sconvolgenti, e mi è sembrato di trovarmi davanti agli occhi il piagnucolio di un depresso che si autocommisera, e che rivendica la giustezza della propria visione del mondo (che poi “visione del mondo” è un termine inadatto, ma ne parleremo più avanti) in quanto pessimista (che poi questo è un problema che ho anche con il Ligotti saggista, che impone una visione distruttiva con lo stesso atteggiamento dogmatico degli ottimisti che contesta; e il giorno che smetteremo di giudicare la vita e a misurarla con le nostre paturnie verrà sempre troppo tardi). Ma più che altro quello che mi ha dato fastidio è il parallelo Apocalisse Borghese/Apocalisse Cosmica, che mi è sembrato pedante e cattedratico; ho vissuto il tutto come fuffa, e mi è dispiaciuto un casino.

Il tutto mi è sembrato di povertà gonfiata di intellettualismo, e l’ho trovato annichilente, e non nel senso filosofico del termine. Ho cominciato a chiedermi se in passato avessi guardato i film di Lars von Trier con uno sguardo sbagliato, forse troppo ingenuo, idealista, intellettualoide.

Terzo Incidente
Ho recuperato Manderlay dopo aver visto la prima parte di Nymphomaniac, che mi era piaciuta tantissimo, e prima di vedere la seconda, che ho trovato lamentosa sullo stile di Melancholia, e non mi è piaciuto: sebbene le tesi siano interessanti (e il personaggio del Padre di Grace rimane un incanto, e Isaac De Bankolé è sempre un bel vedere), Manderlay mi è sembrato un film fatto con poca voglia, annoiato e quindi noioso, girato per dovere mentre la testa era altrove (probabilmente immersa nella trilogia della depressione); ed è un peccato. Perché io resto dell’idea che quando Lars von Trier gira un qualcosa che non parli di se stesso, e non sia un suo dialogo interiore tra razione di vita e pulsione di morte, di cose interessanti ed entusiasmanti ne abbia da dire a iosa. Il dittico Dogville-Manderlay (ho scoperto con orrore che il terzo capitolo è La casa di Jack, di cui parlerò più avanti) ha una struttura abbastanza astratta e metafisica (allegorica?) da poter affrontare temi enormi senza essere didascalico, trattato con un approccio (specialmente Dogville) capace di addentrarsi nella vicenda raccontata e nelle sue implicazioni politiche ed etiche con apertura, curiosità e ironia.
Ho vissuto Manderlay come l’inizio della fine, e tale impressione si è rafforzata con, appunto, la seconda parte di Nymphomaniac e con il recupero di Antichrist.

Quarto Incidente
Ho trovato Antichrist e il volume secondo di Nynphomaniac avvilenti, ma con un barlume di speranza (e di curiosità) che mi ha spinto ad agognare il Quinto Incidente, ergo, chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Il fatto è che se fare film è come fare psicoterapia funziona che il malato paga chi lo ascolta, e non viceversa. In Antichrist ogni cosa gira attorno a due istanze interiori che dialogano senza comprendersi: un uomo, portatore di una visione razionalista e forse superegoica, e una donna, che invece rappresenta la vita incontrollabile e tutti annessi e connessi; l’uomo cerca di domare la donna, di adattarla alla sua struttura del mondo, e poi la distrugge, ma, alla fine, il femminino trova il modo di fargliela pagare. Non è un film che ho amato, ma non riesco neanche a detestarlo del tutto, perché mi sembra fare un punto della situazione e ripartire da essa: in Melancholia le due istanze di cui sopra sono rappresentate da due donne (e per lo più sorelle, mentre gli uomini fanno una figura meschina, per la gioia della Femminista); in Nymphomaniac la donna indossa un nome maschile (Joe) e l’uomo ha solo il suo cognome (Seligman). Purtroppo, però, se la forma si evolve, la sostanza del discorso cambia di poco: Lars von Trier prende due lati contrapposti di se stesso e li fa parlare e parlare e parlare, ma questi non si capiscono se non superficialmente, e tutto si conclude con un annientamento che riporta l'ambaradan finora trattato al punto di partenza. Con la fine del mondo e il nero totale si vince facile, ho pensato io, e mi sono sentita un tantino presa in giro.

Quinto Incidente
Il trailer de La casa di Jack è una figata pazzesca, il film molto meno. Ok, è divertente, senza dubbio molto ironico, presentato in maniera abbastanza cialtrona a Cannes (tutti stomachini deboli, pare), e la voce superegoica Verge (un Ganz da abbracciare) somiglia vagamente a quella di Seligman ma con più sarcasmo, e allora viene il sospetto che von Trier usi questo suo Otto e Mezzo per imparare a ridere di se stesso (non ho visto Il Grande Capo, l’unica commedia del regista, quindi non so come il nostro se la cavi con i toni più classicamente comici), ma invece no: le didascalie che commentano l’azione sono un ennesimo tentativo del regista di spiegarsi, di farsi capire, che è una delle cose più deprimenti che un artista possa fare. E io pensavo: ok, la metafora, ok, il simbolo, ok, l’arte, ma per l’amor del cielo, Lars, parliamo di altro che non sia la tua testa. Va bene, viva l’onestà intellettuale di infilarsi nel più profondo degli inferni, riconoscere l’incapacità di comunicare con un altro, viva un SuperIo e un Es che collaborano nel viaggio verso la dannazione più disperata, ma anche BASTA. Il mondo va oltre l’arte, la visione, le pulsioni, gli umori.

Catabasi
E alla fine di tutto, io mi sento un po’ come Verge, nascosta un po’ ovunque a osservare un percorso che si è rivelato molto meno interessante delle sue premesse; e, dopo aver accompagnato il nostro in un inferno che è suo e suo soltanto (dato che la sua visione del mondo non è altro che una restrizione, del tutto priva di incertezze e di curiosità, della vita all’interno di ripetitive coordinate trieriane), anche io allargo le braccia con rassegnazione e lo lascio solo a improvvisare una via di uscita, sapendo chje la cosa non può andare a finir bene. Lars von Trier è diventato un personaggio di cui mi diverto a seguire la sorte.
E questo è quanto.

sabato 9 marzo 2019

Prima l'ho uccisa poi l'ho baciata


(Grazie mille a Liviana Daolio, che ha voluto condividere questo articolo con noi; Liviana è un'artista e una persona di una sensibilità incredibile e di un gusto raffinato oltre ogni misura. E niente, leggiamo, ché non c'è molto da commentare)

Chissà se anche le donne, in caso di maschilicidio, saranno trattate dalla giustizia con lo stesso sconto di pena ottenuto da Michele Castaldo, l’uomo che uccise Olga Mattei, strangolandola nell’ottobre del 2016, dopo appena un mese di frequentazione. La Corte d’Appello di Bologna ha ridotto la pena all’omicida reo confesso, portandola da trenta a sedici anni con la concessione delle attenuanti generiche. Nella sentenza si legge che, sebbene la gelosia fosse un sentimento “certamente immotivato”, determinò tuttavia in lui “a causa delle sue poche felici esperienze di vita”, una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”. Ad avallare questa tesi, pare che poi l’assassino abbia tentato il suicidio, non riuscendoci. L’insopportabilità di sentirsi dire no, di essere lasciati, dell’essere visti deboli mettendo a nudo la propria vulnerabilità, forse sono aspetti nei quali può essersi identificata la Corte. 
I Tribunali rispecchiano la cultura di una società, e le loro sentenze “fanno cultura”, ma noi obiettiamo che il pregiudizio non deve essere più importante del giudizio e che non ci deve essere nessuna giustificazione o attenuante possibile per un tale delitto, non c’è raptus o gelosia che tenga: nulla può attenuare la responsabilità di chi uccide. Questa sentenza colpisce ancora una volta il corpo femminile. Le donne sono invitate a denunciare gli abusi subiti, ma poi si sospetta lo facciano strumentalmente per ottenere l’affidamento dei figli o esagerando nella denuncia delle violenze subite dentro e fuori l’ambiente domestico: questo genera uno stato d’isolamento e di povertà della donna non solo da parte delle Istituzioni, ma anche della famiglia. Se il contrasto alla criminalità in generale è stato un successo, molto più difficile è intervenire su un dato culturale che sembra così profondamente radicato nelle coscienze: certo è che la gravità di questa morte viene sminuita da una tale regressione giuridica. 
L’articolo 581 del Codice Rocco, risalente agli anni ’20 e in vigore dal Fascismo, fu soppresso il 5 agosto 1981 grazie al n.442, che abroga la rilevanza penale della “causa d’onore”. E’ vero che il femminismo ha creato nuovi soggetti politici che sono le donne, ma oggi questa sentenza nega un progresso ottenuto con tanta fatica. “Prima l’ho uccisa e poi l’ho baciata” così recita una canzone. Certo è che tutto ha concorso e in parte concorre a far sì che la donna rimanga un soggetto manipolabile dal maschilismo dominante, complici le religioni, che hanno guardato al suo corpo come un’incarnazione diabolica. Dunque, solo i crimini contro il genere femminile rimangono stabili, con la macabra cadenza di una donna uccisa ogni tre giorni. A questa violenza si può paragonare quella  contro il corpo femminile della terra. Il cielo, astrazione celeste appannaggio dell’uomo come ipotetico Aldilà, in antitesi alla materialità della madre-terra che pure ci dà la vita e da vivere, assimilata alla donna. Un Aldilà di presunte felicità e un Aldiquà in rovina, la nostra unica casa terrena vessata, violentata, quotidianamente brutalizzata come il corpo delle donne. Non vorremmo che la Corte d’Appello di Bologna fosse stata investita da una “soverchiante tempesta emotiva e passionale” facendole fare un salto all’indietro verso la sub-cultura del delitto d’onore e non solo. 

Liviana Daolio

venerdì 8 marzo 2019

Quello che le donne non dicono (davvero) - secondo me



Parlare di ciò che pensano o dicono le donne senza cadere nella retorica, anche femminista, non è semplice; pensare o parlare a nome delle donne, al giorno d’oggi, risulta pretenzioso. Le donne vivono in uno spazio, in un ambiente, in un tempo e in una famiglia, quindi ognuna è diversa dall’altra, anche se tutte  sono accomunate dalla  storia, dalla tradizione e da una società  che da sempre le ha viste, nella maggioranza dei casi, non pari all’uomo.

Molte donne  sono educate al silenzio, al non raccontare la parte nascosta del proprio intimo, a non svelarsi troppo, perché in fondo “non sta bene” e poi – viene spesso ripetuto - non devono né lamentarsi, né chiedere troppo. Un famoso proverbio veneto recita: la donna per essere una buona compagna è bene che  la piasa, che la tasa e che la staga in casa/che piaccia, che taccia e che stia in casa. Una donna che tace o parla poco è la donna ideale.
Con chi e di che cosa le donne tacciono? Alle amiche?  Ai propri compagni? Agli estranei ? Ciò che non si può rivelare a nessuno perché sarebbe meglio neppure pensarlo? …E allora le donne che non fanno un passo se non lo comunicano al mondo intero, attraverso i social (dai viaggi a quello che mangiano, come passano il tempo libero, per chi votano e  la loro filosofia di vita) poi realmente parlano di se stesse o quel modo di comunicare è solo fumo negli occhi ?  Si parla dei successi, nel lavoro o più in generale nella vita, del marito e dei figli, ma delle delusioni che questi ci danno, fino a che punto riusciamo a raccontarle ? …e di come talvolta vediamo stupido il nostro compagno, nelle scelte o nei comportamenti, riusciamo a parlarne ? Di come siamo stanche di corrispondere al modello di perfezione che ci è stato o che ci siamo cucite addosso da sole, per cui corriamo tutto il giorno per essere donne autonome, indipendenti, soddisfatte del lavoro  ma anche sempre madri presenti, casalinghe perfette e brave cuoche, figlie affidabili, mogli o compagne piacenti, amiche disponibili, riusciamo a dirlo? Oppure dello schiaffo, della spinta, della violenza psicologica che alcune di noi subiscono dal padre, dal compagno o dal figlio a chi lo raccontano?   Quante cose non diciamo nemmeno a noi stesse, per non mettere in discussione la nostra vita? 




giovedì 7 marzo 2019

(Non tutte) Siamo così


Ci fanno compagnia certe lettera d'amore
Parole che restano con noi
E non andiamo via
Ma nascondiamo del dolore
Che scivola, lo sentiremo poi
Abbiamo troppa fantasia, e se diciamo una bugia
È una mancata verità che prima o poi succederà
Cambia il vento ma noi no
E se ci trasformiamo un po'
È per la voglia di piacere a chi c'è già o potrà arrivare
a stare con noi

Io questa canzone la odio. Da morire. Ogni volta che passa alla radio mi parte un “mavaffa” e poi cambio frequenza, ma il “mavaffa” non mi sfoga. Per niente. Tre note in croce, il solo titolo e lo stomaco mi si rintorcina tutto, e sono invasa dal male nella sua forma più pura.. Ogni anno, in prossimità di quell’obbrobrio che è la festa della donna, questa canzone torna a infestare le radio. Pare che sia tra le migliori dieci canzoni sulle donne, e francamente ignoro e voglio continuare a ignorare quali siano le altre canzoni.

Siamo così
È difficile spiegare
Certe giornate amare, lascia stare
Tanto ci potrai trovare qui
Con le nostre notti bianche
Ma non saremo stanche neanche quando
Ti diremo ancora un altro sì

La decisione di scrivere di questa canzone è stata mia e mia soltanto, ergo chi è causa del suol mal pianga se stesso e io sono qui che piango, perché non vorrei buttar giù un’esplosione di rabbia, ma semplicemente elencare cosa non va in questa canzone. Che poi è semplicissimo: un mare di cliché, una spaventosa mancanza di immaginazione, la donna vista come figura passiva e stupidamente sentimentale, bisognosa di essere guardata per esistere, incapace di barcamenarsi nel quotidiano, che trova nella relazione e nel donarsi la sua ragion d’essere (e quello che fa più rabbia è che il darsi all’altro è la scelta più nobile ed eroica che ci sia, se fatta con consapevolezza, ma qui diventa un tener la barca pari, anche se la barca è tarlata ed è inevitabile che finirà per affondare).

In fretta vanno via della giornate senza fine
Silenzi, che familiarità
E lasciano una scia le frasi da bambine
Che tornano, ma chi le ascolterà
E dalle macchine per noi
I complimenti del playboy
Ma non li sentiamo più
Se c'è chi non ce li fa più
Cambia il vento ma noi no
E se ci confondiamo un po'
È per la voglia di capire chi non riesce più a parlare
Ancora con noi

Si sarà capito che io non sono femminista: non sono femminista come non lo era Simone de Bouvoir, per la quale la questione femminile era (ed è ancora, a mio parere) troppo legata ad altre questioni politiche ed esistenziali per essere trattata singolarmente, e come non lo era Colette, che odiava le femministe, che non credeva nelle battaglie ma credeva nel dare l’esempio vivendo la vita che voleva vivere, e come non lo era Emma Goldman, per cui la questione femminile era solo una branchia della questione anarchica e di responsabilità della vita individuale tout court, e come non lo era Goliarda Sapienza, che inserisce la questione femminile nel diritto/dovere di ognuno di vivere la propria vita in piena libertà, come soggetti autodeterminanti e autodeterminati sotto ogni punto di vista, e come non lo era Virginia Woolf, che nella stanza che aveva tutta per sé parlava più specificatamente di autonomia e libertà.
Che poi il problema è, a parere di chi scrive, sempre quello sottolineato più e più volte, e sempre con chiarezza adamantina, dalla magnifica Simone ne L’altro sesso: l’inesistenza di un punto di vista, un modo di essere che sia del tutto femminile, che non sia un punto di vista semplicemente non-maschile. Se non si supera questo il resto è inutile e falsato alla radice, non c’è né autonomia né libertà, non c’è sperimentazione del sé, tutto rimane in superficie, e allora diventiamo quello che ci dicono di essere, ci riconosciamo in definizioni limitate e limitanti, semplicemente per superficialità.

Siamo così, dolcemente complicate
Sempre più emozionate, delicate
Ma potrai trovarci ancora qui
Nelle sere tempestose
Portaci delle rose
Nuove cose
E ti diremo ancora un altro sì

E niente, leggo e mi sale il disagio, e penso che questa canzone è così palesemente sbagliata, chiusa, e da un punto di vista umano prima ancora che femminile o femminista, che mi viene da pensare che basterebbe ascoltarla con attenzione per capire che tutte le elucubrazioni su di essa sono inutili. Sul serio, sono tre giorni che ci sbatto la testa, ma il problema è il sentimento che sta alla base, un sentimento che si subisce e basta, con fervore o con fastidio; e il sentimento non è altro che il primo scalino del senso di trascendenza a cui aneliamo tutti; e invece un sacco di donne di accontentano di quello (niente di male, per carità, solo che allora non ci si può lamentare se non si è prese sul serio, perché trovare la propria realizzazione nella coltivazione del sentimento vuol dire vivere in uno stato di perpetuo dilettantismo esistenziale e sudditanza emotiva nei confronti delle circostanze), e anzi ne sono orgogliose, come se fosse uno stato di loro esclusivo controllo, un territorio appartenente solo a loro, una sorta di regno incantato, mentre in realtà non è altro che una suburbia del vivere.

È difficile spiegare
Certe giornate amare, lascia stare
Tanto ci potrai trovare qui
Con le nostre notti bianche
Ma non saremo stanche
neanche quando
ti diremo ancora un altro sì.

E la canzone è finita, e io non ho detto assolutamente niente di quello che mi ero ripromessa di dire, anche perché c’è molto poco da dire e ancora meno da non dire.
Perché è un casino, quando si parla di queste cose, non cadere nella retorica, evitare di imporre agli altri il proprio modo di essere, perché mai come per le donne il personale è politico eccetera eccetera, e non sono gli uomini il problema, ma la difficoltà ad essere liberi e autonomi in un congegno complesso (e sempre borderline) come il consorzio sociale. È un casino perché molto spesso l’etichetta “donna” (assieme a quella di “uomo”) si sovrappone a quella di “essere umano”, il confine tra natura e cultura non è chiaro, come è oscuro il modo in cui una influenza l’altra e dove la seconda distrugge la prima.
E, sì, è difficile spiegare certe giornate amare (tipo la festa della donna), lasciamo stare, ma mi piacerebbe non farci trovare qui, l’anno prossimo, e non dire un altro sì se non lo sentiamo davvero.

mercoledì 6 marzo 2019

Cocktails, du-du-du


Alle Signore in lettura:
Visto il mio passato da Barman, e considerato che a breve sarà la vostra festa, ho pensato che i cocktails seguenti possano esservi graditi; detto ciò, porgo i miei migliori auguri a tutte le Donne Epicuree!!!

Aperitivi:




Cocktail Mimosa (l'inizio più ovvio, data l'occasione):
3 cl di Spremuta d'arancia
7 cl di Prosecco
Il periodo ideale per gustarlo sono i mesi invernali, quando appunto maturano i frutti.
Riempiamo il flûte con la dose di arancia e completiamo con spumante secco o Champagne.

Kir:
9/10 di Vino bianco
1/10 di crema di ribes nero (

Crème de Cassis)
Versiamo il cassis in un bicchiere da vino bianco raffreddato; lo riempiamo di vino bianco, mescoliamo e se vogliamo aggiungiamo una scorza di limone; se invece del vino bianco usiamo dello Champagne abbiamo un Kir Royale.

Dopo Cena:

Stinger:
7/10 di Brandy,
3/10 di crema di menta bianca
Mettiamo gli ingredienti nello shaker con ghiaccio; agitiamo bene e serviamo in una coppetta da cocktail ben ghiacciata; se vogliamo una variante più dolce, possiamo mettere al posto del Brandy dell'amaretto e così avremo un Amaretto Stinger.

White Lady (che è il cocktail che ho bevuto al primo appuntamento con Chiara, la mia compagna):
5/10 Gin
3/10 Cointreau
2/10 Succo di Limone
Versiamo gli ingredienti e il ghiaccio nello shaker, agitiamo bene e serviamo in una coppetta da cocktail ben ghiacciata.

Fuori Pasto:

Alexander:
1/3 Crema di Latte
1/3 Crema di Cacao Bruna
1/3 Brandy
Noce Moscata Grattugiata (Opzionale)
Agitiamo con vigore gli ingredienti con ghiaccio nello shaker e versiamo in una coppetta da cocktail raffreddata. Esiste una variante dal nome Alexander's sister con la crème de menthe (bianca o verde a piacere). Si possono preparare i due cocktail sostituendo il Brandy con il Gin.

Grasshopper:
1/3 di crema di menta verde
1/3 di crema di cacao bianca
1/3 di crema di latte
Mettiamo gli ingredienti nello shaker con ghiaccio, agitiamo bene e serviamo in una coppetta da cocktail ben ghiacciata.

Poi, se qualcuno di questi cocktails vi è particolarmente piaciuto, potete gustarlo nuovamente alla prossima occasione di festa :-)