venerdì 15 febbraio 2019

Sul buon uso dell'Amore (e del Bovarismo)


La parola amore viene fatta discendere da amare, verbo affine al mao greco, che a sua volta richiama il desiderio. Tuttavia c’è da dire che il concetto di amore comunemente inteso è più simile a un passo successivo al desiderio stesso, in quanto implica una scelta della persona verso la quale rivolgere (e coltivare) il desiderio stesso; e forse è per questo che l’Amore veniva rappresentato come un giovanetto c
on ali, arco e frecce e bendato: di fatto, non siamo noi a scegliere chi amare, ma è piuttosto l’Amore a scegliere noi e le persone che amiamo. A mio parere l’amore, un po’ come il talento, non è altro che un’inclinazione, che deve essere coltivata e sviluppata, e che fiorisce per ognuno in maniera diversa. Basta non essere pigri e non farsi scoraggiare dalla vita.
Più nel dettaglio, ritengo la coltivazione dell’amore e il suo sviluppo un metodo d’indagine nei confronti della vita, il migliore e il più efficace che sia capitato di sperimentare.
E che il mio amore si sia rivolto a personaggi romanzeschi è un dato puramente accidentale.

Secondo il vocabolario Treccani:
Bovarismo s. m. [dal nome di Madame Bovary, protagonista dell’omonimo romanzo (1857) di G. Flaubert]. – Insoddisfazione spirituale; tendenza psicologica a costruirsi una personalità fittizia, a sostenere un ruolo non corrispondente alla propria condizione sociale; desiderio smanioso di evasione dalla realtà, soprattutto in riferimento a particolari situazioni ambientali, sociologiche e simili. Da parte mia, preferisco la definizione che ne offre Daniel Pennac in Come un romanzo: il confondere le lucciole del quotidiano con le lanterne del romanzesco.
Come l’Amore è il seme del r
apporto amoroso (con un partner, con un pensiero, con la vita), così il Bovarismo è il punto di partenza per un’esplorazione e dell’immaginario e della realtà con cui dobbiamo confrontarci ogni giorno. Va da sé che nessuno dei due, da solo, è sufficiente per vivere una vita piena, giusta e soddisfacente, ma quando l’amore (che sia verso una persona o verso un personaggio) ci coglie un motivo c’è.

Il fatto è che l’insoddisfazione spirituale è una cosa buona, e il sostenere un ruolo non corrispondente alla propria condizione sociale anche, ma solo se noi non siamo bendati come il puttino cieco che ci ha trafitto, e usiamo i nostri occhi e la nostra intelligenza per guardarci intorno; l’evadere dalla realtà è il primo passo da fare per cominciare a interrogarla e interrogarsi su di essa, soprattutto in riferimento a particolari situazioni ambientali, sociologiche e simili. Perché se il risultato dell’amore è una ferita aperta che può essere sedata solo da quella specifica persona/quel preciso personaggio, forse può voler dire che siamo noi a dover sviluppare quegli anticorpi in grado di curarci; e tenendo sempre presente che un romanzo non è La Vita, ma solo una parte di essa, un’interpretazione, una visione, un’idea.

E allora l’innamorarci di un personaggio letterario e dannarci che non esista (come a me è successo milioni e milioni di volte) può essere il primo passo per una forma sana e creativa di narcisismo, ovvero la consapevole e critica costruzione di sé; e se i vari oggetti d’amore mostrano un carattere costante forse dobbiamo andare a indagare su quello, scavare nel nostro personale buio in profondità, forti di quel seducente Virgilio che ci sta mostrando la via per barcamenarci nei gironi dell’esistenza quotidiana.
E allora la scelta che ci si pone è se, parafrasando Andrea Corona (nello specifico, leggete qui), permanere nello stato di desiderio e stancarci (o trangugiare ditate di arsenico, come fa Emma Bovary) oppure farci forti di quella ferita inflittaci da quel dannato puttino con quella dannatissima freccia, e andare avanti, curandola e allargandola allo stesso tempo.
Sempre con Amore.

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