lunedì 11 febbraio 2019

Il complesso di Alcibiade




Il riferimento testuale più inflazionato che abbia a tema l’amore è senza dubbio il Simposio di Platone. Pensiamo, ad esempio, al discorso di Aristofane sul celebre mito dell’androgino,  o a quello di Socrate, il quale, portavoce delle parole di Diotima, presenta la concezione dell’Eros come “demone” sospeso tra la mancanza e il bisogno, e perciò proteso alla ricerca della bellezza, della felicità e della sapienza. Ma siamo sicuri che sia davvero questa la tesi definitiva e definitoria del Simposio? È sul serio pensabile che, in un’opera greca sull’amore, la scena tra Socrate e Alcibiade sia stata aggiunta come un trascurabile episodio di coda? Non sarebbe invece plausibile rintracciare una dichiarazione di poetica proprio nel contrasto tra lo stilus nobilis del discorso della sacerdotessa e lo stilus humilis di Alcibiade? Si consideri che sarà Socrate stesso a rivelare l’artificio: il discorso di Alcibiade, per quanto “esplicitamente” rivolto a lui, mira in verità ad Agatone.


Per comprendere questa triangolazione è necessario un appello a Lacan, che in diversi momenti del famoso Seminario capovolge la tesi relativa alla centralità del discorso di Socrate-Diotima – tesi diffusa e avallata in Francia, tra gli altri, da Léon Robin, sui cui testi Lacan aveva studiato – per proporre una nuova prospettiva. La richiesta che Alcibiade rivolge a Socrate non è quindi, come credono tutti, quella di avere una relazione erotica con lui; ma è un meccanismo transferenziale: Alcibiade chiede implicitamente di potersi identificare con la posizione occupata da Socrate e, da lì, di avere una relazione con Agatone. Il dilemma di Alcibiade è che vuole amare Agatone assumendo la stessa posizione da cui Socrate ama lui. Ovvero, vuole amare come ama Socrate. Entriamo quindi nel campo della dialettica dei rapporti intersoggettivi di Lacan: prima di qualunque relazione oggettuale, è necessaria una previa identificazione con un altro soggetto. Ed è una lezione importante questa di Socrate-Lacan, forse più ancora di quella di Socrate-Diotima; perché lo scotto da pagare, quando ci si muove nel registro dell’immaginario, è l’alienazione.


L’assunto di Lacan è che “il desiderio umano è desiderio dell’altro”. Formula che, se sviluppata, significa: quando il soggetto dichiara di desiderare l’altro, in verità sta coprendo un altro desiderio, ossia il desiderio di essere desiderato dall’altro. Ciò che il soggetto desiderante desidera davvero, allora, è di diventare l’oggetto del desiderio altrui. Ed ecco che lo statuto del desiderio diventa l’alienazione: il soggetto si trasforma in oggetto. L’enunciato “il desiderio è il desiderio dell’altro” è quindi doppio: da un lato istituisce l’altro come oggetto del proprio desiderio, e dall’altro fa di se stessi l’oggetto dell’altrui desiderio.


Da questo gioco di specchi, attorno al quale l’italiano Bruno Moroncini ha prodotto un interessantissimo volume Sull’amore nei cui confronti quest’articolo ha contratto più di un debito, abbiamo la chiave per comprendere il ponte che si crea tra l’enunciato “Ti amo”, nel caso in cui venga pronunciato da chi si aspetta di rimando la risposta “Anch’io”, e un enunciato di altissima caratura etica quale “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Ciò che accomuna questi enunciati è il fatto che entrambi collocano la relazione intersoggettiva in una dimensione narcisistico-speculare, con quell’“Anch’io” che ritorna indietro, e che si traduce in “Anch’io… mi amo”. E del resto la normale dissimmetria dei sentimenti tende all’annullamento quando il soggetto e l’altro somigliano a delle immagini davanti allo specchio: come in quella vecchia gag in cui il giullare, ridotto lo specchio in frantumi, mima l’immagine dell’altro di modo che questi non si accorga della mancanza della superficie riflettente.


Vengono in mente le parole di Introduzione al narcisismo: «Con lo sguardo confitto nello sguardo dell’altro, l’Io non ha occhi che per quello sguardo». Se è vero che, così per Freud come per Lacan, l’amore rischia di cristallizzarsi in un’immagine ideale e narcisistica, è altrettanto vero che il narcisista si isola solo illusoriamente da tutto il resto, in quanto alla base di quell’uno c’è un due rimosso. L’amore (come la violenza) è sempre relazionale: anche quando si è soli, occorre sdoppiarsi per determinare il rapporto.


Il rapporto, potremmo infatti dire parafrasando Jean-Luc Nancy, non è né un essere e né un divenire, ma è la rimozione di un a-priori; e questo a-priori è dato proprio dal due, dal  “co-” della copula, della comunità, del coito, di quel co-ire che è essere o andare insieme e che è la condizione preliminare del nostro stesso stare al mondo, che è uno stare necessariamente in compagnia. E torniamo così al conviviale banchetto di Platone: mentre i convitati si addormentano uno ad uno ebbri di vino, Socrate continua a conversare con Aristofane e Agatone. Ma anche gli ultimi interlocutori, come Alcibiade, alla fine cascano dal sonno. Socrate rimbocca loro le coperte e se ne va al Liceo. Chi sta con gli immortali non conosce fatica, scrive Moroncini in chiusura di saggio. Ma non è così per l’homme du désir: desiderare stanca.








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