sabato 16 febbraio 2019

Emma, Anna e altre donne in amore.



“Restò smarrita nella stupefazione; aveva coscienza di se stessa solo per il battito delle vene che credeva di sentir sfuggire come una musica assordante che riempisse la campagna” (Madame Bovary, Gustave Flaubert, 1857)


“Non siamo forse tutti gettati nel mondo per odiarci a vicenda, e poi tormentare noi stessi e gli altri?” (Anna Karenina, Lev Tolstoj , 1877)

Un noto giochino consiste nel domandare ai lettori: vuoi più bene a Emma o ad Anna? Ci ho provato ma non mi riesce di rispondere. A chi volesse esprimere il suo voto dico solo: non travisate le due signore come fanno gli innamorati al primo appuntamento.  Tenete a mente che Emma è una vittima e Anna un carnefice. Emma muore per punirsi di aver amato in modo infantile e spropositato, come nei romanzi scritti male. Lei che è scritta in modo eccellente per restare fedele a se stessa deve spegnersi in modo atroce. Anna, invece, sceglie la morte per punire Vronskij, e per liberarsi di se stessa. Lo uccide gettandosi sulle rotaie per fargli pagare un supposto abbandono – lui non aveva intenzione di lasciarla per la scialba figlia della principessina, via! – suggeritole dalla sua folle gelosia, dall’oppio. Emma è goffa, con i suoi troppi doni, il medaglione con la ciocca di capelli, le tende preziose, gli alberghi di lusso che non può permettersi. Ha sposato un beota che appena apre bocca infanga in modo irreparabile le sue fantasticherie sull’amore e per questo lo tradisce e con gusto, ma almeno non lo umilia con la verità; cosa che invece Anna fa ripetutamente e senza il minimo rimorso. Certo anche Anna ha le sue ragioni: Karenin, proprio come il beota Bovary, non la merita, non riesce a farla felice e si lascia convincere da un’odiosa beghina a toglierle il figlio. Ma a lei, almeno, spetta un amore vero, quello dell’affascinante e onorevole Vronskij. Invece Emma deve accontentarsi del rapace Rodolphe o dell’immaturo, e anche insipido, Léon, ed entrambi la tradiscono un’ultima volta e per sempre rifiutandosi di aiutarla. Insomma alla fine vedete voi. Io le amo entrambe quindi mi astengo. Ma dovendo scegliere un’eroina ugualmente bella e affascinante e dal destino tragico ho in mente un terzo nome. Anche lei è stata incarnata in un romanzo sublime e il suo nome è Lily Bart.
Siamo abituati a pensar bene di noi stessi e poco importa se le nostre azioni ci contraddicono, la bella immagine che abbiamo creato per amarci spesso sopravvive alla smentita. Le giustificazioni sono a buon mercato per tutti ma non per Lily Bart, la bella e raffinata, ma povera di mezzi, che incontriamo nel romanzo di Edith Wharton, La casa della gioia.

Lily si giudica senza ritegno e in definitiva si disprezza.
Si crede cinica e avida, e di sé ha in mente il desolante ritratto di una crudele predatrice, priva di qualsiasi senso morale. Povera e bellissima vive da infiltrata nel bel mondo della New York dei primi del Novecento, appoggiandosi a finti amici che la pugnaleranno alle spalle. Si pensa destinata a uno squallido matrimonio di interesse con il primo ricco disposto a proteggerla con il suo portamonete, assicurandole la vita nel lusso di cui crede di non poter fare a meno. Ha ventinove anni e il tempo stringe. Si crede capace di qualsiasi cosa, di ogni ipocrisia, slealtà e menzogna. Ma alla prova dei fatti si lascia scappare qualche buon partito, qualche noioso sciocco buon partito, per il solo splendido piacere di attardarsi a conversare con l’uomo che le piace sul serio e rinuncia a ricattare l’odiosissima donna che contribuirà alla sua rovina. Davanti alla scelta: restituire un debito contratto con un uomo spregevole che con quei soldi crede di aver comprato i suoi favori sessuali oppure fare la fame non ha alcun dubbio. Invece di spiegare se stessa e le sue azioni all’uomo che ama, e che la offende con un’immotivata diffidenza, decide di tacere. I fatti la smentiscono: Lily Bart ha un forte senso morale. Non lo sospettava e la pagherà. Un romanzo che è una storia d’amore, certo, ma che ha il suo centro nel tema che sia la Wharton che il suo amico Henry James, prediligevano: nascita, formazione e scoperta di una morale personale, non pensata, sognata o detta, ma vissuta nel mondo, con l’altro, che di solito a quella morale così privata e viva si oppone. La grandezza. Lily Bart, quindi. La sua bellezza, il suo orgoglio, la sua composta dignità. È lei la mia scelta.
“Era tutto quel che sapeva, tutto quello che poteva sperare di capire. Le labbra mute sul cuscino gli rifiutavano ogni ulteriore spiegazione: a meno che, in effetti, non gli avessero già detto ogni cosa quando l’avevano baciato sulla fronte. Sì, ora riusciva a leggere in quell’addio tutto ciò che il suo cuore desiderava…” 
(La casa della gioia, Edith Wharton, 1905)
Ma, già che ci siamo, e che parliamo di donne romanzesche che amano troppo, o in modo sbagliato, come dimenticarne altre due, allo stesso modo spaventose e indimenticabili?
“Non è vero che l’amore sia una questione di sentimenti, esso non è che una questione di nervi, di fluidi, di armonie animali: l’identità dei caratteri, la stima lo fortificano, non lo creano. Noi siamo spesso ingannati da queste cause apparenti, perché l’identità del carattere non è che un effetto dell’identità della costituzione”
(“Fosca”, Ugo Igino Tarchetti, 1869)

No, non si tratta, come è stato detto, di una donna che lotta per conquistare il suo diritto all’amore. Fosca è un anelito alla tomba, come direbbe Yeats, come “La ruota” insegna, come alla fine scopriamo tutti, noi che invochiamo la primavera e poi l’estate e ci crucciamo che non sia ancora tornato l’inverno, mentre le siepi stracolme risuonano. Fosca è un anelito di morte, che turba il sangue e sconvolge la mente di un uomo fino a regalargli una passione che ha le fattezze di un terrore indimenticabile. Un uomo, nato con passioni eccezionali, che entra nel regno della disperanza passando attraverso il cuore di  Fosca, una donna orrenda nel volto, spaventosa e inconoscibile nell’animo. ” Più che l’analisi d’un affetto, più che il racconto di una passione d’amore, io faccio forse qui la diagnosi di una malattia” scrive nelle sue memorie questo amante, terrorizzato dal misterioso oggetto del suo amore. Un amore che estorce bugie pietose, che moltiplica gli incubi, che annienta la volontà. Un amplesso lungo e penoso come una veglia funebre. Un sortilegio che muove alla compassione e lascia, alla fine, disgustati dalla felicità.
“Lulu: Guardandomi allo specchio mi è venuta voglia di essere un uomo…mio marito!
Alwa: Si direbbe che invidi tuo marito per la felicità che gli procuri…”
 (Lulu - Lo spirito della terra; Il vaso di Pandora), Frank Wedekind, 1904)


E infine arriva Lulu, la pericolosa, la fonte della gioia dalla travolgente e impulsiva disponibilità, è completamente libera ha diritto di eleggere l’oggetto del suo desiderio e anche quello di rifiutare chi la investe di un ruolo che non le interessa, o che presto la stanca. Chi la sposa muore, chi la rifiuta perde se stesso nel tentativo di dimenticarla, chi la segue nella sua folle corsa resta travolto. L’atleta, il pittore, il trapezista e il dottore, la contessa, lo studente, Lulu stessa: ogni cosa viene trascinata nel gorgo espressionista dello spirito della terra, un incipriato vaso di Pandora che racchiude in sé la catastrofe dei sensi. Con Lulu Wedekind brutalizza il teatro naturalista sconvolgendolo con l’esibizione della carnalità del desiderio. Tutto quanto ci si era premurati di nascondere, di tacere, tutto quello che sulla scena poteva vivere sì, ma come antefatto peccaminoso, come colpa, tutto quello che diveniva accettabile in virtù di una sua implicita condanna con Wedekind diviene l’oggetto stesso della tragedia. L’amore qui, come in un film di Fassbinder, è più freddo della morte. Il desiderio è uno spettacolo cruento, a partire dal corpo perfetto di Lulu “nei cui sentieri intricati più di un uomo perderà l’intelletto”. Un corpo che è una dolce fonte della rovina, così naturale e minacciosa, un paio di labbra fiorenti con le quali non si può ragionare, davanti alle quali si può solo balbettare. Una tragedia, sì, ma non quella della verginità perduta, dell’amore disilluso, dell’onore violato. È, al contrario, la tragedia di chi scopre che l’onore dei bigotti e degli obbedienti non conta nulla e che il desiderio è tutto. Wedekind con il suo teatro impone il trionfo del sogno sull’asservimento alla rispettabilità sociale e si scaglia contro la realtà che vuole fare della donna una massaia o al massimo una semplice amante con il capo cosparso di cenere sul calare del sipario.


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