giovedì 28 febbraio 2019

Il giallo di Pinocchio

Felice Paggi
Alla prima edizione in volume del romanzo che ha per protagonista il burattino di legno costruito da Mastro Geppetto (di cui si vede nella foto in calce al post una copia anastatica), è legato un piccolo giallo.
Dopo la prima uscita a puntate de" Le avventure di Pinocchio" su il "Giornale per i bambini", inserto del "Fanfulla della domenica" pubblicato dal lugio 1881 al giugno 1889, l'autore Carlo Lorenzini, in arte Carlo Collodi, verificato che la storia frutto della sua originale fantasia raccoglieva consenso ed interesse insperato, decise di raccogliere il racconto in volume.
Realizzò il progetto editoriale tale Felice Paggi, libraio-editore in Firenze.
Era il febbraio del 1883.
Contemporaneamente all'uscita dell'edizione fiorentina del Paggi, sempre nel febbraio 1883 va in libreria a Napoli un altro volume, con identico contenuto ed anch'esso titolato "Le avventure di Pinocchio", ma edito da tali Fratelli Rispoli.
Particolare strano è che il nome dell'editore napoletano compare sulla copertina ma non sul frontespizio del libro.
Tra le varie ipotesi, come si legge nella prefazione del saggio di Renato Baldoni intitolato "Pinocchi Pinocchiate Pinocchierie, Itinerari nell'universo "pinocchiesco", sono due le più accreditate.
La prima è quella che induce a ritenere che quella napoletana sia un'edizione contraffatta o meglio "pirata", cosa che all'epoca avveniva spesso per sottrarsi ai diritti d'autore.
La seconda è che, visto che i due editori, all'epoca della pubblicazione del libro, hanno collaborato insieme per la pubblicazione di testi per le scuole, la presenza del nome dell'editore Rispoli solo in copertina e non sul frontespizio sta ad indicare che non si tratta propriamente di un coeditore, bensì di un socio che ha partecipato a costi e a ricavi, nonché alla distribuzione e alla vendita del romanzo di Collodi edito da Paggi, il quale d'altronde era l'unico a detenere i diritti di proprietà dell'opera, nel sud italia.


Copia anastatica della prima edizione del romanzo
Le avventure di Pinocchio
di Carlo Collodi, Libreria Editrice Felice Paggi, 1883, illustrazioni di Enrico Mazzanti




mercoledì 27 febbraio 2019

Pasticci, alcool e proletariato




In riferimento al bellissimo pezzo di Elio sul Cocktail Martini, adesso facciamo un viaggio alcoolico nella Fu Unione Sovietica, attraverso i deliranti cocktails proletari raccontati da Venedikt Erofeev nel suo capolavoro Mosca-Petuški:
Scrivetevi la ricetta del “Balsamo di Canaan”. La vita viene data all'uomo una volta sola e va vissuta in modo da non sbagliare le ricette:
Alcool denaturato 100 g
Birra vellutata 200 g
Lacca raffinata 100 g

Ed ecco che avete davanti il “Balsamo di Canaan” (chiamato popolarmente “volpe argentata”), un liquido di colore effettivamente argentato, moderatamente forte con un aroma robusto. Più che d' un aroma, è di un inno che si tratta. L'inno della gioventù democratica. Proprio così, visto che chi in chi beve questo cocktail giungono a maturazione la volgarità e le forze oscure. Quante volte l'ho potuto osservare io stesso!... 
Per poter poi contrastare in qualche modo il giungere a maturazione di queste forze oscure ci sono due modi. Il primo è quello di non bere il “Balsamo di Canaan “, il secondo è quello di bere al suo posto il cocktail “Lo spirito di Ginevra”.
(... )
State a sentire qual è la ricetta esatta:

Lilla bianco 50 g
Deodorante per piedi 50 g
Birra di Žiguli 200 g
Lacca a spirito 150 g

Ma se uno vuole calpestare veramente l'universo getti ai porci il “Balsamo di Canaan” e “Lo spirito di Ginevra” e seduto a un tavolo prepari la “Lacrima della komsomolka”. Odoroso e strano è questo cocktail.
(... )
Della “Lacrima” è odorosa perfino la ricetta. Il cocktail, una volta pronto, e poi talmente odoroso da far perdere i sensi e la coscienza. Io, per esempio, li ho persi.

Lavanda 15 g
Verbena 15 g
Acqua di bosco 30 g
Lacca per unghie 150 g
Limonata 150 g

La miscela così approntata va mescolata per venti minuti con un ramoscello di caprifoglio. A dire il vero, c'è chi sostiene che in caso di necessità si possa sostituire il caprifoglio con la cuscuta. Ma è sbagliato e criminale. Potete farmi a pezzi, affettarmi per il lungo e per il largo, ma non vi riuscirà mai e poi mai di costringermi a mescolare la “Lacrima della komsomolka” con la cuscuta anziché col caprifoglio...
Ma basta parlare della “Lacrima”. Passiamo ora al dulcis in fundo. “Il serto delle fatiche è superiore a ogni ricompensa”, ha detto il poeta. A farla breve ecco a voi cocktail “Trippa di Cagna”, una bevanda che obnubila tutto. Più che d'una bevanda è di musica delle sfere che si tratta. Qual è la cosa più meravigliosa al mondo? La lotta per la liberazione dell'umanità. E ancora più meravigliosa? Ecco qua (prendete nota):

Birra di Žiguli 100 g
Shampoo Sadko -  ospite di lusso 30 g
Lozione antiforfora 70 g
Colla BF 15
Olio dei freni 30 g
Insetticida 30 g

Il tutto va lasciato per una settimana in infusione con un tabacco da sigari, dopodiché si serve in tavola...
(...)
Dunque torniamo a noi: la “Trippa di cagna” è servita in tavola. È un cocktail che va bevuto all'apparire della prima stella, a grandi sorsate. Dopo i primi due boccali il bevitore diventa così ispirato che se ti avvicini e ti metti a sputargli in faccia da un metro di distanza per un'intera mezz'ora lui non ti dice nulla...

Perché, come dice Vasile Ernu nel suo libro Nato in URSS, "costruire il comunismo senza alcool è come fare il capitalismo senza pubblicità".


martedì 26 febbraio 2019

Due estranei



Sono un uomo malato... Sono un uomo cattivo. Non sono un uomo attraente.
(Memorie dal sottosuolo)

La mia è stata una vita di grande vergogna.
Non riesco lontanamente a immaginarmi cosa significhi vivere la vita di un essere umano.
(Lo squalificato)

Io penso che l’atto di vivere sia per tre quarti un esercizio di diplomazia, sia con la vita in sé che con il contesto sociale con cui ci veniamo a trovare: capire cosa vogliamo fare del tempo che ci viene concesso, farlo, individuare le battaglie che val la pena di combattere, distinguere le vittorie vere da quelle di Pirro. E se cercare un centro di gravità permanente che non ci faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente, per dirla con Battiato, si rivela ben presto un’attività futile, venire a patti con quello che le cose e la gente pensano di noi è forse il dilemma centrale di tutto. Perché forse il centro di gravità non va pensato ma sviluppato, a dispetto e in accordo alle circostanze che ci troviamo a dover temporeggiare.
Che ci siano persone capaci di condurre una vita serena in accordo con la vita che gli è toccata in sorte mentre altri debbano cercare di essere sereni nonostante l’andazzo di quella stessa vita è un dato di fatto, sul quale è inutile ed ozioso questionare; che la vita sia tutto un susseguirsi di problemi di varia natura intervallato da crisi più o meno profonde è una cosa che dovrebbe essere chiara dal compimento dei cinque anni di età.
Eppure.

Voglio morire più di quanto l’abbia mai voluto. Non mi resta nessuna possibilità di guarigione. Qualunque genere di cose faccia, qualunque cosa io faccia, sarà sicuramente un fallimento, nient’altro che un’ultima mano di tinta spalmata sulla mia infamia.
(Lo squalificato)

Mi davo alla depravazione solitariamente io, di notte, di nascosto, pavidamente, sudiciamente, con una vergogna che non mi lasciava nei momenti piú ripugnanti e che anzi in quei momenti giungeva fino alla maledizione. Già allora portavo nell'anima mia il sottosuolo. Avevo una tremenda paura che in qualche modo mi vedessero, m'incontrassero, mi riconoscessero. E giravo per vari luoghi molto oscuri.
(Memorie dal sottosuolo)

Il problema dell’anonimo narratore de Le memorie del sottosuolo di Fëdor Dostoevskij e di Yozo, protagonista de Lo squalificato di Osamu Dazai, è che sono completamente disarmati difronte al mondo. O, meglio, rivolgono le uniche armi a loro disposizione, una mente acutissima e una viscerale sensibilità contro loro stessi; e se l’Uomo del Sottosuolo riesce a scavarsi una nicchia nella quale nascondersi (ma non proteggersi), Yozo è invece costantemente esposto, sempre più ferito, ad accadimenti sempre più crudeli; e tuttavia, coloro che lo hanno conosciuto, riescono a dire di lui soltanto che “era un buon figliolo, era un angelo”.

È una sensazione strana, quella che si respira leggendo questi due capolavori dell’estraneità, che raccontano due vite autoriflessive, contorte, interiori, perché se da un lato è impossibile non percepire un’affinità con i protagonisti, dall’altro li si temono, e ancora li si compiange, e ancora ci si arrabbia con loro, e poi ci si arrabbia con la vita. Il fatto è che sia Yozo che l’Uomo del sottosuolo hanno la capacità e la forza di sbomballare qualsiasi costrutto mentale del lettore, di mostrargli le inconcruenze del rapportarsi con il mondo e con coloro che lo abitano, e quindi di fargli fare i conti con la propria vita e il proprio mondo.

Io sono solo, e loro invece sono tutti.
(Memorie dal Sottosuolo)

Quanto a me, riflettei, mi sarebbe piaciuto formulare una preghiera del genere: Oh, dégnati di largirmi una volontà di ghiaccio. Istruiscimi sulla vera natura degli “esseri umani.” Non è colpa per l’uomo cacciare in un canto il suo simile? Degnati di largirmi una maschera di corruccio.
(Lo squalificato)

Il fatto è che Lo squalificato e le Memorie del sottosuolo mettono il lettore difronte al più antico ed eterno dei sentimenti umani: lo sgomento. Che si tratti dello sgomento davanti alla vita in sé, al fenomeno del vivere in sé, al processo di svegliarsi, affrontare gli accidenti e le incombenze giornaliere che abbiamo davanti; lo sgomento davanti al consorzio umano di cui facciamo parte ma non necessariamente apparteniamo, che talvolta (o molto spesso) non riconosciamo o in cui non ci riconosciamo; lo sgomento davanti a noi stessi. Perché il non riuscire ad orientarsi nel gioco della vita, non riuscire a disegnarsi all’interno di un contesto, non capirlo, non riuscire a neanche a scalfirlo in superficie vuol dire anche essere nudi e disarmati davanti alla vita in sé, farci sommergere dalla sua arte più inquietante, misteriosa, aspra.
E tutto diventa intenso e terrificante.


venerdì 22 febbraio 2019

Il lardo di Colonnata

Dopo la disquisizione sul Cocktail Martini in questo post parlerò di una delle prelibatezze culinarie della mia regione, il lardo di Colonnata.

Lardo di Colonnata
Il lardo era il companatico "povero" dei cavatori di marmo delle Alpi Apuane, che lo affettavano sottile e lo accompagnavano al pomodoro per condire le pagnotte rustiche
Un cibo preparato la mattina presto e destinato a sostenere per tutta la giornata i lavoratori delle cave, impegnati abitualmente a quasi 2000 metri di quota.
Il "fagottino", insieme all'indispensabile fiasco di vino, doveva assicurare le calorie necessarie ad affrontare le ripide salite e la fatica degli scavi.
Il Lardo è il prodotto tipico di Colonnata, piccolo borgo ancorato su uno sperone tra le cave marmifere intorno a Carrara.
La sua stagionatura, la cui origine risale intorno all'anno Mille, avviene per un periodo tra i sei e i dieci mesi in speciali conche di marmo che si trovano in cantine o grotte scavate nella roccia.
L'umidità naturale delle grotte e la porosità del marmo stabiliscono condizioni ideali per la maturazione.
Le pareti delle conche vengono strofinate con aglio e il fondo ricoperto di sale marino, erbe e spezie.
Conche di marmo
Il Lardo si immette nelle conche in blocchi rettangolari la cui altezza può variare dai 3 agli 8 centimetri. Tra uno strato e l'altro si sistema una speciale salamoia composta di sale marino in grani, pepe nero macinato, rosmarino, aglio fresco e sbucciato spezzettato grossolanamente.
Se questi sono gli ingredienti tassativi, largo spazio è lasciato alla ricetta che si tramanda di generazione in generazione in ciascuna famiglia di produttori e che viene conservata gelosamente.
Tra le spezie e le erbe aromatiche che possono conferire al Lardo di Colonnata il suo particolare sapore anche cannella, coriandolo, noce moscata, chiodi di garofano, anice stellato, origano e salvia.
Al momento dell'estrazione si presenta di aspetto grigio-nero nella cotenna che lo ricopre.
Lardo
All'interno il Lardo è di colore bianco-rosato, qualche volta con la particolare "striscia" rosa che ne aumenta la bellezza e ne rende più intenso il gusto.
I pezzi variano dai 4 agli 8 centimetri di spessore, per un peso da 0,5 a 1 kg.
Il profumo è fragrante e ricco di aromi mentre il gusto è delicato, quasi dolce, finemente sapido se proviene dalla zona delle natiche, arricchito dalle erbe aromatiche e dalle spezie usate nella lavorazione.
Si consuma ripulito dalla cotenna e dagli eventuali residui di sale, tagliato in fettine sottilissime adagiate su pane fresco, scaldato o appena abbrustolito.
Ideale accompagnamento sono, come per i cavatori di un tempo, il pomodoro e la cipolla crudi, senza alcun ulteriore condimento. In alternativa può essere servito su pietanze calde, di carne o di pesce.
Il sale della cotenna è ottimo per insaporire arrosti e grigliate, mentre la cotenna può essere cotta alla griglia o lessata per insalate di legumi e zuppe.

giovedì 21 febbraio 2019

Incipit gaudente: "Il mangiatore di carta" di Edgardo Franzosini




Parigi, Place de la Concorde. È il primo mattino, l'aria è umida, le vie deserte. Un uomo si aggira pallido, stremato, per la piazza. Più corto che piccolo, le gambe da bassotto e il profilo ad asso di picche, indossa un paio di cachemire di tinta chiara e calza pantofole di marocchino rosso fiorite di ricami. Una catena d'oro a maglia veneziana alla quale sono sospesi come ciondoli un paio di forbici e un tagliacarte, gli corre lungo tutta la circonderenza della vita. Il suo nome è Honoré de Balzac, e si tratta proprio del grande romanziere «fondatore di generazioni» e «dissipatore di destini», dell'Omero della borghesia che, appena terminate le sue diciotto ore di lavoro quotidiano e prima di immergersi nella vasca da bagno, è uscito d casa, senza cambiarsi d'abito, per una boccata d'aria.

Questo è l'incipit de Il mangiatore di carta di Edgardo Franzosini, edito da Sellerio. L'opera racconta la storia di Johann Ernst Biren, il mangiatore di carta del titolo. Non ho ancora finito di leggerlo, ma l'incipit è un vero e proprio “incipit gaudente”: l'immagine di questo stacanovista della penna (Balzac) che si prende un momento di pausa mi piace tantissimo, e il ritmo delle frasi è rilassante, immersivo, capace di calarmi nell'atmosfera di una città in risveglio e di un uomo che ci si addentra. Mentre penso a queste cose, immagino di bermi un Calvados: un distillato di sidro avvolgente, caldo, capace di acquietare l'animo grazie al suo aroma di mele.
Perché per un libro eccentrico e stimolante ci vuole una bevanda dall'umore meditativo.



mercoledì 20 febbraio 2019

Dell'ansia e come non curarla


Nei momenti di ansia, la musica è indubbiamente un rimedio efficacissimo, un lento fluire che trasporta l’ascoltatore verso lidi più calmi. La similitudine con il movimento di una placida corrente è voluta, perché è proprio il moto di un corso d’acqua che mi viene alla mente quando, nei momenti agitati, ricorro alla musica, soprattutto classica.

La scelta di quale brano ascoltare, però, è fondamentale. Se il Largo di Haendel, o l’Intermezzo della Cavalleria Rusticana sono brani adatti a indurre uno stato di calma e tranquillità, non commettete mai, e sottolineo mai, l’errore di ascoltare La cavalcata delle Valkirie.

Già Wagner non è un autore che amo particolarmente, ma quando ascolto questo brano in particolare, capisco perfettamente perché Woody Allen diceva che la sua musica gli faceva venire in mente i tedeschi che stanno per invadere la Polonia.

La Cavalcata ti prende, ti agguanta come diremmo nella mia città, e non ti lascia; amplifica la tua ansia come moltiplicandola, così che essa sembra investirti come un vento che proviene da cento direzioni diverse mentre tu stai lì, solitario arbusto esposto alla forza dei gelidi venti del nord.

Poco importa che la Cavalcata sia un brano bellissimo, altamente evocativo, e che descriva una scena davvero suggestiva, quella delle Valkirie, le nove figlie del re Odino, che scelgono - tra i soldati caduti in combattimento - i più valorosi, per portarli nel Valhalla, dove combatteranno accanto agli dèi nella gloriosa battaglia finale.

A me, queste bionde discinte che non lasciavano in pace i soldati neanche dopo morti, e che li portavano a combattere perfino nell’aldilà, non piacciono per niente. Perché poi uno che ha combattuto per tutta la vita dovrebbe desiderare farlo anche dopo essere morto, invece di godersi il meritato riposo, qualcuno me lo dovrebbe spiegare (è come se mi obbligassero a lavorare non dico dopo la pensione, ma dopo il trapasso: sai che gioia, girare per tribunali in forma di spirito).
Insomma, trattasi di musica assolutamente sconsigliata agli ansiosi, soprattutto se ascoltata a volume alto, e anche se perfettamente eseguita, come nel brano qui di seguito.


martedì 19 febbraio 2019

Instant Karma (con un lancio di dadi)


Avete presente quel tipo di soggetto che fa una bastardata dopo l'altra e a un certo punto si meraviglia che la sua vita fa schifo? Bene, quello ero io! Ogni volta che mi capitava qualcosa di buono, qualcosa di cattivo era in agguato dietro l'angolo: è il Karma! Ecco perché ho deciso di cambiare: ho fatto una lista di tutte le mie cattive azioni e da allora cerco di rimediare agli errori che ho commesso. Mi sto solo sforzando di essere una persona migliore. Il mio nome? Earl!
(My name is Earl)

Nuovi posti e nuovi ruoli mi imposero una precisa consapevolezza di quali reazioni provocassi negli altri. Quando un essere umano è se stesso, segue la sua natura, porta la sua maschera abituale, si integra con il suo ambiente, di solito non si rende conto delle sottigliezze nel comportamento di un altro. Solo se l'altro rompe lo schema convenzionale, la consapevolezza viene stimolata. Comunque, rompere i miei schemi convenzionali significò sfidare i miei io profondamente ingranati e mi sospinse ad un livello di consapevolezza che è insolito, insolito dal momento che d'istinto l'uomo fa di tutto per trovare un ambiente congeniale al rilassarsi della consapevolezza. Creando problemi per me stesso creavo pensiero.
(L’uomo dei dadi)

My name is Earl è una serie creata da Greg Garcia che è andata in onda negli Stati Uniti dal 2005 al 2009, mentre in Italia è andata in onda balzellon balzelloni da quando non si sa e non so neanche se l’ultima stagione, almeno da noi, sia stata trasmessa; L’uomo dei dadi è invece un romanzo scritto da Luke Rhinehart e pubblicato in Italia da Marcos y Marcos.

My name is Earl racconta la storia di Earl Hickey, un uomo dedito a piccole truffe e raggiri, che scopre di aver vinto alla lotteria, viene investito da una macchina, perde il biglietto, viene scaricato dalla moglie che l’ha tradito con il suo migliore amico, si chiede cosa ha fatto per meritare tutta questa sfiga e ottiene una risposta dal suo vicino di letto, che gli spiega come funziona il Karma; Earl rimane folgorato, e decide di cambiare la sua vita: scrive una lista di tutte le sue cattive azioni e decide di porvi rimedio; il Karma allora lo premia restituendogli il biglietto (il quale avrà vicessitudini tali da poter essere il protagonista di una serie tutta sua) e quindi il nostro protagonista decide di consacrare la sua vita a raddrizzare i torti segnati sulla sua lista; pertanto, la serie descrive (con leggerezza e acume) le sue avventure e il suo nuovo rapporto con il mondo e la ruota karmica.
Ne L’uomo dei dadi il protagonista è Luke Rhinehart, uno psicoterapeuta che decide di affidare la sua vita al caso: ogni decisione che prende è stabilita a un tiro di dadi, che si tratti di cosa mangiare, se intraprendere un’avventura extraconiugale, cambiare nome o professione; le conseguenze di tale scelta saranno bizzarre e magnifiche.

Se il finale de L’uomo dei dadi è aperto a sviluppi futuri potenzialmente infiniti e capaci di rimettere in discussione le premesse di tutta la vicenda, My name is Earl invece non finisce per niente: la serie è stata interrotta all’improvviso a causa di un calo degli ascolti, e la vicenda è stata lasciata aperta su un cliffhanger interessantissimo per i fan e destinato a rimanere bruscamente insoluto, con i riverberi karmici lasciati all’immaginazione dello spettatore.

Darnell: Domanda Earl: come scegli la prossima cosa della Lista?
Earl: A volte è il Karma che mi lancia un segnale e altre volte scelgo a caso, come capita.
Randy: E qualche volta fa scegliere a me. Ma non mi piace avere questo potere sugli altri. È per questo che non voto al Grande Fratello.
(My name is Earl)

«Non hai mai sentito una grande ondata di calore e amore verso una persona o verso l'umanità?»
La donna chinò la testa e meditò.
«Qualche volta».
«A cosa lo attribuisci?»
«Alcol»
(L’uomo del dadi)

I pregi maggiori di entrambe le opere sono essenzialmente due: il primo è che fanno venire una voglia matta di seguire l’esempio dei protagonisti, il secondo è che le conseguenze dei cambiamenti da questi intrapresi vengono descritti con una leggerezza e un umorismo tali che solo il leggere il romanzo/seguire la serie allarga la visione delle cose e la rende molto più gustosa. C’è un senso di possibilità, di divertimento e di noncuranza, anche di fronte agli aspetti più imprevedibili e assurdi delle situazioni descritte capace di farti affrontare ogni contrattempo, ogni piccola crisi con il sorriso sulle labbra, domandandoti se davvero non ci sia un disegno/non-disegno più grande e più colorato a governare tutto, un disegno poi che si crea da solo, attraverso pennellate di cui tu fai parte e che non perde mai l’armonia dell’insieme.

Per dirla con Nietzsche, quelle di Earl e di Luke sono storie che sono una festa anche per i muscoli, nello specifico quelli del cuore e della grazia, quelli che ci spingono a fare del nostro meglio, consapevoli che, comunque, le conseguenze delle nostre azioni sono comunque al di fuori del nostro controllo: nessuno è capace di governare il caos, pertanto tanto vale spassarsela, godere di quello che si ha a disposizione.
L’assenza di scopo di Luke e la comica e goffa inversione di marcia che Earl impone alla sua vita sono a mostrare in cosa consista vivere una vita creativa nel senso più pieno del termine: in nessun caso si parla di un’intelligenza superiore o di un ordine, ma soltanto di apertura agli eventi e di piena coscienza di se stessi; tutto si gioca sull’essere, come diceva Ghandi, il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.

Io sono addolorabbiato, anzi, sono tristazzato nero!
(My name is Earl)


"Mi ami davvero?": questa domanda assurda, così tipica delle nostre menti malate, dovrebbe sempre ricevere la risposta "Mio dio NO!" o "Il mio amore è più che semplice realtà: è immaginario"
(L’uomo dei dadi)

E il fatto che entrambe le vicende, di fatto, non si concludano, che non ci sia alcun percorso di crescita (non almeno nel senso comunemente inteso) che le vicende raccontate sembrino essere superiori anche alla capacità degli autori di governarle è la cosa più entusiasmante e anarchicamente coerente di tutto. Le possibilità sono molteplici, infinite, amorali e immortali; la farfalla diventa un ciclone gioioso ed entusiasmante, e quel che resta da fare è solo godersi il vento.

lunedì 18 febbraio 2019

Dry Martini Cocktail

Chiunque mi frequenti è a conoscenza del mio amore sviscerato per il Martini in ogni sua forma.
Pertanto in questo post darò qualche informazione su storia e preparazione di quello che è considerato il re dei cocktail il più bevuto e mostrato da cinema e televisione, il Cocktail Martini.

Cocktail Martini
STORIA

Le tesi riguardanti le origini di questo cocktail sono svariate e, in gran parte, vicine alla leggenda.
La più autorevole, documentata da John Doxan in "Stirred - Not Shaken", afferma che un barista di nome Martini originario di Arma di Taggia in Liguria, emigrato negli Stati Uniti, avesse creato la miscela attorno al 1910 presso il Knickerbocker Hotel di New York in onore di John D. Rockefeller.
Altre versioni vedono il cocktail nascere un decennio prima dall'estro di un tale Martinez di New Orleans o da una cittadina della California di nome Martinez.
Qui infatti una targa in bronzo reca scritto: "In questo luogo, nel 1874 Julio Richelieu, barista, ha servito il primo Martini a un minatore che, entrato nel suo saloon... aveva chiesto qualcosa di speciale. Gli venne servito un 'Martinez Special'. Dopo tre o quattro bicchieri la 'z' si era persa per strada."
Ancora prima, intorno al 1860, pare che Jerry Thomas, titolare di un bar a San Francisco presso l'Occidental Hotel sulla Montgomery Street, avesse servito un cocktail di nome Martinez ad un cliente in viaggio appunto per Martinez.
L'Oxford English Dictionary invece associa erroneamente l'origine del nome del cocktail a quello del vermouth dry della Martini & Rossi, ma la ditta sarebbe nata più tardi del cocktail stesso.
Resta il fatto però che la ricetta attuale, se non per la presenza del gin fra gli ingredienti, è ben differente dalle prime ricette.
Anche lo stesso gin che conosciamo noi oggi si produce così solo dagli inizi del 1900, come afferma Charles Schumann in "American Bar".
Al di là di tutto ciò che appartiene al passato, oggi il Dry Martini è il re dei cocktail, che vanta innumerevoli varianti e metodi di preparazione, un rito questa, per ogni barman che si rispetti.

 PREPARAZIONE

Nel ricettario I.B.A., acronimo dell’International Bartenders Association ovvero “Associazione Internazionale Barman”, il "Dry Martini" è composto da 8/10 di gin e 2/10 di vermouth dry.
Si prepara nel mixing glass e si filtra in coppetta cocktail.
Si conclude con un lemon twist o con un oliva verde.
Ma questo non basta...
La formula è semplice: gin e vermouth dry. Si, ma quale gin? E quale vermouth?
Esistono vari tipi di gin in commercio: il London Dry gin, l'Old Tom gin, lo Sloe gin, il Plymouth gin e l'Holland gin, ognuno con caratteristiche ed impieghi diversi.
Ma l'unico gin adatto a creare un Martini è il London Dry in quanto più secco, come suggerisce il nome.
Non per il nome, che invece sembrerebbe scelto apposta, il vermouth più indicato è il Martini "extra dry" dell'italiana Martini & Rossi, apprezzato e diffuso in tutto il mondo.
Ci sono tre tipi di ghiaccio adatti per preparare un Cocktial Martini: a cubetti, "crashed", a scaglie, "pilé" o tritato.
Il ghiaccio a cubetti è il più usato e il più indicato per l'utilizzo sia dello shaker che del mixing glass.
Meglio se fatto dalla macchina o "ice maker".
Il ghiaccio a scaglie invece è quello che si ottiene frantumando un grosso blocco con il caratteristico attrezzo.
È indispensabile per la preparazione di un "Dry Martini" che il ghiaccio sia, oltre che pulito e inodore, appena fatto e cristallino, deve "schioppettare" quando si versa il gin o il vermouth, per evitare che, sciogliendosi durante la miscelazione, diluisca la bevanda.
Decisamente da bandire l'utilizzo nella miscelazione di ghiaccio secco, tritato o di contenitori in metallo o plastica con all'interno liquido refrigerante.
Il mixing glass, insieme allo shaker, è uno degli strumenti essenziali per la preparazione di un cocktail.
Escludiamo a priori l'utilizzo dello shaker per la preparazione di un "Dry Martini" in quanto non vi sono nella ricetta succhi di frutta o agrumi, latte, uova, sciroppi, liquori ad alta densità zuccherina e altri elementi che necessitano di essere agitati con vigore. 
Mixing glass
Il mixing glass si presta invece a mescolare distillati e vini in modo meno traumatico.
Il mixing glass, rigorosamente in vetro o cristallo e con una capienza che va dai 50 ai 70 cl., necessita di due accessori: lo "strainer" o passino, e lo "stirrer" o cucchiaio lungo.
È preferibile utilizzare un mixing glass con il beccuccio che agevola la mescita.
Utili anche quei mixing glass dotati di filtro e beccuccio in acciaio in sostituzione dello strainer.
Ovvio è che tutti questi attrezzi debbano essere perfettamente puliti e non presentare alcun odore.
Esiste poi un particolare mixing glass chiamato "gallone", ottimo per preparare più di tre cocktail ma usato spesso anche per piccole dosi, così come all'Harry's bar di Venezia.
Qui, in particolare, non si prepara mai un solo Dry Martini: per la buona riuscita di questo cocktail è infatti necessario utilizzare le dosi almeno per due.
Per la preparazione del nostro cocktail, avremo l'accortezza di raffreddare il mixing glass riempiendolo per 3/4 di ghiaccio, ruotandolo per alcuni secondi ed eliminando accuratamente l'acqua formatasi.
Verseremo quindi il vermouth, poi il gin, e mescoleremo velocemente ma delicatamente con lo stirrer in senso orario e dal basso verso l'alto sollevando il ghiaccio.
Dopo pochi secondi, con una dozzina di colpi di stirrer, avremo raggiunto il cosiddetto "punto di cottura": la miscela dovrà così risultare ben raffreddata e per niente allungata.
Poi, filtrare subito nel bicchiere.
Coppetta cocktail
Il "bicchiere da Martini", come viene chiamato da molti, è la classica "coppetta cocktail" di forma conica e dallo stelo lungo e sottile che evita di trasmettere il calore della mano al liquido contenuto.
Alcuni ritengono sia una vera e propria opera d'arte, simbolo del design minimalista che racchiude in se le tre figure principali: la linea, il cerchio e il triangolo.
In vetro, o meglio se in cristallo, la coppetta cocktail ha una capienza che va dai 6 ai 9 cl. ed è per questo impiegata nel servizio degli "short drinks" serviti lisci.
Per il servizio di questa come di tutte le altre bevande, è necessario che i bicchieri siano perfettamente puliti, lucidi e senza alcun odore.
Inoltre bisogna avere l'accortezza di raffreddare le coppette riponendole in una cella frigorifera, immergendole nel ghiaccio pilé, o colmandole di ghiaccio all'inizio della preparazione del cocktail e svuotandole bene prima della mescita.
Per la mescita è bene disporre i bicchieri diagonalmente con i bordi che si tocchino e riempirli prima per metà, procedendo da sinistra verso destra, poi ridistribuendo equamente il contenuto rimasto.
Decorazione
Quasi sempre un drink va completato con un'adeguata decorazione, d’altronde si sa che il piacere della vista precede e condiziona quello del palato.
Nel caso di un Dry Martini poi, la decorazione influisce anche sul gusto della bevanda, conferendole una sfumatura caratteristica.
Per questo cocktail è infatti prevista un'oliva verde o un "lemon twist": la scelta va affidata al gusto di chi ordina il cocktail.
L'oliva verde, ben pulita e possibilmente snocciolata, va infilzata in uno stecchino ed immersa nel drink.
Una leggenda racconta di una spia che sarebbe riuscita a carpire importanti segreti militari nascondendo una"pulce" proprio nell'oliva di un Dry Martini!
Il lemon twist consiste invece nel prelevare un pezzo di scorza da un limone e strizzarlo sul drink in modo da spruzzarne la superficie con l'olio essenziale contenuto nella scorza.
È possibile che vi venga anche richiesto di aggiungere la scorza stessa del limone: in questo caso si può tagliarne una striscia lunga e sottile evitando di prendere anche la parte bianca, o albedo, arrotolarla a spirale ed immergerla nel drink creando così un gradevole effetto visivo.

VARIANTI

Un Dry Martini può anche essere preparato "On The Rocks", ossia in un bicchiere old fashioned con ghiaccio.

Lasciando immutati gli ingredienti ma variandone le dosi, si ottengono diverse varianti:
il Dry Martini Traditional con due parti di gin e una di vermouth dry;
il Dry Martini Dry con cinque parti di gin e una di vermouth dry;
il Dry Martini Extra Dry con otto parti di gin e una di vermouth dry;
l'Hemingway con quindici parti di gin e una di vermouth dry, dal nome del noto scrittore che la inventò, chiamata anche Montgomery dal fatto che il generale Montgomery non combattesse mai se non con la certezza di una superiorità numerica sul nemico di uno a quindici.

Vi è poi una versione che si prepara "lavando" il ghiaccio col vermouth, ossia versando il vermouth dry nel mixing glass colmo per tre quarti di ghiaccio e mescolando; quindi, trattenendo il ghiaccio con lo strainer, si elimina il vermouth e si procede come di consueto.
Alcuni invece usano un cucchiaino da the di vermouth per 5 cl. di gin. Col tempo i gusti dei consumatori di Dry Martini si evolvono sempre verso il "secco": dal Desert-Dry Martini fino allo Snifterini che elimina del tutto il vermouth!

Variando invece la decorazione in una cipollina dolce, si ottienne il Gibson con 9/10 di gin e 1/10 di vermouth dry, come previsto dal ricettario I.B.A. del 1993.
Lo stesso cocktail era codificato nel primo ricettario del 1961 in 5/6 di gin e 1/6 di vermouth dry, mentre nel secondo del 1987 in 8/10 di gin e 2/10 di vermouth dry.

In America è nota una variante detta Shaken Martini, ossia preparata con lo shaker, o addirittura un Dirty Martini, con l'aggiunta di gocce del succo di olive.
Un bar di New York è stato menzionato per un Martini preparato con olive nere e qualche goccia di aceto balsamico!

Con 1 oncia di gin, 3/4 di oncia di vermouth dry, l'aggiunta di uno spruzzo di vermouth dolce (bianco o rosso) e una scorza di limone si ottiene un Knickerbocker.

James Bond nei suoi films beveva Vodka Martini o Vodkatini, identico al suo predecessore nelle dosi e nei metodi di preparazione, ma con la vodka al posto del gin.
Nato negli anni sessanta è presente nei ricettari I.B.A. dal 1987.

Sempre variando il distillato di base si può preparare un Tequini, con il tequila al posto del gin, variante menzionata nel ricettario I.B.A. del 1987.

Variando invece il secondo ingrediente possiamo avere uno Scotch Martini. Si prepara raffreddando solo il gin nel mixing glass, filtrando in coppetta ghiacciata e completando con uno spruzzo di scotch whisky e una scorza di limone.

Nota anche la variante detta Martinez Cocktail, composta da mezza oncia di gin, 3/4 di oncia di vermouth dry, uno spruzzo di Orange Bitter e uno spruzzo di triple-sec.
Si prepara come un Dry Martini e si decora con una scorza di limone nel bicchiere.

Detto questo auguro una buona bevuta a tutti….

sabato 16 febbraio 2019

Emma, Anna e altre donne in amore.



“Restò smarrita nella stupefazione; aveva coscienza di se stessa solo per il battito delle vene che credeva di sentir sfuggire come una musica assordante che riempisse la campagna” (Madame Bovary, Gustave Flaubert, 1857)


“Non siamo forse tutti gettati nel mondo per odiarci a vicenda, e poi tormentare noi stessi e gli altri?” (Anna Karenina, Lev Tolstoj , 1877)

Un noto giochino consiste nel domandare ai lettori: vuoi più bene a Emma o ad Anna? Ci ho provato ma non mi riesce di rispondere. A chi volesse esprimere il suo voto dico solo: non travisate le due signore come fanno gli innamorati al primo appuntamento.  Tenete a mente che Emma è una vittima e Anna un carnefice. Emma muore per punirsi di aver amato in modo infantile e spropositato, come nei romanzi scritti male. Lei che è scritta in modo eccellente per restare fedele a se stessa deve spegnersi in modo atroce. Anna, invece, sceglie la morte per punire Vronskij, e per liberarsi di se stessa. Lo uccide gettandosi sulle rotaie per fargli pagare un supposto abbandono – lui non aveva intenzione di lasciarla per la scialba figlia della principessina, via! – suggeritole dalla sua folle gelosia, dall’oppio. Emma è goffa, con i suoi troppi doni, il medaglione con la ciocca di capelli, le tende preziose, gli alberghi di lusso che non può permettersi. Ha sposato un beota che appena apre bocca infanga in modo irreparabile le sue fantasticherie sull’amore e per questo lo tradisce e con gusto, ma almeno non lo umilia con la verità; cosa che invece Anna fa ripetutamente e senza il minimo rimorso. Certo anche Anna ha le sue ragioni: Karenin, proprio come il beota Bovary, non la merita, non riesce a farla felice e si lascia convincere da un’odiosa beghina a toglierle il figlio. Ma a lei, almeno, spetta un amore vero, quello dell’affascinante e onorevole Vronskij. Invece Emma deve accontentarsi del rapace Rodolphe o dell’immaturo, e anche insipido, Léon, ed entrambi la tradiscono un’ultima volta e per sempre rifiutandosi di aiutarla. Insomma alla fine vedete voi. Io le amo entrambe quindi mi astengo. Ma dovendo scegliere un’eroina ugualmente bella e affascinante e dal destino tragico ho in mente un terzo nome. Anche lei è stata incarnata in un romanzo sublime e il suo nome è Lily Bart.
Siamo abituati a pensar bene di noi stessi e poco importa se le nostre azioni ci contraddicono, la bella immagine che abbiamo creato per amarci spesso sopravvive alla smentita. Le giustificazioni sono a buon mercato per tutti ma non per Lily Bart, la bella e raffinata, ma povera di mezzi, che incontriamo nel romanzo di Edith Wharton, La casa della gioia.

Lily si giudica senza ritegno e in definitiva si disprezza.
Si crede cinica e avida, e di sé ha in mente il desolante ritratto di una crudele predatrice, priva di qualsiasi senso morale. Povera e bellissima vive da infiltrata nel bel mondo della New York dei primi del Novecento, appoggiandosi a finti amici che la pugnaleranno alle spalle. Si pensa destinata a uno squallido matrimonio di interesse con il primo ricco disposto a proteggerla con il suo portamonete, assicurandole la vita nel lusso di cui crede di non poter fare a meno. Ha ventinove anni e il tempo stringe. Si crede capace di qualsiasi cosa, di ogni ipocrisia, slealtà e menzogna. Ma alla prova dei fatti si lascia scappare qualche buon partito, qualche noioso sciocco buon partito, per il solo splendido piacere di attardarsi a conversare con l’uomo che le piace sul serio e rinuncia a ricattare l’odiosissima donna che contribuirà alla sua rovina. Davanti alla scelta: restituire un debito contratto con un uomo spregevole che con quei soldi crede di aver comprato i suoi favori sessuali oppure fare la fame non ha alcun dubbio. Invece di spiegare se stessa e le sue azioni all’uomo che ama, e che la offende con un’immotivata diffidenza, decide di tacere. I fatti la smentiscono: Lily Bart ha un forte senso morale. Non lo sospettava e la pagherà. Un romanzo che è una storia d’amore, certo, ma che ha il suo centro nel tema che sia la Wharton che il suo amico Henry James, prediligevano: nascita, formazione e scoperta di una morale personale, non pensata, sognata o detta, ma vissuta nel mondo, con l’altro, che di solito a quella morale così privata e viva si oppone. La grandezza. Lily Bart, quindi. La sua bellezza, il suo orgoglio, la sua composta dignità. È lei la mia scelta.
“Era tutto quel che sapeva, tutto quello che poteva sperare di capire. Le labbra mute sul cuscino gli rifiutavano ogni ulteriore spiegazione: a meno che, in effetti, non gli avessero già detto ogni cosa quando l’avevano baciato sulla fronte. Sì, ora riusciva a leggere in quell’addio tutto ciò che il suo cuore desiderava…” 
(La casa della gioia, Edith Wharton, 1905)
Ma, già che ci siamo, e che parliamo di donne romanzesche che amano troppo, o in modo sbagliato, come dimenticarne altre due, allo stesso modo spaventose e indimenticabili?
“Non è vero che l’amore sia una questione di sentimenti, esso non è che una questione di nervi, di fluidi, di armonie animali: l’identità dei caratteri, la stima lo fortificano, non lo creano. Noi siamo spesso ingannati da queste cause apparenti, perché l’identità del carattere non è che un effetto dell’identità della costituzione”
(“Fosca”, Ugo Igino Tarchetti, 1869)

No, non si tratta, come è stato detto, di una donna che lotta per conquistare il suo diritto all’amore. Fosca è un anelito alla tomba, come direbbe Yeats, come “La ruota” insegna, come alla fine scopriamo tutti, noi che invochiamo la primavera e poi l’estate e ci crucciamo che non sia ancora tornato l’inverno, mentre le siepi stracolme risuonano. Fosca è un anelito di morte, che turba il sangue e sconvolge la mente di un uomo fino a regalargli una passione che ha le fattezze di un terrore indimenticabile. Un uomo, nato con passioni eccezionali, che entra nel regno della disperanza passando attraverso il cuore di  Fosca, una donna orrenda nel volto, spaventosa e inconoscibile nell’animo. ” Più che l’analisi d’un affetto, più che il racconto di una passione d’amore, io faccio forse qui la diagnosi di una malattia” scrive nelle sue memorie questo amante, terrorizzato dal misterioso oggetto del suo amore. Un amore che estorce bugie pietose, che moltiplica gli incubi, che annienta la volontà. Un amplesso lungo e penoso come una veglia funebre. Un sortilegio che muove alla compassione e lascia, alla fine, disgustati dalla felicità.
“Lulu: Guardandomi allo specchio mi è venuta voglia di essere un uomo…mio marito!
Alwa: Si direbbe che invidi tuo marito per la felicità che gli procuri…”
 (Lulu - Lo spirito della terra; Il vaso di Pandora), Frank Wedekind, 1904)


E infine arriva Lulu, la pericolosa, la fonte della gioia dalla travolgente e impulsiva disponibilità, è completamente libera ha diritto di eleggere l’oggetto del suo desiderio e anche quello di rifiutare chi la investe di un ruolo che non le interessa, o che presto la stanca. Chi la sposa muore, chi la rifiuta perde se stesso nel tentativo di dimenticarla, chi la segue nella sua folle corsa resta travolto. L’atleta, il pittore, il trapezista e il dottore, la contessa, lo studente, Lulu stessa: ogni cosa viene trascinata nel gorgo espressionista dello spirito della terra, un incipriato vaso di Pandora che racchiude in sé la catastrofe dei sensi. Con Lulu Wedekind brutalizza il teatro naturalista sconvolgendolo con l’esibizione della carnalità del desiderio. Tutto quanto ci si era premurati di nascondere, di tacere, tutto quello che sulla scena poteva vivere sì, ma come antefatto peccaminoso, come colpa, tutto quello che diveniva accettabile in virtù di una sua implicita condanna con Wedekind diviene l’oggetto stesso della tragedia. L’amore qui, come in un film di Fassbinder, è più freddo della morte. Il desiderio è uno spettacolo cruento, a partire dal corpo perfetto di Lulu “nei cui sentieri intricati più di un uomo perderà l’intelletto”. Un corpo che è una dolce fonte della rovina, così naturale e minacciosa, un paio di labbra fiorenti con le quali non si può ragionare, davanti alle quali si può solo balbettare. Una tragedia, sì, ma non quella della verginità perduta, dell’amore disilluso, dell’onore violato. È, al contrario, la tragedia di chi scopre che l’onore dei bigotti e degli obbedienti non conta nulla e che il desiderio è tutto. Wedekind con il suo teatro impone il trionfo del sogno sull’asservimento alla rispettabilità sociale e si scaglia contro la realtà che vuole fare della donna una massaia o al massimo una semplice amante con il capo cosparso di cenere sul calare del sipario.


venerdì 15 febbraio 2019

Sul buon uso dell'Amore (e del Bovarismo)


La parola amore viene fatta discendere da amare, verbo affine al mao greco, che a sua volta richiama il desiderio. Tuttavia c’è da dire che il concetto di amore comunemente inteso è più simile a un passo successivo al desiderio stesso, in quanto implica una scelta della persona verso la quale rivolgere (e coltivare) il desiderio stesso; e forse è per questo che l’Amore veniva rappresentato come un giovanetto c
on ali, arco e frecce e bendato: di fatto, non siamo noi a scegliere chi amare, ma è piuttosto l’Amore a scegliere noi e le persone che amiamo. A mio parere l’amore, un po’ come il talento, non è altro che un’inclinazione, che deve essere coltivata e sviluppata, e che fiorisce per ognuno in maniera diversa. Basta non essere pigri e non farsi scoraggiare dalla vita.
Più nel dettaglio, ritengo la coltivazione dell’amore e il suo sviluppo un metodo d’indagine nei confronti della vita, il migliore e il più efficace che sia capitato di sperimentare.
E che il mio amore si sia rivolto a personaggi romanzeschi è un dato puramente accidentale.

Secondo il vocabolario Treccani:
Bovarismo s. m. [dal nome di Madame Bovary, protagonista dell’omonimo romanzo (1857) di G. Flaubert]. – Insoddisfazione spirituale; tendenza psicologica a costruirsi una personalità fittizia, a sostenere un ruolo non corrispondente alla propria condizione sociale; desiderio smanioso di evasione dalla realtà, soprattutto in riferimento a particolari situazioni ambientali, sociologiche e simili. Da parte mia, preferisco la definizione che ne offre Daniel Pennac in Come un romanzo: il confondere le lucciole del quotidiano con le lanterne del romanzesco.
Come l’Amore è il seme del r
apporto amoroso (con un partner, con un pensiero, con la vita), così il Bovarismo è il punto di partenza per un’esplorazione e dell’immaginario e della realtà con cui dobbiamo confrontarci ogni giorno. Va da sé che nessuno dei due, da solo, è sufficiente per vivere una vita piena, giusta e soddisfacente, ma quando l’amore (che sia verso una persona o verso un personaggio) ci coglie un motivo c’è.

Il fatto è che l’insoddisfazione spirituale è una cosa buona, e il sostenere un ruolo non corrispondente alla propria condizione sociale anche, ma solo se noi non siamo bendati come il puttino cieco che ci ha trafitto, e usiamo i nostri occhi e la nostra intelligenza per guardarci intorno; l’evadere dalla realtà è il primo passo da fare per cominciare a interrogarla e interrogarsi su di essa, soprattutto in riferimento a particolari situazioni ambientali, sociologiche e simili. Perché se il risultato dell’amore è una ferita aperta che può essere sedata solo da quella specifica persona/quel preciso personaggio, forse può voler dire che siamo noi a dover sviluppare quegli anticorpi in grado di curarci; e tenendo sempre presente che un romanzo non è La Vita, ma solo una parte di essa, un’interpretazione, una visione, un’idea.

E allora l’innamorarci di un personaggio letterario e dannarci che non esista (come a me è successo milioni e milioni di volte) può essere il primo passo per una forma sana e creativa di narcisismo, ovvero la consapevole e critica costruzione di sé; e se i vari oggetti d’amore mostrano un carattere costante forse dobbiamo andare a indagare su quello, scavare nel nostro personale buio in profondità, forti di quel seducente Virgilio che ci sta mostrando la via per barcamenarci nei gironi dell’esistenza quotidiana.
E allora la scelta che ci si pone è se, parafrasando Andrea Corona (nello specifico, leggete qui), permanere nello stato di desiderio e stancarci (o trangugiare ditate di arsenico, come fa Emma Bovary) oppure farci forti di quella ferita inflittaci da quel dannato puttino con quella dannatissima freccia, e andare avanti, curandola e allargandola allo stesso tempo.
Sempre con Amore.

giovedì 14 febbraio 2019

Romance: un'introduzione romantica

Il romance, o romanzo rosa o sentimentale o  romantico, è un genere letterario che narra una storia d’amore:   di solito termina con un lieto fine.
Non voglio mettermi a discutere sulla considerazione che riscuote: romanzo di serie B o C, letteratura per sognatrici o donne con poca  cultura (perché il rosa come il colore sarebbe solo per donne), e via dicendo. Rimando la discussione ad altri, perché non mi appassiona.
Personalmente rivendico la libertà di leggere qualsiasi genere letterario e il rosa è uno dei  miei  colori preferiti dai tempi di Rosaconfetto (ed. Dalla parte delle bambine e riedito da Motta editrice).

Dal momento che San Valentino è la festa degli innamorati e ci auguriamo tutti che questi amori,  pur incontrando  qualche difficoltà, siano  amori felici  (le fiabe finiscono con …e vissero felici e contenti  e del seguito si sa poco o nulla), voglio parlare di libri romantici a partire da capolavori della letteratura.


È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie. “ Così inizia Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, che narra le vicende quotidiane della famiglia Bennet: balli, discussioni, pettegolezzi e  vicende amorose, tra cui quella tra Mr. Darcy e Elizabeth. Tutto sul filo di un’intelligente ironia.
Questo romanzo è amatissimo dalle appassionate del genere e resta il prototipo di molti romanzi contemporanei.

Nord e Sud di Elizabeth Gaskell (1810-1866),  tradotto in italiano solo nel 2011 dalla casa editrice Jo March, ambientato in gran parte nella cittadina di Milton.  Il romanzo narra il contrasto tra il sud dell’Inghilterra, soleggiato luogo di provenienza della protagonista, e il grigio nord, in cui si sviluppa l’industrializzazione con le sue durezze e le lotte sociali;  la storia d’amore tormentata tra Mr. Thorntorn, industriale tessile austero, e  Margaret Hale, intelligente figlia di un reverendo “dissidente”.
Nel 2004 la BBC ne ha realizzato una miniserie televisiva in quattro parti di 50 minuti ciascuna.
Resta anche uno splendido libro sulla condizione della donna.

Altro libro tradotto dalla casa editrice Jo March è Il castello blu della scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery (1874-1942), la stessa che ha scritto la meravigliosa serie che ha come protagonista Anna dai capelli rossi. In questo romanzo la protagonista Valancy Stirling, a ventinove anni, si trova ancora senza marito, e grazie a una diagnosi medica sbagliata, riesce a dare una svolta alla sua vita vincendo la paura di vivere,  opponendosi ad un ambiente chiuso e, naturalmente, trovando l’amore.

I libri appena ricordati sono classici della letteratura, ma oggi ? Quali sono i romance più letti? Importante che siano storie in cui le lettrici si possano identificare, quindi le protagoniste sono in genere donne intelligenti, femminili e forti.
Il panorama editoriale è vastissimo: vi sono case editrici specializzate nel genere, oltre la Harmony di Mondadori, la Leggereditore, la Newton Compton, la Harper Collins Italia(sempre Mondadori), la Sperling, la Emma Book (che pubblica solo ebook). Si occupano anche dei vari sottogeneri, come il romance suspense, il romance urban fantasy, gli erotici, il contemporary romance, il romance  storico:  tutti,  per giro d’affari, fatturano ben più dei romanzi che sono ricordati nelle classifiche delle vendite.
È difficile parlare di singoli titoli, anche perché ne escono centinaia al mese. Preferisco nominare autrici, tra le più conosciute in Italia, partendo da quelle straniere: Mary Balogh, Judy McNaught, Lisa Kleypas, Anne Stuart, S.E.Phillips, Jo Beverley, Loretta Chase e mille altre.

…e le italiane ? O meglio le Rose Nostre come vengono definite dalle blogger del genere?
Mariangela Camocardi, che trovo scrittrice raffinata e che adoro, Adele Vieri Castellano con la serie Roma Caput Mundi, Katleen Mcgregor con la Saga del mar dei Caraibi, Roberta Ciuffi che scrive anche con vari pseudonimi, Ornella Albanese, Theresa Melville sono alcune delle autrici più amate dalle lettrici.
Il mondo romance ha anche una rivista, Romance Magazine della Delosbooks; le  sue bloggers, si rivelano lettrici appassionate e vere esperte del settore, che forniscono  anche consigli di lettura.


 Virginia Woolf  diceva: “ L’unico consiglio che una persona può dare a un’altra sulla lettura è di non accettare consigli, di seguire il proprio istinto, di usare la propria testa, di arrivare alle proprie conclusioni.”  …e aggiungo: viaggiare nel tempo e nello spazio dove si vuole, sognare quanto si vuole. Ma continueremo questo discorso…

mercoledì 13 febbraio 2019

Ma San Valentino è rosa, o giallo-rosa?


All’ennesimo libro “giallo” che mi accingo a leggere (dopo averne lisciato la copertina più volte, un rituale che seguo da sempre, prima di iniziare una nuova storia) mio marito mi chiede se posso contemplare la possibilità, magari anche in un futuro prossimo, di cimentarmi con un genere diverso.
Considero brevemente questa possibilità, e rispondo che in effetti ho compilato una lunga lista di volumi che mi incuriosiscono, ma ammetto che mi è difficile staccarmi dal genere giallo, che tanto amo. È come se ogni volta che mi avvicino alla libreria, una forza invisibile mi guidasse nella scelta.
E poi diciamocelo, il romanzo giallo può assumere tante sfumature diverse, che finisce per essere una lettura variegata, dai molti sapori differenti.
Ad esempio, in questi giorni nei quali si parla d’amore (S. Valentino è domani) e si pubblicano molti articoli che consigliano volumi romantici, ecco nemmeno in questi giorni il romanzo giallo è fuori luogo: certo, non raccomanderei una storia del genere hard-boiled, alla Mickey Spillane per intenderci, ma perché non assaporare uno dei libri della vecchia scuola inglese, in cui oltre al mistero da risolvere c’è anche quasi sempre una storia d’amore romantica?
Mi vengono in mente i primi gialli che lessi, avrò avuto una decina d’anni. Più inglesi di così non si poteva, erano tutti scritti da Edgar Wallace, uno di vecchio stampo, che ancora tratteggiava personaggi con un codice morale severo, perfino i cattivi avevano tratti dignitosissimi. A turno, mi appassionai alla storia d’amore tra Stanford Beale e Olive Cresswell ne La ruggine verde, poi a quella tra Peter e Leslie ne La collana di smeraldi. Trattenni il fiato quando, nel bel mezzo di Il segreto del passato, la protagonista ammira le luci della città su un terrazzino che crolla, facendola precipitare nel vuoto…per essere afferrata quasi per miracolo dalla mano dell’eroe buono che, sì, fa tanto Errol Flynn in calzamaglia. E ancora, vagai nei boschi del Canada insieme a October Jones e Robin Beausere, vagabondo misterioso nel libro dal titolo omonimo. 



Anni dopo, quando passavo l’estate nella ridente cittadina di Clacton-on-sea, Essex, CO15 6PH, terra di pensionati e bagnanti, scoprii che il vecchio Edgar era solito trascorrervi l’estate, quando ancora Clacton era una località turistica ben frequentata, e me lo immaginavo in completo di lino bianco e cappello in testa, a guardare il mare seduto su una sdraio su quella spiaggia pietrosissima, e a inventare le sue trame e le sue storie d’amore. 




Sì, perché nei gialli della buona vecchia e rassicurante scuola inglese, non è importante solo capire “chi è stato” a commettere il delitto o il misfatto di turno, ma anche gustarsi l’inevitabile storia d’amore che sboccia tra i protagonisti: una giovane donna moderna e indipendente, e un giovanotto che inevitabilmente si innamorerà di lei, e l’amerà per tutto il libro in silenzio, per dichiararsi solo alla fine.
La mia amata zia Agatha, ad esempio, affronta in modo già diverso le relazioni amorose tra i protagonisti. Una volta lessi in un articolo, e in effetti non potrei essere più d’accordo, che nelle sue storie il matrimonio o il fidanzamento vengono presi in considerazione solo se disfunzionali: mariti e mogli che si odiano (in Poirot sul Nilo, è la moglie che si becca la pallottola in testa, mica l’amante…), o che si sono sposati per interesse, o che hanno comunque qualcosa da nascondere (ve lo ricordate quel delizioso racconto dal titolo Il villino degli usignoli?).  Le coppie felici, come Tommy & Tuppence Beresford, sono un’eccezione. Semmai, abbondano i celibi e le zitelle, Miss Marple in testa.
In effetti, ora che ci penso, posso andare di là e dire a mio marito che, anche per questa settimana, rimarrò su un classico whodunnit o un noir, potrei addirittura leggere Il Grande Sonno, e rispolverare la frequentazione, per ora solo cinematografica, con Bogart& Bacall (impermeabile e occhio languido, abbinamento imbattibile). Magari la prossima settimana, chissà…darò retta a mio marito!