venerdì 25 gennaio 2019

L'inadeguatezza della buona volontà: "Casa d'altri" e "Sunset Limited"


Il quadro più pessimistico è sempre quello giusto. Quando uno legge la storia del mondo, legge una saga fatta di stragi, avidità e follia la cui gravità è impossibile ignorare. Eppure immaginiamo sempre che il futuro in qualche modo sarà diverso.
(Sunset Limited)

Nelle ossa sentivo l'inverno vicino. Guardai un momento le nuvole che adesso eran più grandi di un prato, e poi mi avviai alla parrocchia. Le nuvole mi venivano dietro. Sempre dietro, come se qualcosa sapessero. Vengono delle idee, certe volte.
Ma che altro potevo fare, mi dite?
(Casa d’altri)

Sunset Limited, dramma di Cormac Mc Carthy, mostra il confronto tra due uomini, il Bianco e il Nero, che si sono incontrati perché il secondo ha salvato il primo da un tentativo di suicidio; Casa d’altri, il racconto più celebre di Silvio D’Arzo, è una storia da un soldo, che ha per protagonisti un’assurda vecchia di nome Zelinda e un assurdo prete.
In entrambe le storie si affronta in maniera schiettissima e brutale il male di vivere; e lo si fa con una naturalezza, una consapevolezza tale da rendere questa angoscia esistenziale ancora più agghiacciante e tragica, e rivelando come gli interventi dei personaggi “positivi” (il prete e il Nero) siano miseri e ipocriti, completamente fasulli anche ai loro stessi occhi.

Io non considero il mio stato mentale una visione pessimistica del mondo. Io lo considero equivalente al mondo così com'è. L'evoluzione non potrà non condurre la vita intelligente alla consapevolezza di una certa cosa sopra tutte le altre, e questa cosa è la futilità.
(Sunset Limited)

Perché se il desiderio di farla finita sgorga in maniera naturale, anche se consapevole, e rivela una disperazione intima e autentica, l’apologia della vita si muove per frasi fatte e prese di posizione non si sa quanto intime e sentite. E poco importa che il Bianco e Zelinda abbiano caratteristiche diametralmente opposte, e come status sociale e culturale (professore universitario l’uno, lavandaia l’altra) e come approccio alla loro disperazione (argomentata e messa ripetutamente alla prova in lui, spontanea e naturale in lei), perché il desiderio di porre fine alla propria esistenza è per entrambi talmente viscerale e necessario da lasciare attoniti, tanto che il nettissimo rifiuto che i due hanno verso coloro che vorrebbero salvarli suona quasi come un’autodifesa.

Io ho una capra che porto sempre con me: e la mia vita è quella che fa lei, tale e quale. Viene in fondo alla valle, torna su a mezzogiorno, si ferma davanti al fosso con me, e poi la porto al canale. E quando vado a dormire va a dormire anche lei. E anche nel mangiare non c'è gran differenza, perché lei mangia dell'erba, e io radicchi e insalata, e la differenza sta solo nel pane. E poi a momenti io non potrò mangiare più neanche quello... Come me... come me. Ecco che cosa faccio io: una vita da capra. Una vita da capra e nient'altro.
(Casa d’altri)

Ma il punto che accomuna queste due opere è l’inadeguatezza di coloro che difendono il diritto/dovere della vita; e se il prete riconosce subito la povertà delle proprie argomentazioni di fronte alla vitalistica e sanguigna disperazione di Zelinda, il Nero deve letteralmente schiantarsi ed essere dilaniato dalla ferocia nichilista che muove il Bianco. Il buon senso del dover vivere si scopre arido, impersonale, privo di sostanza: il prete e il Nero dovrebbero tirare fuori qualcosa di più intenso e onesto da loro stessi, qualcosa di più intimo, di più personale, ma non ci riescono.

E mentre Cormac McCarthy, attraverso la voce del Bianco, battuta dopo battuta, smonta le tesi sulla bontà della vita mostrandole per quello che sono, ovvero dogmi vuoti e paradossalmente mortiferi, Solvio D’Arzo assume una posizione ancor più radicale: le parole che il suo prete rivolge alla vecchia non sono neanche riportate, perché riconosciute vuote e inconsistenti nel momento stesso in cui vengono pronunciate.

Il fatto è che in entrambi i casi il desiderio di morire appare arioso e vivificante, mentre l’obbligo di vivere è un mostro terribile e prepotente, ma fiacco, privo di ossa e muscolatura. Facciamo il tifo per Zelinda e per il Bianco perché la loro necessità di annullarsi deriva da un desiderio di autodeterminazione assoluto e irriducibile, onesto, e pertanto esplosivo, e travolgente; è il bisogno disperato di evadere da una prigione e da una pena che non comprendono e non riescono più a sopportare, e dalle quali la via d’ uscita è una e una sola. La volontà di suicidarsi non è una richiesta di aiuto ma un gesto di profonda ribellione, il desiderio di liberarsi da uno stato d’essere che non offre ossigeno.

La comunanza di cui lei parla è basata solo e soltanto sul dolore. E se quel dolore fosse veramente collettivo invece che soltanto ripetitivo, il suo peso basterebbe a staccare il mondo dalle pareti dell'universo e a farlo precipitare in fiamme in mezzo a quel po' di notte che saprebbe ancora generare prima di ridursi a un nulla che non è neppure cenere.
(Sunset Limited)

E in tutto ciò la vita, intesa come natura e come flusso delle cose, rimane neutra e indifferente, incurante di chi la vuole abbandonare, di chi ci si aggrappa, del vuoto di ogni teoria, dell’essere vissuta come prigione o come dono. Che lo scenario sia l’aspra montagna in cui D’Arzo muove i suoi personaggi o la metropoli che s’intende dall’appartamento messo in scena da McCarthy, resta il fatto che noi siamo soli, con le nostre domande e le risposte che proviamo a darci.

C'è quassù una cert'ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri ed i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia, e poi viola, e poi blu: nel primo buio le don. ne se ne stanno a soffiar sui fornelli chine sopra il gradino di casa, e i campanacci di bronzo arrivan chiari lì giù fino a borgo. Le capre s'affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri.
Allora mi vien sempre di più da pensare ch'è ormai ora di preparare le valige per me e senza chiasso partir verso casa. Credo d'avere anche il biglietto.
Tutto questo è piuttosto monotono, no?
(Casa d’altri)

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