mercoledì 9 gennaio 2019

La lista dell'anno nuovo

Anno nuovo, libri nuovi, nel senso che sto compilando la lista dei libri che ordinerò nei mesi a venire. Naturalmente, come tutti, non ho ancora letto i libri acquistati l'anno scorso (o gli anni precedenti), ma romanzi e saggi escono, o vengono ristampati, o vengono scoperti e riscoperti, oppure c’è qualcuno che te li fa scoprire e riscoprire.

Dalla metà dell’anno scorso ho preso a compilare una lista dei libri che mi interessano, per poi ordinarli a scaglioni di cinque o di dieci. In questi primi giorni del 2019 sono arrivata più o meno a 40
libri, e, siccome ho notato che i miei criteri di selezione si sono un po’ stabilizzati, mi andava di fare il punto, ergo eccomi qui, a inizio anno a stabilire delle coordinate che, spero, nel corso dell’anno verranno più volte disattese e rimaneggiate.
Comunque:

Necessità
Cominciamo con un caposaldo, un punto fermo che si è inciso a fuoco nel mio cuore e che penetra sempre più in profondità a ogni retro di copertina. Se un libro è necessario, allora non lo compro. Credo che non riuscirò mai a trasmettere la ferocia con cui i miei nervi reagiscono a questa parola, soprattutto se riferita a un libro. Voglio dire, un sacco di gente non legge neanche il manuale delle istruzioni o le garanzie degli aggeggi che adopera, o le scritte in piccolo dei contratti che firma. Pertanto, figurarsi se un romanzo o un saggio sono necessari. È una definizione che trovo arrogante e aggressiva, come se il lettore fosse una creatura fissa, stabile e immobile, mentre invece le necessità sono cose fluide, mutevoli, sottili e pungenti; infine, come dice Oscar Wilde, talvolta niente è più necessario del superfluo (affermazione molto più profonda e sfaccettata di quanto sembri). 

Bellezza
Che un libro sia bello, o ben scritto o con una buona trama o una buona idea per me è il minimo sindacale. Se sul retro di copertina si sottolineano queste cose, io scarto a priori. Termini come avvincente, emozionante, costruito con sapienza e con un protagonista indimenticabile non mi colpiscono in particolar modo, perché si ribadiscono quelle che dovrebbero essere le basi per un buon romanzo. Quello che vorrei sapere è cosa rende unico quel romanzo o quel saggio: un punto di vista acuto sulla natura umana? Una carica sensuale e mistica al tempo stesso? Un interrogarsi etico severo e intransigente? Un nichilismo divertito e compassionevole? Uno humor nero cinico e giubilante? (Queste ultime due sono le mie preferite, e se poi c’è anche la parola morte nel titolo sono bella che sedotta. Che poi le promesse non sempre siano mantenute è un altro discorso).


Associazioni
Quando uno scrittore viene presentato come il nuovo Carver o simili, molto raramente mi viene voglia di leggerlo: non capisco perché dovrei leggermi una copia quando posso leggere l’originale. O l’accostamento mi fa pensare a qualcosa di divertente e particolare (non so, una Teresa d’Avila che si barcamena in un contesto alla Cormac McCarthy) o, altrimenti, passo. Lo stesso vale per i nuovi romanzi di uno scrittore che ha nel retro di copertina recensioni al suo precedente lavoro; mi viene da pensare che quello che ho in mano non sia un granché, e che tanto varrebbe prendere il precedente. Non credo di essere l’unica a cercare in un libro (saggio o romanzo poco importa) un punto di vista unico e irripetibile, mobile, e in continua evoluzione, un qualcosa di vivo, insomma, mentre queste pratiche mi sanno tanto di sudario. Le associazioni devono essere fatte bene, a parer mio: si tratta di richiamare un certo immaginario e stravolgerlo al contempo. 

Fascette (e frasi di lancio)
Per me sono un deterrente all’acquisto. Il più delle volte, se compro un libro con la fascetta, è  a dispetto di ques
t’ultima: m’incuriosisce qualcosa della trama, mi piace il titolo, la copertina mi mette voglia di approfondire. Il problema della fascetta è che il più delle volte ribadisce l’ovvio. Che un thriller sia carico di suspense, o che un romanzo psicologico indaghi sulla natura umana mi sembra il minimo; e che un romanzo venda molto o poco mi è indifferente: quello sui numeri è un discorso che può essere fatto riguardo a un autore, più che a un libro, e comunque sempre dopo un certo lasso di tempo e un certo numero di opere pubblicate. Che in libro faccia parlare, infine, è un’altra questione che mi tocca fino a un certo punto: si parla di tutto, alla fine, dall’esistenza di Dio ai problemi stitichezza. E delle cose di cui si parla molto quel che si dice non è mai troppo importante.

Recensioni e critica
Qui mi sento in imbarazzo, più che altro perché  1) scrivo recensioni e 2) la critica letteraria non è il mio campo. Tuttavia, se ritengo l’analisi letteraria un approfondimento a cui preferisco approcciarmi in cartaceo (attraverso la lettura di saggi), per la recensione il discorso è un po’ più complicato. O, meglio, è semplice ma spinoso: di recensioni ne leggo molte, ma più che altro per compararle con le mie e vedere come migliorarmi, o cosa non mi piace per cercare di affinare il mio stile; il libro, purtroppo, passa quasi sempre in secondo piano. Voglio dire che raramente una data recensione mi spinge a comprare un dato libro, stranamente perché faccio fatica a sentirmi in contatto con il recensore o il critico. Non so come spiegarlo: un’analisi “oggettiva” mi lascia il più delle volte indifferente, il pezzo di bravura idem. Mi capita di leggere stroncature di libri che mi mettono curiosità e che mi attirano ancora di più verso la mia scelta, ma di più non saprei dire: sento la mancanza di un resoconto esperienziale della lettura, per quanto capisco che non sono l’unica che scrive esclusivamente per il proprio piacere, cercando di affinarsi e padroneggiare una mezzo di comunicazione.

Tutto questo per dire che si ricomincia a leggere, e scrivere, e divertirsi, in una pagina bianca che, per fortuna, porta ben visibili i segni di ciò che è stato scritto gli anni precedenti.
E a corredo di questo post, ci sono alcuni dei libri che sono sulla mia lista. Magari interessano anche a voi.

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