martedì 29 gennaio 2019

I vivi e i morti si mescolano tra loro. L'opera di Nona Fernández



Immagino e faccio testimoniare i vecchi alberi, il cemento che sostiene i miei piedi, i pali della luce, i cavi della rete telefonica, il vento che soffia denso senza mai abbandonare questo paesaggio. Immagino e i segni della sparatoria ricompaiono. La mia mente va in cortocircuito e immaginando e crea storie rimaste in sospeso, completa e racconti lasciati a metà, visualizza i dettagli non menzionati, non fa caso alle istruzioni che ha ricevuto.
(La dimensione oscura)

La scrittura di Nona Fernàndez è un fiume di luce che attraversa la voragine buia della memoria di un paese (il Cile) che è anche memoria personale; e tale memoria è talmente atroce e quotidiana che non può essere affrontata in via diretta, ma deve essere accerchiata, e presa alla larga, per poterne afferrare in lato assurdo e crudele. Perché la mente di chi è cresciuto all’interno di un feroce regime dittatoriale, e l’ha vissuto come un qualcosa di familiare senza capirlo a fondo, è stata in qualche modo violentata dalla Storia, predata da un contesto sociale e politico; per cui la percezione del mondo non può prescindere dal male al quale si è assistito e, per quanto in modo inconsapevole e passivo, partecipato.

Fernandez si carica sulle spalle la storia del suo Paese e racconta una violenza che non può essere elusa; e lo fa senza mai staccarsi da essa, senza ingrandirla, ma riproponendola nelle sue ambiguità, nella sua piccolezza abissale, nel suo riverberarsi, nel suo spandersi, nel suo toccare e coinvolgere ogni vita, anche la più lontana o marginale, stravolgendola per sempre.
E se Mapocho (Gran via edizioni), unica opera interamente di finzione della giovane scrittrice cilena, racconta chiaramente il modo in cui la dittatura penetra nella vita di una famiglia distruggendola dal suo interno, anche i memoir Space Invaders, Chilean electric (entrambi pubblicati da Edicola edizioni) e La dimensione oscura (Gran via edizioni) mostrano un’intellettuale che sceglie di rapportarsi in prima persona con il buco nero che ha stravolto le fattezze di una nazione e dei suoi abitanti.

Mentre succede tutto questo, io, sola al mio tavolino, tanto di decifrare un codice sconosciuto è fantastico per la ricostruzione di una scena sognata è inventata da un'altra persona, un mio lontano che una volta, per qualche motivo che ignoro, mi ha parlato dell'origine della luce elettrica nella piazza della mia città.
(Chilean Elecrtic)

Il fatto è che il rapporto con la Storia, come quello con l’immaginazione, è difficilissimo e frastagliato: il racconto apre fenditure che rivelano un orrore quasi metafisico, quasi cosmico, dai toni quasi lovercraftiani; con l’unica differenza che i mostri di Fernàndez, gli Cthulhu che la scrittrice va a stanare, hanno camminato, hanno ucciso e fatto uccidere, hanno torturato, hanno governato, hanno intessuto rapporti diplomatici e sono prosperati alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti, in un orrore talmente preclaro da essere invisibile.

Quello vissuto, introiettato, e raccontato da Fernàndez è un orrore talmente grande che ha bisogno di essere reimmaginato. Ed ecco allora che la dinamica di Space Invaders è quella del videogioco omonimo, con i nemici che continuano ad arrivare imperterriti di livello in livello, e che non finiscono mai, come le diramazioni della dittatura  (da quelle ufficiali e politiche a quelle più intimiste), che non potranno mai essere sradicate del tutto; ecco allora che la nonna dell’autrice, in Chilean electric, inserisce una parte  della sua storia all’interno di un evento (l’arrivo in Cile della corrente elettrica) avvenuto prima della sua nascita; fino ad arrivare a La dimensione oscura, in cui l’uomo delle torture rapisce l’immaginazione e l’attenzione della scrittrice perché riesce a coniugare nella sua persona l’orrore e la sua negazione, l’obbedienza a un credo politico e la ribellione ad esso attraverso lo svelamento del suo lato oscuro. Suo, dell’uomo. Suo, del regime. Suo, del paese.

Il tempo non è chiaro, confonde tutto, mischia i morti, li trasforma in uno solo, li separa di nuovo, si muove all'indietro, procede al contrario, gira come il carosello di una fiera, come nella gabbia di un laboratorio ci intrappola i funerali, marce e arresti, senza darci alcuna certezza di continuità o di fuga. Se siamo stati lì o meno, non è chiaro. Se partecipammo a tutto questo, nemmeno.
Però le tracce del sogno ci sono rimaste impresse dentro come segni di un cambiamento di un combattimento navale destinato alla sconfitta rimane li Facendoci soffrire ogni volta che spegniamo le luci.
(Space Invaders)

Il tempo, nelle opere di Fernàndez, è un sistema del pensiero, un veicolo di propagazione del male, un virus da cui non si guarisce del tutto, che lascia segni e del quale è difficile, se non impossibile, conoscere le origini: la violenza c’è sempre stata e sempre ci sarà, l’inconsapevolezza e l’innocenza non sono armi di difesa, nessuno può nulla contro una pulsione che ormai scorre nel sangue di chi è stato contagiato, che non viene debellata a livello storico e politico, perché troppo scomoda, troppo grande e troppo ramificata da affrontare.
Come una maledizione, il tempo storico passa di generazione in generazione, e la responsabilità di ciò che è stato passa attraverso chi c’è e chi ci sarà (gli sfasamenti e le incongruenze di Chilean electric), e i rapporti umani (i bambini di Space Invaders); e allora la memoria diventa una responsabilità, e per preservare il domani e giustificare il presente occorre andare a ritroso, inserendo il proprio io nel fatto storico, esaminando le proprie ferite, dando voce a tutte le variazioni del male e del dolore, a tutte le persone intaccate dal male della dittatura. L’impegno individuale intellettuale e politico sembra essere l’unico modo per arginare il male, per smettere di nutrirlo, per esplorarlo senza assecondarlo e senza arrendersi ad esso. Riconoscerne la mostruosità, accettarla, e accettare il pentimento dei carnefici senza tuttavia trasformarli in eroi.

Le parole vengono al mondo e cercano la propria ragion d'essere, delineano il futuro, lo plasmano, ne stabiliscono il corso definitivo, creano la storia.
(Mapocho)

Nona Fernàndez utilizza la compassione come strumento di indagine ideologica e politica, e guarda il male in faccia, in sé, riconoscendolo senza comprenderlo del tutto; e così facendo si mette in prima linea, regalando alla scrittura politica una sfumatura completamente nuova, ricca, e intimamente collettiva.

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