giovedì 31 gennaio 2019

Una delle mie dimensioni


Non c'è giornata più adatta di questa, per scrivere poche righe su una band che ha fatto un pezzo di storia della metal(z).
Gli Slayer, tra i tanti sviluppati, hanno creato un album, risultato uno dei più belli e senza troppi giri di parole: God Hate Us All. Un simbolo, pubblicato il giorno più triste della storia, l'11 settembre 2001. Non credo debba aggiungere altro a parte che la sua uscita era prevista molto tempo prima; fu una coincidenza devastante. Un sound aggressivo, pieno di rabbia, di odio e di verità. Scritto e composto in un passato non troppo remoto ma che già aveva previsto un futuro sfigurato.
Un album che decolla con suoni, strumenti e parole che si sovrappongono, come se ogni membro del gruppo facesse la sua presentazione, per poi annunciare l'atterraggio con una voce che strilla: "Dio ci odia tutti", che s'inabissa sempre più fino a scomparire del tutto.
Dopo un attimo di silenzio ecco che ha inizio l'opera. Un susseguirsi di brani che raccontano disapprovazione, soprattutto per religioni troppo eccessive, violente e mentalmente costrittive. Insomma, un album blasfemo che non ha paura di urlare ciò che pensa, grazie alla voce graffiante di Tom Araya, tra riff meravigliosi e batteria che donano un tempo e un senso a tutto questo. Fino ad arrivare al mio pezzo preferito, forse il più scontato, il più commerciale, quello che ha dato slancio all’intero disegno: Bloodline 

Pazzesco, un drink da buttare giù alla goccia.

Il suo ritornello
I’ll kill you and your dreams tonight
Begin new life
Bleed your death upon me
Let your bloodline feed my youth


Gli Slayer, hanno sempre varato e vomitato sound e testi che andavano di gran lunga a gridare quanto il mondo sia abitato da gente danneggiata che è parte di un sistema capitalista, considerato fresco e funzionale, quando invece e in realtà, è solo varichina sugli occhi. 



Trovo gli Slayer dei grandi oratori che hanno anche saputo dare un tono a questa nostra “civiltà”, obesa e mal nutrita allo stesso tempo. Politica, industria, guerra, petrolio, interessi, cospirazione, stupro, suicidio, sono i tanti temi che vengono sapientemente trattati, da questi tipi pazzi dalle sembianze dei Troll Norvegesi. A tal proposito consiglio anche l'ascolto di South Of Heaven
Da sentire assolutamente in cuffia e magari mentre passeggiate nella “civiltà” globalizzata e vi accorgerete che tutto ciò che vi circonda sembra seguire il ritmo che avete nelle orecchie. 
Non è consigliato attraversarci la strada God Hate Us All

mercoledì 30 gennaio 2019

Della musica magiara - riflessione in una giornata piovosa

Sarà che oggi il tempo è bigio e piovoso, sarà che il meteo ha annunciato la neve che comunque non c'è, ma insomma io sto ascoltando della musica che ben si adatta all'atmosfera plumbea di stamani. Volendo deliziare le mie orecchie con brani adeguatamente cupi e suggestivi, ho cercato automaticamente della musica magiara….. e poi ho riflettuto che in effetti, beh non tutta la musica magiara è triste. 
Penso ad esempio alla bellissima Marcia di Racoczy, che ho citato in un post dello scorso 11 gennaio, e che è tratta dall’opera La dannazione di Faust di Hector Berlioz, del 1845.
È un brano decisamente suggestivo e direi fragoroso, e la sua particolarità sta nel fatto che rappresenta una specie di “intruso” nell’opera. Infatti, si tratta di una marcia popolare molto celebre in Ungheria nel diciannovesimo secolo (non a caso, infatti, il brano viene spesso citato anche come la Marcia Ungherese di Berlioz), che il compositore riprende e orchestra con il preciso scopo di ingraziarsi il popolo ungherese allorché si apprestava a dirigere in quella terra un concerto di sue musiche.
In particolare, egli raccolse il suggerimento di un amico che aveva consigliato di flirtare un po’ con il pubblico, dimostrando interesse per la musica tradizionale autoctona, e in una sola notte (o almeno, così vuole la leggenda), Berlioz arrangia questo brano bellissimo, che in effetti fu accolto con entusiasmo al momento della sua esecuzione. Con talmente tanto entusiasmo che, quando un paio d’anni dopo Berlioz compone il Faust, decide di inserire la Marcia di Racoczy nel primo atto, spostando per alcune scene l’azione in Ungheria appunto, e figurandosi Faust che sente questa melodia intonata da alcuni soldati mentre cammina per i campi, e si ferma ad ascoltarla.
Se paragoniamo questo brano ad altri pezzi di ispirazione magiara, possiamo notare come i temi tradizionali di questa terra siano stati trattati e rielaborati in modo diverso, a seconda dell'autore che ad essi si è approcciato. Se la Marcia di Racoczy è fragorosa, un pezzo d’effetto, che permette all’orchestra di mostrare al meglio le sue potenzialità, non può non venire in mente la meravigliosa opera di raccolta e arrangiamento riservato ai temi tradizionali magiari da Liszt nelle sue celebri Rapsodie Ungheresi, che esplorano non solo il lato più giocoso di questa musica, ma anche i suoi aspetti più malinconici.
Suggerisco quindi, per un confronto interessante, l’ascolto consecutivo prima della Marcia di Racoczy, e poi della bellissima Rapsodia n. 1, che posto in una esecuzione per pianoforte che mi piace particolarmente, quella di Cziffra. 




martedì 29 gennaio 2019

I vivi e i morti si mescolano tra loro. L'opera di Nona Fernández



Immagino e faccio testimoniare i vecchi alberi, il cemento che sostiene i miei piedi, i pali della luce, i cavi della rete telefonica, il vento che soffia denso senza mai abbandonare questo paesaggio. Immagino e i segni della sparatoria ricompaiono. La mia mente va in cortocircuito e immaginando e crea storie rimaste in sospeso, completa e racconti lasciati a metà, visualizza i dettagli non menzionati, non fa caso alle istruzioni che ha ricevuto.
(La dimensione oscura)

La scrittura di Nona Fernàndez è un fiume di luce che attraversa la voragine buia della memoria di un paese (il Cile) che è anche memoria personale; e tale memoria è talmente atroce e quotidiana che non può essere affrontata in via diretta, ma deve essere accerchiata, e presa alla larga, per poterne afferrare in lato assurdo e crudele. Perché la mente di chi è cresciuto all’interno di un feroce regime dittatoriale, e l’ha vissuto come un qualcosa di familiare senza capirlo a fondo, è stata in qualche modo violentata dalla Storia, predata da un contesto sociale e politico; per cui la percezione del mondo non può prescindere dal male al quale si è assistito e, per quanto in modo inconsapevole e passivo, partecipato.

Fernandez si carica sulle spalle la storia del suo Paese e racconta una violenza che non può essere elusa; e lo fa senza mai staccarsi da essa, senza ingrandirla, ma riproponendola nelle sue ambiguità, nella sua piccolezza abissale, nel suo riverberarsi, nel suo spandersi, nel suo toccare e coinvolgere ogni vita, anche la più lontana o marginale, stravolgendola per sempre.
E se Mapocho (Gran via edizioni), unica opera interamente di finzione della giovane scrittrice cilena, racconta chiaramente il modo in cui la dittatura penetra nella vita di una famiglia distruggendola dal suo interno, anche i memoir Space Invaders, Chilean electric (entrambi pubblicati da Edicola edizioni) e La dimensione oscura (Gran via edizioni) mostrano un’intellettuale che sceglie di rapportarsi in prima persona con il buco nero che ha stravolto le fattezze di una nazione e dei suoi abitanti.

Mentre succede tutto questo, io, sola al mio tavolino, tanto di decifrare un codice sconosciuto è fantastico per la ricostruzione di una scena sognata è inventata da un'altra persona, un mio lontano che una volta, per qualche motivo che ignoro, mi ha parlato dell'origine della luce elettrica nella piazza della mia città.
(Chilean Elecrtic)

Il fatto è che il rapporto con la Storia, come quello con l’immaginazione, è difficilissimo e frastagliato: il racconto apre fenditure che rivelano un orrore quasi metafisico, quasi cosmico, dai toni quasi lovercraftiani; con l’unica differenza che i mostri di Fernàndez, gli Cthulhu che la scrittrice va a stanare, hanno camminato, hanno ucciso e fatto uccidere, hanno torturato, hanno governato, hanno intessuto rapporti diplomatici e sono prosperati alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti, in un orrore talmente preclaro da essere invisibile.

Quello vissuto, introiettato, e raccontato da Fernàndez è un orrore talmente grande che ha bisogno di essere reimmaginato. Ed ecco allora che la dinamica di Space Invaders è quella del videogioco omonimo, con i nemici che continuano ad arrivare imperterriti di livello in livello, e che non finiscono mai, come le diramazioni della dittatura  (da quelle ufficiali e politiche a quelle più intimiste), che non potranno mai essere sradicate del tutto; ecco allora che la nonna dell’autrice, in Chilean electric, inserisce una parte  della sua storia all’interno di un evento (l’arrivo in Cile della corrente elettrica) avvenuto prima della sua nascita; fino ad arrivare a La dimensione oscura, in cui l’uomo delle torture rapisce l’immaginazione e l’attenzione della scrittrice perché riesce a coniugare nella sua persona l’orrore e la sua negazione, l’obbedienza a un credo politico e la ribellione ad esso attraverso lo svelamento del suo lato oscuro. Suo, dell’uomo. Suo, del regime. Suo, del paese.

Il tempo non è chiaro, confonde tutto, mischia i morti, li trasforma in uno solo, li separa di nuovo, si muove all'indietro, procede al contrario, gira come il carosello di una fiera, come nella gabbia di un laboratorio ci intrappola i funerali, marce e arresti, senza darci alcuna certezza di continuità o di fuga. Se siamo stati lì o meno, non è chiaro. Se partecipammo a tutto questo, nemmeno.
Però le tracce del sogno ci sono rimaste impresse dentro come segni di un cambiamento di un combattimento navale destinato alla sconfitta rimane li Facendoci soffrire ogni volta che spegniamo le luci.
(Space Invaders)

Il tempo, nelle opere di Fernàndez, è un sistema del pensiero, un veicolo di propagazione del male, un virus da cui non si guarisce del tutto, che lascia segni e del quale è difficile, se non impossibile, conoscere le origini: la violenza c’è sempre stata e sempre ci sarà, l’inconsapevolezza e l’innocenza non sono armi di difesa, nessuno può nulla contro una pulsione che ormai scorre nel sangue di chi è stato contagiato, che non viene debellata a livello storico e politico, perché troppo scomoda, troppo grande e troppo ramificata da affrontare.
Come una maledizione, il tempo storico passa di generazione in generazione, e la responsabilità di ciò che è stato passa attraverso chi c’è e chi ci sarà (gli sfasamenti e le incongruenze di Chilean electric), e i rapporti umani (i bambini di Space Invaders); e allora la memoria diventa una responsabilità, e per preservare il domani e giustificare il presente occorre andare a ritroso, inserendo il proprio io nel fatto storico, esaminando le proprie ferite, dando voce a tutte le variazioni del male e del dolore, a tutte le persone intaccate dal male della dittatura. L’impegno individuale intellettuale e politico sembra essere l’unico modo per arginare il male, per smettere di nutrirlo, per esplorarlo senza assecondarlo e senza arrendersi ad esso. Riconoscerne la mostruosità, accettarla, e accettare il pentimento dei carnefici senza tuttavia trasformarli in eroi.

Le parole vengono al mondo e cercano la propria ragion d'essere, delineano il futuro, lo plasmano, ne stabiliscono il corso definitivo, creano la storia.
(Mapocho)

Nona Fernàndez utilizza la compassione come strumento di indagine ideologica e politica, e guarda il male in faccia, in sé, riconoscendolo senza comprenderlo del tutto; e così facendo si mette in prima linea, regalando alla scrittura politica una sfumatura completamente nuova, ricca, e intimamente collettiva.

lunedì 28 gennaio 2019

Alcolici gallinacei




Ho scelto tre galline tra Le galline pensierose scritte da Luigi Malerba (pubblicate da Quodlibet) e ho offerto loro da bere.

Una gallina incendiaria andava in giro con un fiammifero nel becco. «Potrei bruciare tutto», diceva, «e invece non brucio niente perché sono una gallina civile». Messa alle strette dalle altre galline confessò che non incendiava niente perché non era capace di accendere il fiammifero.

Alla gallina incendiaria ho fatto bere una Orval, una delle mie trappiste preferite, perché così si calma e si rilassa.


Tutte le galline del pollaio si riunirono e decisero che il loro giorno di festa non doveva più essere la domenica ma il venerdì , perché di venerdì non si mangia carne. La solita guastafeste saltò su a dire «Però si mangiano le uova».

A questa gallina polemica ho offerto un bicchiere di Amarone della Valpolicella per aiutarla a sostenere la sua causa.


Una gallina faceva delle corse pazze perché voleva infrangere il muro del suono. Un giorno andò a infrangersi contro il muro del pollaio e così finirono i suoi tentativi.

A questa goffa e sfortunata gallina ho regalato una bottiglia di Franciacorta, così le bollicine l'aiutano a rimettersi in sesto.


A Luigi Malerba, invece, offrirei direttamente una cena. Ma priva di uova e galline.


venerdì 25 gennaio 2019

L'inadeguatezza della buona volontà: "Casa d'altri" e "Sunset Limited"


Il quadro più pessimistico è sempre quello giusto. Quando uno legge la storia del mondo, legge una saga fatta di stragi, avidità e follia la cui gravità è impossibile ignorare. Eppure immaginiamo sempre che il futuro in qualche modo sarà diverso.
(Sunset Limited)

Nelle ossa sentivo l'inverno vicino. Guardai un momento le nuvole che adesso eran più grandi di un prato, e poi mi avviai alla parrocchia. Le nuvole mi venivano dietro. Sempre dietro, come se qualcosa sapessero. Vengono delle idee, certe volte.
Ma che altro potevo fare, mi dite?
(Casa d’altri)

Sunset Limited, dramma di Cormac Mc Carthy, mostra il confronto tra due uomini, il Bianco e il Nero, che si sono incontrati perché il secondo ha salvato il primo da un tentativo di suicidio; Casa d’altri, il racconto più celebre di Silvio D’Arzo, è una storia da un soldo, che ha per protagonisti un’assurda vecchia di nome Zelinda e un assurdo prete.
In entrambe le storie si affronta in maniera schiettissima e brutale il male di vivere; e lo si fa con una naturalezza, una consapevolezza tale da rendere questa angoscia esistenziale ancora più agghiacciante e tragica, e rivelando come gli interventi dei personaggi “positivi” (il prete e il Nero) siano miseri e ipocriti, completamente fasulli anche ai loro stessi occhi.

Io non considero il mio stato mentale una visione pessimistica del mondo. Io lo considero equivalente al mondo così com'è. L'evoluzione non potrà non condurre la vita intelligente alla consapevolezza di una certa cosa sopra tutte le altre, e questa cosa è la futilità.
(Sunset Limited)

Perché se il desiderio di farla finita sgorga in maniera naturale, anche se consapevole, e rivela una disperazione intima e autentica, l’apologia della vita si muove per frasi fatte e prese di posizione non si sa quanto intime e sentite. E poco importa che il Bianco e Zelinda abbiano caratteristiche diametralmente opposte, e come status sociale e culturale (professore universitario l’uno, lavandaia l’altra) e come approccio alla loro disperazione (argomentata e messa ripetutamente alla prova in lui, spontanea e naturale in lei), perché il desiderio di porre fine alla propria esistenza è per entrambi talmente viscerale e necessario da lasciare attoniti, tanto che il nettissimo rifiuto che i due hanno verso coloro che vorrebbero salvarli suona quasi come un’autodifesa.

Io ho una capra che porto sempre con me: e la mia vita è quella che fa lei, tale e quale. Viene in fondo alla valle, torna su a mezzogiorno, si ferma davanti al fosso con me, e poi la porto al canale. E quando vado a dormire va a dormire anche lei. E anche nel mangiare non c'è gran differenza, perché lei mangia dell'erba, e io radicchi e insalata, e la differenza sta solo nel pane. E poi a momenti io non potrò mangiare più neanche quello... Come me... come me. Ecco che cosa faccio io: una vita da capra. Una vita da capra e nient'altro.
(Casa d’altri)

Ma il punto che accomuna queste due opere è l’inadeguatezza di coloro che difendono il diritto/dovere della vita; e se il prete riconosce subito la povertà delle proprie argomentazioni di fronte alla vitalistica e sanguigna disperazione di Zelinda, il Nero deve letteralmente schiantarsi ed essere dilaniato dalla ferocia nichilista che muove il Bianco. Il buon senso del dover vivere si scopre arido, impersonale, privo di sostanza: il prete e il Nero dovrebbero tirare fuori qualcosa di più intenso e onesto da loro stessi, qualcosa di più intimo, di più personale, ma non ci riescono.

E mentre Cormac McCarthy, attraverso la voce del Bianco, battuta dopo battuta, smonta le tesi sulla bontà della vita mostrandole per quello che sono, ovvero dogmi vuoti e paradossalmente mortiferi, Solvio D’Arzo assume una posizione ancor più radicale: le parole che il suo prete rivolge alla vecchia non sono neanche riportate, perché riconosciute vuote e inconsistenti nel momento stesso in cui vengono pronunciate.

Il fatto è che in entrambi i casi il desiderio di morire appare arioso e vivificante, mentre l’obbligo di vivere è un mostro terribile e prepotente, ma fiacco, privo di ossa e muscolatura. Facciamo il tifo per Zelinda e per il Bianco perché la loro necessità di annullarsi deriva da un desiderio di autodeterminazione assoluto e irriducibile, onesto, e pertanto esplosivo, e travolgente; è il bisogno disperato di evadere da una prigione e da una pena che non comprendono e non riescono più a sopportare, e dalle quali la via d’ uscita è una e una sola. La volontà di suicidarsi non è una richiesta di aiuto ma un gesto di profonda ribellione, il desiderio di liberarsi da uno stato d’essere che non offre ossigeno.

La comunanza di cui lei parla è basata solo e soltanto sul dolore. E se quel dolore fosse veramente collettivo invece che soltanto ripetitivo, il suo peso basterebbe a staccare il mondo dalle pareti dell'universo e a farlo precipitare in fiamme in mezzo a quel po' di notte che saprebbe ancora generare prima di ridursi a un nulla che non è neppure cenere.
(Sunset Limited)

E in tutto ciò la vita, intesa come natura e come flusso delle cose, rimane neutra e indifferente, incurante di chi la vuole abbandonare, di chi ci si aggrappa, del vuoto di ogni teoria, dell’essere vissuta come prigione o come dono. Che lo scenario sia l’aspra montagna in cui D’Arzo muove i suoi personaggi o la metropoli che s’intende dall’appartamento messo in scena da McCarthy, resta il fatto che noi siamo soli, con le nostre domande e le risposte che proviamo a darci.

C'è quassù una cert'ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri ed i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia, e poi viola, e poi blu: nel primo buio le don. ne se ne stanno a soffiar sui fornelli chine sopra il gradino di casa, e i campanacci di bronzo arrivan chiari lì giù fino a borgo. Le capre s'affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri.
Allora mi vien sempre di più da pensare ch'è ormai ora di preparare le valige per me e senza chiasso partir verso casa. Credo d'avere anche il biglietto.
Tutto questo è piuttosto monotono, no?
(Casa d’altri)

giovedì 24 gennaio 2019

William Somerset Maugham (una breve introduzione appassionata)



Il vocabolario Treccani dà al cinismo due definizioni: una meno comune, che descrive il termine come la dottrina e la setta dei filosofi cinici, l'altra invece illustra il comportamento della persona cinica: l'impudente ostentazione di disprezzo verso le convenienze e le leggi morali e verso tutto ciò che è nobile e ideale. Da ciò si deduce che il cinico è una persona autonoma dal punto di vista etico e indipendente sotto l'aspetto intellettuale; in più, almeno la maggior parte delle volte, il cinico è anche una persona tollerante verso i vizi altrui ed ha un gran senso dell'umorismo.

Il divario tra quel che un uomo professa e quel che fa è uno degli spettacoli più divertenti offerti dalla vita.
(Acque morte)

William Somerset Maugham è uno degli scrittori su cui mi capita di rinunciare a discutere più spesso, perché è palese che chi lo definisce cinico non intende fargli un complimento. Anche la definizione che lo descrive come “il maggiore tra i minori”, sposata da moltissimi, smonta ogni volontà di ribattere, o approfondire qualsiasi discorso.

È follia comune delle coppie felici non voler avere segreti per l'altro; ciò le porta a un mucchio di disillusioni.
(La signora Craddock)

Il fatto è che Maugham è lo scrittore di quelli che si sentono sempre fuori contesto e che non hanno la minima voglia di adeguarsi, che ogni giorno costruiscono una loro architettura etica (che viene continuamente ristrutturata) e che cercano un sistema di vita che vada oltre le convenienze, le leggi morali e tutto ciò che è nobile e ideale. Perché il problema di ciò che è nobile e ideale è che distrugge vite, spezza relazioni, chiude il cuore, ci fa vedere il mondo attraverso dei filtri che lo appiattiscono e gli tolgono colore.

Quando uno non riesce in nessun'altra cosa, di solito si mette a scrivere.
(Il filo del rasoio)

Maugham stesso ha passato la vita a essere fuori posto: cresciuto da uno zio, in un paese di cui dovette reimparare la lingua, emotivamente represso (da qui la balbuzie che lo ha perseguitato, seppur sporadicamente, per tutta la vita), poco autonomo fino alla maturità; vive in conflitto con la propria omosessualità e non riesce a riprendersi dalla morte del suo amante; la sua attività di scrittore è stata sia la sua più intima vocazione sia una copertura utilizzata durante il suo lavoro per i servizi segreti. Forse l'unica critica che gli si potrebbe fare, è l'aver utilizzato il cinismo più in maniera difensiva che creativa, ma è un limite che tocca la sua vita e non i suoi romanzi o i suoi racconti.

Quando il piacere ha esaurito l'uomo, questi è convinto di essere stato lui ad esaurirlo; allora ti racconta, serio e grave, che non vi è nulla che possa soddisfare il cuore umano.
(La giostra)

Perché la vittima del Maugham narratore non è mai l'essere umano, ma il contorno morale e sociale che lo soregge e lo struttura, le aspettative che lo muovono e lo governano, il conformismo, il desiderio di accettazione, la rispettabilità: tutti quei valori e convenienze che i cinici disprezzano con ostentazione e impudenza. Gli “eroi” di Maugham non cercano altro che un proprio posto nel mondo, un modo per essere pienamente se stessi, una chiave di lettura di un ambiente ostile, un modo per destreggiarsi in una realtà che non tiene conto di noi.

La generale idiozia dell'umanità è tale che si possono muovere gli uomini a furia di parole.
(Vacanze di Natale)
L'ironia, spesso definita “crudele”, di Maugham non è altro che l'ironia imparziale della vita, raccontata con uno spirito d'osservazione, che ha pari solo in Jane Austen, per la quale il nostro si spertica in lodi; e lo stile tagliente, asciuttissimo, essenziale, precisissimo diventa per il lettore una bussola, e i suoi libri una stella polare per coloro che, come lui, vivono nell'anticonformismo ma senza crogiolarsi in esso.

Il Tao. Alcuni di noi cercano la Via nell'oppio e altri in Dio, alcuni nel whisky e altri nell'amore. È sempre la stessa Via e non porta da nessuna parte.
(Il Velo dipinto)

E Maugham era talmente fuori posto da diventare uno di quei classici anonimi, mai davvero studiati, mai approfonditi sul serio, mai conclamati e mai celebrati, ma che vengono letti, e riletti e adorati da intere generazioni di fuori posto, persone che non discuteranno mai il suo cinismo, perché sanno cos'è, e sanno che è una cosa buona e sana.

mercoledì 23 gennaio 2019

Words (Parole)



Un omaggio alla Carta e alla sue figlie : le Parole.
Un tributo al colore autentico della fibra naturale, della lana, del cotone appena raccolto.
Prima che una tinta lo incontri, lo impregni della sua anima dinamica e lo costringa a correre.
La Carta è un sottoabito dei primi del novecento in cotone naturale, qualche cardigan di lana scozzese e un tubino di seta anni '60. Poi sarà proclamata un'occupazione. A cui le parole prenderanno parte. Parole che ho rubato, preso in ostaggio da riviste, giornali, parole scritte da altri per altri ancora. Per dar luogo ad un Collage estemporaneo, dove il senso e la logica sono stati ospiti graditi, ma giunti per pura casualità. Ma parlare di caso non è opportuno. Io non ci credo al caso.
Parole che dopo che hai letto diventano tue. E puoi dimenticare o ricordarti. 



 Questo bisogno di essere. Altrove. Al di fuori di sè stessi. Attraverso una relazione, un'amicizia, un giardino da aspettare in primavera. Qualcuno che un giorno ti rileggerà nelle parole scritte dietro una foto. Che poi alla fine restano dentro l'immagine .


Carta da regalo, carta da pacchi, carta carbone che imita, che copia, che replica.
I cartoni di un trasloco, i cartoni che diventano la casa di qualcuno, ai margini di un vicolo, di una città uguale a tante altre.
La carta delle coccarde, dei festoni della prima festa di compleanno. Coriandoli.
Carta pesta, carta di giornale, carta riciclata, carta liscia o ruvida del blocco di un disegnatore.
Un origami. 


Carta straccia o carta di giornale, spesso purtroppo non c'è più differenza fra le due.
Romanzo popolare, di formazione, noir, narrativa, saggistica, poesia.
Libri di poesia che vengono conservati o dimenticati per poi essere cercati nuovamente e ritrovati nelle bancarelle dei mercati dell'usato.


Carte da gioco, la promessa mancata di un futuro diverso.
Il solitario. Ingannare il tempo sfidando sè stessi. La Sorte. Cercando uno spiraglio qualsiasi. L'ebbrezza di poter conquistare un vantaggio. Sul tempo, sul dove e sul quando.


Che cos'è la Carta ?
Perchè resiste così tanto nell'uso quotidiano mentre la tecnologia e il progresso ci propone sempre nuovi strumenti di comunicazione ?
Leggo e trascrivo...
"... La carta è un prodotto conosciuto da millenni: sembra infatti che in Egitto, intorno al 3000-3500 a.C., esistesse già il papiro, considerato come la pietra miliare per l'evoluzione storica dei supporti per la scrittura.
Esso era molto simile alla nostra carta e veniva fabbricato utilizzando una pianta acquatica, il cyperus papyrus, allora molto diffusa lungo il Nilo, in Palestina ed in Sicilia. La parte superiore dello stelo di questa pianta veniva tagliata in strisce longitudinali di basso spessore, larghe pochi centimetri e lunghe oltre un metro. Tali strisce venivano poi disposte, l'una accanto all'altra, sopra un piano orizzontale, in modo da formare uno strato continuo e il più possibile omogeneo.


Su questo primo strato se ne collocava un altro, con l'accortezza di disporre le strisce in modo trasversale rispetto alle prime. Il reticolo, così formato, veniva poi bagnato con acqua e pressato affinché le sostanze collanti contenute nelle fibre della pianta facessero aderire i due strati sovrapposti; successivamente veniva fatto asciugare all'aria.
 Incollando i margini di più fogli di papiro, tagliati tutti nelle stesse dimensioni e posti consecutivamente, si otteneva una striscia continua, che nell'uso veniva arrotolata costituendo il «volumen» o rotolo, l'antesignano del nostro libro.
 

Un altro ottimo materiale su cui scrivere, molto apprezzato per la sua resistenza al tempo, fu la pergamena. Tale materiale, ottenuto da una accurata lavorazione delle pelli di animali di piccola e media mole, costituì il prodotto più largamente usato in tutto il mondo civile fino alla comparsa della carta vera e propria.

Le origini della fabbricazione della carta passano per la Cina. La leggenda e le ipotesi la fanno risalire alla fabbricazione dei feltri, in cui i mongoli erano maestri. Un ministro cinese, Ts'ai Lun, intorno al 105 d.C. (data ovviamente approssimativa) sostituì, nella fabbricazione dei feltri, le fibre animali con quelle vegetali, dando così luogo a quel prodotto che oggi chiamiamo carta.


La parte fibrosa della corteccia veniva messa a macerare in acqua, risciacquata e successivamente battuta in mortai di pietra fino ad ottenere una pasta uniforme di fibre cellulosiche. Questa massa di fibre opportunamente diluita con acqua veniva versata sopra la così detta «forma», costituita da una specie di graticcio ottenuto per accostamento di sottilissimi bastoncini di bambù. L'acqua passava attraverso le fenditure del graticcio e le fibre, feltratesi tra loro, restavano in superficie formando un foglio di opportuno spessore che, staccato e levato a mano dalla forma, veniva messo ad essiccare all'aria.


(e mi fermo qui, e vi rimando al blog di Samanta Tommasi, autrice del pezzo, dove potrete finire di leggerlo e gustarvi tutte le sue meravigliose foto. Quando le ho chiesto il permesso di riportare un suo vecchio pezzo, che leggerete la settimana prossima, lei mi ha mandato anche questo, che la rappresenta alla perfezione: la poesia come modo di essere)

martedì 22 gennaio 2019

Due autoritratti (Tintoretto)


Tintoretto dipinse questo suo autoritratto (tecnica olio su tela; dimensioni 61x51) nel 1587 circa, all’età di 69-70 anni. Purtroppo non si può definire con precisione l’età del pittore perché la sua data di nascita, dai documenti pervenutici, si ricava solo dal certificato di morte.
Il ritratto è comunque quello di un uomo anziano a mezzo busto, posto di fronte, che ci guarda direttamente negli occhi, infossati e circondati da profonde occhiaie, vestito di scuro su sfondo scuro; prende luce dal viso, incorniciato da una barba bianca con  la fronte solcata da rughe. I colori che emergono sono soprattutto il nero e il bianco.
Carlo Ridolfi, biografo del Tintoretto, nel 1648 scrisse che il pittore nei ritratti usava soprattutto il bianco e il nero  […] perché l’uno dava forza alle figure profondendole ombre, l’altro il rilievo. […] “ 
La sua biografia ci racconta che non ha vissuto grandi avventure, è nato e ha trascorso quasi  tutta la sua esistenza a Venezia. La fronte aggrottata e gli occhi che ci guardano un po’ spenti e stanchi danno l’idea di un uomo che, percorso un bel tratto della  vita, si sta facendo delle domande sulla sua essenza  e che forse, vista l’età, intravede qualche risposta.

Non si può pensare a questo autoritratto senza confrontarlo con quello in cui, giovane venticinquenne, ci guarda in modo spavaldo torcendo la testa, cercando il nostro sguardo (1546-1547):


Osservando  i due ritratti e tornando a guardare quello che lo ritrae a settant’anni mi chiedo: quando il suo  sguardo sul mondo è cambiato ? In quale momento della vita e quale evento l’ha trasformato ? Ha dovuto combattere per affermare la sua arte, ma è riuscito a emergere, ha vissuto tutta la vita senza soffocare la sua grande passione per la pittura, ha avuto amori, figli, riconoscimenti e grandi dolori: è la vecchiaia che  lo rende malinconico e prostrato?
E’ la consapevolezza della tragicità della nostra condizione di esseri umani, che noi acquisiamo solo col tempo, che rende inevitabile la perdita dell’orgoglio, della spavalderia, della forza e ci rende lo sguardo vuoto? Tintoretto in questo autoritratto, pennellata dopo pennellata, riesce a leggersi dentro e a trasmetterci una condizione che credo universale.

(Questo pezzo segna l'esordio dentro la Caverna di Elda Mattesini, una donna per la quale le cultura è un modo di vivere e un valore. La passione che mette nella vita è contagiosa e comunicativa come poche cose al mondo, e la ringrazio tanto per essere qui)

lunedì 21 gennaio 2019

Il Manifesto Programmatico (di nuovo)


In realtà non si tratta di un manifesto programmatico (il succo rimane quello descritto da Tom Robbins, e che potete leggere qui), ma di un nettissimo cambio di passo: La Caverna sta diventando un blog collettivo, attraverso la partecipazione di persone che racconteranno dei magnifici panorami visibili dalle loro case in fiamme.

Perché la cosa bella e interessante e modernissima di Epicuro è che è un asceta che passa per gaudente, che non si adegua a quello che altri dicono sia piacere, ma che gode al massimo di ogni piacere che la vita gli offre, e che descrive la felicità come assenza di sofferenza. E questo riporta a un detto buddista, che recita che il dolore è inevitabile, la sofferenza no.

Il fatto è che l’atto di godere senza farsi schiavizzare dall'appagamento indotto è forse la forma di ribellione più radicale che c’è, e la capacità di accettare il dolore senza crogiolarsi nel suo culto è la forma di libertà individuale più estrema e appagante di cui possiamo usufruire. Tutto è una questione di sguardi, e di orecchie, e di sensi assaporati con leggerezza e intelligenza, di capacità e di voglia di gustare appieno quel panorama che guardiamo dall’ultimo piano della nostra casa in fiamme.

Le persone che scrivono sulle pareti di questa caverna sono persone impegnate nella lotta giocosa di gioire al massimo delle loro facoltà, coltivandosi con costanza e passione; persone aperte al mondo, e a tutto ciò che questo può offrire, senza farsi troppo scoraggiare da ciò che va storto. Qualcuno di loro, come Alessandra e Cristian, lo avete già conosciuto, mentre altre voci e altri stimoli arriveranno prossimamente.

E la gratitudine che provo per quello che andremo a fare è un’altra e immensa fonte di piacere.

lunedì 14 gennaio 2019

Incipit fighi #7



A guardare quel vecchio venivano i vermi.

(Questo è l'incipit di La religione di monsieur Pleur, racconto di Léon Bloy, contenuto in Il telefono di Calipso e altre storie sgradevoli, raccolta fulminea e saporita pubblicata da il Melangolo; e niente, è fenomenale. Purtroppo non conosco il francese e pertanto non so come suona, ma tutte quelle "v" mi hanno dato i brividi; e la cosa veramente figa è che ogni volta che lo rileggo provo sempre lo stesso brivido di piacere. La locuzione venire i vermi, secondo me, è incantevole e molto suggestiva: t'immagini questo tipo che passa, che vede il vecchio in questione e gli vengono i vermi. Che poi non dice "mi venivano i vermi", ma il disgusto provocato dal vecchio viene buttato lì come un dato di fatto, ed è una cosa che solletica ancora di più l'immaginazione, per tacer della rabbia e della stizza che sembrano addirittura superare la repulsione e il dispetto.
E niente, starei ore a commentare questa frasetta, così come me la sono letta almeno una decina di volte prima di proseguire con il racconto. Sarei tentata anche di leggerla a voce alta, più e più volte con diverse intonazioni, ringhiandola, sussurrandola, declamandola, per vedere l'effetto che fa. E mi sa che prima o poi lo farò)

venerdì 11 gennaio 2019

Hector Berlioz - da "La dannazione di Faust", Minuetto dei Folletti


Nel 1829, Berlioz compone le "Otto scene da Faust", ispirandosi all'opera di Goethe ma, evidentemente non soddisfatto del proprio lavoro, lo ritirò, per rielaborare il materiale già composto solo più tardi, nel 1845, anno in cui termina appunto l'opera "La dannazione di Faust".
Ma si tratta di un'opera che si discosta abbastanza dalla trama goethiana, che ci è forse più familiare. Se Goethe concedeva a Faust di salvare la propria anima, Berlioz lo immagina invece condannato a sprofondare nell'abisso; d'altra parte, a differenza del Maligno dipinto da Goethe, il Mefistofele di Berlioz non incute particolare timore ma anzi, è una sorta di compagno di bevute, direi quasi simpatico, un fine conoscitore dei piaceri terreni e un galantuomo che canta serenate alla natura (in effetti, penso che piacerebbe a Chiara 😀).
(Eccovelo qui, che giustappunto sbevazza gaudente)

Risultati immagini per faust mefistofele
Un altro tratto che distingue l'opera è l'elemento magico: nel brano che ho riascoltato questa mattina, i folletti cullano la giovane Margherita fino a farla addormentare, al suono di un minuetto delicatissimo, che rappresenta una scelta singolare e spiazzante; pensiamo a cosa deve essere stato, per i melomani dell'epoca, trovare un brano di danza tipicamente settecentesco all'interno di un'opera ambientata in tutt'altro contesto…
Ma anche in altri momenti dell'opera Berlioz confonde l'ascoltatore, ad esempio quando inserisce un brano composto in precedenza, e che nulla aveva a che vedere con il Faust, ma che insomma si capisce benissimo che il compositore ci voleva appiccicare a tutti i costi per ingraziarsi il pubblico (la Marcia di Racoczy, che quasi quasi posto la prossima volta).
Non per nulla, io che sono un tipo piuttosto convenzionale, ho sempre preferito il Faust di Gounod, più classico e quindi più nelle mie corde, che tuttavia mi si dice essere meno innovativo e quindi forse non altrettanto eccelso….
Comunque, siccome siamo a fine settimana e la fatica del lavoro si è accumulata, mi lascio cullare anch'io dai folletti di Margherita, che in questo pomeriggio di sole, mentre scrivo vicino alle finestre, mi sembra quasi di intravedere là, vicino alla credenza….



mercoledì 9 gennaio 2019

La lista dell'anno nuovo

Anno nuovo, libri nuovi, nel senso che sto compilando la lista dei libri che ordinerò nei mesi a venire. Naturalmente, come tutti, non ho ancora letto i libri acquistati l'anno scorso (o gli anni precedenti), ma romanzi e saggi escono, o vengono ristampati, o vengono scoperti e riscoperti, oppure c’è qualcuno che te li fa scoprire e riscoprire.

Dalla metà dell’anno scorso ho preso a compilare una lista dei libri che mi interessano, per poi ordinarli a scaglioni di cinque o di dieci. In questi primi giorni del 2019 sono arrivata più o meno a 40
libri, e, siccome ho notato che i miei criteri di selezione si sono un po’ stabilizzati, mi andava di fare il punto, ergo eccomi qui, a inizio anno a stabilire delle coordinate che, spero, nel corso dell’anno verranno più volte disattese e rimaneggiate.
Comunque:

Necessità
Cominciamo con un caposaldo, un punto fermo che si è inciso a fuoco nel mio cuore e che penetra sempre più in profondità a ogni retro di copertina. Se un libro è necessario, allora non lo compro. Credo che non riuscirò mai a trasmettere la ferocia con cui i miei nervi reagiscono a questa parola, soprattutto se riferita a un libro. Voglio dire, un sacco di gente non legge neanche il manuale delle istruzioni o le garanzie degli aggeggi che adopera, o le scritte in piccolo dei contratti che firma. Pertanto, figurarsi se un romanzo o un saggio sono necessari. È una definizione che trovo arrogante e aggressiva, come se il lettore fosse una creatura fissa, stabile e immobile, mentre invece le necessità sono cose fluide, mutevoli, sottili e pungenti; infine, come dice Oscar Wilde, talvolta niente è più necessario del superfluo (affermazione molto più profonda e sfaccettata di quanto sembri). 

Bellezza
Che un libro sia bello, o ben scritto o con una buona trama o una buona idea per me è il minimo sindacale. Se sul retro di copertina si sottolineano queste cose, io scarto a priori. Termini come avvincente, emozionante, costruito con sapienza e con un protagonista indimenticabile non mi colpiscono in particolar modo, perché si ribadiscono quelle che dovrebbero essere le basi per un buon romanzo. Quello che vorrei sapere è cosa rende unico quel romanzo o quel saggio: un punto di vista acuto sulla natura umana? Una carica sensuale e mistica al tempo stesso? Un interrogarsi etico severo e intransigente? Un nichilismo divertito e compassionevole? Uno humor nero cinico e giubilante? (Queste ultime due sono le mie preferite, e se poi c’è anche la parola morte nel titolo sono bella che sedotta. Che poi le promesse non sempre siano mantenute è un altro discorso).


Associazioni
Quando uno scrittore viene presentato come il nuovo Carver o simili, molto raramente mi viene voglia di leggerlo: non capisco perché dovrei leggermi una copia quando posso leggere l’originale. O l’accostamento mi fa pensare a qualcosa di divertente e particolare (non so, una Teresa d’Avila che si barcamena in un contesto alla Cormac McCarthy) o, altrimenti, passo. Lo stesso vale per i nuovi romanzi di uno scrittore che ha nel retro di copertina recensioni al suo precedente lavoro; mi viene da pensare che quello che ho in mano non sia un granché, e che tanto varrebbe prendere il precedente. Non credo di essere l’unica a cercare in un libro (saggio o romanzo poco importa) un punto di vista unico e irripetibile, mobile, e in continua evoluzione, un qualcosa di vivo, insomma, mentre queste pratiche mi sanno tanto di sudario. Le associazioni devono essere fatte bene, a parer mio: si tratta di richiamare un certo immaginario e stravolgerlo al contempo. 

Fascette (e frasi di lancio)
Per me sono un deterrente all’acquisto. Il più delle volte, se compro un libro con la fascetta, è  a dispetto di ques
t’ultima: m’incuriosisce qualcosa della trama, mi piace il titolo, la copertina mi mette voglia di approfondire. Il problema della fascetta è che il più delle volte ribadisce l’ovvio. Che un thriller sia carico di suspense, o che un romanzo psicologico indaghi sulla natura umana mi sembra il minimo; e che un romanzo venda molto o poco mi è indifferente: quello sui numeri è un discorso che può essere fatto riguardo a un autore, più che a un libro, e comunque sempre dopo un certo lasso di tempo e un certo numero di opere pubblicate. Che in libro faccia parlare, infine, è un’altra questione che mi tocca fino a un certo punto: si parla di tutto, alla fine, dall’esistenza di Dio ai problemi stitichezza. E delle cose di cui si parla molto quel che si dice non è mai troppo importante.

Recensioni e critica
Qui mi sento in imbarazzo, più che altro perché  1) scrivo recensioni e 2) la critica letteraria non è il mio campo. Tuttavia, se ritengo l’analisi letteraria un approfondimento a cui preferisco approcciarmi in cartaceo (attraverso la lettura di saggi), per la recensione il discorso è un po’ più complicato. O, meglio, è semplice ma spinoso: di recensioni ne leggo molte, ma più che altro per compararle con le mie e vedere come migliorarmi, o cosa non mi piace per cercare di affinare il mio stile; il libro, purtroppo, passa quasi sempre in secondo piano. Voglio dire che raramente una data recensione mi spinge a comprare un dato libro, stranamente perché faccio fatica a sentirmi in contatto con il recensore o il critico. Non so come spiegarlo: un’analisi “oggettiva” mi lascia il più delle volte indifferente, il pezzo di bravura idem. Mi capita di leggere stroncature di libri che mi mettono curiosità e che mi attirano ancora di più verso la mia scelta, ma di più non saprei dire: sento la mancanza di un resoconto esperienziale della lettura, per quanto capisco che non sono l’unica che scrive esclusivamente per il proprio piacere, cercando di affinarsi e padroneggiare una mezzo di comunicazione.

Tutto questo per dire che si ricomincia a leggere, e scrivere, e divertirsi, in una pagina bianca che, per fortuna, porta ben visibili i segni di ciò che è stato scritto gli anni precedenti.
E a corredo di questo post, ci sono alcuni dei libri che sono sulla mia lista. Magari interessano anche a voi.