sabato 1 dicembre 2018

Baci niente-da-dichiarare



Bella del Signore (pubblicato da BUR) è un romanzo strano, che lascia una sensazione di sostanziale e sbigottita estraneità in chi lo legge. Questo perché l’opera di Albert Cohen è uno spaccato sulla difficoltà di vivere talmente lucido e spietato che lascia spiazzati e confusi, anche parecchio tempo dopo la conclusione della lettura.


Il povero marito, lui, non può essere poetico. Impossibile sostenere la commedia ventiquattr’ore su ventiquattro.

I protagonisti Ariane e Solal (che all’inizio si incontrano, poi si sfidano, poi si riconoscono come anime gemelle, poi si amano alla follia, poi soccombono alla quotidianità, e alla fine vanno incontro alla tragedia) hanno una tale fame di assoluto, di purezza, di idealismo, da trovarsi sempre e comunque al di fuori non solo dall’ambiente sociale da cui provengono (l’aristocrazia e l’alta borghesia ginevrina) ma proprio da qualsiasi contesto, che sia storico, geografico, sentimentale, umano.

Perché la coppia si ama con passione travolgente e si ferisce con altrettanta ferocia, e s’illude di
bastare a se stessa, attraverso tutta una serie di cerimoniali, elaboratissimi e solenni, e di resistere i questo modo al tempo in forza della sacralità e del sentimento che l’ha fatta nascere; ma come l’ideale soccombe sempre davanti al quotidiano, così anche l’adamantina perfezione da sempre inseguita dai due amanti è agguantata solo per breve tempo, e subito comincia a mostrare delle crepe, dei minuscoli difetti, delle ombre che, invece di arricchire il mistero del rapporto amoroso, lo rendono banale agli occhi di Solal e Ariane, che non riescono proprio a vedersi come creature umane, mutevoli e in perenne costruzione, e degne d’amore proprio perché imperfette.

Per scuotere il torpore la strinse a sé. Lei si raggomitolò sul suo petto. E adesso, che fare? Da tempo avevano disvolto i bozzoli dei ricordi, pensieri, gusti comuni. Il bozzolo sensuale anche, per intero. Si arriva presto in fondo alla carne.

Cohen è fenomenale nel restituire al lettore un’inquietudine che non riesce mai a trovare soddisfazione, e si rivela crudele nel deridere una passione magnifica e furiosa, che vorrebbe essere superiore ad ogni umanità ma che non riesce a vedere la ricchezza, le sfumature, la dolcezza che quella stessa umanità dona al sentimento; perché quello che esalta e sconvolge i due protagonisti è un amore sicuramente autentico, ma stupido e cieco, e insensibile di fronte a ogni contingenza, a ogni debolezza, che deve essere eliminata e sradicata, in un percorso che non può che portare alla distruzione di ogni cosa; e l’ardore e la rovina vivono e si nutrono a vicenda, in forza di una costante agonia raccontata alternando toni sublimi e grevi, immettendo elementi triviali a corrodere la più alta poesia, infilando sardoniche parentesi di ridicolo in contesti della più solenne serietà.

E Bella del Signore si rivela allora come una lunga parabola sul tentativo di superamento di ogni limite e sul fallimento di tale impresa, sull’arroganza e la sua ingenuità, sulla perfezione come semplificazione, come sterile astrazione destinata a dare la morte a chi la insegue, sulla follia dei sentimenti e degli ideali; un capolavoro che parla di umanità e del suo rifiuto, della difficoltà di rapportarsi con l’altro, il mondo e noi stessi, instillando dubbi e minando aspettative; soprattutto, seguendo i ritmi dei sogni infranti, dei pensieri, dei sentimenti, della vita, della morte, e soprattutto, ancora, del mistero dell’amore.

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