martedì 18 dicembre 2018

Petr Ilic Tchaikovsky – Capriccio Italiano op. 45

Una piccola nota introduttiva: l'autrice di questo pezzo è Alessandra Ghilardi, lettrice sopraffina di gialli classici e avvocata dai mille interessi. Tra questi c'è la musica classica, di cui io non capisco un cavolo, ma che lei condivide sul suo profilo Facebook con tale entusiasmo da incuriosirmi. Le ho chiesto di scrivere qualcosa a riguardo, e finalmente sono stata esaudita. E niente, è attraverso una passione altrui che questo blog vi augura delle Feste appaganti e falici, che siano da rampa di lancio per delle passioni che arricchiscono la vita e che vi venga voglia di condividere.
Un po' come ha fatto Alessandra con questo post :-)



Tchaikovsky trascorse il 1880 viaggiando tra la Russia, la Francia e l’Italia, anche grazie alla rendita garantitagli dalla ricca vedova von Meck, la sua mecenate. Nel mese di gennaio il compositore si trovava a Roma e, dopo aver assistito ai festeggiamenti del Carnevale, gli venne l’idea di utilizzare delle musiche popolari italiane per creare un brano che celebrasse la vivacità e il brio del nostro paese. La composizione utilizza in effetti brani della tradizione sia romana (uno stornello) che napoletana (una tarantella), pur mantenendo, almeno agli orecchi di un europeo, un carattere tipicamente russo. Al contrario, in patria, in occasione della sua prima esecuzione, il “Capriccio” fu criticato proprio per il fatto che traeva ispirazione da melodie occidentali; non dobbiamo dimenticare che, per quanto già Glinka avesse composto due celebri spartiti ispirati alla Spagna (noti come l’Ouverture Spagnola n. 1 e n. 2), a dimostrazione di come i compositori cercassero ispirazione anche all’estero, proprio in quell’epoca in Russia si cercava di costruire invece una identità culturale ben definita, attingendo alle proprie radici musicali (si pensi al carattere inconfondibile della scuola del balletto russo, ad esempio).

Il Capriccio Italiano inizia con un segnale militare utilizzato dai soldati della cavalleria italiana, eseguito dalle trombe – segnale che Tchaikovsky aveva udito provenire dalla caserma vicina al luogo dove alloggiava. Successivamente, si ode una melodia triste, eseguita dapprima dagli archi con un sottofondo di accordi eseguiti dai fiati, e poi in forma inversa, cioè eseguita dai fiati su un sottofondo di accordi eseguito dagli archi. Seguono due parti basate su canzoni popolari, la seconda delle quali è appunto uno stornello romanesco. Più avanti, si può riconoscere la tarantella, eseguita da archi e legni, seguita da una ripresa della prima melodia popolare, suonata però più lentamente e da tutta quanta l’orchestra insieme, che chiude il brano in un crescendo vorticoso dal finale ad effetto, come accade quasi sempre nella musica di Tchaikovsky.

Come accennavo sopra, ciò che è interessante notare è come –anche quando un compositore di rilievo si ispira a melodie di altre terre- sia sempre riconoscibile la sua matrice di fondo. Così, come il Capriccio Italiano di Tchaikovsky è profondamente russo, anche la Sinfonia Dal nuovo mondo di Dvorak, che pure utilizza temi tradizionali dei nativi americani, rimane indiscutibilmente europea, soprattutto nel terzo e quarto movimento.  Come a dire che alle proprie origini non si sfugge (facendo eccezione per il mio amato Gershwin, che nonostante le origini russe, è riuscito a distillare nella sua musica la quintessenza dell’America...).




sabato 1 dicembre 2018

Baci niente-da-dichiarare



Bella del Signore (pubblicato da BUR) è un romanzo strano, che lascia una sensazione di sostanziale e sbigottita estraneità in chi lo legge. Questo perché l’opera di Albert Cohen è uno spaccato sulla difficoltà di vivere talmente lucido e spietato che lascia spiazzati e confusi, anche parecchio tempo dopo la conclusione della lettura.